La Fortuna – Valeria Parrella

Buon lunedì e buon inizio settimana!

Eccoci qui con il primo articolo di novembre, e come è capitato spesso nelle ultime settimane sono in iper ritardo, oggi parliamo di un libro che ho recentissimamente terminato, è tra le mie ultime letture, il che è strano dato che la mia operazione di recupero delle recensioni arretrate è ancora in atto, ma oggi ci tenevo a parlarvi di questo testo in particolare.

Parliamo di un libro uscito qualche mese fa, che ha ricevuto anche un degno successo e una degna pubblicità sui social, in alcuni programmi televisivi e affini, insomma è un testo che dal giorno dell’uscita si è vista spesso in giro e sto parlando de “La Fortuna” di Valeria Parrella.

Non so se è mai venuto fuori questo discorso, ma io mi ritengo una appassionata di Pompei, direi anche una facile al diventare ossessionata con Pompei in alcuni particolari periodi, questo accadeva in realtà soprattutto in passato quando mi è capitato di avvicinarmi per le prime volte a Pompei e alla sua storia, ad oggi invece guardo sempre con molto piacere e interesse trasmissioni, documentari, video vari sull’argomento e leggo sempre con moltissimo piacere libri su Pompei, ma la mia ossessione morbosa si è di certo distesa, per fortuna aggiungerei.

Ma diciamocelo, non si può rimanere indifferenti di fronte alla storia di Pompei e al suo immenso fascino, mai e poi mai!

Comunque, tornando al testo della Parrella, devo confessare che ai tempi dell’uscita del libro mi ero limitata a guardarlo senza particolare interesse, poi una volta scoperta la trama e il concept mi sono fiondata a recuperarlo perché questo romanzo è appunto ambientato a Pompei e ha come protagonista un ragazzo figlio della città.

Parliamone!

                                  

La Fortuna – Valeria Parrella

Casa editrice: Feltrinelli

Pagine: 137

Genere: romanzo storico, romanzo di formazione

Prezzo di Copertina:  € 16,00

Prezzo ebook: € 9,99

P. Pubblicazione: 2022

Link all’acquisto: QUI

Incipit

Mi chiamo Lucio perché sono nato in una casa sotto quel monte, e della mia nascita mamma mi raccontava sempre la stessa cosa; che la casa in cui erano ospiti cominciò a ondeggiare tutta e si spensero le voce come se sulle fiamme avesse soffiato un dio. Lei era distesa a chiacchierare con un’amica, sarebbero dovuti già andar via, ma era febbraio, faceva freddo e davanti al braciere si stava bene. Mio padre aveva bevuto molto e parlava senza fermarsi, mia madre un poco lo guardava, un poco parlava anche lei, tutta avvolta nella lana, fin dove la pancia glielo permetteva. Sarei dovuto nascere a marzo, ma prima di me arrivò il terremoto.

Trama

Il prodigio viene dalla terra, e scuote aria e acqua. Dal cielo piovono pietre incandescenti e cenere, il mare è denso e la costa sembra viva, ogni mappa disegnata è stravolta, i punti di riferimento smarriti. Lucio ha solo diciassette anni e ha seguito l’ammiraglia di Plinio il Vecchio nel giorno dell’eruzione del Vesuvio, ma non può sospettare che il monte che conosce da sempre sia un vulcano. Per quel prodigio mancano le parole, non esiste memoria né storia a rassicurare. Nascosta dalla coltre rovente c’è Pompei, la città che ha visto nascere Lucio e i suoi sogni, dove ancora vivono sua madre, la balia, gli amici d’infanzia, dove ha imparato tutto ciò che gli serve, adesso, per far parte della flotta imperiale a dispetto del suo occhio cieco – anzi, proprio grazie a quello, che gli permette di vedere più degli altri, perché “un limite è un limite solo se uno lo sente come un limite, sennò non è niente”. E mentre Lucio tiene in mano, per quanto la Fortuna può concedere, il filo del suo destino, ecco che Pompei torna a lui presente e più che mai viva, nel momento in cui sembra persa per sempre, attraverso i giochi con le tessere dei mosaici, i pomeriggi trascorsi nei giardini o nelle palestre, le terme, il mercato, i tuffi in mare e le gite in campagna, le scorribande alla foce del fiume. La sua intera giovinezza gli corre incontro irrimediabilmente perduta, eppure – noi lo sappiamo – in qualche modo destinata a sopravvivere. Insieme a Lucio, una folla di personaggi, mercanti, banchieri, matrone, imperatori, schiavi, prostitute e divinità, si muove tra le pagine di un romanzo sorprendentemente attuale, in cui niente è già visto: piuttosto ciò che conoscevamo del mondo classico ci appare in un aspetto nuovo, moderno e intimo. Perché il desiderio è nascosto, si innalza dalla terra, è il cuore stesso della terra, e noi siamo terreni.

