#PoetProfile: Sylvia Plath – pt. 2

Buon lunedì, buona Pasqua in ritardo e buona Pasquetta!

E’ incredibile essere qui dopo quasi due anni, ma non del tutto, quindi sono ancora nell’anno e qualcosa di attesa per la pubblicazione della seconda parte dell’articolo #poetprofile su Sylvia Plath.

In questa rubrica parliamo in ogni appuntamento di un poeta/poetessa, parlando della vita di questi, delle poesie più significative e rappresentative, avanzando pian piano anche nella scoperta della vita appunto del poeta/poetessa in questione.

Lo so, ci ho solo messo qualche era geologica e che sarà mai, e insomma, ed eccoci qui, evviva, evviva.

Prometto solennemente che per gli altri articoli di questa rubrica, perché di sicuro ce ne saranno altri, non mi perderò per un tempo così infinitamente lungo ed interminabile. Questa tipologia di articolo richiede senza dubbio parecchio tempo e ricerca per la preparazione perché ci tengo a fare tutte le ricerche del caso, fare letture approfondite ecc. ecc.

Quindi il prossimo poeta di cui parleremo potrebbe sbucare tra un pochino di tempo, proprio ora ho in preparazione l’articolo su Alda Merini, che sarà appunto la prossima poetessa ospite in questa rubrica.

Bene, dato che vi ho fatto aspettare anche troppo direi di iniziare con la seconda e ultima parte dell’appuntamento di #poetprofile su Sylvia Plath.

Ultima piccola postilla, vi lascio qui il link alla prima parte di cui nel mio piccolo vado molto fiera e spero vi possa piacere lo stile e la struttura scelti per il racconto.

Sylvia Plath e Ted Hughes
Sylvia Plath e Ted Hughes

Ted Hughes, il Matrimonio e l’Insegnamento (1956-1957)

Il 19 febbraio del 1956 Sylvia Plath si lascia andare a varie riflessioni sul suo diario, riflette su Richard Sasson ormai lontano da lei, sembra una presenza assente, ma sempre presente che la segue come un fantasma, ma si lascia anche andare ad un lieve riferimento ai mesi precedenti sentendosi scoraggiata nei confronti della poesia e ricollegandosi a Lazzaro per la sua rinascita.

“Il bravo revisore e scrittore, alleato delle generose, opposte forze creative, grida con implacabile precisione: “Impostore, impostore.” Come tutti in coro hanno gridato per sei mesi in quel cupo anno di inferno.[…] Ero morta e sono resuscitata e mi aggrappo al valore puramente sensoriale del suicidio, dell’esserci andata proprio vicino, di uscire dalla tomba con le cicatrici.”1

Nei diari in quei freddi giorni di febbraio Sylvia Plath mostra i suoi pensieri e le sue paure più intime riguardanti il suo futuro sentimentale, il suo voler essere madre e la sua “rivalutazione” degli uomini che ha conosciuto: “E Richard non mi darà dei figli. Ma da lui lo vorrei un figlio.[…]Voglio mia Madre e addirittura Gordon, anche se le sue debolezze… mi danno la nausea.2

Sabato 25 febbraio Sylvia va alla serata inaugurale della rivista studentesca “St. Botholph’s Review”, a Falcon Yard nei locali della Women’s Union. Una rivista fondata da vari studenti, molti dei quali poeti che si ritrovavano in posizioni fortemente antitradizionaliste. Nel gennaio proprio del ‘56 alcune poesie di Sylvia furono pubblicate su una rivista intitolata “Chequer” e furono oggetto, poco tempo dopo, di forti critiche ironiche e aggressive su un quindicinale mimeografato intitolato “Broadsheet” edito proprio da alcuni poeti del gruppo di St. Botholph. La poesia di Sylvia rappresentava tutto ciò che loro criticavano con astio e velenosa ironia, uno stile troppo classico secondo le loro idee. Sylvia era stata invitata a questo party da un amico, Hamish e sapendo che avrebbe ritrovato coloro che l’avevano criticata (Sylvia si era sentita mortificata da questa derisione), si era presentata nel migliore dei modi. Aveva imparato a memoria alcune poesie pubblicate sulla rivista e si era preparata mentalmente e fisicamente a quel momento, acconciandosi e vestendosi con eleganti scarpe rosse e capelli tagliati raccolti sempre sotto una fascia rossa. Sempre per farsi coraggio, prima dell’arrivo alla festa, fece una sosta ad un pub e bevve diversi whisky macs. All’arrivo al party Sylvia individuò il ragazzo che le aveva smosso quelle critiche e gli rivolse una frase ironica che si era preparata da tempo. Dopo vari giri di ballo e battute urlate a squarciagola Sylvia individuò un bel ragazzo bruno, alto oltre un metro e ottanta che non passava di certo inosservato, il suo nome era Ted Hughes e il giorno dopo sul suo diario Sylvia lo descrive in questo modo: “Quell’atletico ragazzone bruno, l’unico enorme abbastanza per me, che andava in giro a piegarsi in avanti sulle ragazze e il cui nome avevo chiesto appena messo piede nella stanza […] si è avvicinato e mi ha guardato fisso negli occhi ed era Ted Hughes. […] Il primo uomo da che vivo che potrebbe far saltare in aria Richard.3

Dopo questo primo scambio di sguardi i due si spostarono in una stanza e continuarono a parlare urlandosi quasi in viso e ad un tratto Ted la baciò e Sylvia rispose mordendogli con forza la guancia a sangue, Ted allora le strappa gli orecchini d’argento e la fascia per capelli e se ne va. Quella sera lascia la festa in compagnia della ragazza con cui faceva coppia all’epoca, i due non si rivedranno prima di un mese, il 23 marzo, a causa di spostamenti vari di entrambi. Quella sera al party Sylvia incontra anche Lucas Myers uno dei ragazzi con cui aveva ballato, amico di Ted e poeta presente all’interno della rosa dei curatori della rivista, dedica qualche riga nei suoi diari anche a lui soffermandosi soprattutto sul lato estetico. Myers era americano come lei e quella sera era entrato nella rosa dei possibili ragazzi d’interesse per Sylvia anche per le sue “sestine che strapazzano e sfondano versi e regole”.4

Arrivati a questo punto del racconto facciamo la conoscenza di Ted Hughes (17 agosto 1930 – 28 ottobre 1998) appunto, poeta inglese che diverrà il marito di Sylvia Plath. Non era nato gentleman e non voleva diventare uno studioso, era arrivato a Cambridge grazie anche ad una buona dose di fortuna e qualche aiuto. Hughes proveniva da un ambiente piuttosto selvaggio, era un’amante della natura, uno scaltro osservatore degli animali e in generale un ricercatore del lato selvaggio legato soprattutto alla natura umana. Varie poesie del periodo di Cambridge e anche pre-Cambridge infatti sembrano volersi concentrare su una natura bestiale, come ad esempio “The Jaguar”, poesia di cui Hughes andò sempre molto fiero, frutto di una esperienza da guardiano notturno in uno zoo in cui ebbe modo di osservare da vicino i grandi felini. Questa è una delle poesie che Sylvia lesse sul St. Botholph’s Review e ne fu subito colpita.

“[…] On a short fierce fuse. Not in boredom—
The eye satisfied to be blind in fire,
By the bang of blood in the brain deaf the ear—
He spins from the bars, but there’s no cage to him

More than to the visionary his cell:

His stride is wildernesses of freedom:

The world rolls under the long thrust of his heel.

Over the cage floor the horizons come.”5

 Ted era un’appassionato di astrologia e secondo l’amico Lucas Myers fu sua sorella Olwyn Hughes a farlo avvicinare a questo mondo, Ted si divertiva a comporre il tema natale delle persone che conosceva, ad osservare e interpretare i vari aspetti di un tema. In Birthday Letters6, Ted scrive riguardo alla sera del 25 febbraio riguardo al primo incontro con Sylvia: “Ci sposava il sistema solare.”

Tema natale di Sylvia Plath

Ted viene dipinto dagli amici del tempo e non come un ragazzo piuttosto trasandato nell’aspetto, il poeta Philip Hobsmaun afferma: “Ted faceva spavento, portava vestiti di velluto a coste vecchi e puzzolenti e aveva i capelli unti pieni di grosse scaglie di forfora.7 In inverno e in estate Ted portava quasi sempre lo stesso tipo di abbigliamento sformato nero, pantaloni e giacche di velluto a coste comprati allo spaccio di una fabbrica del West Yorkshire di cui erano proprietari alcuni parenti e che lui stesso tingeva di nero. Insomma il suo stile andava controcorrente rispetto a quello bohémien sfoderato dai compagni di Cambridge. Ted aveva una voce calda, intensa, forte e vibrante, questo dettaglio torna tra l’altro in vari ricordi e racconti di conoscenti e amici. Il compagno di Sylvia per il party di quella sera a Falcon Yard, Hamish fu il primo a comunicare alla poetessa che Ted era “il più grande seduttore di Cambridge”, ma Sylvia grazie alle sue poesie sentiva di aver già iniziato in un qualche modo a comprendere la sua personalità. Entrambi si erano formati poeticamente con poeti quali W.B. Yeats, D.H. Lawrence, T.S. Eliot e Robert Graves, questa era la strada che Ted voleva seguire a livello poetico facendo tesoro degli anni di lettura e amore per questi poeti.

Comunque quella sera al party i due, in un incontro che segna l’inizio di una lunga storia, si lasciano dopo essersi baciati impossibilitati entrambi anche nelle settimane successive a dimenticarsi dell’altro/a.

Sylvia infatti dopo la festa viene riaccompagnata al dormitorio dal suo compagno di quella sera, si era presa una bella sbronza e il giorno dopo nonostante il mal di testa e i sintomi del post-ubriacatura scrive nel suo diario di Ted, del bacio e del suo desiderio di conoscerlo da sobria.

Già il 27 febbraio scrive per lui “Pursuit”, una poesia sulle forze oscure della lussuria.

Entro nella torre delle mie paure,
chiudo la porta su quella oscura colpa,
sprango la porta, tutte le porte sprango.
Il sangue corre, mi rimbomba
nelle orecchie: il passo
della pantera è sulle scale,
ora la sento che sale, che sale.
8

L’8 marzo nei suoi diari Sylvia esprime la sua preoccupazione per la nonna Schober, la nonna materna malata di cancro che verrà a mancare nel maggio dello stesso anno, il terrore di Sylvia riguardava il perdere la nonna proprio durante la sua assenza e il non rivederla più a casa, negli USA, al ritorno. In quello stesso giorno riflette anche su un argomento molto interessante anche in funzione di ciò che accadrà nei mesi successivi, pensa al padre e ad un suo futuro matrimonio, sembra quasi invocare il padre rattristata per il fatto di non averlo più e non poterlo più conoscere del tutto, ma sperando allo stesso tempo di non sposarsi un domani per questo motivo, ovvero il trovare un uomo che sostituisca nella sua psiche la figura del padre, o meglio la incarni, un marito-padre.

Abbiamo iniziato a parlare nella prima parte dell’articolo del padre di Sylvia, Otto Plath, che ha sicuramente avuto un ruolo centrale nella psiche della poetessa anche e soprattutto in seguito alla sua morte, soprattutto guardando al futuro ad “Ariel” e alle ultime poesie prima della morte.

Venerdì 9 marzo Sylvia viene a conoscenza del fatto che Ted è tornato a Cambridge e con l’amico Lucas Myers, nelle ore precedenti, appostato fuori dal pensionato dove lei alloggiava con altre studentesse straniere si era dilettato nel tirare zolle di terra contro la finestra che credeva sua. Ted ripeté questo atto anche alle due di notte di sabato e chi alloggiava nella stanza gli disse che lì non c’era Sylvia, ma che sarebbe andata a cercarla, solo che la ragazza dormiva profondamente e fu impossibile svegliarla.

Il 23 marzo il semestre invernale a Cambridge era terminato e gli studenti dovevano lasciare libere le loro stanze per due settimane, la Plath aveva programmato un viaggio sul Continente per recarsi come prima tappa a Parigi sperando di poter rivedere Richard Sasson. Prima di imbarcarsi però Sylvia si sarebbe fermata per una notte a Londra, infatti prenotò una camera in un albergo vicino alla casa di Ted, ma non mise in atto nessuna strategia o piano per mettersi in contatto con lui. Fu Ted invece a chiedere all’amico Myers di fare da intermediario. Lucas portò Sylvia al pub The Lamb all’epoca un ritrovo per poeti, con lui c’era anche l’amico Michael Boddy, e dopo poco propose di andare a casa di Ted. Una volta arrivati a Rugby Street, il rifugio di Hughes, i due lasciarono lui e Sylvia da soli. Myers e Boddy ritornarono al pub e rimasero lì fino all’orario di chiusura, poi tornati a Rugby Street persero tempo davanti all’appartamento prima di decidersi ad entrare. Affermano di aver trovato Ted e Sylvia persi nel loro mondo, seduti faccia a faccia, vicini, lui proteso in avanti intento a sussurrarle qualcosa. Myers ricorda che Sylvia sembrava confusa e Ted si offrì di riaccompagnarla in albergo. Anni dopo in Birthday Letters9, Hughes afferma che quella notte Sylvia gli aveva raccontato della sua depressione e del tentativo di suicidio nel ‘53.

Quella notte fecero l’amore per la prima volta e il mattino dopo Sylvia partì per Parigi dove l’aspettava una cocente delusione, quella di non trovare Sasson da nessuna parte. La portinaia infatti comunica a Sylvia che Richard non è in casa e con tutta probabilità tornerà solo dopo Pasqua. La poetessa si siede nel suo salotto e in lacrime gli scrive una lettera: “Mi sono seduta nel suo salotto e ho scritto una lettera incoerente mentre le lacrime cadevano brucianti a bagnare la carta e il suo barboncino nero mi carezzava con la zampa e la radio strombazzava: “Sorridi anche se ti si spezza il cuore”. Ho scritto e scritto, pensando che per chissà quale miracolo lui avrebbe varcato la soglia. Ma non aveva lasciato un recapito, né messaggi, e le mie lettere che lo scongiuravano di tornare in tempo giacevano lì, tristi e ancora chiuse. Ero davvero sorpresa della mia situazione: mai prima un uomo se ne era andato lasciandomi a piangergli dietro…10

Quel viaggio ovviamente proseguì fra alti e bassi, Sylvia si riprese da questa delusione poco dopo, in una scena che per volere di Frances McCullough (curatrice con Ted Hughes dei diari pubblicati postumi) non fu inserita, la giovane dopo questa visita straziante decide di godersi due caffè in una brasserie e di leggere l’Antigone di Anouilh. In questo clima rilassato, Sylvia ritrova la calma dopo la tempesta a casa di Sasson.

La giovane cerca di godersi il viaggio, incontra anche un italiano di nome Giovanni che gli presta la sua Olivetti per la scrittura, un giornalista corrispondente da Parigi di “Paese Sera”, descritto da Sylvia come un giornalista italiano comunista, molto colto. Incontra anche Gordon Lameyer, suo ex fidanzato con cui deciderà di intraprendere un viaggio in Germania e Italia, che avrà un esito disastroso, i due infatti non fecero altro che litigare per tutto il tempo.

Il 6 aprile prima di partire per Monaco, Sylvia invia a Ted una cartolina, preparando il terreno per un nuovo incontro. Lui le rispose con due brevi lettere, destinate ad un arrivo tumultuoso e incerto con l’American Express di Parigi, lettere che alla fine però arrivarono a destinazione e quando il 13 di aprile Sylvia sbarca in Inghilterra corre dritta da Ted.

Da quel momento i due diventano una coppia ufficiale, Sylvia inizia a fare progetti per Ted e per il loro futuro, cerca di concentrarsi sugli studi a Cambridge ma non può fare a meno di iniziare a fantasticare e intanto cerca di convincere Ted a trovarsi un lavoro temporaneo in Spagna come insegnante, in attesa della fine degli studi.

Nel corso di queste settimane di frequentazione e forte innamoramento tra lei e Ted, Sylvia scrive alla madre parole chiare e dirette riguardo il fatto di essersi innamorata e presenta il suo fidanzato con tutte le lodi possibili: “La cosa più rovinosa è che in questi ultimi due mesi mi sono scoperta terribilmente innamorata, il che può solo finire in un gran dolore. Ho conosciuto l’uomo più forte del mondo, un brillante poeta già studente di Cambridge,” (17 aprile 1956) – “E’ quest’uomo, questo poeta, questo Ted Hughes.” (19 aprile 1956) – “La mia voce sta prendendo forma, sta acquistando forza. Ted dice che non ha mai letto poesie di una donna come le mie,” (29 aprile 1956) – “Per la prima volta in vita mia, mamma, sono in pace.” (3 maggio ‘56) – “[…] non c’è niente che io desideri di più al mondo che sposarmi con Ted…” (4 maggio ‘56).11

St. George the Martyr Church

A maggio i due decidono di programmare il matrimonio per il giugno del 1957 a Wellesley, ma durante la visita della madre di Sylvia nel giugno dello stesso anno (’56) i due prendono l’improvvisa e repentina decisione di sposarsi subito, infatti il 16 giugno, Bloomsday, la data resa celebre dall’Ulisse di Joyce, i due convogliano a nozze, quasi in segreto in una chiesa di Londra, la Chiesa di San Giorgio Martire. Aurelia Plath fu l’unico parente presente alla cerimonia. Hughes non fece parola con la propria famiglia del matrimonio, probabilmente perché fu un evento improvviso, ma non disse nulla nemmeno il giorno dopo quando tornò brevemente a casa dai genitori, nello Yorkshire.

Due giorni dopo Sylvia scrive una lettera al fratello Warren, in quel periodo in Austria con un programma di scambio, per comunicargli la lieta notizia, non parla di questo cambio di programma, del perché di questa scelta, ma dice di voler tenere segreto il matrimonio per paura di perdere la borsa di studio Fullbright e il posto al Newhamn College, convinta che fossero riservati solo a studentesse nubili. Gli comunica anche di volersi sposare una seconda volta, l’anno seguente a Wellesley e avere stavolta la possibilità di averlo come testimone.

