Le Ricette della Signora Tokue – Durian Sukegawa

Buon venerdì, buon quasi weekend e ben ritrovat*!

Oggi partiamo a bomba, subito, così, d’emblée, siamo qui con una nuova recensione, finalmente parliamo di questo testo che è stato il libro di qualche mese fa sul gruppo di lettura tra l’altro, ovvero “Le Ricette della Signora Tokue” di Durian Sukegawa.

Un testo da cui è stato anche tratto un film nel 2015, e un testo che ha ricevuto anche un buon successo, che dire, parliamone!

Le Ricette della Signora Tokue – Durian Sukegawa

Casa editrice: Einaudi

Pagine: 173

Genere: narrativa contemporanea

Prezzo di Copertina: € 12,00

Prezzo ebook: € 7,99

P. Pubblicazione: 2013

Link all’acquisto: QUI

Incipit

Doraharu vendeva dorayaki. Sentaro passava tutto il giorno alla piastra di cottura. La bottega era al fondo di un vicolo dietro la ferrovia, in una via commerciale chiamata Sakuradori, via dei Ciliegi. Più che i ciliegi piantati qua e là, ciò che saltava maggiormente all’occhio nella via erano le numerose saracinesche abbassate. Ma l’andirivieni pareva aumentare lievemente in quella stagione, forse perché gli alberi in fiore bastavano a richiamare i passanti.

Trama

Sentarō è un uomo di mezza età, ombroso e solitario. Pasticciere senza vocazione, è costretto a lavorare da Doraharu, una piccola bottega di dolciumi nei sobborghi di Tōkyō, per ripagare un debito contratto anni prima con il proprietario. Da mattina a sera Sentarō confeziona dorayaki – dolci tipici giapponesi a base di pandispagna e an, una confettura di fagioli azuki – e li serve a una clientela modesta ma fedele, composta principalmente da studentesse chiassose che si ritrovano lì dopo la scuola. Da loro si discosta Wakana, un’adolescente introversa, vittima di un contesto familiare complicato. Il pasticciere infelice lavora solo il minimo indispensabile: appena può abbassa la saracinesca e affoga i suoi dispiaceri nel sakè, contando i giorni che lo separano dal momento in cui salderà il suo debito e riacquisterà la libertà. Finché all’improvviso tutto cambia: sotto il ciliegio in fiore davanti a Doraharu compare un’anziana signora dai capelli bianchi e dalle mani nodose e deformi. La settantaseienne Tokue si offre come aiuto pasticciera a fronte di una paga ridicola. Inizialmente riluttante, Sentarō si convince ad assumerla dopo aver assaggiato la sua confettura an. Sublime. Niente a che vedere con il preparato industriale che ha sempre utilizzato. Nel giro di poco tempo, le vendite raddoppiano e Doraharu vive la stagione più gloriosa che Sentarō ricordi. Ma qual è la ricetta segreta della signora Tokue? Con amorevole perseveranza, l’anziana signora insegna a Sentarō i lenti e minuziosi passaggi grazie ai quali si compie la magia: «Si tratta di osservare bene l’aspetto degli azuki. Di aprirsi a ciò che hanno da dirci. Significa, per esempio, immaginare i giorni di pioggia e i giorni di sole che hanno vissuto. Ascoltare la storia del loro viaggio, dei venti che li hanno portati fino a noi». Come madeleine proustiane, i dolcetti giapponesi diventano un pretesto per i viaggi interiori di Sentarō e Tokue, fra i quali si instaura un legame profondo che lascia emergere segreti ben più nascosti e ferite insanabili. Con l’autunno, però, un’ombra cala sulla piccola bottega sotto al ciliegio: quando il segreto di Tokue viene alla luce, la clientela del negozio si dirada e la donna, costretta a misurarsi di nuovo con il pregiudizio e l’ostracismo sociale che l’ha perseguitata per tutta la vita, impartirà a Sentarō e Wakana la lezione pù preziosa di tutte. “Le ricette della signora Tokue” è una favola moderna sull’amicizia, la libertà e la resilienza. Un’ode alla vita di palpabile sensualità che ci insegna a trovare la grazia nell’inaspettato e la felicità nelle piccole cose.

Recensione

Io personalmente non ho mai visto il film, ma so che ha delle recensioni tutto sommato positive, lo potete trovare su Prime Video.

Stile, Ritmo e Atmosfera

Lo stile di Sukegawa è assolutamente scorrevole e godibile, anche il ritmo è costante e a mio vedere ben equilibrato perché l’autore si prende in alcune scene un momento in più per analizzare certi pensieri, dubbi, o piccole paure dei personaggi che a primo acchito possono sembrare irrilevanti, ma invece aiutano il lettore a comprendere la personalità di questi.

E’ un testo piuttosto breve, che si legge tra l’altro velocemente perché Sukegawa ha il dono di riuscire ad attirare il lettore e tenerlo inchiodato alle pagine, diciamo che anche i personaggi sono individui con cui secondo me è facile entrare subito in contatto, empatizzare ed interessarsi sinceramente alle loro vite/vicende.

Pensando all’atmosfera la mia mente torna sempre agli alberi di ciliegio che sono una costante in questo libro e donano ad ogni scena un tocco di delicatezza, tutto il libro è pervaso da un senso di delicatezza direi, anche quando ci sono rivelazioni dolorose o scene amare, c’è sempre questo sentore di gentilezza e eleganza, questo aspetto c’è anche da dire che può essere, a mio modesto parere, ricondotto allo stile di vari autori giapponesi, ma in generale asiatici che hanno il dono di scrivere con uno stile armonico e delicato, creano scene in cui i colori, i profumi, anche il tono di voce dei personaggi sembra sempre raffinato o intimo.

“Perché io credo che qualsiasi siano i nostri sogni, prima o poi troveremo per forza ciò che cerchiamo, grazie alla voce che ci guida. La vita di un essere umano non è mai uniforme: ci sono momenti in cui il colore cambia di colpo. Io mi trovo nella fase finale della mia esistenza. E’ per questo che so certe cose.”

I personaggi sono il punto forte

In questo libro il vero fulcro sono i personaggi, le loro vite, i loro obbiettivi, il modo in cui hanno vissuto e stanno vivendo la loro vita.

Troviamo Sentarō, un uomo che lavora in una bottega che cucina dorayaki, ma lo spirito e la voglia con cui quest’uomo si reca ogni mattina al lavoro e si mette alla piastra è pari a zero, lavora in questo luogo perché deve ripagare un debito alla proprietaria della bottega e nonostante non ami particolarmente i dolci è obbligato a rimanere lì.

Tokue invece è una signora anziana che si offre di lavorare nella bottega di Sentarō in cambio di una paga decisamente modesta e all’inizio l’uomo è titubante, ma dopo poco si convince e assume Tokue che in poco tempo innalza la fama della bottega per la bontà raggiunta da questi nuovi dorayaki preparati da lei, rispetto a quelli precedenti di Sentarō, preparati diciamo non al meglio…

Infine il terzo personaggio più importante della vicenda è questa ragazza di nome Wakana, che instaura un adorabile rapporto con Tokue e successivamente anche con Sentarō.

Penso sia affascinante vedere come questi tre personaggi, all’apparenza lontani e diversi l’uno dall’altro riescano ad instaurare un legame profondo e reale, il modo in cui l’autore riesce a costruire i pezzi del loro rapporto è ottimo e si riesce ad avvertire il sincero affetto che è alla base di questo legame.

Tokue è una donna all’inizio piuttosto misteriosa, è una signora dolce e gentile, severa con Sentarō a tratti, ma si avverte chiaramente un’ombra su di lei, c’è qualcosa che ha paura di rivelare, ma è un qualcosa che alla fine verrà a galla e avrà un impatto sul resto della vicenda.

Questo qualcosa penso che assieme al legame tra i personaggi sia quasi il secondo fulcro della vicenda, perché apre questo vaso di Pandora su un fatto storico realmente accaduto purtroppo, non solo in Giappone, ma anche in altre zone del mondo, però senza dubbio in Giappone ebbe delle gravi conseguenze che perdurarono fino al 1996 per quanto riguarda le persone vittime di questo fatto.

Come noterete ci giro attorno perché non voglio fare spoiler, ma al tempo stesso desidero parlare di questo aspetto del personaggio di Tokue perché non riguarda solo lei e come dicevo è una tematica che non si trova spesso nei libri di narrativa ed è un secondo fulcro del libro.

Questo libro ci porta ad interrogarci anche sui pregiudizi, sul perché è così difficile scrostarsi di dosso un qualcosa che ci è accaduto per cui gli altri ci vedono in un determinato modo, sui diversi modi che hanno le persone di affrontare una disgrazia come quella accaduta a Tokue e sul come si può accettare tutto questo arrivati/e all’età di Tokue.