Recensione

Come dicevamo il libro è ambientato a Pompei (per la maggior parte) e segue le vicende di Lucio, un giovane che nasce e cresce a Pompei fino al trasferimento a Roma per motivi di studio. Lucio ritornerà poi nella sua città natale, Pompei appunto, proprio durante l’eruzione del Vesuvio e diventerà in quei giorni il comandante della flotta di Plinio, compito a cui lui ha aspirato per tutta la vita (nonostante sia solo diciottenne), tra distruzione e carestia Lucio cercherà di gestire al meglio la situazione in un clima di confusione e tragedia.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Lo stile di Valeria Parrella è uno dei punti che più mi hanno confusa in quest’opera, perché se da una parte il suo stile risulta a tratti poetico e aulico, dall’altra parte queste caratteristiche a lungo andare diventano un poco forzate e ripetitive.

Lucio è un personaggio che proviene da una famiglia più che benestante e fin da piccolo è stato affiancato da un valido maestro, è un ragazzo intelligente che può aspirare a rivestire cariche importanti anche per le conoscenze che ha l’onore di vantare per la famiglia da cui proviene, quindi insomma stiamo parlando di un individuo che si sa esprimere e ha direi anche una vena poetica spiccata dal modo in cui riesce ad esprimere a parole i suoi pensieri.

Quindi può essere in linea con il personaggio uno stile simile e lo è, ma ho trovato certe frasi forzatamente poetiche e d’effetto inserite sempre con maggior costanza nel corso del testo che a tratti diventano forzate come dicevamo.

Ci sono queste riflessioni sulla vita, sulla città e su se stesso che Lucio fa in cui inserisce sempre queste frasi forzatamente epiche.

Io non ho problemi con uno stile di questo tipo se non diventa troppo forzato come in questo caso, trovo che dopo un certo punto diventi infatti eccessivamente ripetitivo nel suo voler essere d’impatto ad ogni costo.

E’ un libro senza dubbio costellato di belle frasi, quelle che si possono sottolineare per poi rileggerle ogni tanto, vi faccio qualche esempio:

“Io quello più di tutto capivo: che c’è un nucleo duro di giovinezza sepolto dentro ogni adulto e ogni vecchio e che, forse, fa di noi quello che siamo e che saremo.”

“Lui indovinava gli artifici, sapeva che la verità non passa dalle parole ma dalla voce, che non vive di affermazioni ma di azioni.”

“[…]stavo imparando che una città non è fondata sulle pietre bensì sulle convenzioni, non alza le sue mura contro il barbaro ma per perpetuare se stessa.”

“Siamo strani: crediamo più a quello che abbiamo sempre veduto che a quello che stiamo vedendo […]”

“[…] io sono rimasto tre giorni e tre notti sospeso a metà strada, spettatore della lotta tra gli dei e gli uomini.”

Un altro problema per me del testo è il fatto che questo dovrebbe essere un romanzo di formazione, in cui seguiamo appunto un personaggio attraverso eventi formativi della sua vita, quindi seguiamo il suo processo di maturazione con conseguenti errori, traumi, esperienze importanti e secondo me un buon romanzo di formazione è un testo in cui alla fine tu lettore riesci a comprendere la personalità del personaggio in questione, puoi ovviamente non essere d’accordo con certe scelte o percorsi, ma almeno ne comprendi i tratti della personalità.