Dopo il matrimonio i due passano l’estate in luna di miele nel paesino di Benidorm in Spagna, dove entrambi scrivono e si godono la vita da novelli sposi, Sylvia si sente anche in vena di “ricominciare a scrivere in prosa, da da quando ho superato quel brutto periodo in cui scrivevo malissimo”, comunica in una lettera alla madre del 25 luglio.

The Beacon, Heptonstall Slack, West Yorkshire

A settembre i due vanno per la prima volta a fare visita insieme alla famiglia di Ted a Heptonstall Slack nel West Yorkshire, dove Sylvia trae ispirazione per la scrittura del racconto “All the Dead Dears”.

Il padre di Ted, Billie Hughes, era solito raccontare aneddoti sulla guerra e sulle proprie esperienze sul campo di battaglia, quelle storie su Ted nel corso del tempo avevano iniziato ad avere un effetto piatto, non riusciva a trovare in queste un qualcosa in più che riuscisse in un qualche modo ad ispirarlo creativamente. Durante quel soggiorno si pensa che Billie abbia iniziato a raccontare questi aneddoti anche a Sylvia, che a differenza del marito aveva un certo interesse per questi e Ted si rese conto di quanto fosse bravo a raccontare il padre, Billie soprannominato “Pa”. Le poesie con cui si conclude la raccolta “The Hawk in the Rain” prima pubblicazione di Ted del 1957 nacquero probabilmente da quella visita.

Prima raccolta poetica pubblicata nel ’57 di Ted Hughes

La madre di Ted, Edith Hughes discendeva dai Farrar, antica famiglia del West Yorkshire la cui presenza è documentata nella regione fin dal 1471, Ted era convinto che le doti di narratrice di lei e il proprio talento poetico fossero dovuti alle origini celtiche di lei, narratrice di trasmissioni per la BBC e non solo. Si pensa anche che fu proprio la madre di Ted, particolarmente sensitiva e vicina al mondo spirituale e sovrannaturale, ad iniziarlo ad alcune sue passioni che lo accompagneranno poi per tutta la vita, come appunto l’astrologia, l’ipnosi e il controllo della mente. Si diceva che Edith avesse il dono della preveggenza e nei suoi diari, Sylvia, proprio durante quella visita a casa dei genitori di Ted commentò sui suoi diari che la suocera aveva “quasi” quel dono.

Comunque i due furono accolti con entusiasmo dai genitori di Ted, la Plath ascoltò con curiosità tutti gli aneddoti raccontanti dai parenti acquisiti e scrisse alla madre che per un paio di ore al giorno batteva a macchina racconti sotto dettatura di Ted.

Successivamente la coppia tornò a Cambridge e si sistemò momentaneamente in un appartamento sudicio su Eltisley Avenue e di avviarono alla vita casalinga mentre Sylvia completava i suoi studi.

Nel febbraio del 1957 sul suo diario, Sylvia inizia ad abbozzare velocemente qualche idea o sprazzo di idea per ciò che diventerà The Bell Jar o La Campana di Vetro.

Dopo la parentesi di Cambridge nel luglio dello stesso anno Sylvia e Ted si godono una lunga vacanza organizzata da Aurelia a Cape Cod prima dell’inizio dell’anno di insegnamento di Sylvia allo Smith College, lo stesso college privato femminile che aveva frequentato lei nel 1950. I due quindi dall’Inghilterra si trasferiscono in America, Sylvia pensa che l’insegnamento potrà aiutarla in questo anno di limbo prima di capire come dirigere la sua vita letteraria/lavorativa.

Del ‘57 è la poesia “I Tipi Sottili” (The Thin People) in cui Sylvia evoca scenari di morte e guerra legati ai cinegiornali della Seconda Guerra Mondiale come fa anche nella poesia “Daddy” del ‘62 in cui ricollega il padre ai tedeschi, all’olocausto e ai campi di concentramento. Sylvia assiste a queste immagini e la sua spiccata sensibilità la dilania, sente su di sè il dolore altrui che la devasta e la schiaccia. Ted Hughes avrebbe raccontato poi che la poetessa aveva una sensibilità esasperata, anche in merito alle sue reazioni riguardanti i patimenti degli animali, e persino alla profanazione delle piante che erano violente e strazianti.

Sono sempre con noi, i tipi sottili

poveri di dimensioni come le figure grigie

sullo schermo del cinema. Non sono

veri, diciamo:

fu solo in un film, fu solo in una guerra

che riempiva di titoli paurosi i giornali quando

eravamo bambini, che per la fame

dimagrirono tanto e non rimpolparono più

le membra sparute benché la pace

arrotondasse il ventre dei topi

sotto la più misera mensa.

Fu durante la lunga battaglia della fame

che scoprirono il loro talento a perseverare

in sottigliezza, per infilarsi poi

nei nostri brutti sogni, minacciando

non con fucili, non con la violenza,

ma con un silenzio sottile.12

Nei suoi diari riguardo quella lunga vacanza nell’estate del ’57 Sylvia parla dei libri che legge, dei suoi piani per il futuro (il futuro di entrambi sia lei che Ted) e della vita matrimoniale, cercando quasi di auto-spronarsi nella scrittura, il 9 agosto scrive: “Mai nella mia vita, eccetto per l’estate e l’autunno micidiali del 1953, avevo passato due settimane nere e infernali come queste. Non sono riuscita a scriverne nemmeno una parola, anche se nella mia testa non facevo altro. Il terrore, giorno dopo giorno, di essere incinta. Ricordando la crescente noncuranza per la contraccezione, come se non potesse succedere proprio a me; bam, bam, una porta dietro l’altra si chiudevano di colpo sul terrore incombente, che, ora lo so, avrebbe distrutto me, forse Ted, e la nostra scrittura, la nostra possibile unione inespugnabile.13

Quell’estate Sylvia subì anche un nuovo rifiuto al suo libro di poesie che la demoralizzò non poco.

Nel settembre del ’57 iniziò ad insegnare allo Smith College come insegnante di inglese e fu decisamente sorpresa dalla freddezza con cui venne accolta, proprio lei, studentessa promettente e giovane stella durante gli anni precedenti, in più Sylvia non si sentiva molto sicura riguardo le sue doti da insegnante, quella era la sua prima esperienza dopotutto.

Sylvia Plath nel 1959

Anne Sexton, Yaddo e The Colossus (1958 – 1959)

Le annotazioni nei diari del primo mese del 1958 parlano di una Sylvia decisamente sconfortata e stanca nei confronti dell’insegnamento, dell’assenza di scrittura nella sua vita, (il 14 gennaio scrive: “Vivo nel vuoto da sei mesi, non scrivo da un anno14), la sua esperienza come insegnante avrà di certo degli alti e bassi, ma il ’58 inizia in sordina per lei.

Dato che l’insegnamento allo Smith era di solo un anno, già nei primi mesi del nuovo anno la coppia inizia a fare programmi per l’esperienza post Smith College e University of Massachusetts, luogo in cui insegnava part-time Ted in quell’anno e pensano di trasferirsi a Boston per dedicarsi interamente alla scrittura.

Adrienne Rich (1929 – 2012)

Prima di passare a narrare del ’59 e di alcuni eventi decisamente importanti è secondo me più che giusto parlare di alcuni fatti che in quel 1958 ebbero un loro peso e sono emblematici anche per la riflessione sul rapporto fra lei e Ted. Attorno alla fine di marzo, Ted fu invitato a tenere una lettura ad Harvard, una grande occasione per lui, e a quell’evento Sylvia ebbe modo di incontrare Adrienne Rich, poetessa che stimava molto, ma che invidiava allo stesso modo e questa divenne la sua arcirivale, nei suoi diari la poetessa in momenti di sconforto per la scrittura tende infatti a paragonarsi a contemporanee (come Adrienne Rich o Anne Sexton), coloro che diventeranno nemesi di Sylvia.

Parlando di questo tema, quello dell’invidia, Sylvia scrive sul suo diario proprio nel ’58: “Sono gelosa, verde e schiumante di invidia, di livore. Ho letto le sei poetesse in New Poets od England and America. Noiose, pretenziose. A parte May Swenson e Adrienne Rich, nessuna è più brava di me, o ha pubblicato di più. Provo la giustificata, silenziosa malevolenza di chi ha scritto poesie migliori di quelle che hanno reso famose altre donne.

Nel maggio dello stesso anno e per qualche mese Sylvia annota i suoi appunti nei diari con una dose amplificata di rabbia e livore, sembra arrabbiarsi per i più piccoli incidenti, sembra stizzita nei confronti degli altri e anche del marito che una sera, le aveva espressamente chiesto di non andare ad una sua lettura, richiesta verso la quale Sylvia disubbedì.

Un altro episodio riguardante il marito ha a che fare con l’ultimo giorno di insegnamento allo Smith, nei diari Sylvia presenta questa scena in modo velenoso, rabbioso nei confronti di Ted, ed è forse il primo e l’unico episodio nei Diari in cui abbiamo modo di vedere da vicino la pura rabbia e il rancore nutrito dalla donna in quel momento verso il poeta. Sylvia narra della sua eccitazione riguardante il poter vedere il marito fuori dal College pronto ad attenderla, proprio in quel giorno così importante e invece: “Mentre uscivo a grandi passi dall’ombra fredda della biblioteca, le braccia nude gelate, ho avuto una precognizione. Sapevo quel che avrei visto, quello a cui sarei andata inevitabilmente incontro, e lo so da moltissimo tempo anche se non ero sicura del luogo o della data del primo schianto. Ted veniva su per la strada di Paradise Pond, dove le ragazze vanno a pomiciare con i fidanzanti nei fine settimana. Camminava con sulla faccia un ampio, caldo sorriso, occhi negli occhi da cerbiatta di una giovane sconosciuta con i capelli sul castano, un largo sorriso di rossetto e le grosse gambe nude sotto un paio di bermuda cachi. […] Lo sguardo si è fatto colpevole e si è messa letteralmente a correre. […] Le scuse false, gran confusione di nomi e classi. Tutto finto. Tutto fasullo. E lo sguardo colpevole, di stupita consapevolezza della presenza sbagliata.” La situazione sembra comunque risanarsi verso l’11 giugno, quando scrive: “E’ ritornato il sereno. Siamo tutti interi.15

Nel settembre del 1958, dopo essersi traferiti a Boston e aver archiviato l’esperienza dello Smith College, Sylvia iniziò a lavorare part-time come receptionist nel reparto psichiatrico del Massachusetts General Hospital, si occupava delle cartelle dei pazienti. L’esperienza le ispirò senza ombra di dubbio uno dei suoi racconti più famosi, “Johnny Panic and The Bible of Dreams“.

In quel periodo Sylvia riprese gli incontri con Ruth Beuscher, la sua vecchia terapeuta, senza dire nulla alla madre o al marito. Da questi incontri inizierà una lunga e lenta analisi del rapporto tra lei e la madre Aurelia e il padre Otto, morto quando lei era piccola, ne abbiamo accennato nella prima parte dell’articolo. Sylvia avrà modo di comprendere meglio la natura del suo legame con loro, in particolare con la madre Aurelia, madre con cui lei aveva un rapporto quasi simbiotico, pensiero sempre fisso nella mente della poetessa, ma in un certo senso anche figura austera e giudice, sempre pronta ad alzare un’asticella immaginaria che Sylvia sentiva di dover sempre superare, per essere perfetta agli occhi di Aurelia, come se la donna volesse realizzarsi tramite la figlia. Il rapporto tra loro ad un primo sguardo può sembrare perfetto, le lettere dolci di Sylvia, le visite di Aurelia, il suo supporto, ma indagando ed entrando nelle dinamiche interne si comprende la durezza della facciata di falsità che a volte ritroviamo appunto nelle “Lettere alla Madre”. Questo mostrare una realtà ed uno stato d’animo perfetto ed equilibrato da parte di Sylvia, in parte per non far preoccupare la madre e in parte per non deluderla o rompere quel quadro idilliaco che voleva mostrarle. Dal quadro che ne emerge Aurelia non era una donna particolarmente incline alla piena comprensione dei disturbi che affliggevano la figlia, capita ad esempio nei diari di leggere risposte in un certo modo dure e severe nei confronti di Sylvia, come se la donna oscurasse le parentesi negative, anche nei rari momenti in cui in queste lettere la poetessa lascia trapelare il suo sconforto e il suo turbamento, ma Sylvia cerca fin che può di mentire e di presentare un qualcosa di rotto come perfetto.

Nei diari del dicembre 1958 Sylvia scrive: “Come esprimere l’odio per mia madre? Nel profondo delle mie emozioni penso a lei come a una nemica… Pensavo quanto sarebbe stato bello ucciderla, stringere tra le mani la sua gola tutta pelle e vene… Potrei passarle accanto in strada senza dirle una parola, tanto mi deprime. Ma è mia madre. Come gestire il rapporto con lei, l’ostilità incessante che provo nei suoi confronti?16

L’effetto di questi incontri fu ottimo, alcuni mesi dopo le diedero l’ispirazione per una delle sue opere più importanti, “Poema per un Compleanno“.17

Anne Sexton (1924 – 1974)

A Boston Sylvia partecipò a dei seminari di scrittura creativa con Robert Lowell alla Boston University, dove conobbe Anne Sexton, al momento dell’incontro Sylvia aveva 26 anni e Anne 30.

Anne divenne appunto una nemesi di Sylvia Plath, una amica-nemica, una poetessa che purtroppo nel ’74 condividerà lo stesso destino di Sylvia, morendo suicida.

Lowell le aveva accoppiate notando forse delle somiglianze fra le due o dei punti in comune, a riguardo Sylvia scrive nei suoi diari:A lezione Lowell ha analizzato quattro poesie mie, approfondendo la retorica. Mi mette sullo stesso livello di Anne Sexton: un onore, suppongo. Bè, era ora. Lei fa cose molto belle, e continua a migliorare, ma produce anche un sacco di robaccia.18

Sylvia e Anne avevano di certo dei punti in comune, erano cresciute entrambe a Wellesley, lo stesso sobborgo di Boston, ma non si erano mai incrociate o frequentate. Erano entrambe poetesse emergenti nell’America degli anni ’50 e avevano entrambe sofferto di depressione o disturbi psichici, Anne ad esempio era bipolare.

Erano diverse negli atteggiamenti, ma anche qui avevano dei punti in comune, si trattava senza dubbio di personalità molto forti che gli altri studenti del seminario ricordano bene, entrambe riuscivano ad emanare una certa aura di soggezione negli altri, Anne aveva uno stile più distratto, arrivava spesso in ritardo, era disinvolta, vestita con abiti solitamente accesi e sgargianti, spesso faceva cadere libri, fogli, appunti. Sylvia invece era una studentessa modello, era sempre puntuale, silenziosa, pareva sempre molto concentrata e attenta, non esitava nel criticare le poesie altrui anche con tono duro. Gli altri la ricordano come una figura severa, rigida, ma in realtà Sylvia era internamente fragile e insicura, sulla sua arte soprattutto.

Le due si davano appuntamenti settimanali al Ritz per bere Martini e per parlare di tutto, sesso, suicidio, poesia, arte e amore. Da questa parentesi del rapporto delle due poetesse è uscito nel 2021 un libro intitolato Three-martini Afternoons at the Ritz, una biografia che indaga proprio sul rapporto fra Anne e Sylvia.

In aprile Sylvia scrive e completa un libro per bambini, The Bed Book (A letto, bambini!) che verrà pubblicato molto tempo dopo la sua morte.

Nel maggio dello stesso anno il libro di Anne Sexton viene accettato da Houghton Mifflin e nel suo diario Sylvia scrive di ciò con toni rabbiosi mentre a giugno Sylvia riflette sul suo desiderio, ora più forte che mai di diventare madre.

Durante l’estate la coppia di sposi fece un giro per l’America, durante il quale Sylvia era incinta della sua prima figlia, Frieda Rebecca Hughes che verrà alla luce il 1° aprile 1960.

Yaddo, Saratoga Springs (NY)

Ma prima della fine del 1959 i due soggiornano, su invito, da settembre a novembre a Yaddo, famosa colonia per artisti a Saratoga Springs (NY) dove hanno i rispettivi studi situati in punti diversi della struttura, dopo anni di vita assieme relegati negli stessi spazi, a volte angusti, dove erano costretti a stiparsi e lavorare uno accanto all’altra. In questo periodo di tempo Sylvia ha modo di lavorare su “The Colossus” (Il Colosso), una raccolta di poesie di cui scrisse quasi un terzo proprio a Yaddo. La coppia poteva concentrarsi per sette ore al giorno sulla scrittura e Ted finì di scrivere le poesie che sarebbero apparse sul suo secondo libro, “Lupercal“.

In questo periodo i due continuarono ad ipnotizzarsi a vicenda, pratica ormai ben radicata nella coppia e nata dall’interesse di Ted, e a compiere esercizi di meditazione. Ted ha sempre pensato che, assieme alle sedute con Beuscher, furono proprio queste sedute di ipnotismo a Yaddo a far risvegliare in Sylvia determinate emozioni riguardanti le esperienze legate ai trattamenti di elettroshock e all’anno di ricovero, questa analisi fu senza dubbio dolorosa per Sylvia che con tutta probabilità fino a quel momento non aveva del tutto affrontato queste esperienze. Quindi questo momento segna un punto cruciale nella sua identità artistica e nella sua psiche creativa, perché riesce ad incorporare e a fare sue, a livello creativo, esperienze che prima relegava in un angolo senza toccarle perché appunto traumatiche.

Terminata l’esperienza a Yaddo, i due tornarono in Inghilterra, avevano già preso questa scelta mesi prima pensando alla futura nascita della bambina.