Tokue e Sentarō sembrano completarsi a vicenda, perché mentre Tokue si sente sola e ha voglia di vivere arrivata alla sua età, Sentarō si sente completamente bloccato nella sua vita e il suo desiderio di agire e rincorrere ciò che desidera si è spento, quindi Tokue alla fine del loro viaggio riesce a lasciare una impronta enorme su Sentarō che si ritrova quasi ripulito e vuoto, come se dovesse iniziare da capo, mentre Tokue, beh è arrivata ad una fase di accettazione e perdono che solo qualcuno con una grande saggezza e un grande trascorso di dolore può raggiungere.

“A quel punto Sentarō si sentì soffocare. Sì, colui che le sussurrava senza sosta: “Avresti fatto meglio a non nascere”… Colui che aveva condotto i giochi… era Dio. “Soffrirai per tutta la vita”, aveva sentenziato. Quando Tokue aveva capito tutto ciò, come aveva percepito la propria esistenza? Che idea si era fatta della vita? Una ragazzina di quattordici anni che piangeva soffocando i singhiozzi. Incapace di avvicinarsi oltre, Sentarō si voltò e tornò indietro sul sentiero nel bosco.”

Conclusioni

E’ complicato parlare di questo libro perché è un testo che “si sente” molto durante la lettura, ma successivamente è complesso riuscire a descriverlo in modo oggettivo, posso solo dire che questa è la storia di una grande amicizia, di due persone che si accompagnano a vicenda in una nuova fase della vita e si insegnano a vicenda qualcosa di importante, ma è anche una storia da cui traspare un grande dolore e un livello di sofferenza e isolamento tali difficili da comprendere per tante persone che possono finire con il limitarsi solo ad escludere a priori senza provare a capire, o immedesimarsi un minimo.

“Le ricette della Signora Tokue” è un libro dolce e amaro, morbido e ruvido, una storia di comprensione e accettazione.

E’ un libro che vi farà piangere? Può essere, io di sicuro le mie lacrime le ho versate.

Voto:

E voi? Avete mai letto “Le Ricette della Signora Tokue”? Vi è piaciuto? Sì? No? Fatemi sapere!

A presto!

Pillole Letterarie #27

“Che cosa ne sanno gli intelligentoni di tutta l’astuzia e la fatica che occorrono a un uomo per non cedere alla paranoia che sarebbe la sua predisposizione naturale? Con quando accanimento egli deve lottare contro la propria unità, come altri con la loro disgregazione; con quanta arte e tenacia deve disperdere il proprio spirito perché non si condensi in follia e malvagità; con quanta pazienza si fa in mille affinché gli rimanga il respiro con cui assorbe in sé il mondo; come tormenta quelli che ama, perché il suo amore è molto più impetuoso; come deve guardarsi dal pericolo di vedere a fondo in troppe cose, giacché ai suoi occhi tutto si rivela nulla; come non può desistere dal misurarsi con la sua nemica, la morte, perché solo questa ha un potere universale, così vasto da tenere insieme, per lui, tutti quelli che minaccia.” (RDS)

“Forse è vero quanto ha scritto un critico, che io ho trovato la mia forma negli “appunti” brevi. Ma allora non sono uno scrittore, allora posso impiccarmi.”

“Volevo la solitudine. Adesso ce l’ho. Ma la voglio ancora, adesso? La solitudine c’è solo rispetto ai vivi. Rispetto ai morti non c’è solitudine, i morti sono sempre qui.”

“Chissà che un odio potente contro la morte non sortisca almeno un effetto: togliere una buona volta all’uomo la voglia di uccidere. Questo non è sicuramente nulla di utopico, poiché da ciò dipende la sopravvivenza del genere umano. I più già lo sanno, senza rendersi conto però che la soluzione di un simile problema non può essere di natura tecnico-legale, ma esige invece l’affermarsi di una mentalità effettivamente nuova. Con lo stesso disgusto con cui ci allontaniamo dagli escrementi noi dobbiamo guardare alla morte: considerarla ripugnante come il fetore.”

“Uomini e animali non hanno nulla così in comune come l’amore. La morte è diventata nell’uomo qualcosa di diverso. Egli si è impadronito della morte a tal punto che adesso la porta anche per tutti. Il legame di amore e morte è però un legame estetico. Il suo peccato, uno dei più gravi, è quello di avere innalzato il valore della morte. Peccato inespiabile.” (PDU)

Il Libro contro la Morte – Elias Canetti

#libriconsigliati#

#piccolistralciletterari#

Il Segreto di Medusa – Hannah Lynn

Buon venerdì e buon quasi weekend!

Come state? Come procede questo settembre?

Oggi, riprendiamo del tutto dopo le ferie estive con un libro che ha avuto un degno successo appena uscito, diciamo che ha attirato subito l’attenzione, ma di recente non l’ho più visto così tanto in giro, anche se mantiene un livello medio di popolarità anche ora assieme agli altri testi dell’autrice.

Sto parlando de “Il Segreto di Medusa” di Hannah Lynn, libro uscito qualche tempo fa che tratta appunto del mito di Medusa. Io sono affascinata dai retelling di miti vari, ma alla fine quei pochi che per ora ho letto mi hanno sempre lasciata con l’amaro in bocca, mi esalto all’idea di leggerli perché certi miti (come quello di Medusa appunto) mi hanno sempre appassionata molto, ma c’è sempre qualcosa che va storto, quindi il mio hype per i retelling si è assopito negli anni, ma quando ho deciso di leggere questo libro l’ho fatto con convinzione.

Ho detto “cavolo, finalmente un libro che parla di Medusa”, ecco, per questo l’ho voluto leggere, perché sono affezionata al personaggio di Medusa senza sapere un granché dell’autrice o della trama del libro e beh… non dico nulla per ora, ne parleremo man mano nella recensione, ma dico solo che anche in questo caso le mie aspettative sono state prese a schiaffi.

Ma parliamone!

Il Segreto di Medusa – Hannah Lynn

Casa editrice: Newton Compton

Pagine: 244

Genere: narrativa, mitologia

Prezzo di Copertina: € 9,90

Prezzo ebook: € 4,99

P. di Pubblicazione: 2021

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Incipit

Le tre sagome restarono in piedi sulla soglia, guardando la nube di polvere sollevarsi nell’aria. Il silenzio che le circondava era teso. Era un silenzio appesantito dalla riflessione; da una domanda taciuta di cui tutti conoscevano la risposta, ma che nessuno avrebbe pronunciato ad alta voce per primo. Il verde primaverile era stato soppiantato dal calore estivo. Le ombre alte dei cipressi si allungavano sulla terra asciutta e polverosa e l’odore di frutti troppo maturi addolciva l’aria. Il terreno era punteggiato da bacche avvizzite, un sontuoso banchetto per gli insetti che scorrazzavano sulle rocce e fra il terriccio.

Trama

Radiosa, innocente, la più pura tra le sacerdotesse di Atena. La bellezza di Medusa va ben oltre quella dei semplici mortali. Per questo, quando lo sguardo colmo di lussuria del dio Poseidone cade su di lei, l’unico luogo in cui spera di trovare rifugio è il sacro tempio della protettrice dei greci. Ma nessuno può sfuggire a un dio. E la divina Atena, signora delle arti e della guerra, non avrà pietà per colei che ha profanato la sua casa. Poco importa che Medusa, violata nel corpo e nello spirito contro la propria volontà, implori il suo perdono. Da questo momento il male che le è stato inflitto diventerà la sua corazza e abbraccerà l’oscurità, in esilio, perché chiunque altro le ha voltato le spalle. Si trasformerà nel mostro che gli altri hanno deciso che doveva essere. Nel frattempo, un giovane di nome Perseo si appresta a partire con la missione di uccidere Medusa. La storia dell’eroe Perseo e del mostro Medusa è stata raccontata molte volte. Questa è un’altra storia. In un tempo in cui gli dèi camminano tra i mortali, il confine tra la gloria e l’infamia è estremamente labile. Ma ogni mito ha bisogno di eroi e di mostri.

Recensione

Ci sono varie versioni del mito di Medusa, ma Hannah Lynn prende spunto soprattutto da quelle più classiche e conosciute di Ovidio, Apollodoro, Esiodo, in cui Medusa prima di diventare Gorgone era una donna bellissima, sacerdotessa del tempio di Atena che in seguito, per aver giaciuto o essere stata stuprata da Poseidone decise di trasformarla in un mostro.

Secondo altre versioni Atena è sempre stata contraria a Medusa perché aveva osato competere con lei in bellezza.

Hannah Lynn a mio avviso non aggiunge molto al mito classico, perché il romanzo prosegue esattamente in questo modo, Medusa si reca al tempio di Atena per diventare sacerdotessa perché non vuole essere costretta a sposare da ragazzina un uomo molto più grande di lei e qui un giorno finisce per essere violentata da Poseidone e punita a vita da Atena.