Qui questo non accade, alla fine della lettura io sento di non aver compreso la personalità di Lucio, alla fine sappiamo poche cose personali su di lui, esclusi alcuni ricordi che vengono ammassati l’uno sull’altro, sappiamo poco di lui come individuo ad esempio sappiamo che gli piace il mare, sappiamo che vuole molto bene alla madre e sappiamo che in un modo o nell’altro è riuscito ad imparare il mestiere di colui che lavora e vive in mare.

Trovo che la personalità non sia ben delineata, rimane un personaggio non del tutto chiaro e comprensibile, anche perché questo continuo ammassarsi di ricordi che vengono inseriti nel corso della narrazione e che dovrebbero in teoria aiutare il lettore a capire Lucio, non hanno l’effetto sperato, anzi si ha spesso l’impressione di saltare di palo in frasca, si salta da un ricordo all’altro continuamente, senza avere nemmeno il tempo di capire l’effetto impattante di quel ricordo su Lucio.

Quindi il ritmo complessivo dell’opera risulta piuttosto frenetico e frastagliato, un susseguirsi di immagini legate soprattutto all’infanzia di Lucio in cui non si riesce ad entrare del tutto.

Le atmosfere sono anche qui piuttosto frastagliate, si riesce in alcuni tratti ad entrare in una atmosfera tipica da romanzo che ha come focus Pompei e gli anni precedenti all’eruzione, si vivono alcune esperienze importanti di Lucio e si riesce in brevi istanti ad avvertire quel tipo di sentore tipico del vivere in un momento legato all’infanzia che tornerà anche nei ricordi della vita adulta, quel senso di nostalgia per un qualcosa che sembra irrilevante sul momento, ci sono atmosfere in parte riuscite.

Bella la base, meno il resto

Rimango dell’idea che la trama base del romanzo sia interessante, specialmente se amate appunto le storie ambientate a Pompei o la storia di Pompei, ci sono anche tra l’altro personaggi realmente esistiti dentro il libro ad esempio tra i più famosi Plinio il Vecchio e Rectina, una nobildonna romana, che appaiono nel corso del romanzo varie volte e fanno la conoscenza del nostro protagonista.

Ma anche se le basi sembrano buone l’evoluzione del testo lo è di meno, infatti nonostante sia un libro breve finisce per perdersi molto spesso, c’è un punto di partenza e un punto di fine, ma ci si arriva attraverso anche qui eventi sparpagliati, ammassati l’uno sull’altro, come dicevamo prima tramite una narrazione molto frastagliata che non fa mai entrare del tutto il lettore nella storia, sembra quasi che il testo sia stato tagliato ad un certo punto, quando si va oltre e si riesce ad entrare in una scena o nella mente di un personaggio, l’autrice salta da un un’altra parte.

I personaggi che ruotano attorno a Lucio sono piuttosto deboli, a volte incontriamo personaggi che vengono citati una sola volta e non vengono un granché tratteggiati che tornano dopo una sessantina di pagine e volenti o nolenti si finisce per non ricordare nulla di quel personaggio, proprio perché già alle origini non aveva una sua personalità.

Forse gli unici due personaggi che a mio avviso lasciano un certo tipo di impatto sono la madre di Lucio, di cui comunque non sappiamo molto, e Plinio, che è una specie di guida, maestro e secondo padre quasi per Lucio.

Il problema maggiore in questo romanzo rimane il personaggio principale, anche per quello che abbiamo detto prima sulla base di un buon romanzo di formazione, qui non si arriva mai del tutto a capire la psiche di Lucio che di sicuro è più vasta rispetto a quello a cui riusciamo ad aggrapparci durante la lettura.