Foto scattata “nel bel mezzo del litigio”, luglio 1960

Trovarono un appartamento a Chalcot Square vicino a Primrose Hill, il posto era bello, ma l’appartamento era piccolo e composto da due stanzette anguste. Questa mancanza di spazio costringeva i due a lavorare a stretto contatto e ciò comportava interruzioni, liti anche per le questioni più banali e in generale parecchia tensione. Di questa tensione fu testimone anche il fotografo Hans Beacham, incaricato di eseguire una serie di ritratti di scrittori britannici. Arrivò dai due proprio nel mezzo di un litigio, Hans disse: “Hughes e la Plath erano entrambi di umor nero. Lui fu villano. A lei evidentemente non garbava che al centro dell’attenzione ci fosse soprattutto lui, cosa che invece non dispiaceva a Ted, il quale disse che era meglio uscire e comunque lui odiava i fotografi.[…] Naturalmente, a questo punto fu d’obbligo per me fotografarli insieme.19

Sylvia, Ted e Frieda

Frieda Rebecca, Londra e il desiderio di maternità (1960)

Il 1960 parte con le migliori premesse per la coppia, dopo il trasferimento a Londra, Sylvia dà alla luce appunto la piccola Frieda in casa, la nascita rende i coniugi certamente felici e il desiderio materno così forte e persistente in Sylvia affiorato soprattutto negli ultimi anni, viene soddisfatto.

The Colossus and other poems – S.P. 1960

Nei diari il 1960 manca completamente, fu un anno con la soddisfazione riguardante anche il lato letterario perché Sylvia firmò un contratto con la Heinemann per la pubblicazione di “The Colossus” che uscì in ottobre con la dedica “a Ted”, la sua prima raccolta di poesie, ma la nascita di Frieda l’assorbì molto e a livello di scrittura ebbe tempo solo per la corrispondenza.

Nelle lettere alla madre Sylvia aggiorna Aurelia costantemente sulla crescita di Frieda, le parla di come Ted si comporti come un padre perfetto, le dice quanto sia in completa ammirazione nei confronti della bimba e le parla di politica e attualità, inoltre insiste sul desiderio di volere altri bambini.

Sicuramente il tema della maternità nella vita di Sylvia Plath merita di essere affrontato e merita una parentesi a parte, è possibile notare come Sylvia in tutti gli ambiti della sua vita abbia sempre un duplice approccio e questo vale anche per il tema della maternità, di certo desidera più bambini e brama di essere madre perché convinta che questo la renda una donna completa, sul tema ad esempio nel corso degli anni (sempre nei diari) si lascia andare a frasi riguardanti il dono e la completezza di una donna nel mettere al mondo dei figli e sembra considerare le donne sterili invece aride sotto più punti di vista, come se l’essere fertile fosse inteso in più sensi, anche quello creativo e artistico.

Sylvia crede nella maternità e anzi pensa che questa sia essenziale per il raggiungimento di una sua personale completezza, al tempo stesso però sente il peso soffocante dei bambini che la strappano dalla poesia e dalla sua espansione creativa in più momenti, nonostante il tema dei figli torni spesso in varie poesie scritte negli ultimi anni, quindi i bambini sono una parte importante di lei che si fonde con il suo immaginario creativo, ma al tempo stesso possono diventare un peso.

In “The Colossus” ritroviamo All The Dead Dears e The Thin People.

Sylvia nel 1962 con Frieda e Nicholas

Nicholas, Assia e la Rottura (1961 – 1962)

All’inizio dell’anno Sylvia subì un aborto spontaneo e fu sottoposta ad un’appendicectomia qualche mese dopo.

Qui c’è da fare un breve discorso riguardante l’aborto che subì Sylvia, nei testi che io ho letto per la scrittura di questi articoli, tra cui ovviamente i diari, le biografie, le lettere alla madre e altri viene riportato brevemente questo fatto senza fornire particolari dettagli, ma in lettere inedite spuntate nel 2017, quindi fonti relativamente recenti rispetto ai testi in questione, Sylvia scrive alla sua terapeuta Ruth Beuscher di essere stata picchiata da suo marito Ted e di aver perso il bambino proprio in seguito a questo episodio.

Torneremo sicuramente su queste lettere anche per alcuni eventi futuri, ma è giusto dire prima che queste come riporta il The Guardian, sono lettere scritte in un periodo che va dal 18 febbraio 1960 al 4 febbraio 1963, facevano parte di una raccolta, appartenente a una studiosa americana, Harriet Rosenstein, intenzionata a scrivere una biografia sulla Plath. Sono state messe all’asta dall’antiquario Ken Lopez per un valore di 875mila dollari e questo ha fatto sì che siano state ritrovate. Sono state pubblicate negli USA e in Inghilterra nel 2018 come secondo volume del primo esistente che andava dal 1940 al 1956, quindi come una specie di prolungamento delle lettere pubblicate anni prima. Questo nuovo testo con lettere inedite ha una nota all’inizio scritta proprio da Frieda Hughes, figlia di Ted e Sylvia. In questa Frieda scrive di fatti molto interessanti ad esempio accenna anche alle dinamiche tra lei e sua zia Olwyn, non in toni positivi e fa riferimento ad una lettera di sua madre, Sylvia, in cui questa parla proprio della zia in modo dispregiativo come se Olwyn durante un loro incontro l’avesse letteralmente aggredita verbalmente, quindi sente di condividere le esperienze della madre nel rapporto con la zia.

Queste lettere non sono un falso o un ritrovato sospetto, ma sono reali e gettano certamente una luce nuova su una serie di fatti e sul rapporto tra la coppia di sposi, però sempre in questa nota iniziale Frieda mette le mani avanti e dice che secondo lei quantomeno alcuni fatti riportati dalla madre sarebbero il frutto di una donna/giovane madre sconvolta nel pieno del suo dolore emotivo: “In my mind, the letters were written by my distraught mother in the throes of her emotional pain; her side of the argument was the only side, and that was the side that everyone was sure to take. There would be no balancing argument; the quote that rendered my father a wife-beater had already been seized upon. He might be no angel, but where was the perspective?20 – “Secondo me, le lettere sono state scritte da mia madre in uno stato di sconvolgimento in preda al suo dolore emotivo; la sua parte nella discussione è l’unica, e quella è la parte che tutti erano sicuri di prendere. Non c’è alcun equilibrio in questa discussione; la citazione che rende mio padre un picchiatore di mogli era già stata colta al volo. Lui non sarà un angelo, ma dov’era la prospettiva?“.

Quindi ciò che Frieda dice è che è facile schierarsi subito dalla parte di Sylvia ovviamente leggendo di determinati fatti, ma l’altra campana, quella di Ted, non esiste in questa dinamica perché quando queste lettere sono state rese pubbliche il poeta era già deceduto e non ha mai potuto quindi dare la propria versione, smentire o difendersi in un qualche modo.

Detto ciò, io vi ho parlato di queste lettere e come dicevo le citerò in altri passaggi, anche perché queste esistono e sono assolutamente da considerare, ma ho voluto riportare un estratto dalla nota di Frieda per evidenziare questo discorso che lei fa nelle note.

Comunque, in queste lettere incriminate indirizzate a R. Beuscher Sylvia afferma di essere stata picchiata da Ted e di aver subito un aborto per questo anche se non è chiaro se l’aborto in questione sia quello del 1961 o un altro dell’estate del 1962: “Ted mi ha picchiato un paio di giorni prima dell’aborto: il bambino che ho perso avrebbe dovuto nascere il giorno del suo compleanno. È stata un’aberrazione, ma temo di avergliene dato motivo, avevo strappato alcune sue carte, ma solo a metà, in modo che potessero essere incollate di nuovo insieme, senza andare perse.” Alcune fonti ricollegano l’aborto del ’61 a violenze fisiche, ma questo passaggio è datato 22 settembre 1962 quindi non c’è prova in queste lettere che l’aborto del ’61 sia da ricondurre a violenze da parte del marito.

Dopo questo aborto Sylvia viene ricoverata per un’appendicectomia ad aprile e nei suoi diari racconta del ricovero in ospedale, parla di Ted che la va a trovare, descrive gli altri pazienti e la vita in ospedale citando l’elettroshock e sovrapponendo quindi questo ricovero a quello dei suoi vent’anni, secondo la biografia di Linda Wagner-Martin21 Sylvia aveva una scarsa esperienza con gli ospedali e tendeva a sovrapporre ogni ricovero (o possibile ricovero) alle sue esperienze traumatiche passate.

The Bell Jar – 1963

Sylvia si getta nella scrittura di The Bell Jar, La Campana di Vetro, romanzo fortemente autobiografico che la riporta alla sua depressione, ai suoi traumi passati e fa riaffiorare in lei una certa irrequietezza. Il romanzo uscirà solo nel 1963, un mese prima della sua morte.

A maggio uscì l’edizione americana di “The Colossus” che riscosse meno successo del previsto.

Un anno dopo la nascita di Frieda, Sylvia era incinta del suo secondo figlio, un maschio stavolta che verrà alla luce il 17 gennaio 1962 sempre in casa e verrà chiamato Nicholas Farrar Hughes.

Court Green – Devon

In vista della nascita del secondo figlio i due optano per un trasferimento, da Londra alla campagna, di preciso nel paesino di North Tawton nel Devon. Si sistemano in una dimora chiamata Court Green, circondata da un giardino piuttosto grande, era una casa ampia di dieci stanze, alquanto malandata, con il tetto di cannici, muri spessi quasi un metro e parti che risalivano all’undicesimo secolo. Era circondata da un vasto terreno che confinava da un lato con il cimitero. Sylvia all’inizio era restia a lasciare Londra, ma successivamente si convinse anche perché la vita in campagna era più economica. La dimora inoltre, era stata il rettorato di una chiesa anglicana del dodicesimo secolo.

Alla fine dell’estate la famiglia lascia Londra per un appartamento in momentaneo subaffitto, durante i lavori di restauro di Court Green, l’appartamento di questione è di proprietà di un poeta David Wevill e di sua moglie Assia Wevill.

I due si trasferirono negli ultimi mesi del 1961 e Sylvia scrive alla madre di non aver mai visto Ted così felice come nelle prime settimane di vita in quella nuova dimora: “ora può finalmente fare la vita che ha sempre sognato“.

A gennaio nasce appunto Nicholas, e risale a sei settimane dopo il suo radiodramma in versi “Three Women/Tre Donne22, le tre voci, che appartengono ad altrettante donne accomunate dalla medesima esperienza di maternità, parlano ma non rispondono l’una all’altra. Il dialogo non è tra loro, ma fra ognuna e la propria coscienza, in un racconto-confessione delle reciproche esperienze, un’indagine dell’esperienza conflittuale e potente della maternità.

“Aspetto, dolorante. Sto guarendo, credo. Ci sono molte altre cose da fare. Le mie mani sono abili a cucire il pizzo su questa stoffa. Mio marito può girare e girare le pagine del suo libro. E così siamo a casa insieme, dopo il lavoro. E’ solo il tempo che ci pesa sulle mani. E’ solo il tempo, e ha poca importanza. Le strade possono d’un tratto diventare carta, ma mi riprendo dalla lunga caduta, e mi ritrovo a letto, indenne sul materasso le mani pronte come per una caduta. Ritrovo me stessa. Non sono un’ombra, benché un’ombra si allunghi dai miei piedi. Sono una moglie. La città aspetta, dolorante. Le piccole erbe fendono la pietra, e sono verdi di vita.”

Nei diari di questo periodo ci sono pervenuti solamente dei dipinti o descrizioni che Sylvia scrive dei vicini/amici/conoscenti del Devon, sono separati dai veri e propri diari, ma sappiamo che Sylvia stava lavorando ad un secondo romanzo.

Sappiamo anche che dopo il trasferimento in campagna Ted si recava con frequenza a Londra per i suoi impegni con la BBC, mentre Sylvia in sua assenza gestiva i bambini, la casa e aveva come unico stimolo intellettuale i libri da recensire e i programmi alla radio.

Assia Wevill (1927 – 1969)

A maggio vengono a far visita alla famiglia proprio i coniugi Wevill e in questa occasione Sylvia nota una forte alchimia proprio fra Ted e Assia. David e Assia lavoravano entrambi nella pubblicità, ma avevano ambizioni letterarie, soprattutto David ed erano definiti dagli altri una “bella coppia”, lui descritto come “un personaggio di Fitzgerald” da un collega e lei con una bellezza esotica, “babilonese” come fu descritta da un poeta la prima volta che la vide.

La coppia va a cena una sera dagli Hughes e i quattro si intrattengono con le chiacchiere fino a tardi, quella sera la prima a lasciare la compagnia fu proprio Sylvia perché doveva svegliarsi presto per allattare Nicholas, disse qualcosa a Ted ma lui si intrattenne con gli ospiti. In un abbozzo di poesia, anni dopo, Hughes rivela di essere stato completamente rapito dal fascino di Assia alla fine della serata. Secondo alcune fonti la mossa di Assia fu programmata, proprio come aveva fatto Sylvia anni prima nella serata in cui incontrò per la prima volta Ted. Una delle confidenti di Assia racconta che alla vigilia di quella cena lei le avrebbe detto in tono leggero che si sarebbe truccata con la sua “pittura di guerra” per sedurre Ted Hughes, ma possono essere solo voci.

Dopo quell’incontro tra Ted e Assia iniziò, si pensa, una corrispondenza nascosta e man mano i due diventarono amanti. All’inizio di luglio Sylvia scopre il tradimento e questa notizia la colpisce duramente, il trauma è distruttivo e profondo.

Reagisce bruciando lettere, carte del marito, bozze per poesie e opere varie in un falò che un mese dopo descriverà in “Burning the Letters/Il Falò delle Lettere”, ci sono varie poesie però di quel periodo che fanno riferimento ad un sospetto di tradimento del marito come “The Other/L’ Altra”o “Words Heard, by Accident, over the Phone/Parole sentite, per Caso, al Telefono”.

“Questo fuoco potrà lambire e strisciare, ma è spietato:

una teca

in cui le mie dita vorrebbero entrare benché 

si sciolgano e si flettano, e gli venga detto

non toccare.

Ecco qua dunque la fine della scrittura,

degli agili uncini che si curvano e si prosternano, e i sorrisi,

i sorrisi.

Almeno adesso la soffitta sarà un bel posto.

Almeno io non sarò tesa sotto il pelo dell’acqua,

stupido pesce

con un occhio di stagno,

a spiare qualche barbaglio,

nel mio Mare Artico

tra questo e quel desiderio.”

15 agosto 1962

Qui citiamo di nuovo per una frazione di secondo le lettere inedite del 2017, perché in queste nei momenti post separazione Sylvia afferma che Ted desideri la sua morte e il 21 ottobre, dopo la loro separazione la poetessa scrive: “La mia vita, il senso della mia identità, mi sembrano rimbalzare verso di me da ogni lato, da posti sepolti e nascosti. Sapevo quello che volevo fare, sapevo chi ero“.

Durante la scoperta del tradimento e la lite che ne conseguì quel luglio è interessante anche gettare un occhio sulla figura di Aurelia, che era presente a Court Green in quei giorni per far visita alla figlia. Dopo il litigio e la cacciata di Ted da casa Sylvia preferì andare dall’amica Elizabeth Compton piuttosto che rimanere, magari a farsi consolare o a cercare un conforto, dalla madre. Questo è curioso e interessante anche in riferimento al discorso che abbiamo fatto del rapporto tra lei e Aurelia e la patina di falsità alla base. Compton comunque racconta che: “Mi disse che Ted amava un’altra, che lei conosceva Assia e ne era terrorizzata. Non faceva che piangere e mi stringeva le mani implorando: “Aiutami!“.23

Senza dubbio questa rottura ebbe un effetto devastante su Sylvia quantomeno all’inizio, ma le sue emozioni e la sua psiche sono molto più complesse da analizzare, non c’è solo la rabbia, c’è la distruzione di un ideale, la caduta di un mito come quello di Ted e del loro matrimonio e tutto quello che ciò comporta. Ma c’è anche il desiderio che esplode dopo poco di rivalsa, di vendetta, la potente spinta creativa che le permette di comporre “Ariel“, scatenata probabilmente da questa rabbia che appiccia la miccia di un genio creativo.

Ariel – 1965

Infatti la poetessa si rifugia nella poesia bruciata da un fuoco creativo che la incendia, in questo periodo nascono i tre quarti di poesie che compongono Ariel appunto, la sua raccolta di poesie più famosa, il fiore all’occhiello nella produzione di Sylvia. La raccolta uscirà solo nel 1965, due anni dopo la sua morte. Sylvia era certa di aver composto la sua opera più riuscita, alla madre scrisse: “Sono una scrittrice geniale; me lo sento. Sto scrivendo le poesie più belle di tutta la mia vita; mi renderanno famosa…” Tra le più famose troviamo: Daddy, Lady Lazarus, Ariel, Fever 103°, Medusa, The Applicant e Cut. E’ possibile ascoltare le poesie contenute in Ariel dalla voce proprio di Sylvia, si trovano singolarmente in audio vari su YouTube.

Riguardo la separazione e/o divorzio da Ted ci sono versioni contrastanti, alcuni amici della coppia in quel tempo affermano che Sylvia assumesse toni accesi e rabbiosi parlando di Assia mirando ad un divorzio, mentre lei sosteneva di avere un rapporto civile con lui e di starsi muovendo verso una separazione.

23 Fitzroy Road

A fine ottobre Sylvia torna a Londra e si sistema al 23 di Fitzroy Road, abitazione simbolica per lei dato che ci aveva vissuto uno dei suoi “padri” poetici, W.B. Yeats.

In questi mesi Ted continua a far visita ai bambini, Sylvia non lo ostacola mai in questo, ma lo tiene fuori dai suoi progetti di scrittura, sta di fatto che ora il peso dei figli e della casa grava su di lei e la giovane poetessa si ritrova sempre con meno tempo a disposizione per la scrittura, in più l’inverno del 62-63 fu particolarmente rigido (il più freddo degli ultimi centocinquant’anni) e lei e i bambini si ammalarono d’influenza con febbre alta, in più come se non bastasse, Sylvia stava inevitabilmente e inesorabilmente ripiombando in uno stato depressivo.