Questa è la prima parte del romanzo, parleremo più avanti del testo in generale, ma questo discorso dell’aver aggiunto poco al mito classico vale per tutto il testo, perché Hannah Lynn appiccica assieme alcuni miti tutti legati però fra loro e li ripropone sotto forma di romanzo.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Lo stile di Hannah Lynn è piacevole, scorre bene nella lettura, la maggior parte del testo è composto da periodi brevi, frasi incisive e molte volte pregne di una certa drammaticità o epicità, considerando anche il fatto che la storia in generale si presta ad un tono drammatico.

L’autrice secondo me ha uno stile tipico da romanzo accattivante, che ti spinge ad andare avanti nelle pagine e riesce a volte a costruire immagini degne di un immaginario da mitologia greca, anche perché quando si ha a che fare con i miti, gli dei e le creature maledette in un tipico immaginario greco risulta complicato non usare uno stile epico, anche qui la storia si presta ad uno stile simile.

Il ritmo è piuttosto scorrevole, ci sono passaggi che a mio avviso meritano un maggiore approfondimento, ma vengono trattati con la loro dose di attenzione e si passa avanti, questo è uno dei tratti per me meno apprezzabili del testo, ovvero il fatto che quando l’autrice arriva a toccare un argomento o un momento importante nella vicenda, che merita di essere trattato, lei prima di andare oltre e approfondire, chiude il discorso e salta ad altro.

Ogni volta che si toccano tematiche interessanti o si inizia a scavare nella psiche di un personaggio, l’autrice taglia, quindi rimane tutto in superficie.

Diciamo anche che nel mito di Medusa ci sono tanti personaggi che meritano di essere analizzati, ovviamente troviamo anche Perseo, Danae madre di Perseo, troviamo le sorelle di Medusa, Steno e Euriale (anche loro gorgoni come Medusa), troviamo alcuni dei, insomma sono tanti i personaggi che si muovono nel mito e in queste pagine scritte da Hannah Lynn.

Capiamo le motivazioni che spingono i personaggi e i loro desideri e obbiettivi, ma secondo me non si arriva mai a sentirli o a vederli davvero, a tratti sembrano una caricatura appunto del mito classico, sembra che l’autrice abbia capito questi personaggi, ma nel ritrarli poi non sia del tutto riuscita a donare loro una personalità completa.

“Gli dèi non scontano mai le loro malefatte, Perseo. I mortali sì. Gli dèi, come i ricchi umani, decidono a viva forza per quelli le cui voci non sono abbastanza forti da difendersi. Le donne. I deboli. I rifiutati. E nessuno grida per coloro che ne avrebbero più bisogno. E perché mai? Alzando la voce per qualcun altro, rischi di perdere tu stesso qualcosa. E nessuno vede oltre il proprio riflesso nello specchio.”

Infine l’atmosfera rimane quella tipica da mito tragico, ci muoviamo attraverso luoghi, tempi, personaggi e situazioni diverse che si ricollegano sempre però al personaggio di Medusa e al suo tragico destino.

Il nocciolo di Medusa e la chance persa

Trovo che questo sia un romanzo godibile se viene preso con le giuste precauzioni e se non si considera il fatto che tutta la gigante quantità di tematiche presenti nel mito e nel personaggio di Medusa non vengono quasi per nulla approfondite.

Se lo consideriamo un romanzo ispirato al mito, senza pretese, che semplicemente vuole raccontare il mito in forma romanzata e fermarsi lì, risulta appunto godibile, se ci si ferma qui.

Ma se consideriamo l’enorme vaso di Pandora che è il mito di Medusa e il personaggio di Medusa con la moltitudine di sfaccettature e tematiche, non si può che rimanere in parte delusə da questo retelling, che a mio vedere non so nemmeno se considerare a pieno un retelling perché questo dovrebbe essere una rivisitazione del mito mantenendo comunque caratteristiche/personaggi comuni alla versione classica, mentre qui l’autrice prende vari miti, li unisce assieme, aggiungendo magari dialoghi o scene sistemate appositamente per incollare assieme frammenti di un mito, ma non cambia o aggiunge molto alla versione classica.

Il personaggio di Medusa è pieno di significato e con essa il suo mito, dalla creazione del mostro all’assassinio da parte di Perseo, le versioni appunto sono molteplici, ma quella più accreditata è quella utilizzata anche da Hannah Lynn in questo romanzo, e troviamo tematiche come la violenza fisica/sessuale e psicologica, la trasformazione da essere innocente e buono a mostro, l’essere ripudiatə dai propri cari, dalla propria fede, la distruzione di sé stessi in seguito ad un evento che è accaduto contro la propria volontà, l’essere condannati a vivere come un mostro, l’ingiustizia, la bellezza che diventa mostruosità, ma anche da parte di Perseo la vittoria di una personale battaglia contro il mostro, contro la paura e contro sé stessi.

In questo romanzo ad esempio non viene mai data una motivazione al gesto di Atena che trasforma Medusa in un mostro, la ragione che fornisce la dea riguarda la fornicazione all’interno del tempio, ma questa non si ferma ad ascoltare Medusa che cerca in tutti i modi di spiegare quello che è accaduto. Questo riguarda anche il mito classico quando si parla del momento in cui la dea fa la sua scelta, a volte viene affermato che questa era in lotta con Medusa per il fattore bellezza, altre che Atena ha sempre odiato Medusa, sta di fatto che dalla dea della saggezza ci si aspetterebbe qualcosa in più, ma dobbiamo anche pensare che quello che è accaduto a Medusa è servito per arrivare alla lotta con Perseo e a tutto quello che l’assassinio del mostro simboleggia nel mito.

Questo è quello che intendo quando dico che in questo romanzo i personaggi si muovono in un determinato modo perché ovviamente seguono il mito a cui sono ispirati, ma non si va mai oltre, non ci cerca di capire il perché delle loro azioni, è come se l’autrice li avesse spinti a muoversi così senza farci mai andare oltre, senza andare al vero fondo delle loro motivazioni.

E’ tutto molto rigido sotto questo punto di vista, deve essere così quindi i personaggi sono così.

Questo per me è stato il vero problema del libro, perché da un mito simile si possono estrapolare migliaia e più analisi e significati, ma anche riflessioni che potevano trasparire in qualche frangente dai personaggi, invece tutto viene ridotto ad una storia di ingiustizia, e lo è, ciò che è accaduto a Medusa è ingiusto ed è la prima parola che può venire in mente pensando al mito, ma c’è anche molto altro.

Come dicevamo la prima parte del testo riprende esattamente il mito, dopo la trasformazione in mostro, nel libro, Medusa torna nella casa di famiglia dove incontra le sorelle e i genitori, per una serie di eventi anche le sorelle diventano gorgoni e assieme vanno a vivere su questa isola dove anni e anni dopo arriverà Perseo per uccidere Medusa. Nel frattempo la storia passa a Danae, figlia di Re Acrisio, intrappolata in una torre dal padre terrorizzato da una profezia dell’Oracolo di Delfi in cui si preannuncia la sua morte per mano del nipote. Lì Danae rimane incinta di Zeus e da alla luce Perseo, ma il Re Acrisio, che non volle ucciderli subito, decise di intrappolarli entrambi in una cassa inchiodata che fece gettare in mare. I due sopravvissero e Perseo crebbe fino a diventare adulto e da lì si inoltrò nell’impresa di uccidere Medusa.

Il romanzo termina con la morte di Medusa e un dialogo, che a mio vedere poteva essere più esteso, fra lei e Perseo che torna a casa con la testa di Medusa di cui aveva promesso di raccontare la vera storia.

Conclusioni

Tutto sommato per me “Il Segreto di Medusa” è un romanzo godibile per lo stile, le immagini che evoca e per il fatto che si focalizza appunto sul personaggio di Medusa che amo molto, ma per altri aspetti è un romanzo carente, che poteva dare di più.

Se non siete particolarmente suscettibili o legatə alla versione classica del mito, o se magari volete leggere un romanzo scorrevole su questo che dia un quadro generale della vicenda, questo libro potrebbe essere piacevole da leggere.

Voto:

E voi? Avete mai letto “Il Segreto di Medusa”? Sì? No? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

A presto!

LiberTiAmo di Settembre (2022)

Buon giovedì e buon primo di settembre!

E siamo riusciti ad arrivare al primo di settembre, dopo un agosto torrido e afoso, bene!

Oggi, dato che è il primo del mese, riprendiamo a pieno ritmo con le letture del gruppo, dopo la pausa del mese di agosto, quindi annunciamo il libro di settembre.

Vi ricordo come sempre che potete trovare il gruppo qui, su Goodreads, ogni mese leggiamo assieme un libro, senza tappe o obbiettivi, andiamo semplicemente avanti in libertà e verso fine mese o al momento preferito ne parliamo un poco assieme.

Via con il libro di settembre!