Lucio si muove, fa delle scelte importanti, cerca di seguire una specie di direzione, ma non capiamo mai veramente qual è il suo vero obbiettivo o il perché di certi movimenti, c’è da dire anche che Lucio nonostante il ruolo che gli viene assegnato verso la fine del romanzo, come comandante della flotta di Plinio, è ancora un ragazzo molto giovane.

Una critica che ho sentito, smossa a questo romanzo, è quella riguardante la base storica, ovvero il fatto che la Parrella si sia poggiata troppo su eventi/tradizioni/modi di vivere documentati dell’epoca di Pompei per scrivere questo romanzo, che abbia voluto insomma fare sfoggio delle sue conoscenze sul tema.

A dire il vero l’aspetto riguardante la vera storia di Pompei credo sia uno di quelli più gradevoli del romanzo, assieme a certe atmosfere, in più credo siano ben inserite queste informazioni, non piovono mai dal cielo in scene poco coerenti con queste, se vengono inserite è perché sono legate a ciò che sta accadendo.

Conclusioni

Tirando le somme, questo è un romanzo con vari problemi, parecchi direi, dal protagonista, ai personaggi che gli ruotano attorno, dalla debolezza della trama, dalla vera natura del romanzo di formazione che a mio vedere qui non viene rispettata nel migliore dei modi perché risulta troppo debole, allo stile dell’autrice che a tratti sembra voler a tutti i costi esaltare queste frasi impostate e d’effetto.

Ci sono anche punti più positivi ad esempio le atmosfere, la base di partenza della trama, gli scorci della vita a Pompei e le citazioni a fatti e personaggi realmente esistiti.

Insomma, è un romanzo che ho voluto leggere da fan di Pompei, ma che alla fine mi ha lasciata con l’amaro in bocca anche perché con uno sviluppo maggiore e migliore avrebbe potuto essere un romanzo decisamente più gradevole e interessante, per far rivivere anche la meraviglia di Pompei e la storia di un giovane figlio di Pompei.

Se dovessi rileggerlo non lo farei, ma sono felice di essermi tolta la curiosità, senza dubbio.

Voto:

E voi? Avete mai letto qualcosa di Valeria Parrella? Siete appassionat* della storia di Pompei? Fatemi sapere!

A presto!

I Miei Luoghi Oscuri – James Ellroy

Buon venerdì e buon quasi weekend!

Oggi siamo qui con una recensione che in un certo senso aleggiava nell’aria dall’ultimo articolo uscito, quello sui libri perfetti per l’autunno (che trovate qui), perché abbiamo parlato del libro di oggi in quell’articolo, ma questo è un testo che necessita di una recensione singola a lui completamente dedicata.

Mi è già scappato qualche dettaglio sul libro di cui parleremo oggi, ma vi assicuro che c’è ancora tanto da dire, quindi direi di iniziare subito!

I Miei Luoghi Oscuri – James Ellroy

Casa editrice: Bompiani

Pagine: 488

Genere: true crime, autobiografico, biografico, narrativa contemporanea

Prezzo di Copertina: € 14,00

Prezzo ebook: € 6,99

P. Pubblicazione: 1996

Link all’acquisto: QUI

Incipit

La trovarono dei ragazzini. Militavano nella Babe Ruth League e stavano andando al campo per fare quattro tiri. Dietro di loro camminavano tre allenatori, adulti. Gli adulti notarono alcune perle sparse sull’asfalto. I ragazzini videro una sagoma nella striscia di vegetazione poco oltre il cordolo. Un piccolo fremito telepatico serpeggiò nel gruppo. Clyde Warner e Dick Ginnold richiamarono indietro i ragazzini – per impedir loro di vedere da vicino. Kendall Nungesser adocchiò una cabina telefonica sull’altro lato della Tyler, accanto al chiosco dei gelati, e vi si diresse di corsa.