The Bell Jar, il ritorno della Depressione e il suicidio (1963)

Siamo arrivati agli ultimi due mesi di vita di Sylvia, il 14 gennaio esce The Bell Jar sotto lo pseudonimo di Victoria Lucas per non ferire le persone vicine a lei dato che come dicevamo è un testo profondamente autobiografico ed è piuttosto semplice capire i vari riferimenti legati alla vita personale dell’autrice, soprattutto se si è vicino a questa.

Purtroppo il libro non ha molto successo, ottiene recensioni brevi, tiepide o non particolarmente entusiaste e questo non fa altro che peggiorare lo stato mentale di Sylvia che era stata portata a pensare, a causa di queste che la pubblicazione negli USA sarebbe stata impossibile, ma fu anche il vedere la poesia “Full Moon and Little Frieda” di Ted pubblicata in evidenza nello stesso numero dell’Observer a darle il colpo di grazia. Le sembrò un affronto personale, un’umiliazione.

La depressione è ufficialmente tornata e Sylvia inizia ad assumere antidepressivi forniti dal suo dottore, il Dottor Horder, che notando un peggioramento delle sue condizioni psichiche vorrebbe ricoverarla, ma in quel momento non ci sono posti disponibili. Le lettere di quei giorni alla madre e agli amici mostrano una Sylvia decisamente tormentata a livello psichico: “Ogni cosa si è gonfiata, screpolata, deformata e spaccata” (scrive a Marcia Plumer, amica dai tempi dell’università), “Sento che il mio cervello si sta disintegrando di nuovo.” (scrive invece a R. Beuscher).

Il dottore a febbraio le consigliò di passare il weekend con amici e le trovò un’infermiera disposta a prendere servizio dalla mattina di lunedì 11 febbraio. Negli ultimi giorni di vita Sylvia mostra un comportamento molto altalenante, una sera corre al piano di sotto dal vicino e si lascia andare ad uno sfogo, lui Trevor Thomas sapeva decisamente poco di lei e non aveva nemmeno ricollegato il suo nome alle sue pubblicazioni.

Nel testo “The Silent Woman” di Janet Malcom, l’autrice intervista proprio Thomas che dopo anni riporta la stessa versione dicendo che quella sera quando ha aperto la porta: “L’ho vista in piedi, le lacrime le solcavano il viso. Aveva tutti gli occhi rossi. I suoi capelli avevano un aspetto orribile.”Morirò. Chi si prenderà cura dei miei bambini?“”

Sappiamo che in particolare nelle ultime due settimane di vita ci fu un riavvicinamento fra Ted e Sylvia che ha però più a che fare con il concordare su una separazione che per un divorzio, ma quando Ted la rivide venerdì 8 febbraio, qualche giorno prima della morte, la trovò di nuovo “dura e misteriosa”, lei gli annunciò che sarebbe andata via quel fine settimana ma non entrò nei particolari. Fu l’ultima volta in cui Ted la vide viva.

In quel fine settimana, anche perché il medico aveva detto che non poteva essere lasciata sola, fu ospitata con i figli dagli amici Jillian e Gerry Becker, alluse con loro a possibili cambiamenti futuri con Ted in tono tutto sommato positivo, ma Jillian ricorda che le notti furono terribilmente agitate e i suoi discorsi erano pieni di astio verso il poeta.

Sappiamo che nel tardo pomeriggio di domenica 10 febbraio dichiarò di sentirsi meglio e volle tornare a casa con i figli, quella sera stessa tornò di nuovo dal vicino Thomas a tarda ora per chiedere un francobollo, l’uomo ricorda che era trasognata, sembrava sotto l’effetto di uno psicofarmaco e aveva l’aria sofferente. Più tardi la sentì camminare avanti e indietro per buona parte della notte.

La mattina dell’11 febbraio 1963 Sylvia versò il latte nelle tazze della colazione, mise su un piatto alcune fette di pane e e sistemò tutto nella camera dei bambini, posandolo accanto ai loro lettini. Spalancò la finestra e chiuse la porta sigillandola tutt’attorno con adesivo per pacchi. Su un pezzo di carta per foderare i cassetti scrisse il numero del dottor Horder e appuntò il biglietto sulla carrozzina che si trovava accanto alla stanza dei bimbi.

Successivamente scese in cucina e dopo aver sigillato con strofinacci e pezzi di stoffa anche le finestre e la porta di ingresso della cucina aprì lo sportello del forno, accese il gas e si inginocchiò infilando la testa all’interno. I suoi ultimi gesti e le sue ultime azioni furono mirate a proteggere i figli e ad autoproteggersi ripiegando un pezzo di stoffa per sistemarlo sotto la guancia, per non avvertire la durezza del metallo nei suoi ultimi momenti di vita.

Conclusioni

Prima di concludere del tutto vorrei parlare brevemente di alcune teorie/fatti correlati che sono accaduti dopo il suicidio di Sylvia Plath.

Il primo riguarda proprio Sylvia perché negli anni le teorie riguardanti la sua morte sono spuntate da ogni dove, alcuni amici della poetessa sostengono che lei non volesse davvero uccidersi ma lanciare un grido di aiuto, anche perché la donna proprio la mattina dell’11 febbraio aspettava alle 9 la visita dell’infermiera (che invece secondo altre fonti era una governante attesa per le 11). Altri attribuiscono il suo suicidio a Ted Hughes e al suo tradimento, additandolo come l’assassino morale della moglie, altri invece danno la colpa al peso che Sylvia si sentì addosso per la sua vita in quel momento e per la pubblicazione deludente de “La Campana di Vetro” e Ted ha sempre dato la colpa al tempo e al fatto che la moglie non sia stata salvata/ricoverata in tempo.

La conclusione che io personalmente ritengo la più affine al mio giudizio è che sia stata la depressione ad uccidere Sylvia, una depressione contro cui lei ha lottato per buona parte della sua vita e che nell’ultimo periodo era tornata più forte che mai, scatenata anche da vari fattori messi assieme.

Il secondo fatto di cui vorrei parlare è quello riguardante le vittime di questa tragica storia, purtroppo infatti cinque anni dopo il suicidio di Sylvia anche Assia Wevill si tolse la vita portando con sé la figlia avuta qualche anno prima da Ted. Assia viene sempre ricordata, un po’ come Anne Sexton (anche lei tra l’altro morta suicida) come un prolungamento nella storia di Sylvia, una nota a margine, ma Assia ha la fama di essere “l’altra”, la donna per cui Ted ha lasciato Sylvia, uccidendola di conseguenza. Sicuramente Assia è arrivata a compiere questo gesto, si pensa, anche per le ripercussioni del suicidio di Sylvia, anche lei soffriva di depressione. Ciò che voglio dire è che ovviamente leggendo la storia di Sylvia è facile empatizzare con lei e stare dalla sua parte, ma è anche giusto ricordare le persone che sono state travolte da questa tragica scia di morte. Anche Nicholas, secondo figlio della coppia di poeti si è tolto la vita nel 2009, anche lui soffriva di depressione.

Il terzo è che non essendo la coppia divorziata alla morte di Sylvia il patrimonio letterario della poetessa passò a Ted Hughes che fu sempre al centro delle polemiche, per la censura nei diari, per i taccuini distrutti, per il fatto di non essersi quasi mai espresso direttamente negli anni come marito della vittima ma solo come curatore delle sue opere. Olwyn Hughes per anni aiutò il fratello in questa attività e il duo ebbe sempre la fama di essere problematico per aspiranti biografi che si cimentavano con un’opera su Sylvia. Famoso ed emblematico è il caso con Anne Stevenson, autrice appunto di una biografia sulla poetessa scomparsa, “Bitter Fame”. Anne lavorò per un lungo lasso di tempo a stretto contatto con Olwyn e all’inizio era felice di questa opportunità ovvero di poter fruire da una fonte diretta che le raccontava anche fatti inediti e preziosi per il suo testo, ma ad un certo punto i problemi e le spaccature fra le due iniziarono ad emergere, proprio quando Anne iniziò a voler apportare alcune modifiche proprie e a non utilizzare solo il materiale e la versione di Olwyn e degli Hughes per come le veniva fornito. Olwyn invece pretendeva un testo che battesse sempre solo sulla sua campana o su quella del fratello. E questo è un comportamento che altri biografi raccontano quando erano ovviamente costretti a sottoporre il loro testo al duo per l’uso di citazioni e poesie contenute nelle opere della Plath. Anche questo fu un punto a sfavore nella reputazione di Hughes.

Il quarto punto di cui vorrei parlare brevemente riguarda le conseguenze di una figura come la Plath nella vita dei sopravvissuti. Ad oggi l’unica in vita dei figli della Plath e di Hughes è Frieda, anche lei poetessa e affronto questo tema anche per suggerirvi una sua dolorosa e intima poesia “My Mother” che come si può intuire dal titolo parla di Sylvia.

They are killing her again.
She said she did it
One year in every ten,
But they do it annually, or weekly,
Some even do it daily,
Carrying her death around in their heads
And practising it. She saves them
The trouble of their own;
They can die through her
Without ever making
The decision. My buried mother
Is up-dug for repeat performances.

[…]

They think I should love it –
Having her back again, they think
I should give them my mother’s words
To fill the mouth of their monster,
Their Sylvia Suicide Doll,
Who will walk and talk
And die at will,
And die, and die
And forever be dying.”

Ve ne consiglio davvero la lettura completa perché aiuta secondo me ad entrare nell’ottica, spesso dimenticata da chi diventa quasi un fan morboso di una figura come la Plath e del suo gesto, di chi vive e ha sempre vissuto con una figura simile come madre nella propria vita. Una persona che ha visto negli anni opere, discorsi, mirati in alcuni contesti ad essere appunto morbosi nel voler anche alimentare credenze e idealizzazioni su una poetessa certamente geniale che ha lottato per tutta la vita contro problematiche psichiche.

Penultimo punto, parliamo un poco di “Birthday Letters” l’ultima raccolta poetica di Ted Hughes, morto nel 1998. Può essere una raccolta interessante da leggere per capire l’ottica di Ted nei confronti della sua relazione con Sylvia, per questa ultima opera finalmente Hughes in versi racconta la sua relazione con la ex moglie, sono poesie che scrisse nell’arco di venticinque anni, ma che pubblicò solo nel ’98 conscio si pensa della sua prossima dipartita.

Birthday Letters si apre con Fulbright Scholars in cui Ted vede per la prima volta Sylvia nella foto di un giornale, ma la trama ha inizio dal primo incontro col diario di lei dieci anni dopo la sua morte raccontato in Visit: “Le tue parole, che ti scorrevano/dalla gola e dalla lingua e scendevano a posarsi sulla pagina[…]La tua storia. La mia storia.

In altri componimenti dell’opera Ted rappresenta la forza dell’unione e dell’attrazione, anche sessuale, scattata dal loro incontro e la spinta di uno nei confronti dell’altra.

In The Offers, Ted descrive un sogno nel quale Sylvia ritorna per tre volte dal mondo dei morti, nel primo incontro se la vede seduta di fronte quando lui sale su un treno per Fitzroy Road, in viaggio verso la casa della poetessa. La fissa, pregando che si accorga di lui e quando si alza per scendere alla stazione lei rimane sul treno e scompare nel tunnel della metropolitana. Nel secondo incontro Sylvia è più giovane e sembra animata, cortese e in vena di flirtare. Gli racconta della sua vita a Parigi e dell’ex fidanzato e lui capisce che questa identità appartiene alla Sylvia del viaggio in Francia, prima di tornare a Cambridge, questa Sylvia non ha mai avuto dei figli con lui, non è mai diventata una poetessa. I due continuano a parlare e lei cerca di trattenerlo, ma lui ad un certo punto si scosta perché si accorge di star respirando le esalazioni degli inferi. Nella terza e ultima visita lei è in casa di lui, in un edificio “in rovina”. Lui è nudo e si sta preparando per un bagno, ma lei lo sorprende alle spalle, si avvicina e gli dice: “Questa è l’ultima. Questa. Questa volta non venir meno“.

E infine, come ultimo punto, parliamo di Sylvia. Sylvia Plath è l’autrice cardine quando parliamo della poesia confessionale e nel 1982, Sylvia Plath divenne la prima poetessa a vincere il Premio Pulitzer per la poesia dopo la morte. L’influenza della Plath nel panorama letterario fu ed è immensa, Sylvia sarà sempre una capostipite del suon genere e una donna che ha vissuto una vita senza dubbio tormentata, ma anche una donna che ha raggiunto la sua espressione creativa attraverso il fuoco e le fiamme dei suoi burrascosi sentimenti che l’anno sempre guidata e che rimarranno impregnati in modo così viscerale nelle sue opere.

Note

1 S. Plath, Diari, Adelpi 1998

2 S. Plath, Diari, Adelpi 1998

3 S. Plath, Diari, Adelpi 1998

4 S. Plath, Diari, Adelpi 1998

5 T. Hughes, The Hawk in the Rain, Faber and Faber 1957

6 T. Hughes, Birthday Letters, Faber and Faber 1998

7 D. Middlebrook, Suo Marito, Mondadori 2009

S. Plath, Tutte le Poesie, Mondadori 2019

T. Hughes, Birthday Letters, Faber and Faber 1998

10 S. Plath, Diari, Adelpi 1998

11 S. Plath, Quanto Lontano Siamo Giunti, Guanda 2015

12 S. Plath, Tutte le Poesie, Mondadori 2019

13 S. Plath, Diari, Adelpi 1998

14 S. Plath, Diari, Adelpi 1998

15 S. Plath, Diari, Adelpi 1998

16 S. Plath, Diari, Adelpi 1998

17 S. Plath, Tutte le Poesie, Mondadori 2019

18 S. Plath, Diari, Adelpi 1998

19 D. Middlebrook, Suo Marito, Mondadori 2009

20 S. Plath, Letters of Sylvia Plath Volume II, Faber and Faber 2018

21 L. Wagner-Martin, Sylvia Plath, Castelvecchi 2013

22 S. Plath, Tutte le Poesie, Mondadori 2019

23 D. Middlebrook, Suo Marito, Mondadori 2009

LiberTiAmo di Aprile (2023)

Buon sabato e buon primo di aprile!

Rieccomi su questi schermi dopo la sparizione del mese di marzo, ma come avevo un poco fatto intuire tra un’articolo e l’altro marzo è stato un mese assolutamente frenetico e interminabile, quindi alla fine ho deciso di seguire la corrente di impegni e prepararmi per un gran ritorno qui ad aprile.

Esatto, voglio recuperare questo mese, sappiate che mancano pochi giorni alla pubblicazione (finalmente, sono passati 84 anni) della seconda parte dell’articolo #PoetProfile su Sylvia Plath e in più ovviamente parleremo di libri e poesia, aprile sarà il mese giusto per rimettersi in carreggiata.

Nel frattempo dato che oggi è il primo del mese celebriamo la nuova lettura del gruppo (LiberTiAmo, che trovate come sempre qui su Goodreads), ad aprile leggeremo “Racconti di Pietroburgo” di N. Gogol.

Racconti di Pietroburgo – Nikolaj Gogol’

Casa editrice: Feltrinelli

Link all’acquisto: QUI

Trama

“Siamo tutti usciti da ‘Il cappotto’ di Gogol’” Fëdor Dostoevskij Pietroburgo non è una città: è un progetto, un sogno, un miraggio, un’allucinazione, o un incubo, se volete, ma non è una città. E non c’è un autore che meglio di Gogol’ abbia visto e reso tangibile la sua realtà. I suoi “Racconti di Pietroburgo” ci restituiscono l’essenza di questa città, che è la cultura che vi è germinata. Leggendo questi cinque smilzi racconti sarete in un attimo gogolianamente proiettati nel mondo di Puskin, di Dostoevskij, di Andrej Belyj, di Anna Achmatova e Andrej Bitov; grazie a queste cinque capriole gogoliane vi troverete in un istante imbevuti di cultura pietroburghese. E dunque: non mettete piede a Pietroburgo senza prima aver letto i racconti di Gogol’… non vedreste nulla, non capireste nulla… Restituiti al lettore italiano nella traduzione di Damiano Rebecchini, questi racconti iniziano oggi una nuova vita, vestiti di tutto punto, con un nuovo cappotto tagliato a meraviglia, pronti a popolare i sogni pietroburghesi dei loro futuri lettori.

La raccolta venne realizzata dopo la morte di Gogol’, unendo tre racconti precedentemente pubblicati nella raccolta Arabeschi (1835) e due immediatamente successivi.

Gogol’ è considerato uno dei grandi della letteratura russa. Già maestro del realismo, si distinse per la grande capacità di raffigurare situazioni satirico-grottesche sullo sfondo di una desolante mediocrità umana, con uno stile visionario e fantastico tanto da essere definito da molti critici un precursore del realismo magico.

Il libro sarà in lettura per tutto il mese di aprile.

E voi? Avete mai letto “Racconti di Pietroburgo”? Sì? No? Fatemi sapere!

A presto!

LiberTiAmo di Marzo (2023)

Buon mercoledì e buon primo di marzo!

Come state? Come vi sentite per questo nuovo mese?

Mese nuovo, lettura del gruppo bella nuova, infatti oggi parliamo un poco del libro che sarà in lettura per tutto il mese di marzo sul gruppo di lettura LiberTiAmo (che trovate esattamente qui, su Goodreads).

Ogni mese, o quasi se la lettura è bimestrale, da un sondaggio incoroniamo un libro vincitore che leggeremo nel corso del mese senza tappe, nel senso che ognuno può iniziare la lettura nel momento/giorno favorito e a fine mese, o anche nel corso del mese a piacimento, nell’apposita discussione parliamo un poco delle varie impressioni.

A marzo leggeremo Appartamento 401 di Shūichi Yoshida.