La Porta – Magda Szabò

Casa editrice: Einaudi

Link all’acquisto: QUI

Trama

È un rapporto molto conflittuale, fatto di continue rotture e difficili riconciliazioni, a legare la narratrice a Emerenc Szeredàs, la donna che la aiuta nelle faccende domestiche. La padrona di casa, una scrittrice inadatta ad affrontare i problemi della vita quotidiana, fatica a capire il rigido moralismo di Emerenc, ne subisce le spesso indecifrabili decisioni, non sa cosa pensare dell’alone di mistero che ne circonda l’esistenza e soprattutto la casa, con quella porta che nessuno può varcare. In un crescendo di rivelazioni scopre che le scelte spesso bizzarre e crudeli, ma sempre assolutamente coerenti dell’anziana donna, affondano in un destino segnato dagli avvenimenti più drammatici del Novecento.

Pubblicato in Ungheria nel 1987, ma in qualche modo disperso negli anni della transizione politica, La porta è il romanzo che ha rivelato la piú grande scrittrice ungherese contemporanea.

Il testo sarà in lettura per tutto il mese di settembre.

Bene, e voi? Avete mai letto “La Porta”? Vi è piaciuto? Sì? No? Fatemi sapere!

A presto!

(Gita) Al Faro – Virginia Woolf

Ben ritrovat* e buon venerdì!

Rieccomi dopo la sparizione da blocco estivo, finalmente riprendiamo da dove ci eravamo lasciati!

E voi, come state? Come avete trascorso queste ultime settimane d’agosto? Vi siete rilassat* o il lavoro vi ha assorbito e guardate con speranza al mese di settembre?

Ahh per riprendere al meglio oggi parliamo di un libro di cui avrei, come sempre, dovuto parlare mesi fa perché è stata la lettura di febbraio per il gruppo di lettura, sto parlando de “Al Faro” di Virginia Woolf.

Direi di iniziare subito anche perché c’è molto da dire!

Al Faro – Virginia Woolf

Casa Editrice: Feltrinelli

Pagine: 213

Genere: narrativa, classico

Prezzo di Copertina: € 9,50

Prezzo ebook: € 1,90

P. Pubblicazione: 1927

Link all’acquisto: QUI

Incipit

“Sì, certamente, se domani è bello,” disse la signora Ramsay. “Ma ti dovrai svegliare con l’allodola,” aggiunse. Al figlio queste parole dettero una gioia straordinaria, come se fosse ormai deciso che la spedizione ci sarebbe stata senz’altro, e il miracolo atteso, gli sembrava, da anni e anni, fosse ora a portata di mano, dopo le tenebre di una notte e la navigazione di un giorno. All’età di sei anni, apparteneva già a quel vasto gruppo di persone che non sanno tener separato un sentimento dall’altro, ma piuttosto lasciano che le immaginazioni del futuro, con le loro gioie e dolori, offuschino ciò che è già qui; perché fin dalla prima infanzia qualsiasi oscillazione nella ruota della sensibilità ha il potere di cristallizzare e fissare l’attimo, da cui la tristezza o l’euforia dipendono.”

Trama

In una sera del settembre del 1914, la famiglia Ramsay, in vacanza in una delle isole Ebridi, decide di fare l’indomani una gita al faro con alcuni amici. Per James, il figlio più piccolo, quel luogo è una meta di sogno, piena di significati e di misteri. La gita viene però rimandata per il maltempo. Passano dieci anni, la casa va in rovina, molti membri della famiglia sono morti. I Ramsey sopravvissuti riescono a fare la gita al faro, mentre una delle antiche ospiti finisce un quadro iniziato dieci anni prima. Passato e presente si intrecciano, il tempo assume un diverso significato.

Recensione

Il romanzo appartiene alla tradizione modernista, in cui la trama ha un’importanza secondaria rispetto all’aspetto psicologico legato ai personaggi.

Il romanzo rappresentò un progetto molto importante per la Woolf, infatti grazie alla scrittura di “Gita al Faro”, l’autrice affrontò il ricordo della madre che non sapeva nemmeno di aver conservato così bene, la sorella Vanessa dopo aver letto il romanzo, scrisse a Virginia:

“A me sembra che tu abbia tracciato un ritratto della mamma che le somiglia più di quanto avrei mai creduto possibile. È quasi doloroso vedersela risuscitare davanti. Sei riuscita a far sentire la straordinaria bellezza del suo carattere… È stato come incontrarla di nuovo… Essere riuscita a vederla in questo modo a me sembra un’impresa creativa che ha del miracoloso… L’immagine che dai di lei sta in piedi da sola e non solo perché evoca ricordi. Mi sento eccitata e turbata e trascinata in un altro mondo come lo si è solo da una grande opera d’arte.”

Stile, Ritmo e Atmosfere

Lo stile si focalizza sulle riflessioni dei personaggi e l’introspezione di questi, quindi ci ritroviamo spesso davanti scene che risultano vivide e ritraggono in modo spesso nostalgico quadri presi dalla memoria dei personaggi, o riflessioni sulla situazione presente con una nota di malinconia, è un testo comunque pervaso da questo tocco di passato riportato alla memoria che intacca in un modo o nell’altro il presente.

Secondo me lo stile della Woolf ha spesso questa vena di malinconia in cui il personaggio che stiamo seguendo non è solo quel personaggio, ma anche le sue memorie e vicende passate che sembrano ancora vive e sempre presenti con lui/lei e sbucano fuori durante i suoi pensieri o azioni quotidiane.

Però in “Gita al Faro” questa caratteristica è presente in modo più che evidente, è anche il romanzo più autobiografico della Woolf e ritrae assieme alla famiglia Ramsey anche la famiglia della stessa Woolf, quindi ritroviamo quelle dinamiche famigliari che si ricollegano sempre a memorie e aneddoti profondamente saldati alla base di un essere umano, rappresentata appunto dalla famiglia, e non si può non avvertire quel senso di familiarità e nostalgia in cui anche gli eventi all’apparenza più irrilevanti assumono un peso significativo nella crescita di un individuo.

Il ritmo del romanzo è piuttosto lento, ma rimane comunque godibile, essendo però un testo modernista l’autrice si prende il suo tempo per l’introspezione psicologica e filosofica dei personaggi, è un libro abbastanza breve perché ha 213 pagine, ma la sensazione è quella di leggere un testo più corposo proprio per il peso delle dinamiche, della vita famigliare presenti all’interno.

L’atmosfera è appunto nostalgica e malinconia e questa si intensifica man mano che si avanza nel romanzo, perché il testo è composto da tre capitoli, il primo e il terzo sono i più lunghi e descrivono un lasso di tempo di meno di 24 ore, mentre nel secondo il tempo passa velocemente e ci vengono raccontati dieci anni in poche pagine e in queste veniamo a conoscenza di fatti importanti che riguardano i personaggi e nel terzo torniamo nell’atmosfera famigliare tipica del primo capitolo, ma molte cose sono cambiate e il tempo è passato e ovviamente le conseguenze di ciò che è accaduto si riversano sui fatti narrati nell’ultima parte e sulla crescita dei personaggi che ritroviamo.

“Poi, sapendo che l’osservava, invece di parlare si girò, sempre con il calzerotto in mano, e lo guardò. E mentre lo guardava cominciò a sorridere, perché anche se lei non aveva detto una parola, lui sapeva, certamente lui sapeva, che lei lo amava. Non poteva negarlo. E sorridendo guardò fuori dalla finestra e disse (pensando tra sé, niente al mondo può eguagliare questa felicità): “Sì, avevi ragione. Domani pioverà.” Non lo disse, ma lui capì. E lei lo guardò sorridendo. Perché ancora una volta lei aveva trionfato.”

La Famiglia Ramsay

Tra le varie tematiche di “Gita al Faro” una di quelle principali, se non la principale, è la famiglia, il rapporto tra marito e moglie, rapporto tra genitori e figli, gli obblighi e i doveri che ci si sente di dover assolvere in un qualche modo, le pressioni famigliari, la mancanza per le persone che vengono a mancare, ma soprattutto l’operazione di cambiamento mista ad amarezza per la crescita e l’evoluzione che ogni individuo affronta condita con quel senso di perdita per ciò che non potrà più tornare e che ora esiste solo nei ricordi.

Ci sono anche altri personaggi che ruotano attorno alla famiglia Ramsay e uno di questi personaggi è quello della pittrice Lily, personaggio senza dubbio affascinante dal punto di vista caratteriale e diciamo originale per l’epoca perché a differenza delle sue contemporanee Lily non nutre il desiderio di sposarsi, vuole coltivare la propria arte e anche quando la Signora Ramsay le fa presente questa questione del matrimonio lei non sembra comunque convincersi.

Lily è l’alter-ego di Virginia Woolf nel romanzo e rappresenta alcuni tratti caratteriali che la stessa Virginia sentiva di possedere, come ad esempio dare la priorità alla propria arte e sentirsi in un epoca come quella in cui viveva Virginia, non compresa del tutto per questo.