Trama

La madre di James Ellroy venne assassinata in una tragica notte a El Monte quando lo scrittore aveva appena dieci anni. La trovarono dei ragazzini, riversa sulla schiena. Il coroner stabilì che era morta per asfissia dovuta a strangolamento mediante lacci. La polizia non scoprì mai chi fosse l’autore di quel brutale omicidio. Trentasei anni dopo Ellroy riapre l’indagine. Presa visione del fascicolo della polizia relativo a quel caso insoluto, lui stesso diventa investigatore per scoprire l’assassino. Con le fotografie del cadavere della madre davanti agli occhi fa della sua autobiografia un romanzo di una forza sorprendente. Costruire storie, prima immaginarie, poi autobiografiche ha permesso a questo grande scrittore di sopportare una realtà cruda e impietosa, di riscrivere le regole del noir, di salvare la figura di sua madre e se stesso dai successi più oscuri della propria coscienza.

Recensione

Questo testo tratta dell’omicidio della madre di James Ellroy, avvenuto quando lui aveva dieci anni a El Monte, una città della contea di Los Angeles. Jean, questo il nome della madre, venne ritrovata da dei ragazzini, riversa sulla schiena, uccisa per strangolamento.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Lo stile di Ellroy è soggetto a varie trasformazioni e modifiche nel corso del testo, infatti nella prima parte l’autore mantiene uno stile quasi da telecronista, descrive ciò che avvenne quella notte, quella fatidica del ritrovamento della madre, e ciò che avvenne anche nei giorni e nelle settimane successive, in generale come fu condotta l’indagine e quale strada scelsero di percorrere le forze dell’ordine.

In questa prima parte Ellroy descrive tutto in modo distaccato, come se andasse in ordine cronologico seguendo una specie di lista, quindi ha una penna e uno sguardo decisamente oggettivo e distante.

Nella seconda parte intitolata “Il Bambino nella Foto”, Ellroy parla di se stesso, qui lo stile cambia e diventa più personale e soggettivo. Parla della sua infanzia, del rapporto con il padre, degli eventi personali che seguirono quella tragica notte, in generale come si svolse la sua vita e come si sviluppò la sua infanzia e adolescenza dopo la morte della madre.

E’ la parte più autobiografica senza dubbio e quella che ci permette di vedere il processo di crescita di Ellroy e ci mostra anche come lui cercò, in un suo modo maldestro e scostante, di venire a patti con il trauma della morte della madre, che non affrontò mai veramente in quegli anni.

Nella terza parte invece conosciamo un personaggio che apparirà spesso nella quarta e ultima parte del libro, Bill Stoner, un sergente della sezione omicidi del dipartimento dello sceriffo. In questa parte conosciamo quest’uomo, la sua vita sia professionale che personale e apprenderemo informazioni varie su alcuni casi di cronaca nera su cui lavorò ai tempi Stoner, alcuni di questi lo tormentarono per anni.

Infine nella quarta e ultima parte del libro indaghiamo la vita di Jean o Geneva Hilliker, la madre appunto di Ellroy, conosceremo la sua infanzia e adolescenza in base anche a ciò che apprese nel corso degli anni l’autore e a ciò che gli permise di conoscere davvero sua madre per una bambina, ragazza e donna con una propria personalità e vita, prima di diventare la madre che lui ricordava in modo distante e sconnesso.

Il ritmo del testo non è costante, segue alti e bassi, anche il focus del libro cambia spesso, infatti in questo testo non si parla “solo” di Ellroy, dell’omicidio della madre e di alcuni personaggi e fatti che gravitano attorno a tutto questo, ma seguiamo anche molti altri casi di cronaca nera che vengono menzionati da Ellroy, ad esempio il caso della “Dalia Nera” che formò profondamente l’autore e lo avvicinò per sempre a questo mondo, o ad esempio anche il caso di O.J. Simpson, e in generale molti altri casi famosi e non.

Quindi ci sono queste lunghe divagazioni su altri casi di cronaca, fatti personali di Ellroy che hanno in un qualche modo contribuito al suo processo di crescita, rivelazioni e scoperte sui propri genitori, ideali che si spezzano, convinzioni che vengono modificate, insomma in questo testo accade tutto ciò che può accadere nella vita di un essere umano in cui ci sono momenti dove accadono fatti che sembrano spostare la nostra visuale su altro, per poi tornare alla base ed essere di nuovo distratti/e da altri eventi.