Appartamento 401 – Shūichi Yoshida

Casa editrice: Feltrinelli

Link all’acquisto: QUI

Trama

Ryosuke, Kotomi, Mirai, Naoki condividono un appartamento nel quartiere di Setagaya di Tokyo. La vita scorre tranquilla, senza incidenti né particolari conflitti, come le auto che si inseguono sulla tangenziale e non si scontrano mai. Ma fuori dall’appartamento 401 i quattro giovani si confrontano con le difficoltà del vivere, del comprendere se stessi e individuare il proprio posto nel mondo. Proprio quando un quinto ragazzo, Satoru, va a vivere con loro, nel quartiere iniziano a verificarsi strane aggressioni a giovani donne. Tra forzata intimità e apatica estraneità, la tensione è palpabile, persistente, e si fa strada nel lettore il sospetto che uno dei ragazzi sia coinvolto. Ma la domanda più inquietante è: la vita vera è dentro o fuori dalle mura dell’appartamento?

Shūichi Yoshida è uno scrittore giapponese, autore anche de “L’uomo che Voleva uccidermi”.

Il libro sarà in lettura dal 01/03 al 31/03, per tutto il mese di marzo.

E voi? Avete mai letto “Appartamento 401”? Sì? No? Fatemi sapere!

A presto!

La Quinta Stagione – N.K. Jemisin

Buon mercoledì!

Come state? Come sta avanzando o per meglio dire “terminando” questo febbraio, dato che siamo già al 22 e io mi sento ancora al 2 di gennaio?

Sono sparita ultimamente perché la vita mi sta risucchiando in una spirale infinita di stanchezza e problemi vari da cui spero di uscire a breve o quantomeno di riemergere per poco, quindi se vi chiedete il perché della mia scarsa presenza sappiate che è da ricondurre ad un periodo particolarmente fastidioso, spero comunque di tornare il prima possibile ad essere più attiva.

Sono anche in una sottospecie di blocco del lettore, un po’ per scarsità di tempo e un po’ perché boh… vai a capire come funziona il mio cervello.

Oggi comunque parliamo finalmente di un libro di cui vi devo parlare da mesi e mesi, ho rimandato questo momento il più possibile, non per un motivo preciso, ma solo perché ho amato molto questo testo (che è anche comparso nella top five delle letture del 2022, qui) ed è un testo di cui non è facile anche perché per me non è stato quel tipo di amore folle e duraturo per tutto il tempo della lettura, ma ho dovuto raccogliere un poco le idee e comprendere meglio la mia esperienza di lettura.

Il testo in questione è La Quinta Stagione di N.K. Jemisin, il primo volume della trilogia della Terra Spezzata.

La Quinta Stagione – N.K. Jemisin

Casa editrice: Mondadori

Pagine: 469

Genere: fantasy, fantasy epico, fantascienza, narrativa apocalittica

Prezzo di Copertina: € 15,00

Prezzo ebook: € 7,99

P. Pubblicazione (ITA): 2019

Link all’acquisto: QUI

Incipit

Tu sei lei. Lei è te. Sei Essun. Ricordi? La donna cui è morto il figlio. Sei un’orogena che vive nell’insignificante cittadina di Tirimo da dieci anni. Solo tre persone sanno che cosa sei e due di loro le hai messe al mondo tu. Bene. Ne rimane una sola che sa, ora. Sono dieci anni che vivi la vita più ordinaria possibile. Sei arrivata a Tirimo da altrove, ma agli abitanti della città non importa da dove o perché. Era evidente che fossi istruita, così sei diventata un’insegnante del nido locale per i bambini dai dieci ai tredici anni. Non sei né la migliore né la peggiore insegnante: quando se ne vanno, i bambini si dimenticano di te, però imparano.

Trama

E iniziata la stagione della fine. Con un’enorme frattura che percorre l’Immoto, l’unico continente del pianeta, da parte a parte, una faglia che sputa tanta cenere da oscurare il cielo per anni. O secoli. Comincia con la morte, con un figlio assassinato e una figlia scomparsa. Comincia con il tradimento e con ferite a lungo sopite che tornano a pulsare. L’Immoto è da sempre abituato alle catastrofi, alle terribili Quinte Stagioni che ne sconquassano periodicamente le viscere provocando sismi e sconvolgimenti climatici.

Quelle Stagioni che gli orogeni sono in grado di prevedere, controllare, provocare. Per questo sono temuti e odiati più della lunga e fredda notte; per questo vengono perseguitati, nascosti, uccisi; o, se sono fortunati, sono presi fin da piccoli e messi sotto la tutela di un Custode, nel Fulcro, e costretti a usare il loro potere per il bene del mondo. E in questa terra spezzata che si trovano a vivere Damaya, Essun e Syenite, tre orogene legate da un unico destino.

Recensione

La quinta stagione è stato acclamato dalla critica, venendo candidato a diversi dei premi principali del settore e aggiudicandosene la maggior parte. Ha vinto il premio Hugo per il miglior romanzo al 74° Worldcon nel 2016, lo Sputnik Award ed è stato candidato inoltre al premio Nebula per il miglior romanzo e al World Fantasy Award.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Le atmosfere di questo primo volume della trilogia sono miste, da un clima apocalittico, ad uno stile distopico, ci sono un misto di scenari diversi attraverso i quali seguiamo i vari personaggi, le tre voci principali, Essun, Syenite e Damaya.

La storia è ambientata in questa terra chiamata Immoto, l’unico continente del pianeta, luogo in costante e violento mutamento. Tutto il mondo infatti è vittima di costanti cataclismi che danno vita a quella che viene appunto chiamata “La Quinta Stagione”, un periodo di durata variabile in cui tutto rischia l’estinzione.

Infatti questa famigerata “Quinta Stagione” da origine ad una serie di fenomeni più o meno distruttivi per la terra e gli esseri che ovviamente la popolano, eventi quali eruzioni vulcaniche, scosse sismiche, fenomeni atmosferici e altro tutti di una portata decisamente pesante, queste eruzioni vulcaniche ad esempio possono anche produrre quantità di ceneri tale da oscurare il sole per anni, e da tutto questo provengono stragi, epidemie, carestie e in generale una decimazione degli esseri umani.

Nel corso della storia si sono susseguite varie “Stagioni” e a causa di ciò il mondo è stato costretto a ricominciare molte volte da zero, o quasi da zero, ad esempio molto delle civiltà precedenti è andato distrutto, tranne alcune vestigia ancora presenti e visibili, come ad esempio questi giganti obelischi fluttuanti, che si spostano per i cieli e di cui nessuno conosce bene del tutto il funzionamento.

Questo per illustrarvi un poco il clima generale che si respira una volta che ci si immerge nella storia e in questo mondo, uno scenario che senza dubbio ci fa pensare anche al nostro mondo a cui viene trapiantato uno scenario apocalittico, quella di Jemisin è anche ad una critica rivolta ai problemi ambientali, ma anche alla discriminazione, alle classi sociali e in generale ad un mondo egoista che ha inaridito la Terra e la sua popolazione.

Le atmosfere in alcuni scenari sono senza dubbio pesanti, aride, manca umanità e stabilità in una terra in subbuglio.

Lo stile di Jemisin è decisamente godibile, è una autrice che sa scrivere senza dubbio, lo stile è accattivante, ma allo stesso tempo Jemisin sa scavare nei meandri della psiche umana e mette sotto i riflettori anche quei minimi gesti che ci fanno comprendere meglio un personaggio e un contesto. E’ uno stile che sa essere profondamente doloroso, come un coltello che scava nella carne, ma anche armonioso.

Il ritmo generale del testo non è sempre costante, c’è stato un punto, circa dopo la metà in cui ho faticato un poco, non saprei dire se per un breve distacco mio o per un rallentamento del ritmo che mi ha portato per alcuni istanti ad avvertire un certo peso durante la lettura, ma a parte questo punto mi sono goduta senza dubbio il testo.

La Distopia e le tre voci principali

Al centro dell’Immoto risiede la città di Yumenes, capitale di un vasto impero che è riuscito a sopravvivere per secoli alle Quinte Stagioni. Ci ritroviamo però all’interno di un impero basato su un severo regime assolutista, dittatoriale e intransigente, in cui l’individuo è completamente al servizio della comunità e vive per alimentare questa comunità servendola e rispettando le sue regole. All’interno di questa si sono create delle caste che dividono le persone basandosi sulla loro utilità.

L’impero ha anche numerose Com (comunità), che vanno dai piccoli villaggi a città, protette da mura e sempre pronte a chiudersi al mondo esterno per tentare di sopravvivere a un’eventuale Stagione. In questo mondo si segue fedelmente la Litodottrina, una vera e propria dottrina appunto, da seguire in caso di cataclisma che indica come ci si deve preparare e come ci si deve comportare in caso di Stagione.

In questo mondo ci sono sia esseri umani che orogeni, individui in grado di percepire i movimenti tellurici della crosta terrestre e hanno il potere di controllarli, capaci di prendere dall’ambiente l’energia sufficiente per controllare e placare determinati fenomeni, o all’opposto scatenarli. Gli orogeni potenti possono essere o un grande dono e un grande aiuto nella gestione di questi fenomeni o al contrario essere causa di enorme distruzione e devastazione perché possono letteralmente controllare il terreno.

Tra questi orogeni troviamo le protagoniste di questo libro, Essun, orogena che si finge una persona normale in un piccolo villaggio, il cui mondo piomba nella distruzione quando rincasando, trova il corpo esanime del proprio figlio ucciso dal padre, che ha intuito la natura orogena del figlio.

Non faccio spoiler perché questo accade davvero nelle prime pagine, da questo evento Essun inizia un lungo viaggio alla ricerca del compagno e assassino del figlio per vendicarsi, ma anche per ritrovare la figlia sparita, pensa rapita dal padre.

Damaya è una bambina che si è appena rivelata orogena e che viene salvata da un Guardiano (praticamente delle specie di controllori o carcerieri degli orogeni) che la porterà via dalla propria famiglia per portarla al Fulcro ed educarla come un orogena.

Syenite infine è un’orogena del Fulcro inviata in missione sotto la supervisione di Alabaster, un orogeno estremamente potente e dalla psiche piuttosto labile.

C’è un grande colpo di scena che ha a che fare con ognuna di queste voci, un “segreto” che si può iniziare ad intuire man mano che si avanza nel testo perché spuntano vari indizi, trovo comunque che questo incastro e questo tipo di struttura funzioni benissimo e sia gestita alla perfezione da Jemisin che con Essun infrange anche la quarta parete usando la seconda persona singolare.

In questo libro vengono trattati un’infinità di temi, che si legano ad ognuno di questi personaggi e ad altre figure che ruotano attorno a loro, potrei davvero compilare una lista infinita di tematiche che ritroviamo ne “La Quinta Stagione”, da quelle più evidenti come la morte e la distruzione a quelle che spuntano durante la lettura come il labile rapporto fra gli esseri umani in un mondo che vive costantemente sull’orlo della fine, e su come si affaccino gli esseri l’uno all’altro.

E’ un libro difficile da digerire, oscuro e pesante, con vari eventi traumatici per i personaggi che rimbalzano sul lettore, è uno di quei testi che vi da quella sensazione di aver vissuto mano nella mano con i personaggi durante tutti questi eventi negativi, di averli accompagnati e di aver quasi sentito il passaggio del tempo sulla vostra pelle.

Ci troviamo proiettati in tempi diversi, scenari diversi, un’alternanza di momenti traumatici a momenti quasi di pace in cui le persone si avvicinano e spunta quella scintilla di umanità che in questo mondo sembra quasi del tutto spenta.

Conclusioni

“La Quinta Stagione” è un testo massiccio, non tanto a livello di pagine, ma a livello di eventi, conoscenze e evoluzioni che viviamo assieme ai personaggi, ci ritroviamo con loro in questa specie di viaggio che si snoda in tempi diversi, ma sembra sempre proiettato ad un futuro incerto verso cui si avverte una speranza che però è molto flebile.

E’ un testo affascinante per la struttura, per i personaggi, per le tematiche, per il mondo che Jemisin ha creato e per il modo in cui riesce ad immergere e gestire tutto questo.

I personaggi sono veri, reali e non si fatica ad entrare in contatto con loro in modo profondo e sentito.

Devo darmi una mossa a leggere il secondo volume, perché inutile dirvi che il primo termina con quel classico finale tranciato che lascia parecchio in ballo.

Voto:

E voi? Avete mai letto “La Quinta Stagione”? Vi è piaciuto? Sì? No? Fatemi sapere!

A presto!

Piranesi – Susanna Clarke

Buon martedì!

Come state? Come avete trascorso questi primi giorni di febbraio?

Oggi parliamo di un libro che ho citato anche nei top five dei libri più belli del 2022 per me, ovvero Piranesi di Susanna Clarke. Una parte di me era convinta di aver già pubblicato una recensione a riguardo, ma questa parte era in errore perché cercandola nei meandri del blog non c’è, quindi nulla, era una convinzione falsa e tendeziosa.

E’ stata una pubblicazione del 2021 che io ho recuperato subito, appena uscita, perché mi attraeva molto dalla trama e ho sempre sentito tessere le lodi di Susanna Clarke, di cui in libreria ho anche Jonathan Strange e il Signor Norrell, ma ho aspettato il 2022 per leggerlo quando ormai era già esploso il fenomeno “Piranesi”, dato che di questo libro si è parlato molto e sempre bene da quello che ricordo.

Ma io direi di iniziare a parlarne subito, è giunto il suo momento!

Piranesi – Susanna Clarke

Casa editrice: Fazi

Pagine: 267

Genere: fantasy, realismo magico

Prezzo di Copertina: € 16,50

Prezzo ebook: € 4,99

P. Pubblicazione (ITA): 2021

Link all’acquisto: QUI

Incipit

Quando la Luna è sorta nel Terzo Salone Settentrionale sono andato nel Nono Vestibolo. ANNOTAZIONE PER IL PRIMO GIORNO DEL QUINTO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS E’ ARRIVATO NEI SALONI SUD-OCCIDENTALI. Quando la Luna è sorta nel Terzo Salone Settentrionale sono andato nel Nono Vestibolo per assistere alla congiunzione di tre Maree. E’ un evento che accade soltanto una volta ogni otto anni. Il Nono Vestibolo è un luogo straordinario per le tre grandi Scalinate che contiene. Lungo le sue Pareti corrono file di Statue di marmo, centinaia di Statue che si innalzano, un Livello dopo l’altro, fino a raggiungere vette lontanissime.

Trama

Piranesi vive nella Casa. Forse da sempre. Giorno dopo giorno ne esplora gli infiniti saloni, mentre nei suoi diari tiene traccia di tutte le meraviglie e i misteri che questo mondo labirintico custodisce. I corridoi abbandonati conducono in un vestibolo dopo l’altro, dove sono esposte migliaia di bellissime statue di marmo. Imponenti scalinate in rovina portano invece ai piani dove è troppo rischioso addentrarsi: fitte coltri di nubi nascondono allo sguardo il livello superiore, mentre delle maree imprevedibili che risalgono da chissà quali abissi sommergono i saloni inferiori.
Ogni martedì e venerdì Piranesi si incontra con l’Altro per raccontargli le sue ultime scoperte. Quest’uomo enigmatico è l’unica persona con cui parla, perché i pochi che sono stati nella Casa prima di lui sono ora soltanto scheletri che si confondono tra il marmo.
Improvvisamente appaiono dei messaggi misteriosi: qualcuno è arrivato nella Casa e sta cercando di mettersi in contatto proprio con Piranesi. Di chi si tratta? Lo studioso spera in un nuovo amico, mentre per l’Altro è solo una terribile minaccia. Piranesi legge e rilegge i suoi diari ma i ricordi non combaciano, il tempo sembra scorrere per conto proprio e l’Altro gli confonde solo le idee con le sue risposte sfuggenti. Piranesi adora la Casa, è la sua divinità protettrice e l’unica realtà di cui ha memoria. È disposto a tutto per proteggerla, ma il mondo che credeva di conoscere nasconde ancoratroppi segreti e sta diventando, suo malgrado, pericoloso.

Recensione

Il libro contiene numerosi riferimenti all’arte e alla letteratura. Il nome del protagonista è un omaggio a Giovanni Battista Piranesi, autore di una serie di incisioni immaginifiche dal titolo Carceri d’invenzione. L’aspetto della Casa è ispirato alle sue opere.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Io partirei parlando delle atmosfere presenti in Piranesi, che sono sicuramente uno degli aspetti più affascinanti ed unici del romanzo. Infatti ci troviamo in questa casa enorme, che sembra ricoprire la superficie intera del mondo, da come viene descritta da Piranesi, sembra che il mondo sia questa casa, anzi Casa con la maiuscola dato che per il nostro protagonista è come se fosse una vera e propria entità.

Questo ambiente enorme, senza fine, viene descritto in parte da Piranesi che con il passare del tempo ha costruito una specie di cartina dei luoghi e dei saloni che si trovano in questa casa. Ogni salone è diverso e ha delle sue caratteristiche precise, ma in molti di questi luoghi sono presenti statue di diverso tipo, alcune raffiguranti animali e altre esseri mitologici, altre ancora esseri umani ecc. ecc.

L’ambiente che Susanna Clarke riesce a rappresentare sembra bianco, asettico, con queste statue eteree che sembrano le uniche presenze fisse in questo luogo assieme a Piranesi, come se fossero esseri che in un certo modo tengono compagnia ad un individuo solo.

Anche se scopriamo presto che in realtà Piranesi non è solo del tutto in questo luogo, ma ci arriveremo.

Tornando alle atmosfere questo è un romanzo di una bellezza surreale, sotto questo aspetto, se amate molto ad esempio immergervi in quello stile estetico che ricorda quasi un museo per la struttura dei luoghi, amerete queste atmosfere, con questi enormi saloni, queste maree che arrivano e inondano ogni volta i saloni situati al primo piano, mentre in altri a volte c’è nebbia o pioggia, proprio come se questa casa fosse strutturata in piani talmente vasti ed enormi da avere al loro interno fenomeni atmosferici come appunto la pioggia o la nebbia.

Ci sono però luoghi in questa casa che Piranesi non conosce anche perché per viaggiare da un salone all’altro a volte ci vogliono ore o giorni.