Ovviamente dare la priorità alla propria arte per Lily e per Virginia non significava distaccarsi dal mondo intero, non avere nessun rapporto con gli altri o dare a questo desiderio una connotazione puramente egoistica, assolutamente, ma Lily nel romanzo viene considerata quasi mancante di qualcosa perché non è appunto sposata o non ha figli da crescere.

Lily nella terza parte del romanzo, quella in cui tutti i personaggi presenti nella prima, tranne quelli che sono venuti a mancare, si ritrovano, arriva ad una importante conclusione che è il nocciolo stesso del romanzo ed è rappresentato dalla Signora Ramsay.

Signora Ramsay, madre di Virginia e donna alla base di “Gita al Faro”, grande assenza nella vita di Lily che nel terzo capitolo avverte tutto il peso enorme di questa assenza, le arriva addosso all’improvviso e capisce cos’è questa mancanza, che allo stesso tempo però è l’unica cosa reale e tangibile che ancora la lega alla Signora Ramsay nonostante la dipartita di questa.

Così Lily stinge a sé questo dolore e questo vuoto, lo assapora e ne gode a pieno, è un qualcosa di nostalgico, amaro e doloroso, ma al tempo stesso è l’unica cosa che la ricollega ad un passato in cui la Signora Ramsay era ancora viva, i drammi della vita non avevano ancora sconvolto, come accadrà negli anni seguenti, la vita dei personaggi e tutto sembrava ancora intatto in qualche modo, magari un poco ammaccato, ma ancora intatto.

Conclusioni

“Gita al Faro” è un romanzo che rispetta quella che per me è una caratteristica fondamentale dei romanzi della Woolf, ovvero la forza delle descrizioni e delle sensazioni dei personaggi che assieme generano un testo di una potenza sensazionale che si avverte sulla pelle.

E’ un testo a tratti lento che di certo ci si deve godere a pieno senza fretta, si deve assaporare piano piano, entrando in contatto con i personaggi, ma ne vale la pena.

Non è ad oggi il mio romanzo preferito della Woolf, ma so già che un domani lo rileggerò e ci tornerò spesso con la memoria.

Voto:

E voi? Avete mai letto qualcosa della Woolf? Sì? No? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

A presto!

Pillole Letterarie #26

“Fu allora che successe.
Lama sollevò una zampa come per toccare il braccio della ragazza. E incontrò la sua mano.
Palmo nel palmo.
Occhi negli occhi.
Un pozzo castano e uno specchio d’ambra. Greta affondò nell’iride della lupa. Vide una notte ricamata di stelle e un’alba rosata, il sole dorato e una fitta nebbia d’argento. Infine, ritagliata in un cielo blu profondo, una brillante lama di luna”.

“La Luna è dei lupi. E i lupi sono della Luna” sentenziò. Piegò la testa all’indietro e donò al cielo un canto dal colore blu profondo. Più in basso, nel fitto del bosco, gli altri componenti del branco si unirono a lui. “Forse gli uomini pregano in modo diverso” insistette Lama. “Forse venerano qualcosa che possono omaggiare anche nel chiuso delle loro tane”. “Ma che ti prende Lama? Come mai ti vengono questi pensieri?”, “Non sono convinta che tutti gli uomini siano malvagi, ecco tutto.” “E da dove ti viene questa convinzione?” chiese sempre più sbigottito. Lama esitò. “Ieri ho visto una femmina di uomo con il suo bambino. Lo so, ti sembrerà folle… ma mi ha fatto tenerezza. Nei suoi occhi ho visto lo stesso amore che abbiamo noi per inostri cuccioli.” “L’amore per i loro figli non gli impedisce di uccidere i nostri, tuttavia” rispose amaro Rio. “Lo so che molti di loro sono crudeli e distruttori, ma… ecco non credo siano tutti così. […]”

#libriconsigliati#

#piccolistralciletterari#

La Scala di Dioniso – Luca di Fulvio

Buon giovedì!

Come state? State anche voi friggendo di caldo in questa torrida estate?

Oggi dobbiamo assolutamente parlare di un libro che ho letto qualche tempo fa, di un autore di cui non avevo mai letto nulla prima, che mi ha assolutamente stupita e invogliata a recuperare tutte le opere (o quasi) dell’autore in questione che è Luca di Fulvio.

Tra l’altro mi è capitato di leggere il testo di cui andremo a parlare oggi totalmente a caso, perché io uso ancora a volte BookMooch e un giorno nei libri recentemente inseriti dagli utenti ho avvistato appunto “La Scala di Dioniso” e l’ho voluto richiedere, per totale curiosità e sono felice di averlo fatto.

Comunque, andiamo con ordine, “La Scala di Dioniso” è un libro edito Mondadori attualmente fuori catalogo, ma si può trovare in giro molto facilmente, su siti come Ebay, Libraccio, Amazon ecc. ecc. se ne trovano molte copie a prezzi modesti, quindi non fa parte di quella cerchia di libri fuori catalogo introvabili o reperibili solo a prezzi esorbitanti, anzi.

Parliamone!

La Scala di Dioniso – Luca di Fulvio

Casa editrice: Mondadori

Pagine: 481

Genere: thriller, giallo storico

Prezzo di Copertina: € 8,80

Prezzo ebook: € 7,99

P. Pubblicazione: 2005

Link all’acquisto: QUI

Incipit

L’assassino conosceva il dolore. Perché era nato nel dolore. Lui stesso era dolore. E non c’era pena che non fosse in grado di amare. Perché il suo era un buon dolore. Perché adesso il dolore del suo misero corpo ne era al contempo il trionfo e la celebrazione, il mezzo scelto dal destino per dargli un’altra vita. Una vita gloriosa. Nessuno avrebbe riso di lui. Non più. Poteva raccogliere a piene mani, nella carne degli altri, il tormento che quelli avevano mietuto non solo nel suo corpo ma anche nella sua anima. Aveva la vendetta, ora. Aveva la forza. Aveva la paura di quegli altri. Il dio gliel’aveva concesso. E per il dio l’avrebbe fatto.

Trama

È il 31 dicembre 1899. L’alba del nuovo secolo si macchia di sangue.
Una strage efferata – la prima di una lunga e misteriosa catena di delitti – si consuma alla Mignatta, “la sanguisuga”, il promiscuo distretto suburbano che ospita ladri, taglieggiatori e tutti i miserabili che la città si lascia alle spalle, senza voltarsi, ma anche i ricchi azionisti del grande zuccherificio, chiusi nelle loro ville dorate e ostili alle nascenti idee socialiste che si diffondono tra gli operai. Ed è proprio contro le mogli degli azionisti che si accanisce l’assassino, incidendo nelle loro carni gli indecifrabili segni della sua rivalsa.
Feroce come un vendicatore, implacabile come un dio, è il primo serial killer del Novecento. In questa polveriera pronta a esplodere, il giovane ispettore Milton Germinal compie la sua discesa all’inferno. Trasferito alla Mignatta a causa della sua dipendenza da oppio ed eroina, spetta a lui decifrare la firma del mostro, i suoi macabri riti. Annaspando in questo incubo, dove nulla è ciò che sembra, Germinal incontra personaggi ambigui e carismatici, deformi e seducenti: il pallido ed etereo Stigle, il chimico dello zuccherificio; il dottor Noverre, l’inquietante direttore dell’Istituto delle Malformazioni; l’itterico Sciron e poi c’è lei, Ignés dai magnifici occhi grigi, la Regina delle Nebbie… e l’orrore a tratti si stempera in una storia d’amore che lo può salvare o condurre alla perdizione.
In un’atmosfera cupa e morbosa, appassionata e sensuale, mistica e feroce, Luca Di Fulvio conduce, gradino dopo gradino, in cima alla scala di Dioniso, la scala di quel dio visionario dalla quale si domina la fine dell’Ottocento e l’inizio di un Novecento che racchiude in sé tutti i germi della nostra attuale malattia.

Recensione

Luca di Fulvio è famoso per aver scritto anche “La Gang dei Sogni“, “La Figlia della Libertà“, “La Ragazza che toccava il cielo“, “Il Grande Scomunicato” e altri.

In Germania La gang dei sogni, con il titolo Der Junge, der Träume schenkte, ha venduto più di un milione di copie restando in testa alla classifica dei bestseller per mesi.

Nel 2021 è stato uno dei sei finalisti del Premio Bancarella.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Uno degli aspetti che ho più adorato e apprezzato di questo libro è l’atmosfera, infatti siamo in un mondo e in una società abbandonata quasi a sé stessa, con l’ispettore Germinal ci rechiamo in questa parte della città degradata e cupa, parecchio cupa, questo sarà il luogo tra l’altro in cui si svolgerà l’intera vicenda.

Un luogo malsano, malato, in cui ci addentriamo assieme ai personaggi anche in edifici che nascondono segreti e misteri, ma anche una storia oscura e fosca.