Ellroy è un pilastro del noir americano, quindi le atmosfere anche di questo testo, nonostante non sia uno dei suoi famosi romanzi ma più un testo autobiografico seguono qualche criterio tipico del noir, si intravede insomma il tratto distintivo della sua penna.

Quindi abbiamo atmosfere per la maggior parte cupe, ci ritroviamo ad affrontare il lato oscuro della società.

Sei pronta alla fuga. Hai dalla tua sia il tempo sia il temperamento. Il tempo aiuta i fuggiaschi. Le loro tracce scompaiono; non si riesce a capire dove si siano nascosti prima di svanire. Tu non vuoi che io sappia. La tua vita segreta era concepita per chiudere fuori determinati uomini. Fuggivi da uomini e verso uomini, e ti sei ridotta al nulla. Possedevi l’astuzia del fuggiasco e indossavi gli abiti del fuggiasco. La tua passione per la fuga ti ha uccisa. Non puoi fuggire da me. Troppo a lungo io sono fuggito da te. Ecco che pretendo un confronto di fuggiaschi. Ora tocca a noi.

La Vita Vera

Quando penso a questo libro e alla mia personale esperienza nella lettura di questo avverto immediatamente il peso di ciò che è contenuto in questo testo, perché qui c’è la vita vera di vari esseri umani certo, ma in particolare di quella dell’autore, James Ellroy.

Non saprei come descrivere al meglio quest’opera se non dicendo che leggendola si sentono gli anni di vita, i luoghi visitati da Ellroy e che lo hanno formato come individuo, quelle scoperte che si possono fare solo da adulti perché da bambini tendiamo a vedere in modo decisamente idealizzato i nostri genitori, ma visitiamo anche il lato malfamato e senza freni della società, vediamo per quanto poco si può arrivare ad uccidere qualcuno, ci rendiamo conto di quanto poco basta per cambiare la vita di una persona per sempre.

Tramite fatti di cronaca e pezzi di vita personale l’autore riesce in quasi 500 pagine a dare vita ad un libro-vita che va fino in fondo al rapporto anche tra Ellroy e la madre, una figura con cui lui intratteneva un rapporto di amore e odio, influenzato di certo dai discorsi tossici del padre che mirava solo ad ottenere l’affidamento e distruggere la ex moglie.

Il trauma subito dalla morte della madre e la consapevolezza di questo è arrivata con gli anni, l’autore si è reso conto ad un certo punto della sua esistenza di avere un trauma irrisolto che si è manifestato senza dubbio in varie forme sempre piuttosto negative.

E’ interessante notare come all’inizio del libro e nella seconda parte, quella riguardante personalmente l’autore, Ellroy abbia una immagine quasi astratta e lontana della madre, la vede come una donna a tratti rigida che viene però raccontata sempre in forme diverse dagli amici e dai conoscenti, forme che a volte non coincidono con i suoi ricordi.

Nell’ultima parte invece l’autore scava a fondo nella vita della madre e scopre i suoi segreti e finalmente riesce a vederla come una persona a sé, distaccandola dalle eccessive idealizzazioni, dai ricordi d’infanzia, dal suo omicidio e dalle foto che lui stesso ha dovuto revisionare del corpo di lei.

E qui torna il discorso di prima, ovvero che quando siamo bambini tendiamo ad idealizzare i nostri genitori che diventano quasi eroi o anti-eroi ai nostri occhi e finiamo per vederli solo come figure legate a noi per come le abbiamo sempre conosciute, senza pensare che prima di essere nostri genitori erano uomini o donne con un passato, un infanzia, un’adolescenza, un pre-genitorialità.

In questo libro Ellroy pensando ai genitori e a sé stesso riconosce colpe e ammette errori, ad esempio riconosce una parte di verità in ciò che gli diceva sempre la madre nei confronti del padre, verità che lui non voleva vedere dai suoi occhi di bambino da cui la figura del padre brillava come un diamante.