Il ritmo generale del romanzo è un crescendo, all’inizio seguiamo un individuo che sembra rinchiuso in uno schema dentro cui vive in modo piuttosto rigido ed è talmente abituato a seguire questo schema da non farsi nemmeno domande o da non avere dubbi quando inizia ad essere chiaro il fatto che ci sono molti misteri che si nascondono nella casa e che Piranesi all’inizio sembra voler intenzionalmente ignorare.

Andando avanti però Piranesi si rende sempre più conto del fatto che non può continuare ad ignorare aspetti della sua vita e della casa che non tornano, punti oscuri su cui bisogna indagare, quindi il ritmo iniziare ad essere costante fino a questa esplosione finale, per poi distendersi di nuovo. Penso sia un testo che ci mette un poco ad ingranare anche per farci entrare del tutto prima nel mondo di Piranesi e per portarci vicino a questo personaggio che dal mio punto di vista all’inizio fa di tutto per non scostarsi dalla sua vita di tutti i giorni.

Lo stile di Susanna Clarke è godibilissimo, è uno stile che fa avvicinare il lettore al protagonista perché capiamo le sue paure, avvertiamo il suo timori, ne comprendiamo la psiche, insomma è uno stile che ci accompagna anche in questo viaggio alla scoperta di Piranesi oltre che alla scoperta della casa e dei vari misteri.

“Allora te lo dirò. E’ cominciato quando ero giovane, sai. Sono sempre stato molto più brillante dei miei pari. La mia prima grande intuizione è stata quando mi sono reso conto di quanto il genere umano avesse perso. Una volta, uomini e donne erano capaci di trasformarsi in aquile e volare su distanze immense. Erano in comunione spirituale con i fiumi e le montagne e da loro ricevevano saggezza. Percepivano l’orbita delle stelle all’interno delle loro menti. I miei contemporanei non lo capivano. Tutti erano ammaliati dall’idea del progresso e credevano che qualsiasi cosa nuova dovesse essere superiore a ciò che era vecchio. Come se il merito fosse una funzione della cronologia! Ma secondo me la saggezza degli antichi non poteva essere semplicemente svanita. Niente svanisce e basta.[…]”

Un Personaggio e una Casa Indimenticabili

Ho amato tanto il personaggio di Piranesi, che di certo all’inizio può infastidire per questo suo voler vivere a tutti i costi ignorando aspetti che sembrano impossibile da ignorare, ma l’ho trovato un essere innocente, profondamente fragile in questo suo guscio di ruotine che si è creato, un individuo che si aggrappa a ciò che sa per non impazzire perché intorno a lui è nulla è certo.

All’interno della Casa comunque vive anche un altro individuo chiamato da Piranesi appunto “L’Altro”, un uomo che lui incontra ogni martedì e venerdì e al lettore è chiaro fin da subito che quest’uomo di approfitta in un certo di Piranesi e che senza dubbio sa molto di più rispetto a ciò che gli racconta. Ad un certo punto del romanzo Piranesi trova dei messaggi sparsi in giro per la casa e all’inizio crede che sia la casa stessa a voler comunicare con lui, ma ben presto diventa chiaro il fatto che potrebbe esserci anche un altro individuo nella casa e potrebbe non avere delle buone intenzioni.

Anche qui come per la recensione de “Le Sette Morti di Evelyn Hardcastle” mi trovo costretta a frenare i polpastrelli per evitare di fare spoiler, ma tutto ciò che ho scritto si trova anche nella trama quindi non ho superato il confine.

Sta di fatto che andando avanti nel testo iniziano a palesarsi una serie di elementi che piano piano ci porteranno alla scoperto di un mistero che in parte, in una minima parte, si può intuire soprattutto per l’aspetto legato all’ambiente, ma per me è stata solo una piccola intuizione perché è senza dubbio un romanzo con un grande colpo di scena.

E’ un testo che contiene molti riferimenti artistici, mitologici, letterari, è un testo con atmosfere potenti e un protagonista assolutamente umano.

Una parte di me vorrebbe avere la possibilità di cancellare dalla mente il ricordo di aver letto questo romanzo, per poterlo rileggere come se fosse la prima volta e poter visitare questi luoghi da zero.

Sicuramente la casa è anche un luogo che esprime una certa solitudine, soprattutto all’inizio quando incontriamo Piranesi, ma sembra quasi un ambiente al di là del tempo e dello spazio, fin da subito, un luogo in cui tutto è imprigionato in una bolla in mezzo a queste statue, a questi ambienti pieni di arte e ricoperti da un velo di silenzio dove in sottofondo si sente lo scorrere dell’acqua ai piani inferiori… stupendo.

Ci sono di certo vari aspetti che arrivano ad intersecarsi in questo testo, abbiamo una parte mystery che si va ad unire a quella fantasy, c’è il mistero di questo famoso “Altro”, il mistero di questo universo/Casa, quello legato alla vera identità di Piranesi e alla sua storia e infine quello riguardante vari scheletri che Piranesi ha trovato in vari in luoghi della casa e a cui porta cibo e acqua.

Alla fine si può arrivare a apprezzare di più certi aspetti del romanzo rispetto ad altri, ma secondo me tutti arrivano a unirsi per creare un quadro finale perfettamente costruito.

Conclusioni

E’ un testo che ho inserito al secondo posto fra i libri preferiti del 2022 e mi sento di dire che potrebbe tranquillamente rientrare in una lista dei libri migliori degli ultimi anni, è già mirabile il fatto che nonostante siano passati vari mesi dalla lettura io ricordi ancora alla perfezione le sensazioni che ho provato in questi luoghi.

E’ un romanzo che all’inizio, al primissimo approccio, può avere un ritmo un poco lento, ma una volta avviato vi rapisce e non vi lascia più.

Voto:

E voi? Avete mai letto “Piranesi”? Vi è piaciuto? Sì? No? Fatemi sapere!

A presto!

CitaTime

“Ciò che è vivo non ha copie. Due persone, due arbusti di rosa canina, non possono essere uguali, è impensabile… E dove la violenza cerca di cancellare varietà e differenze, la vita si spegne.”

“La vita che centinaia di milioni di anni prima aveva conquistato la Terra, la vita rozza e terrificante dei mostri primigeni, si era strappata dalle profondità della sua tomba ed era tornata a mugghiare, a calpestare il suolo, ululando e divorando ogni cosa sul suo cammino.”

“La percezione dell’esito finale di una battaglia da parte di un uomo tramortito dai boati, e che il fumo e il fuoco isolano dai compagni, è spesso più precisa del giudizio espresso intorno a una mappa dello Stato maggiore. In una battaglia l’attimo della svolta si deve, talora, a un mutamento che ha dello strabiliante. […] l’intrepido e razionale “noi” diventa un “io” timoroso e fragile, mentre da preda singola il nemico in difficoltà si trasforma in “loro”, plurale tremendo e minaccioso. […] C’è qualcosa, invece, che chi partecipa a uno scontro perde quasi del tutto: la percezione del tempo. Colei che a Capodanno danza fino a mattina non saprà dirvi se il tempo è trascorso veloce o lento. “Sono qui da un’eternità, eppure sono sembrate poche settimane” vi dirà, invece, un prigioniero dello Schlisselburg con venticinque anni di carcere alle spalle. La notte della ragazza è un tripudio di avvenimenti effimeri – sguardi, musica, sorrisi, corpi che si sfiorano – tutti talmente impetuosi da non lasciarle alcuna percezione della durata. Eppure la somma di quei brevi attimi genera la sensazione di un tempo lungo in grado di contenere tutta la gioia di una vita umana.”

“Il tempo è lo spazio trasparente in cui gli uomini nascono, si muovono, e scompaiono senza lasciare traccia…[…] Il tempo confluisce nell’uomo e nel suo regno, vi si annida, e poi passa, si dilegua, ma l’uomo e il regno restano… Il regno c’è ancora, il suo tempo è passato… L’uomo c’è ancora, il suo tempo è svanito. Ma dove? C’è un uomo che respira, che pensa e piange, ma il suo tempo, quel tempo che apparteneva solo a lui se n’è andato, è volato via, scivolato via. Mentre l’uomo resta. […] Così è il tempo: tutto passa, lui resta. Tutto resta, il tempo passa. E com’è lieve, silenzioso il suo fluire. Ieri eri ancora sicuro, allegro, forte, figlio del tempo. Oggi un altro tempo è arrivato, ma tu non lo sai ancora.”

Vasilij Grossman

Le Sette Morti di Evelyn Hardcastle – Stuart Turton

Buon venerdì e ben ritrovatə!

Partiamo oggi con la prima recensione del 2023, finalmente! E’ stato un inizio anno bello intenso e avrei voluto parlarvi già mesi fa di questo testo, che ho letto appunto nel 2022, ma l’importante è essere comunque qui con la nostra prima recensione dedicata ad un testo e poter finalmente parlare di questo acclamatissimo romanzo, sono felice di poter tornare a pieno ritmo.

E per voi, come sono state queste prime settimane del 2023?

Dunque, oggi parliamo de “Le Sette Morti di Evelyn Hardcastle” di Stuart Turton, un romanzo di cui si è parlato parecchio, in tutti i luoghi e in tutti i laghi, e fiumi e torrenti, ovunque insomma.

La prima volta che ho affrontato questo testo mi sono ritrovata nel pieno fallimento e costretta al momentaneo abbandono, ma l’anno scorso mi sono convinta a riprenderlo in mano e dopo un poco di fatica iniziale sono riuscita a portarlo a termine.

Parliamone!

Le Sette Morti di Evelyn Hardcastle – S. Turton

Casa editrice: Neri Pozza

Pagine: 523

Genere: mystery, thriller, narrativa

Prezzo di Copertina: € 18,00

Prezzo ebook: € 9,99

P. Pubblicazione: 2019

Link all’acquisto: QUI

Incipit

Dimentico tutto tra un passo e l’altro. “Anna!” mi ritrovo a gridare, per poi chiudere la bocca di scatto, sorpreso. Ho il vuoto nel cervello. Non so chi sia Anna, né perché stia chiamando il suo nome. Non so nemmeno come abbia fatto ad arrivare qui. Sono in un bosco, e mi proteggo gli occhi dalla pioggia sottile. Sento il cuore che batte all’impazzata. Puzzo di sudore e mi tremano le gambe. Devo aver corso, ma non ricordo perché. “Come ho…” mi interrompo nel vedere l’aspetto delle mie mani. Sono ossute e brutte. Le mani di un estraneo. Non le riconosco.

Trama

Blackheath House è una maestosa residenza di campagna cinta da migliaia di acri di foresta, una tenuta enorme che, nelle sue sale dagli stucchi sbrecciati dal tempo, è pronta ad accogliere gli invitati al ballo in maschera indetto da Lord Peter e Lady Helena Hardcastle. Gli ospiti sono membri dell’alta società, ufficiali, banchieri, medici ai quali è ben nota la tenuta degli Hardcastle. Diciannove anni prima erano tutti presenti al ricevimento in cui un tragico evento – la morte del giovane Thomas Hardcastle – ha segnato la storia della famiglia e della loro residenza, condannando entrambe a un inesorabile declino. Ora sono accorsi attratti dalla singolare circostanza di ritrovarsi di nuovo insieme, dalle sorprese promesse da Lord Peter per la serata, dai costumi bizzarri da indossare, dai fuochi d’artificio. Alle undici della sera, tuttavia, la morte torna a gettare i suoi dadi a Blackheath House. Nell’attimo in cui esplodono nell’aria i preannunciati fuochi d’artificio, Evelyn, la giovane e bella figlia di Lord Peter e Lady Helena, scivola lentamente nell’acqua del laghetto che orna il giardino antistante la casa. Morta, per un colpo di pistola al ventre. Un tragico decesso che non pone fine alle crudeli sorprese della festa. L’invito al ballo si rivela un gioco spietato, una trappola inaspettata per i convenuti a Blackheath House e per uno di loro in particolare: Aiden Bishop. Evelyn Hardcastle non morirà, infatti, una volta sola. Finché Aiden non risolverà il mistero della sua morte, la scena della caduta nell’acqua si ripeterà, incessantemente, giorno dopo giorno. E ogni volta si concluderà con il fatidico colpo di pistola. La sola via per porre fine a questo tragico gioco è identificare l’assassino. Ma, al sorgere di ogni nuovo giorno, Aiden si sveglia nel corpo di un ospite differente. E qualcuno è determinato a impedirgli di fuggire da Blackheath House…

Recensione

Se si esclude la componente fantastica, il romanzo ha caratteristiche christiane, con indizi precisi sparsi in (quasi) tutti i capitoli e un assassino da individuare; all’inizio è presente una dettagliata pianta della villa e dei terreni attorno ad essa; è inoltre presente l’elenco di tutti i personaggi. È strutturato in sessanta capitoli; quando l’identità del protagonista cambia, all’inizio del capitolo vi è appuntato il giorno in cui esso si svolge.

Stie, Ritmo e Atmosfere

Dunque, lo stile di Turton è piuttosto godibile a livello generale, certamente non è la caratteristica che spicca in questo testo e in alcuni segmenti l’ho trovato un poco prolisso, sopratutto nella parte iniziale del testo che penso sia quella più ostica proprio perché si può avere qualche difficoltà ad ingranare, e a tratti il ritmo sembra rallentare ed una conseguenza può essere appunto quella di perdere per un tot di pagine la concentrazione o l’interesse almeno per vari aspetti della vicenda.

In questo mystery c’è quell’aspetto legato alla parte iniziale in discesa/stallo rispetto al resto, nel senso che la partenza è intrigante ma man mano che si va avanti ci si immerge in un ritmo che rallenta un poco, però una volta ripreso il ritmo di certo torna l’interesse legato alla risoluzione finale e al mistero che è alla base del libro, ma in alcuni punti l’autore si prende il suo tempo, è un testo che procede con un ritmo tutto sommato lento, anche perché abbiamo molti personaggi e ci sono parecchi dettagli ed eventi da incastrare.

Le atmosfere del volume sono legate ad un senso più o meno costante di pericolo, fino alla fine il nostro protagonista che cambia ogni giorno corpo e identità è minacciato da fattori vari di ogni tipo, interni ed esterni, legati al corpo cui è legato in quel momento o alle persone che lo circondano e in tutto questo ha solo otto giorni di tempo per risolvere un mistero piuttosto intricato, senza contare il fatto che si gioca la libertà con altri individui.

Oltre al pericolo ci si sente costantemente intrappolati in una specie di ciclo infinito da cui non si sa come uscire, insomma queste atmosfere funzionano bene, ovviamente non sono sempre presenti, ma ci sono momenti in cui diventano parecchio intense, è un testo con uno sfondo claustrofobico.

I punti forti

Sicuramente uno dei punti di forza di questo romanzo è la struttura stessa e l’idea alla base di questa, il fatto che il nostro narratore salti ogni giorno da un corpo e un carattere all’altro, perché prende anche le caratteristiche caratteriali del personaggio di cui si “impossessa” e questo continuo salto sia effettivamente ben gestito dall’autore e non è un qualcosa di semplice anche perché i personaggi non sono pochi.

La struttura a primo acchito può sembrare parecchio intricata e complessa da imparare, perché il nostro narratore si risveglia il primo giorno in cui lo incontriamo nei panni di un certo Sebastian Bell, un dottore che sembra gestire traffici strani, questo Sebastian sembra non ricordare nulla di sé, del luogo in cui si trova e del perché si preoccupi di una certa Anna. Successivamente le cose inizieranno ad assumere contorni più definiti quando Bell incontrerà un certo individuo vestito da medico della peste, costui gli comunicherà le regole di questa specie di mistero/gioco in cui il narratore è uno dei tre individui che partecipano a questa sfida presenti in questo luogo, Blackheath House appunto, in cui è accaduto un fatto tragico ovvero un omicidio, quello di Evelyn Hardcastle.

Il narratore si ritroverà a vivere per otto giorni, in otto corpi diversi quello che di base è sempre lo stesso giorno, quello dell’omicidio. La vincita finale a questo gioco è la libertà del narratore che sembra appunto intrappolato in questo luogo in un loop senza fine.

Un altro aspetto interessante è il fatto che se una incarnazione per qualche motivo finisce fuori gioco, magari sviene, gli viene fatto del male o è momentaneamente non “disponibile” come corpo da abitare, la narrazione va comunque avanti e si passa all’incarnazione successiva, c’è questo continuo salto e a volte ad esempio al giorno sei viene ripresa l’incarnazione del giorno tre, perché magari quel personaggio era svenuto al giorno tre. So che può sembrare complessa come struttura, ma una volta che ci si prende la mano può scorrere più fluida.

Abbiamo quindi otto personaggi diversi per caratteristiche varie legate al fisico, alla personalità, alla posizione ecc. ecc. L’autore fa un gran bel lavoro sotto questo punto di vista perché riesce a dare ad ogni personaggio delle caratteristiche ben precise tenendo sempre quel qualcosa riconducibile al vero narratore che si nasconde sotto le spoglie del personaggio del giorno. Ognuno ha una sua voce e dei tratti distintivi precisi, ad esempio all’ottavo giorno incontriamo Gold che è un artista e nonostante arrivati a questo punto del libro il vero narratore sia in uno stato particolare, si riesce comunque a farsi una idea di Gold staccata dalla figura del narratore, come se avesse una sua personalità e non fosse solo un corpo e uno strumento che viene utilizzato.

Anche perché un’altra sfida del narratore è quella di rimanere fedele in un certo senso a i pochi ricordi che gli restano e non farsi trascinare dalle varie personalità di cui si impossessa.

Quindi la struttura e i personaggi sono di certo punti che vanno a favore dell’autore, sono a mio vedere ben riusciti.

I punti deboli

Ora, nei punti deboli vi dico subito che sarò molto generica purtroppo perché non volendo fare spoiler non posso dirvi quali sono gli aspetti precisi che non mi hanno convinta, perché sono punti molto specifici legati ad eventi importanti che si legano gli uni agli altri all’interno del testo e parlarne nel dettaglio vorrebbe dire spoilerare, quindi cercherò di prenderla alla larga.