Ci muoviamo attraverso vari luoghi, ma ognuno di questi è cupo a modo suo, c’è ad esempio questo spazio che costeggia in un certo senso la cittadina che viene descritto come se fosse una specie di accozzaglia di vecchi edifici fatiscenti, un clima quasi post-apocalittico, in cui sembra non esserci nessuno, ma in realtà in questo posto chiamato modestamente “Inferno”, ci sono occhi ovunque, compaiono persone nascoste nel buio che sembrano vivere come topi, pronte a derubare o uccidere chiunque passi da quelle parti.

Ci sono luoghi in questo libro che rimangono impressi per l’atmosfera che si respira in questi, c’è un istituto dedicato alle Malformazioni in cui il dottor Noverre, esso stesso malformato, cura pazienti problematici, c’è un circo situato su una collina diretto da un uomo misterioso e senza scrupoli in cui l’affascinante Ignés si esibisce, c’è lo zuccherificio che dà lavoro a parecchie persone ed è in un certo modo gestito anche dal chimico Stigle, un giovane pallido ed etereo che nasconde una natura tormentata, insomma ritroviamo personaggi sfaccettati che si intrecciano a questi luoghi inquietanti.

Lo stile di Luca di Fulvio è assai gradevole, ho apprezzato anche il fatto che dopo il finale vero e proprio, l’autore si prenda un tot di pagine per approfondire la figura dell’assassino che in questo libro smuove le vicende con efferati delitti, in queste pagine l’autore ripercorre le origini dell’omicida e ne delinea un quadro nitido e tragico.

“La Natura, in coro, vi risponderà che disprezza la perfezione che predichiamo. La Natura… se esiste quest’anima che vogliono le nere sottane della nostra Chiesa… ha un’anima efferata, viziata e viziosa, che afferma se stessa attraverso la morte di qualcos’altro. In questa perfetta imperfezione la Natura affila le armi della propria sopravvivenza ed evoluzione. Se abbiamo una colpa, noi uomini che crediamo di superare la Natura, se abbiamo una colpa è proprio di non assecondare i nostri istinti, di non ubbidire a noi stessi, di vivere non di vita ma di illusioni, non di azioni ma di ipotesi, non di presente ma di passato o di futuro. Se abbiamo una colpa… è di essere quel che non siamo.”

Il ritmo generale del testo è costante, verso il finale ovviamente in momenti topici diventa crescente, ma tutto sommato dato che dobbiamo seguire vari personaggi e sottotrame il ritmo rimane stabile senza risultare noioso o lento.

Un mondo disgraziato

La Scala di Dioniso” è un libro senza dubbio drammatico, per dire questo penso al mondo in cui è ambientato, ai personaggi che seguiamo, alle vicende che li coinvolgono e anche al finale.

E’ un libro violento in cui le scene di omicidio sono piuttosto dettagliate e in generale lo stile dell’autore e il mood generale della vicenda non fanno altro che rendere queste scene ancora più amare e tragiche.

Il libro segue personaggi complessi, tutti/e hanno alle spalle traumi ancora molto vividi che nel corso del tempo li hanno resi quelli che incontriamo, e ognuno di questi traumi emerge nel corso del testo e viene rivelato, abbiamo anche personaggi con dipendenze, ad esempio l’ispettore Germinal che è dipendente dalla droga, o il personaggio di Ignés che in seguito a varie vicende ha bisogno di provare un dolore fisico per avere un rapporto sessuale soddisfacente, o ancora abbiamo la dipendenza/ossessione della vendetta che invece accompagna l’assassino, un personaggio che ha creato dentro di sé una nuova identità, nata anche qui da un trauma molto profondo.

L’autore affronta varie tematiche, la violenza sessuale, la dipendenza da droga appunto, la malformazione fisica, l’infanzia distrutta, l’odio da parte dei genitori, la lotta fra classi sociali, lo sfruttamento ecc. ecc.

Questo infatti si sente un Dio, un Dioniso che entra in gioco per ripulire il mondo da esseri umani che secondo lui devono essere puniti ed eliminati per creare una nuova realtà degna di un Dio come lui.

C’è un legame fra la scelta di Dioniso e la nuova identità di questo che verrà approfondita nel testo e ho gradito il fatto che nulla sia stato lasciato al caso, c’è un motivo preciso per cui l’assassino diventa questo Dio vendicatore e vendicativo, in questo testo si riesce a capire la vera personalità dei personaggi e soprattutto le azioni che compiono hanno sempre una motivazione proprio perché impariamo a conoscere quel personaggio.

Non è un testo in cui ci troviamo davanti individui che si comportano in modo poco coerente rispetto a ciò e a chi sono davvero.

Le scelte, anche quelle meno condivisibili, dei personaggi si ricollegano sempre alla loro identità e a ciò che abbiamo letto su di loro, riguardo ai loro traumi e alla loro visione del mondo.

La trama di base potrà sembrare quella del classico giallo con un assassino a piede libero che terrorizza la popolazione, soprattutto quella della “classe” sociale che ha deciso di prendere di mira, con un detective che è sulle sue tracce e si muove tra intrighi, intuizioni e misteri.

Ma in questo libro c’è molto di più, ovviamente il focus rimane sulla serie di omicidi e l’indagine per scoprire l’identità dell’assassino, ma abbiamo molti altri personaggi che ruotano attorno a Germinal e alla scia di sangue, e ognuno di questi personaggi si rivela essere importante e più che interessante da seguire.

Insomma Luca di Fulvio delinea un mondo tragico con conflitti sociali, violenza che dilaga, esseri umani sempre più provati e oppressi da ciò che sono stati, il tutto si sovraccarica fino all’esplosione finale con una scena senza dubbio d’effetto.

Conclusioni

“La scala di Dioniso” è stata una vera e propria sorpresa per me, mi sono appassionata ad ogni giro di trama, personaggio, vicenda sempre immersa in quel clima fosco o opprimente che tanto adoro trovare nei libri.

Forse le uniche pecche sono il fatto che a tratti l’autore si sofferma un po’ troppo su scene o rivelazioni che risultano chiare quasi fin da subito, ma non è comunque un soffermarsi che rende eccessivamente pesante la lettura, semplicemente a tratti ho notato questa caratteristica.

Se avete l’occhio allenato da thriller o giallo forse potreste già arrivare all’identità del killer in questione prima della rivelazione, anche perché ad un certo punto l’autore inizia a spargere indizi sempre più diretti.

Che dire quindi? Luca di Fulvio è stato una grande scoperta e non vedo l’ora di leggere altro dell’autore, se vi piacciono i gialli storici a tinte parecchio cupe, con personaggi travagliati, ambientazioni originali e tenebrose “La Scala di Dioniso” è il libro perfetto per voi!

Voto:

E voi? Avete mai letto qualcosa di Luca di Fulvio? Sì? No? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

A presto!

PoetryTime

Incontrerò la grande sofferenza

nelle mani e in tutto il volto,

entrerò nel grande dolore

e davanti all’uscio piangerò,

prima che mi lascino passare,

che mi chiedano da dove sarò venuto

se oserei fermarmi lì, dove c’è solo neve,

o se continuassi fino ai castagni,

allora sarò sulla montagna

e abbraccerò tutte le ferite,

le mie e quelle del sangue altrui,

non ci sarà patimento in tutto questo,

solo alberi sterminati di conifere.

(da Tibet)

Roberto Carifi

TBR Estiva (2022)

Buon lunedì e buon inizio settimana!

Oggi parliamo di programmi di lettura, obbiettivi belli e speranze mal riposte, perché parliamo della tbr estiva, ovvero i libri che vorrei leggere in questo periodo estivo, quindi da ciò che rimane del mese di luglio all’intero mese di agosto.

Perché dico “speranze mal riposte”? Beh, diciamo che io non ho una parentesi passata positiva per quando riguarda le tbr in generale, infatti ogni volta in cui è uscita qui sul blog una tbr io ho sempre fallito miseramente, non sono mai stata brava con le tbr e in generale con il seguire un piano in modo costante.

Ma dovete sapere che da quest’anno sono cambiata, ebbene sì, infatti dal gennaio del 2022 ho iniziato ogni mese a farmi una tbr e miracolo dei miracoli sono sempre riuscita a rispettare la mia tbr mensile, da gennaio a oggi.

Certo, a volte mi è capitato di sostituire un testo in tbr con un altro, a volte non sono riuscita a leggere tutti i libri nella pila, però insomma a parte qualche leggero sbandamento sono riuscita a rimanere sul sentiero, chissà quanto durerà tutto ciò…

E ora, dato che siamo in pieno periodo estivo ho deciso di ritentare con una tbr estiva, come avevo fatto anche qualche anno fa, ho messo assieme una pila sostanziosa di libri che spero di leggere prima della fine dell’estate, come scritto prima il periodo di riferimento è fino alla fine di agosto.