Parlando un poco del lato true crime del libro, come scritto prima si citano fatti di cronaca nera e ci si sofferma parecchio su alcuni di questi, a tratti Ellroy ha una narrazione frenetica, si citano nomi, luoghi, eventi, collegamenti e può risultare complesso riuscire a seguire la vicenda.

Per alcuni casi Ellroy fa emergere in parte la sua opinione a riguardo, non lo fa in modo diretto, ma alcune vicende terribili e crudeli le condanna con un occhio rigido e critico. Ad esempio nella quarta parte ci si focalizza su un caso poco conosciuto, quello che coinvolge un padre e un figlio (Robbie e Daddy Beckett, nomigliolo utilizzato da Ellroy) che si sono macchiati di vari crimini tra cui anche lo stupro e l’omicidio di una ragazza di nome Tracy Stewart. Per anni questi sono sfuggiti alla giustizia in un modo o nell’altro e nella parte finale del libro vediamo come si conclude il processo e come si chiude dopo anni e anni questo caso in cui i due si sono salvati e incolpati a vicenda innumerevoli volte.

Ellroy non si lascia andare nel corso dell’intera opera a manifestazioni intime o pareri troppo personali in modo diretto come dicevamo, capiamo fra le righe la sua opinione e il suo livello di comprensione nei confronti di vari episodi, personali e non, soprattutto nel dialogo immaginario che ha con la madre si lascia andare a brevi tratti a frasi intime, ma in generale rimane sempre alzata questa facciata piuttosto neutra o rigida, racconta fatti terribili cercando di non sprofondarci dentro a livello empatico.

Ma per il caso Stewart ho notato un maggiore coinvolgimento, a differenza di altri casi citati secondo me l’autore si è focalizzato maggiormente su questo anche per il livello intrinseco di crudeltà e assoluto annullamento di empatia e rispetto nei confronti della vita altrui, del totale narcisismo e della più completa noncuranza nei confronti delle persone vittime di questi individui.

E’ di certo uno dei casi più complessi da affrontare in questo libro.

Conclusioni

“I miei luoghi oscuri” è un libro autobiografico decisamente duro e doloroso a tratti da affrontare, un libro che ci mostra gli aspetti più traumatici, violenti e crudeli che si possono incontrare quando ci si muove nel mondo della cronaca nera e si cercano di analizzare alcune vicende.

Ma è anche un libro che ci mostra pagina dopo pagina un percorso lungo e faticoso compiuto da un figlio per riconoscere davvero la propria madre venuta a mancare per un omicidio violento senza ancora un colpevole.

E infine è anche un testo che ci mette davanti all’aspetto più duro e complesso della vita, l’affrontare traumi, dipendenze, luoghi oscuri appunto che si è costretti in un modo o nell’altro a visitare, è un libro a livello di contenuto immenso che dona il profondo senso di aver compiuto un viaggio lungo e tumultuoso alla fine, come se anche il lettore avesse immerso il corpo in quei luoghi oscuri. Meraviglioso.

Voto:

E voi? Avete mai letto qualcosa di Ellroy? Vi è piaciuto? Sì? No? Fatemi sapere!

A presto!

Città di Spettri – Victoria E. Schwab

Buon venerdì e buon quasi weekend!

Dunque, per la prima recensione di ottobre ho deciso di parlarvi di “Città di Spettri” di Victoria Schwab, un libro che ho recentemente concluso, perché vorrei (almeno questa è una idea e una specie di obbiettivo, vedremo se riuscirò a rispettarlo) indirizzare le recensioni di questo mese verso generi adatti al vibe del periodo, quindi thriller, mystery, noir e affini.

Ho già in mente qualche titolo adatto e di certo più avanti nel mese uscirà anche un articolo/lista di libri appartenenti al vibe di stavamo parlando sopra.

Ad alcuni testi di cui vi parlerò in questo articolo però vorrei dedicare anche una recensione singola a parte, come appunto “Citta di Spettri”.