Ci sono quei classici eventi in cui i personaggi si comportano in un modo che alla fine, conoscendo la risoluzione, scoprendo l’arcano mistero e guardando il quadro generale, non ha così senso.

Ad esempio c’è un personaggio che si muove in modo ravvicinato nei confronti di un altro personaggio che si nasconde sotto mentite spoglie, e questo non lo riconosce minimamente o comunque non nota nulla di diverso nonostante sia molto vicino a questo.

Oppure ancora, non si spiega perché guardando la spiegazione finale a queste specie di loop si tenta a favorire un personaggio rispetto ad un altro, quando entrambi sono persone pericolose.

Più generica di così non posso essere, me ne rendo conto.

Questo è un romanzo che da anche la possibilità alla fine di una libera interpretazione per quanto riguarda il genere, perché può cadere in un testo onirico/fantastico o in un distopico/fantascientifico, ci sono delle domande a cui non viene data nessuna risposta e certo questa è una scelta dell’autore per lasciare anche questa libera interpretazione, però io avrei gradito quanto meno qualche risposta in più.

Ho creduto per tutto il tempo ad un universo terreno, quindi pensavo fossimo in un luogo sulla Terra in cui (per un non ben specificato motivo) accade questo strano fatto del loop degli otto giorni fino alla risoluzione, ma in realtà il testo verso la fine (in un particolare dialogo che speravo fosse più esaustivo) apre un mondo anche ad altre possibilità non così legate alla realtà se vogliamo o ad un qualcosa di terreno e contemporaneo.

Il libro lascia il lettore con molte domande a cui si può provare a rispondere vagando con la fantasia, ma dopo 526 pagine, intrighi su intrighi, persone che sembrano essere realmente esistite (almeno nella realtà del romanzo), una vicenda che si pensa reale e su cui si attendono chiarimenti, io mi aspettavo qualche certezza in più, è forse troppo comodo alla fine sfregarsi le mani e dire: “Ok, adesso pensaci tu lettore e incastra le cose come vuoi”.

Conclusioni

E’ un testo che mi ha suscitato emozioni contrastanti perché se da una parte sono stata soddisfatta di essere finalmente riuscita a completare questa lettura, dall’altra parte mi sono ritrovata delusa per questo vuoto che ho avvertito nel finale e queste “scaglie” di eventi che alla fine non hanno senso nel quadro generale, anche se sono ben poca cosa rispetto a questa risoluzione traballante.

Ci sono stati dei momenti in cui ero decisamente dentro alla narrazione e verso la fine mi sono ritrovata a divorare il testo, leggendo le ultime 150 pagine alla velocità della luce, ma ci sono anche stati momenti tiepidi e deludenti.

Devo dire che la mia valutazione finale vaga tra le tre stelle e le tre stelle e mezzo.

Voto:

E voi? Avete mai letto “Le Sette Morti di Evelyn Hardcastle”? Sì? No? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

A presto!

LiberTiAmo di Gennaio e Febbraio (2023)

Buona domenica e buon primo dell’anno!

Possiamo finalmente dare il benvenuto a questo 2023! Spero che il vostro ultimo dell’anno sia stato da ricordare, in modo positivo si spera… Avete festeggiato? Avete assaporato il dolce sapore dell’anno maledetto che se ne va?

Ora, una volta salutato il 2022 e guardato al 2023 possiamo iniziare a parlare della prima lettura dell’anno per il gruppo di lettura, LiberTiAmo, in cui ogni mese leggiamo assieme un libro in massima libertà, ci trovate come sempre su Goodreads.

In questo caso il libro di gennaio sarà anche quello di febbraio, perché parliamo di un mattone russo, “Vita e Destino” di V. Grossman.

Vita e Destino – V. Grossman

Casa editrice: Adelphi

Link all’acquisto: QUI

Trama

«Ho appena terminato un grande romanzo a cui ho lavorato per quasi dieci anni…» scriveva nel 1960 Vasilij Grossman, scrittore noto in patria sin dagli anni Trenta (e fra i primi corrispondenti di guerra a entrare, al seguito dell’Armata Rossa, nell’inferno di Treblinka). Non sapeva, Grossman, che in quel momento il manoscritto della sua immensa epopea (che aveva la dichiarata ambizione di essere il Guerra e pace del Novecento) era già all’esame del Comitato centrale. Tant’è che nel febbraio del 1961 due agenti del KGB confischeranno non solo il manoscritto, ma anche le carte carbone e le minute, e perfino i nastri della macchina per scrivere: del «grande romanzo» non deve rimanere traccia. Gli occhiuti burocrati sovietici hanno intuito subito quanto fosse temibile per il regime un libro come Vita e destino: forse più ancora del Dottor Živago. Quello che può sembrare solo un vasto, appassionante affresco storico si rivela infatti, ben presto, per ciò che è: una bruciante riflessione sul male. Del male (attraverso le vicende di un gran numero di personaggi in un modo o nell’altro collegati fra loro, e in mezzo ai quali incontriamo vittime e carnefici, eroi e traditori, idealisti e leccapiedi – fino ai due massimi protagonisti storici, Hitler e Stalin) Vasilij Grossman svela con implacabile acutezza la natura, che è menzogna e cancellazione della verità mediante la mistificazione più abietta: quella di ammantarsi di bene, un bene astratto e universale nel cui nome si compie ogni atrocità e ogni bassezza, e che induce a piegare il capo davanti alle sue sublimi esigenze. «Libri come Vita e destino» ha scritto George Steiner «eclissano quasi tutti i romanzi che oggi, in Occidente, vengono presi sul serio».

Inizialmente fu concepito dall’autore come la seconda parte di un grande libro sulla Seconda Guerra Mondiale, seguendo, con l’ampiezza e la generosità tipica del romanzo ottocentesco, molti destini individuali che si intrecciano con le vicende del tremendo conflitto tra l’URSS e la Germania nazista. Come corrispondente di guerra per quasi tre anni, egli seguì tutte le fasi del conflitto fra Tedeschi e Sovietici, raccontando per primo il genocidio degli Ebrei nell’Europa Orientale e fu presente a molte famose battaglie. La scrittura di Vita e destino fu motivata in parte dal senso di colpa che provava per la morte della madre, Ekaterina Savel’evna, assassinata nei massacri di Berdychiv, città natale dello scrittore, compiuti dai tedeschi, che gettarono trentamila corpi in un’enorme fossa comune nel settembre 1941.

Il libro sarà in lettura per tutto il mese di gennaio e tutto il mese di febbraio.

E voi? Avete mai letto “Vita e Destino”? Sì? No? Fatemi sapere!

A presto!

2023: Obbiettivi di Lettura, Reading Challenge e Recap 2022

Buon mercoledì!

Come state? Come avete trascorso i precedenti giorni di festa? Avete assaporato a pieno l’atmosfera natalizia?

In questi giorni di transizione fra le feste natalizie e la fine dell’anno è finalmente arrivato il momento di parlare degli obbiettivi di lettura per il 2023, delle varie reading challenge e di fare un piccolo recap delle letture del 2022.

Adoro questa tipologia di articolo, ogni anno infatti mi piace mettermi qui e pensare un poco ai vari libri da leggere nell’anno successivo e valutare la situazione, poi non sempre mantengo gli obbiettivi, ma è bello comunque farli e immaginare le prossime letture.

Dunque, iniziamo con ordine parlando dell’anno attuale e di Goodreads, infatti ogni anno mi piace pensare a quanti libri leggere nell’anno seguente e impostare l’obbiettivo su Goodreads per poi vedere alla fine se sono riuscita oppure no a rispettare il numero, è un qualcosa che mi piace fare anche per automotivarmi, poi se va a buon fine bene, altrimenti bene comunque.

Nel 2021 mi ero imposta l’obbiettivo di leggere 60 libri nel 2022 e con mia grande sorpresa sono riuscita nell’intento, ad oggi 28 dicembre infatti ho letto 65 libri, potrebbero diventare 66 prima della fine dell’anno, ma non ne sono certa.

Mi ero anche fatta una tbr vera e propria di 30 libri selezionati dalla mia libreria tra quelli che risiedevano anche da più tempo sulle mie mensole, una tbr che ho tenuto per tutto l’anno tra i widget a destra nel blog e ogni volta che portavo a termine un titolo andavo ad inserire una piccola V. Ecco di questi 30 ne ho letti 12, è vero non sono neanche la metà, ma sono felice comunque perché da persona che solitamente fallisce in pieno nelle tbr almeno essere arrivata a 12 è un traguardo, poi alcuni di questi testi risiedevano davvero da anni in libreria in attesa di essere letti. Anche se io sono dell’idea che non ci sia assolutamente niente di male in questo, perché alla fine quando si ha un testo tra le file della libreria lo si legge al momento in cui ci si sente di volerlo leggere e va bene così, non scade insomma.

  1. Revolutionary Road – R. Yates
  2. Dracula – B. Stoker ✔️
  3. Il Grande Divorzio. Un Sogno – C.S. Lewis
  4. Abarat – C. Barker
  5. Loney – A. M. Hurley
  6. Un Inverno da Lupi – C. Ekback
  7. Pomodori Verdi Fritti al Caffè di Whistle Stop – F. Flagg
  8. Bunker Diary – K. Brooks
  9. La Notte è un Luogo Solitario – B. Erskine
  10. La Rabbia e L’Orgoglio – O. Fallaci
  11. Il Bastardo – E. Caldwell ✔️
  12. Il Violino Nero – M. Fermine ✔️
  13. L’uomo che Voleva essere Colpevole – H. Stangerup
  14. Red Dragon – T. Harris
  15. L’incantatrice di Firenze – S. Rushdie
  16. Il Deserto dei Tartari – D. Buzzati ✔️
  17. Ognuno per Sè – B. Bainbridge
  18. I Cavalieri – T. Winton
  19. Sandman vol. 2 – scritto da N. Gaiman ✔️
  20. L’ultima Lacrima – S. Benni ❌ SOSTITUITO con: Mattatoio n.5 di K. Vonnegut
  21. La Psichiatra – W. Dorn ✔️
  22. Mentre Morivo – W. Faulkner
  23. Jack lo Squartatore, l’autobiografia – J. Carnac ✔️
  24. Dieci Giorni in Manicomio – N. Bly ✔️
  25. La Luna è dei Lupi – G. Festa ✔️
  26. La vita è un’altra Cosa – J. Barth
  27. Hap e Leonard vol. 1 – J.R. Lansdale
  28. Al Faro – V. Woolf ✔️
  29. Le Sette Morti di Evelyn Hardcastle – S. Turton ✔️
  30. La Figlia del Boia – O. Potzsch ✔️

Sono comunque felice per le letture del 2022, perché nonostante mi sia un poco scaricata verso la fine dell’anno, ho comunque letto libri che volevo leggere da anni, ad esempio “Dracula” o “Il Deserto dei Tartari”, ho letto testi meraviglioso quest’anno, altri deludenti, altri ancora a sorpresa perché sono state letture iniziate all’improvviso, ma alla fine è stato un anno che chiude senza dubbio in positivo.

Per il 2023 vorrei cambiare un pochino le cose, probabilmente da quello che posso già vedere oggi, il 2023 sarà un anno bello intenso e il mio obbiettivo non sarà la quantità, ma la qualità e non voglio innalzare troppo l’asticella a livello numerico.

Di conseguenza, il mio obbiettivo di lettura su Goodreads per il 2023 sarà di 30 libri, poi in caso dovessi superare questo numero sarà un piacere e una bella soddisfazione, ma per ora questo è l’obbiettivo.

Per quanto riguarda invece tbr specifiche come avevo fatto l’anno scorso seguendo ad esempio la “Sfida dello scaffale strabordante” di Sbarbine che Leggono, con qualche modifica, non penso di farne nessuna per il 2023, non mi sono fatta liste di libri specifici da voler leggere l’anno prossimo, forse le farò una o due volte nel corso dell’anno per periodi precisi o mesi precisi, ad esempio una tbr estiva o una tbr primaverile, ma non una annuale.

Ora, reading challenge, sono circa due anni che inserisco sempre qualche reading challenge in questa tipologia di articolo, ma alla fine non ne porto mai a termine nessuna e in più me ne dimentico appena inizia l’anno, questa volta mi unisco ancora una volta alla challenge di PopSugar, di cui adesso vedremo assieme i vari punti, con l’obbiettivo almeno di provarci perché ci sono punti molto interessanti che possono invogliare anche a leggere testi fuori dalla nostra “comfort zone”.

Guardiamo assieme i punti:

  1. Un libro che avresti voluto leggere nel 2022
  2. Un libro che hai comprato da una libreria indipendente
  3. Un libro su una vacanza
  4. Un libro di un autore esordiente
  5. Un libro con creature mitiche
  6. Un libro su una storia d’amore proibita
  7. Un libro con la parola “Ragazza” (Girl) nel titolo
  8. Un memoir di una celebrità
  9. Un libro con un colore nel titolo
  10. Un romance con personaggio principale formoso (fat lead) – Per questo punto sono stata un quarto d’ora a cercare migliaia di traduzioni, vedere video di altre persone che partecipano alla challenge e viaggiare nell’internet. Alla fine credo si intenda un romance appunto in cui uno dei personaggi principali è formoso diciamo, spero di aver compreso bene.
  11. Un libro su o ambientato a Hollywood
  12. Un libro pubblicato nella primavera del 2023
  13. Un libro pubblicato l’anno in cui sei nat*
  14. Una rivisitazione moderna di un classico
  15. Un libro con il testo di una canzone come titolo
  16. Un libro il cui nome del protagonista è nel titolo
  17. Un libro con un triangolo amoroso
  18. Un libro che è stato bandito o contestato in qualsiasi stato nel 2022
  19. Un libro che soddisfa un precedente punto tuo preferito di una sfida passata
  20. Un libro che diventerà un film o una serie tv nel 2023
  21. Un libro ambientato nel decennio in cui sei nato
  22. Un libro con un personaggio queer principale (queer lead)
  23. Un libro con una mappa
  24. Un libro con un coniglio in copertina
  25. Un libro con solo testo in copertina
  26. Il libro più breve (a livello di pagine) nella tua TBR
  27. Una raccomandazione dal #BookTok
  28. Un libro che hai comprato usato
  29. Un libro consigliato da un tuo amico
  30. Un libro che è sulla lista di un club del libro di una celebrità
  31. Un libro su una famiglia
  32. Un libro che esce nella seconda metà del 2023
  33. Un libro su un atleta/sport
  34. Un libro di fiction storica
  35. Un libro sul divorzio
  36. Un libro che pensi piacerebbe al tuo migliore amico
  37. Un libro che avresti dovuto leggere a scuola
  38. Un libro che hai letto più di 10 anni fa
  39. Un libro che vorresti poter leggere di nuovo per la prima volta
  40. Un libro di un autore con le tue stesse iniziali

Livello Avanzato

  1. Un libro scritto durante NaNoWriMo
  2. Un libro tratto da un famoso film
  3. Un libro che si svolge interamente in un giorno
  4. Un libro autopubblicato
  5. Un libro nato come fan fiction
  6. Un libro con un animale da compagnia
  7. Un libro su una festività che non sia il Natale
  8. Un libro con due lingue
  9. Il libro più lungo (per pagine) nella tua lista TBR
  10. Un libro con allitterazione nel titolo

Come ogni anno i punti sono 40 più 10 aggiuntivi che rappresentano un livello “avanzato”.

Bene, tra gli altri obbiettivi mi piacerebbe senza dubbio anche terminare “L’Armata dei Sonnambuli” di Wu Ming che ho iniziato qualche mese fa, è stato un libro per il gruppo, e non ho ancora terminato e vorrei anche concludere “Cromorama” di Falcinelli, sempre iniziato qualche settimana fa, ma che per mancanza di tempo durante queste feste non sono ancora riuscita a portare a termine.

Vorrei leggere almeno una decina di raccolte di poesie quest’anno, so che è un proposito che inserisco sempre, ma ci tengo ad andare avanti nella mia esplorazione di poeti vari italiani e non.

Facendo un piccolo riassunto per il 2023 ho scelto di restringere senza dubbio gli obbiettivi, che saranno leggere 30 libri minimo, terminare i libri in corso, leggere almeno una decina di raccolte di poesie e cercare di completare almeno in parte la challenge di PopSugar che trovo sempre molto divertente.

E voi? Quali sono i vostri progetti di lettura per il 2023? Parteciperete a qualche challenge? Fatemi sapere!

Ne approfitto per farvi gli auguri di un buon ultimo dell’anno, ci leggeremo il primo di gennaio per il libro del mese del gruppo, ma nel frattempo auguri, auguroni fra 3,2,1, buon ultimo dell’anno!

A presto!

Le Cinque Letture Top del 2022

Buon giovedì!

Dato che con tutta probabilità non ci leggeremo di nuovo prima di Natale, ne approfitto anche per farvi i miei auguri per una straordinaria Vigilia e un indimenticabile Natale, di sicuro avremo l’occasione di salutarci prima della fine dell’anno, ma per ora vi faccio i miei auguri per i prossimi giorni di festa!

Bene, ora direi che è il momento di parlare delle letture top del 2022, abbiamo infatti qualche giorno fa parlato dei testi flop/delusioni letterarie dell’anno e ora guardiamo al lato positivo di quest’anno di letture, i cinque testi più due menzioni onorevoli che ho amato di più nel corso del 2022.

Useremo lo stesso metodo del precedente articolo, quindi partiremo dalla quinta posizione per arrivare alla prima, quindi le prime posizioni sono dedicate ai titoli che più ho amato quest’anno, insomma nella mia perenne indecisione ho cercato di aggiungere un ulteriore ordine di gradimento anche se tutti i titoli qui presenti si sono meritati il posto nei libri migliori dell’anno per motivi diversi.

Iniziamo!