La Pila

Tra l’altro se mi seguite su Instagram (qui), forse il mistero di questa pila vi sarà già stato rivelato.

Dunque, partiamo da Bunker Diary di K. Brooks che è la base di questa pila e fa parte anche di quella specie di tbr annuale che ho stilato alla fine del 2021.

Questo libro aspetta di essere letto da anni, ricordo che andava parecchio “di moda” anni fa, lo si vedeva spesso in giro, ora non più così tanto. E’ un testo che vi dirò la verità, mi spaventa e mi intriga allo stesso tempo perché è letteralmente il diario di un ragazzino che viene rapito, assieme ad altri, rinchiuso in questa stanza e osservato da parecchie telecamere e microfoni. Queste persone non sanno perché si sono state rapite o cose le accomuna, e questo è in pratica il diario della sua esperienza.

Abbiamo poi L’Avversario di E. Carrére che schiaccia Bunker Diary e dovete sapere che in realtà ho già iniziato a leggere questo testo, da ieri sera, sono ora circa a pagina 50. Racconta di un fatto realmente accaduto, quello di un uomo che ha sterminato la propria famiglia composta da: due figli, la moglie e anche i genitori dell’assassino.

La motivazione è la scoperta della sua vita fittizia, infatti questo si era costruito un’immagine totalmente falsa vivendo per anni in una menzogna.

Essendo al momento in una fase di sconforto per la lettura, non un vero e proprio blocco, ma comunque un momento di calo ho deciso di iniziare questo anche per sbloccarmi dato che è un libro breve e scritto in uno stile approcciabile.

Vediamo poi Il Libro Contro la Morte di E. Canetti, altro testo attualmente in lettura, con cui sto andando avanti a rilento, ma va bene comunque.

Questo libro è stato scritto nel corso di 50 anni ed è una raccolta di frasi, pezzi di interviste, riflessioni dell’autore, dialoghi con i contemporanei sulla morte, sul potere della morte e sull’essenza dell’umanità quando si parla della fine della vita.

Il Portale degli Obelischi di N.K. Jemisin è il secondo volume della trilogia della Terra Spezzata, di cui ho letto a giugno il primo volume “La Quinta Stagione”, di cui parleremo prossimamente.

Questo è un testo che ho voluto inserire nella tbr, ma vi dirò non so se riuscirò nell’impresa di leggerlo oppure no perché quando affronto una serie/trilogia/ciclo ho sempre bisogno di qualche mese di tempo prima di passare al volume seguente. Vedremo, per ora eccolo lì.

Shining di S. King, ahh questa sì che è una lettura certa! Leggerò assolutamente questo libro ad agosto, ne sono sicura perché non vedo l’ora.

E’ il famoso testo di King da cui è stato tratto l’altrettanto famoso film diretto da Kubrik, con tutte le differenze del caso anche per la famosa faida fra King e il regista, ma parla di quest’uomo che con la sua famiglia si reca in questo hotel per diventarne il guardiano nel periodo invernale, ma il figlio Danny inizia ad avere terribili e inquietanti visioni sui fatti avvenuti in questa struttura e anche la psiche di Jack con il passare del tempo non fa altro che peggiorare.

Hap e Leonard di J. R. Lansdale, anche questo fa parte della tbr annuale e il volume che vedete nella foto contiene i primi tre libri della serie, ovvero “Una Stagione Selvaggia”, “Mucho Mojo” e “Il Mambo degli Orsi”.

Sono anni che spero di leggere qualcosa con protagonisti Hap e Leonard, ma anche qualcosa scritto da Lansdale che è un autore di cui ho vari testi in libreria senza aver però mai letto nulla.

La serie di H&L dovrebbe seguire due detective, amici che investigano su vari casi e si buttano in imprese varie.

Gli Ultimi Giorni di Smokey Nelson di K. Mavrikakis, è un libro che è in lettura al momento e non so se ve lo ricordate, ma anni fa quando portavo ancora i book haul sul blog avevo parlato di questo libro, quindi sono passati anni da quando l’ho acquistato, non ricordo quanti esattamente, ma direi un buon tot.

Parla di quest’uomo Smokey Nelson che nel 1989 ha sterminato una famiglia in una camera d’albergo e al tempo presente del libro sta per essere giustiziato dopo vent’anni nel braccio della morte. La vicenda è narrata da quattro personaggi che hanno avuto a che fare in un modo o nell’altro con Nelson.

Lolita di Nabokov, è un classico che mi manca e che spero di leggere da anni, anche questa la darei come lettura certa.

Il Dio delle Piccole Cose di A. Roy è il libro del mese di luglio per il gdl e io lo devo ancora iniziare, ma voglio assolutamente leggerlo, quindi segniamo anche questa come lettura certa, dato che il gruppo sarà “in vacanza” per agosto, potrei finire per leggerlo anche ad agosto, vedremo un po’ come andranno le letture.

Il libro narra le esperienze infantili di due fratelli gemelli, le cui vite vengono distrutte dalle “Leggi d’amore”, che stabiliscono “chi deve essere amato, e come. E quanto”. Il libro racconta una grande storia d’amore che entra in conflitto con le convenzioni; ci mostra un Paese, dilaniato fra tradizione e modernità, dove esistono ancora gli intoccabili e leggi non scritte continuano a governare la vita di una donna; ci fa entrare in un mondo fatto di piccoli eventi, di cose ordinarie che sembrano di nessuna importanza, ma che sono cariche di un significato più profondo e in cui sembra rispecchiarsi una verità universale.

Mentre Morivo di Faulkner, credo un altro testo facente parte della tbr annuale, è un libro che mi intimorisce un poco più per quello che ho sentito sul suo conto, ho sentito che per moltə è un testo complesso più che altro per la struttura.

Seguiamo la vicenda infatti da tanti punti di vista e personaggi diversi, i capitoli sono piuttosto brevi e ognuno segue un personaggio diverso, la storia narra il viaggio, tra rancori e tensioni, di un padre e i suoi figli verso il luogo di sepoltura della madre.

Mattatoio n.5 di K. Vonnegut, ricordo di aver parlato di questo libro anni fa sul blog, ma vorrei rileggerlo anche perché non ricordo nulla.

E’ la storia semiseria di Billy Pilgrim, americano medio affetto da un disturbo singolare (“ogni tanto, senza alcuna ragione apparente, si metteva a piangere”) e in possesso di un segreto inconfessabile: la conoscenza della vera natura del tempo.

Infine un saggio, Il Mostruoso Femminile di J.E.S. Doyle, un testo che ho visto parecchio in giro e che è entrato di diritto nella mia lista di libri da leggere il prima possibile.

“Il mostruoso femminile” è un saggio sulla natura selvaggia della femminilità, che viaggia tra mito e letteratura, cronaca nera e cinema horror, mostrando la primordiale paura che il patriarcato nutre da sempre nei confronti delle donne. 

Devo mettere le mani avanti e dire che potrebbero esserci delle sostituzioni in caso dovesse venirmi la voglia di leggere libri ricevuti magari per il compleanno, o a causa di voglie improvvise nei confronti di un libro specifico, insomma potrebbe cambiare questa lista, ma l’importante è essere armatə di buone intenzioni.

E voi? Avete già qualche programma di lettura per questa estate? Che libro state leggendo ora? Fatemi sapere!

A presto!

Il Deserto dei Tartari – Dino Buzzati

Buon martedì!

Come procede luglio e questa settimana afosa?

Spero che il blog non sia completamente oscurato e introvabile dopo i cambiamenti di cui abbiamo parlato qualche giorno fa, dovrebbe essere tutto a posto ora… quindi, rieccoci!

Oggi, parliamo di un libro che ho letto all’inizio del 2022, un libro che io avevo già provato a leggere circa 1/2 anni fa ma che non ero riuscita a portare a termine, forse perché non era il momento giusto.

Questo libro tra l’altro fa anche parte di quella specie di tbr annuale che ho stilato alla fine del 2021 nei propositi di lettura per il 2022 e sono stata molto felice di poterlo finalmente segnare come letto dopo essermi goduta la lettura.

Comunque, andiamo con ordine, oggi parliamo de “Il Deserto dei Tartari” di Dino Buzzati.

Il Deserto dei Tartari – Dino Buzzati*

Casa editrice: Mondadori

Pagine: 300

Genere: romanzo, narrativa

Prezzo di Copertina: € 14,50

Prezzo ebook: € 7,99

P. Pubblicazione: 1940

Link all’acquisto: QUI

*La copertina mostrata è quella dell’edizione che ho letto io, ma il titolo è disponibile in una nuova edizione, edita Mondadori, con una nuova veste grafica che potete trovare cliccando sul link qui sopra.