La Quinta Stagione – N.K. Jemisin

Anno di Pubblicazione (ITA): 2019

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È iniziata la stagione della fine. Con un’enorme frattura che percorre l’Immoto, l’unico continente del pianeta, da parte a parte, una faglia che sputa tanta cenere da oscurare il cielo per anni. O secoli. Comincia con la morte, con un figlio assassinato e una figlia scomparsa. Comincia con il tradimento e con ferite a lungo sopite che tornano a pulsare.

Uhh che dire de “La Quinta Stagione”? Beh inizio con il dire che dobbiamo ancora parlarne in una recensione approfondita ma non temete perché arriverà presto, questo discorso vale sempre per tutti i libri qui presenti di cui non abbiamo ancora parlato per bene. Altro appunto che vorrei fare è che per qualche motivo, a me sconosciuto, al momento non è disponibile l’edizione cartacea del primo volume della trilogia a cui appartiene appunto “La Quinta Stagione” ovvero la trilogia della Terra Spezzata. Forse è momentaneamente sparito a causa di una riedizione o altro, comunque potete trovarlo in digitale e confido nel fatto che tornerà disponibile in futuro anche in cartaceo. Parlando ora del romanzo, ho deciso di inserirlo al quinto posto perché nonostante l’abbia gradito molto ci sono stati dei punti in cui ho faticato ad ingranare e non è un testo perfetto a livello di ritmo secondo me, però superato un certo punto problematico mi sono ripresa con la lettura e il resto del libro me lo sono goduta a pieno. Non è un romanzo dalle tematiche leggere, anzi, è un testo ambientato in un mondo fantasy completamente rimodellato rispetto al nostro, in cui esistono appunto queste fatidiche stagioni di cui ne esiste una quinta, da cui prende il titolo il romanzo, che ciclicamente stermina le popolazioni riformando persino lo strato terrestre. Seguiamo diversi personaggi e il romanzo è strutturato in modo da farci saltare in ogni capitolo da un personaggio all’altro, scoprendo man mano sempre di più sul passato di quell’individuo, sul perché si ritrova al presente in un certo tipo di situazione e in generale sulla sua personalità. E’ un testo che ci mostra personaggi decisamente in lotta con il mondo, con il loro passato e con loro stessi, personaggi traumatizzati da eventi terribili e funesti. E’ quel tipo di libro in cui ci si affeziona talmente tanto ai personaggi da vederli in carne ed ossa davanti agli occhi durante la lettura, in cui si finisce per soffrire e gioire assieme a loro. Il coinvolgimento è decisamente forte, come l’intreccio narrativo e la costruzione del mondo. Ottimo primo romanzo della trilogia, che tocca tematiche forti e riesce a caratterizzare a pieno i personaggi.

Lo Straniero – A. Camus

Anno di Pubblicazione: 1942

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Pubblicato nel 1942, “Lo straniero” è un classico della letteratura contemporanea: protagonista è Meursault, un modesto impiegato che vive ad Algeri in uno stato di indifferenza, di estraneità a se stesso e al mondo. Un giorno, dopo un litigio, inesplicabilmente Meursault uccide un arabo. Viene arrestato e si consegna, del tutto impassibile, alle inevitabili conseguenze del fatto – il processo e la condanna a morte – senza cercare giustificazioni, difese o menzogne. Meursault è un eroe “assurdo”, e la sua lucida coscienza del reale gli permette di giungere attraverso una logica esasperata alla verità di essere e di sentire.

Abbiamo recentemente parlato di questo romanzo (qui), di conseguenza cercherò di non perdermi a scriverne grandi cose perché trovate nella recensione la mia opinione più completa. Ho capito di amare profondamente Camus dopo aver letto “La Peste” e “Lo Straniero” appunto, di certo è entrato nella rosa dei miei autori preferiti. Lo Straniero è uno dei libri di punta dell’autore e viene spesso citato anche con il suo titolo originale in francese. Parla appunto di quest’uomo, Meursault, che viene condannato a morte in seguito all’omicidio di un uomo, il punto è che Meursault non sembra avere un reale movente e in più ci risulta fin da subito chiaro che l’uomo ha un approccio decisamente distaccato nei confronti della vita e degli altri. E’ un testo piuttosto breve, ma pregno di tematiche interessanti e caratteristiche ben costruite per una tipologia di personaggio che non si vede spesso, di certo non creato così bene. Il libro mette sul tavolo vari interrogativi, riflessioni e tematiche, tra le quali sicuramente la mancanza di empatia del protagonista e la sua visione della vita, ma non c’è solo la mancanza di empatia in lui, Meursault è una figura che vive secondo una sua scuola di pensiero in cui nulla ha davvero senso o importanza, c’è solo il presente, la routine che si ripete, la vita di tutti i giorni in cui ogni tanto succede qualcosa di diverso e lui cerca di vivere quel qualcosa senza mai essere troppo coinvolto emotivamente, ma non per scelta, è un qualcosa di insito in lui. Le cose accadono nella sua vita, ma il suo atteggiamento verso queste è piatto, sembra non riuscire ad entrare mai davvero in contatto con qualcuno o con una situazione, la vive sì, ma rimane indifferente a questa. “Lo Straniero” è un libro meraviglioso e profondamente interessante perché innesca una serie di riflessioni appunto sul modo in cui Meursault vive la vita, sulla sua personalità e i suoi atteggiamenti, ma non solo. E’ un testo che ci porta a riflettere su molte tematiche, una su tutte è quella legata al vero Meursault, estraneo a sé stesso.

Il Deserto dei Tartari – Dino Buzzati

Anno di Pubblicazione: 1940

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Ai limiti del deserto, immersa in una sorta di stregata immobilità, sorge la Fortezza Bastiani, ultimo avamposto dell’Impero affacciato sulla frontiera con il grande Nord. È lì che il tenente Drogo consuma la propria esistenza nella vana attesa del nemico invasore. Che arriverà, ma troppo tardi per lui. Pubblicato nel 1940, “Il deserto dei Tartari” è “il libro della vita” di Dino Buzzati: nell’esistenza sospesa di Giovanni Drogo, infatti, i riti di un’aristocrazia militare decadente si mischiano a gerarchia, obbedienza e alla cieca osservanza di regolamenti superati e anacronistici. La sua storia è una «sintesi della sorte dell’uomo sulla Terra», il racconto «del destino dell’uomo medio» in attesa di «un’ora di gloria che continua ad allontanarsi», finché, ormai vecchio, si accorgerà «che questa sua aspirazione è andata buca». «Probabilmente» ha rivelato l’autore «tutto è nato nella redazione del “Corriere della Sera”, dal 1933 al 1939 ci ho lavorato tutte le notti, ed era un lavoro pesante e monotono, e i mesi passavano, passavano gli anni e io mi chiedevo se sarebbe andata avanti sempre così, se la grande occasione sarebbe venuta o no. Molto spesso avevo l’idea che quel tran-tran dovesse andare avanti senza termine e che mi avrebbe consumato così inutilmente la vita. La trasposizione di questa idea in un mondo militare fantastico è stata per me quasi istintiva». In questa edizione il testo è accompagnato dalla riproduzione di materiali inediti che permettono di ricostruire la genesi del romanzo e il suo percorso dalla pagina al grande schermo tra cambiamenti e finali diversi.

Anche di questo testo abbiamo già parlato in una recensione approfondita (qui) e confermo ciò che ho scritto in precedenza, ovvero che per me “Il Deserto dei Tartari” è un libro geniale. Tra l’altro non ho ancora compreso a pieno il potere che Buzzati ha su di me, ma vi garantisco che tutto quello che ho letto di Buzzati fino ad ora mi torna ciclicamente in mente, da quando ho letto questo libro mi ritrovo ogni tot di tempo a ripensare al buon vecchio Drogo che trascorre il suo tempo alla Fortezza Bastiani, allo scenario arido e solitario del deserto, all’attesa che aleggia come una presenza nascosta su tutti i presenti, insomma una volta letto è impossibile dimenticare “Il Deserto dei Tartari”. E’ un testo che di certo ha dei momenti di freno, in cui il ritmo rallenta, ma ciò ha un preciso senso pensando anche alla vita che fanno i nostri personaggi, alla vera essenza e significato del testo e alle atmosfere della Fortezza. E’ un libro che parla dell’attesa, del rimanere bloccati per paura di abbandonare un qualcosa che appena lasciato rischia di migliorare e rivelarsi come il miraggio di una vita, è un romanzo che tratta della paura del cambiamento, del voler rimanere aggrappati a ciò che si conosce in attesa di qualcosa che sembra sempre all’orizzonte. in dirittura di arrivo, ma nel frattempo i giorni passano, poi le settimane, i mesi e gli anni e si diventa assuefatti a ciò che si conosce. Meraviglioso.

Piranesi vive nella Casa. Forse da sempre. Giorno dopo giorno ne esplora gli infiniti saloni, mentre nei suoi diari tiene traccia di tutte le meraviglie e i misteri che questo mondo labirintico custodisce. I corridoi abbandonati conducono in un vestibolo dopo l’altro, dove sono esposte migliaia di bellissime statue di marmo. Imponenti scalinate in rovina portano invece ai piani dove è troppo rischioso addentrarsi: fitte coltri di nubi nascondono allo sguardo il livello superiore, mentre delle maree imprevedibili che risalgono da chissà quali abissi sommergono i saloni inferiori.
Ogni martedì e venerdì Piranesi si incontra con l’Altro per raccontargli le sue ultime scoperte. Quest’uomo enigmatico è l’unica persona con cui parla, perché i pochi che sono stati nella Casa prima di lui sono ora soltanto scheletri che si confondono tra il marmo.
Improvvisamente appaiono dei messaggi misteriosi: qualcuno è arrivato nella Casa e sta cercando di mettersi in contatto proprio con Piranesi. Di chi si tratta? Lo studioso spera in un nuovo amico, mentre per l’Altro è solo una terribile minaccia. Piranesi legge e rilegge i suoi diari ma i ricordi non combaciano, il tempo sembra scorrere per conto proprio e l’Altro gli confonde solo le idee con le sue risposte sfuggenti. Piranesi adora la Casa, è la sua divinità protettrice e l’unica realtà di cui ha memoria. È disposto a tutto per proteggerla, ma il mondo che credeva di conoscere nasconde ancora troppi segreti e sta diventando, suo malgrado, pericoloso.

Uhh leggere questo libro è stata un’esperienza! Dobbiamo ancora parlarne per bene e vi dico la verità, ho rimandato il momento della recensione perché non è un libro facile da descrivere, ha all’interno una grande quantità di tematiche e situazioni, “Piranesi” è un mondo a parte. Ma arriveremo a parlarne, il prima possibile, prometto. Comunque, mi aggrego al marasma di persone che hanno letto e amato questo testo, perché anche io ne sono rimasta completamente catturata. Come dicevo prima “Piranesi” è un mondo e quando ci entri dentro non puoi non rimanerne affascinat*, abbiamo scenari poetici e a tratti inquietanti, atmosfere solitarie e legate ad un senso di vuoto e smarrimento, perché anche se il nostro Piranesi conosce bene il mondo in cui abita sembra esserci sempre questo senso di enorme grandezza in cui è facile perdersi perché sia noi che il protagonista non sappiamo quanto è davvero grande questo mondo o quali sono i suoi confini. Leggendo “Piranesi” si ha quasi la sensazione di sentire costantemente il suono dell’acqua, gocce d’acqua che cadono, onde che sbattono all’interno di queste enormi stanze presenti in questo mondo, l’acqua è un elemento sempre presente che fa da sfondo a molte scene. E’ un testo che come il Giovanni Battista Piranesi, architetto italiano del 1700, ci porta a perderci in questo mondo labirintico che sembra a tratti uscito da uno dei sogni del vero Piranesi, soprattutto per il concept delle infinite stanze e del fatto che ognuna sembra avere delle caratteristiche precise. A parte l’aspetto legato al mondo comunque, il libro ha una trama molto interessante e accattivante legata al nostro protagonista con cui non si riesce a non entrare in sintonia, è forse il protagonista che ho più amato pensando a quelli che ho incontrato in quest’anno di letture. E’ un testo relativamente breve che contiene però un intero e affascinante mondo tutto da scoprire. Ad un certo punto del libro ci si inizia a concentrare maggiormente sulla parentesi legata al protagonista, ma anche qui si rimane affascinati dalla miriade di tematiche che Clarke riesce ad affrontare ed inserire. Un libro poetico e doloroso, enorme e trascinante.

I Miei Luoghi Oscuri – J. Ellroy

Anno di Pubblicazione: 1996

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La madre di James Ellroy venne assassinata in una tragica notte a El Monte quando lo scrittore aveva appena dieci anni. La trovarono dei ragazzini, riversa sulla schiena. Il coroner stabilì che era morta per asfissia dovuta a strangolamento mediante lacci. La polizia non scoprì mai chi fosse l’autore di quel brutale omicidio. Trentasei anni dopo Ellroy riapre l’indagine. Presa visione del fascicolo della polizia relativo a quel caso insoluto, lui stesso diventa investigatore per scoprire l’assassino. Con le fotografie del cadavere della madre davanti agli occhi fa della sua autobiografia un romanzo di una forza sorprendente. Costruire storie, prima immaginarie, poi autobiografiche ha permesso a questo grande scrittore di sopportare una realtà cruda e impietosa, di riscrivere le regole del noir, di salvare la figura di sua madre e se stesso dai successi più oscuri della propria coscienza.

Non poteva che essere “I Miei Luoghi Oscuri” il mio libro preferito del 2022, solo lui e sempre lui. Abbiamo già parlato di questo libro, vi lascio la recensione completa qui. Non è un libro perfetto e sicuramente non è un libro che può piacere a tutti, ci sono stati momenti in cui ho faticato nella lettura ed è anche un libro che ho letto in un lasso di tempo abbastanza ampio perché ho sentito il bisogno di prendere delle pause a tratti. Però, come ho scritto anche nella recensione, questo è quel classico esempio di libro che dopo aver letto senti dentro di te e non è una frase buttata lì apposta, avete presente quando leggete un testo e vi immergete talmente tanto nel tempo in cui è ambientato, nei personaggi presenti, nelle vicende, da sentire di aver letteralmente vissuto voi in primis quelle situazioni e quel tempo? E’ come se fosse un pezzo di vita ed esperienza che si aggiunge alla vostra senza che l’abbiate realmente vissuta a livello fisico. A me è successo esattamente questo con il testo di cui stiamo parlando. E’ un libro che parla tra l’altro di vicende realmente accadute a James Ellroy, è decisamente autobiografico come testo, e si concentra sull’omicidio della madre di Ellroy avvenuto quando lui aveva solo dieci anni. L’autore parla di questo, della sua crescita post perdita, del rapporto con il padre, della sua dipendenza da droga e alcool, in generale della sua adolescenza burrascosa, e torna in età adulta anche su ciò che accadde in quella notte tragica alla madre, investigando in prima persona sul suo omicidio e affrontando per la prima volta il suo trauma riguardante la morte della madre. Ma non solo perché Ellroy dipinge una dolorosa, ma necessaria parentesi di reale comprensione della personalità della madre che in realtà forse non aveva mai conosciuto, torna sulle origini di lei, cerca di scoprire chi era la madre prima di diventare Jean Ellroy madre di James Ellroy, il che è assai complicato da fare quando il genitore in questione viene a mancare, perché quando si cresce penso sia normale iniziare a farsi domande sull’identità pre genitoriale dei genitori e se si ha la possibilità queste domande si possono fare al diretto interessato, ma quando il genitore non c’è più e per tutta la vita si è rimasti bloccati su un’idea e un’idealizzazione fissa risulta difficile e destabilizzante. A parte questa profonda e dolorosa scoperta e ricerca della verità sulla madre, la comprensione e il perdono, in questo testo si parla molto anche di tanti altri casi di cronaca nera, alcuni davvero crudeli e tragici. Non è un libro facile da digerire, ma credo sia un testo che lascia un forte impatto soprattutto umano e tramite la vita di Ellroy si possono comprendere e analizzare tanti aspetti della vita di ognuno di noi.

Vorrei citare anche questi due testi perché meritano di rientrare nei top dell’anno, sto parlando del secondo volume della serie di Sandman, “Casa di Bambola” e “La Scala di Dioniso” di Luca di Fulvio.

Ho amato molto il secondo volume della serie, più del primo e del terzo, rimane per ora il mio preferito. Sto pian piano avanzando nella lettura della famosa serie di cui quest’anno tra l’altro è uscita anche una serie tv su Netflix, è una serie che narra di Morfeo, il dio dei sogni e degli incubi, ma non solo, ci sono molti altri personaggi, trame e sottotrame, ad esempio seguiamo anche la sorella di Morfeo, Morte, un personaggio magnetico e accattivante. Insomma è una serie decisamente ricca e questo secondo volume spicca per bellezza di trama e intrecci.

De “La Scala di Dioniso” abbiamo già parlato in una recensione approfondita quindi non mi dilungherò più di tanto. E’ il testo che mi ha fatto conoscere Luca di Fulvio che è già entrato nella cerchia dei miei autori italiani contemporanei preferiti. E’ un testo particolare per il mondo in cui è ambientato, decisamente cupo e noir, narra le vicende di questo ispettore che si ritrova trasferito in questo luogo dalle tinte decisamente oscure, una cittadina fiancheggiata da quartieri pregni di crimine e oscurità, è un testo decisamente ben riuscito a mio vedere per quanto riguarda la cupezza delle atmosfere. Il nostro eroe, con molti punti deboli, deve indagare su una serie di omicidi, anzi vere e proprie stragi in cui il serial killer sembra divertirsi a torturare le vittime e inscenare un quadro preciso della scena del crimine. Se vi piacciono i noir o le atmosfere vivide e cupe, le storie d’amore tormentate, i personaggi complessi e una scrittura che a tratti si prende i suoi tempi per farvi entrare a pieno nella storia, questo libro è perfetto per voi.

E voi? Quali sono stati i vostri libri top dell’anno? Fatemi sapere!

A presto e buon Natale!