Incipit

Nominato ufficiale, Giovanni Drogo partì una mattina di settembre dalla città per raggiungere la Fortezza Bastiani, sua prima destinazione. Si fece svegliare ch’era ancora notte e vestì per la prima volta la divisa di tenente. Come ebbe finito, a luma di una lampada a petrolio si guardò nello specchio, ma senza trovare la letizia che aveva sperato. Nella casa c’era un grande silenzio, si udivano solo piccoli rumori da una stanza vicina; sua mamma stava alzandosi per salutarlo.

Trama

Ai limiti del deserto, immersa in una sorta di stregata immobilità, sorge la Fortezza Bastiani, ultimo avamposto dell’Impero affacciato sulla frontiera con il grande Nord. È lì che il tenente Drogo consuma la propria esistenza nella vana attesa del nemico invasore. Che arriverà, ma troppo tardi per lui. Pubblicato nel 1940, “Il deserto dei Tartari” è “il libro della vita” di Dino Buzzati: nell’esistenza sospesa di Giovanni Drogo, infatti, i riti di un’aristocrazia militare decadente si mischiano a gerarchia, obbedienza e alla cieca osservanza di regolamenti superati e anacronistici. La sua storia è una «sintesi della sorte dell’uomo sulla Terra», il racconto «del destino dell’uomo medio» in attesa di «un’ora di gloria che continua ad allontanarsi», finché, ormai vecchio, si accorgerà «che questa sua aspirazione è andata buca». «Probabilmente» ha rivelato l’autore «tutto è nato nella redazione del “Corriere della Sera”, dal 1933 al 1939 ci ho lavorato tutte le notti, ed era un lavoro pesante e monotono, e i mesi passavano, passavano gli anni e io mi chiedevo se sarebbe andata avanti sempre così, se la grande occasione sarebbe venuta o no. Molto spesso avevo l’idea che quel tran-tran dovesse andare avanti senza termine e che mi avrebbe consumato così inutilmente la vita. La trasposizione di questa idea in un mondo militare fantastico è stata per me quasi istintiva». In questa edizione il testo è accompagnato dalla riproduzione di materiali inediti che permettono di ricostruire la genesi del romanzo e il suo percorso dalla pagina al grande schermo tra cambiamenti e finali diversi.

Recensione

“Il Deserto dei Tartari” è stato pubblicato per la prima volta nel 1940 ed è il libro più famoso dell’autore, anche se Buzzati ha scritto di certo anche altri testi decisamente famosi e apprezzati.

Lo scrittore in un’intervista affermò che lo spunto per il romanzo era nato:

«… dalla monotona routine redazionale notturna che facevo a quei tempi. Molto spesso avevo l’idea che quel tran tran dovesse andare avanti senza termine e che mi avrebbe consumato così inutilmente la vita. È un sentimento comune, io penso, alla maggioranza degli uomini, soprattutto se incasellati nell’esistenza ad orario delle città. La trasposizione di questa idea in un mondo militare fantastico è stata per me quasi istintiva.»

Stile, Ritmo e Atmosfera

Lo stile che troviamo è quello tipico di Buzzati, uno stile travolgente che riesce a trascinare il lettore dentro alla vicenda fin dalle prime pagine, viene spontaneo interessarsi alla vita di Giovanni Drogo in viaggio per raggiungere la Fortezza Bastiani e lasciarsi alle spalle la sua vecchia vita.

Il tono iniziale della vicenda è quasi sconsolato e dubbioso, Drogo è finalmente ufficiale e dovrebbe essere felice per questo, ha studiato per anni in attesa di un tempo simile e come primo incarico deve prestare servizio appunto alla Fortezza Bastiani, un avamposto tempo prima strategico che ora però è quasi sconosciuto ai più, sorveglia solo una desolata pianura denominata “il deserto dei tartari”.

I Tartari (o Tatari) sono una popolazione nomade dell’Asia centrale, federata nel Medioevo con i Mongoli; però alla fine questi hanno poco a che vedere con il libro, infatti Buzzati sfrutta il nome dei Tartari per evocare l’idea di una minaccia militare, di un’invasione da parte di un popolo crudele, un’attacco che sembra non giungere mai, ciò si rivela una motivazione che tiene incorati i personaggi alla Fortezza Bastiani.

Comunque, il ritmo del libro è costante, nonostante il focus sia sul tempo che passa, sulla “fuga del tempo” e sul rimanere bloccati nella speranza di un qualcosa che si spera accadrà in futuro, ma il tempo va avanti e questo qualcosa non accade mai, il ritmo rimane scorrevole.

Infatti fra personaggi secondari, avvenimenti vari e riflessioni di Drogo a me non è mai capitato di avvertire un senso di pesantezza o lentezza nello stile di Buzzati.

“Per le ultime volte vengono a lui nella notte le dolci immagini di un mondo completamente felice. Guai se potesse vedere se stesso, come sarà un giorno, là dove la strada finisce, fermo sulla riva del mare di piombo, sotto un cielo grigio e uniforme e intorno né una casa né un uomo né un albero, neanche un filo d’erba, tutto così da immemorabile tempo.”

Parlando delle atmosfere presenti in questo testo direi che la sensazione è proprio quella di sentirsi vincolati in un ambiente desolato, in attesa di un qualcosa che sembra sempre sul punto di arrivare e ci si continua a preparare per questo qualcosa, si continua ad attendere e intanto si avverte il peso degli anni che passano.

L’assuefazione de “Il Deserto dei Tartari”

Giovanni Drogo è un personaggio di base neutro, un giovane di buone speranze che all’inizio rimane colpito anche negativamente dalla Fortezza Bastiani, pensa che una volta terminato il periodo di permanenza se ne andrà verso prati più verdi, pensa che questa sarà solo un’avventura di pochi mesi, ma come dicevamo prima il tempo passa e Drogo si ritrova invece vittima della Fortezza Bastiani.

I tartari, la Fortezza, alcune minacce che spunteranno nel corso del libro non fanno altro che convincere Drogo a rimanere alimentando quel sospetto e quella convinzione di avere ragione quando si pensa che qualcosa accadrà prima o poi.

“Il Deserto dei Tartari” è un libro che si fonda su questo principio, è una metafora costruita in modo più che sapiente dall’autore che è riuscito a creare simboli e paesaggi che in realtà non sono solo ciò che vediamo, e che Drogo vede, ma sono il simbolo della condizione umana, questa distesa sterminata di cui non si vede chiaramente il fondo da cui potrebbe arrivare una minaccia in ogni momento simboleggia l’ignoranza verso il futuro che ci tiene però attaccati/e alla speranza nei confronti di questo, uno stato di perenne attesa in cui si ha paura di cambiare ciò che si è in quel momento perché le cose potrebbero migliorare o arrivare proprio quando scegliamo di voltarci dall’altra parte e andarcene.

“Era l’ora delle speranze. E lui ritornava a meditare le eroiche fantasie tante volte costruite nei lunghi turni di guardia e ogni giorno perfezionate con nuovi particolari.”

Il libro ha un qualcosa di onirico, ciò che Drogo vive sembra sempre ricoperto da un alone sfocato come se tutta la vita passasse come un serie di eventi già confermati e prestabiliti, che si mischiano assieme.

Il libro può essere interpretato in vari modi, anche come un racconto allegorico, da una parte ciò che leggiamo legato alla vita militare nella Fortezza Bastiani può essere considerato letteralmente per quello che è quindi il racconto di un ufficiale in questo luogo, ma dall’altro lato può anche essere considerato un testo dedicato alla condizione umana, in cui il deserto, il tempo e le minacce rappresentano condizioni umane.

Conclusioni

“Il Deserto dei Tartari” è secondo me un testo geniale, sia per la capacità di Buzzati nel dare vita ad un contesto come quello presente nel volume, sia per l’idea e la rappresentazione della condizione umana mostrata in modo unico e originale.

E’ un libro senza dubbio amaro che getta però il focus anche su vari aspetti della vita, non solo quelli di cui abbiamo parlato, ovviamente non posso andare fino in fondo per evitare di fare spoiler, ma vi posso dire che nel corso del libro incontriamo molti personaggi e vediamo ciò che accade a questi e così facendo vediamo altri lati della medaglia, versioni diverse della vita rispetto a quella che si è scelto Drogo.

Giovanni attende la gloria come i suoi compagni, spera in un futuro di azione e riconoscimento o più che altro cambiamento, vive in questa speranza e nel frattempo il tempo passa e si ritrova vecchio e malato a ripensare alla sua esistenza in una grande parabola che parla di tempo che passa e si perde.

A fine lettura ho assegnato quattro stelle a questo testo, perché ci sono stati punti in cui ho trovato il ritmo abbastanza lento e un poco pesante, ma vi posso dire che a distanza di mesi, mi sento di poter assegnare quattro stelle e mezzo dopo aver digerito a pieno la lettura.

Voto:

E voi? Avete mai letto “Il Deserto dei Tartari”? Se sì, vi è piaciuto? Sì? No? Fatemi sapere!

A presto!