Friggevo dalla voglia di leggere questo testo dai tempi dell’uscita e finalmente posso dire di averlo fatto, leggo raramente romanzi per ragazzi, ma questo per il modo in cui mi era stato descritto mi attraeva parecchio.

Direi di iniziare!

Città di Spettri – Victoria Schwab

Casa editrice: Mondadori

Pagine: 318

Genere: fantasy, urban fantasy, paranormale, gotico, ghost-story, young adult

Prezzo di Copertina: € 15,00

Prezzo ebook: € 8,99

P. Pubblicazione (ITA): 2021

Link all’acquisto: QUI

Incipit

La gente pensa che i fantasmi escano solo di notte, oppure a Halloween, quando sul mondo cala il buio e i muri si assottigliano. Ma la verità è che sono dappertutto. Tra gli scaffali del pane del supermercato, nel bel mezzo del giardino della nonna, seduti in prima fila sul tuo stesso autobus. Solo perché non riesci a vederli, non significa che non ci siano.

Trama

Da quando Cass è quasi annegata (sì, va bene, è veramente annegata, ma non le piace ripensarci), è in grado di attraversare il Velo che separa i vivi dai morti… e accedere al mondo degli spiriti. Persino il suo migliore amico è un fantasma. Insomma, la faccenda è già piuttosto strana. Ma sta per farsi ancora più strana. Quando i suoi genitori vengono ingaggiati per girare un programma televisivo dedicato alle città infestate, tutta la famiglia si trasferisce a Edimburgo, in Scozia. Dove cimiteri, castelli e vicoli sotterranei pullulano di fantasmi irrequieti. E quando Cass incontra un’altra ragazza che condivide il suo stesso “dono”, si accorge di avere ancora molto da imparare sul Velo, e su se stessa. Da Victoria Schwab, un racconto spaventoso ed elettrizzante, pieno d’azione, che parla di infestazioni, passato, mistero, e del legame tra i veri amici (anche se quell’amico è un fantasma…).

Recensione

Città di Spettri” è il primo volume di una trilogia, seguito da “Tunnel di Ossa” e “Ponte di Anime“, definita la trilogia di Cassidy Blake, protagonista dei volumi.

È nota per il suo romanzo Vicious pubblicato nel 2013, la serie Shades of Magic, lo standalone La vita invisibile di Addie LaRue e i suoi libri di narrativa per bambini e young adult.

Stile, Ritmo e Atmosfera

Lo stile è scorrevole, è un libro che senza dubbio si legge molto velocemente, un po’ per l’impaginazione, un po’ per il formato pocket è un po’ proprio per lo stile dell’autrice che è uno stile tipico anche da romanzo per ragazzi, quindi ad esempio le descrizioni sono ridotte all’osso, il ritmo è piuttosto scattante, le vicende si susseguono una dopo l’altra e abbiamo appunto a che fare con la nostra Cassidy che ha 12 anni, quindi ci ritroviamo ad affrontare alcune prime esperienze con lei e a vivere situazioni tipiche di quell’età con lei.

Il ritmo come dicevamo è piuttosto veloce, la protagonista si butta da un luogo all’altro, da un ragionamento all’altro, da una situazione all’altra.

Infine parlando della scrittura di questo volume direi che le atmosfere sono a tratti effettivamente gotiche e virano verso un qualcosa di grottesco e cupo, ma non direi che queste atmosfere sono persistenti all’interno del romanzo, ci ritroviamo a volte in luoghi oscuri e tetri perché Cassidy si trova ad Edimburgo con i genitori proprio per visitare luoghi simili per la caccia ai fantasmi/lavoro televisivo dei suoi, ma ci sono anche parecchi momenti in cui le atmosfere sono rilassate e non si avverte quel senso di macabra oscurità, direi che il lato più gotico spunta nel finale.

Di certo appartiene alla fetta di romanzi per ragazzi che virano sulle atmosfere macabre, ma non è quel macabro opprimente direi che è ben misurato.

Una lettura piacevole

Se dovessi descrivere brevemente questo libro direi che è un testo piacevole da leggere per chi ha voglia di una storia leggera e a brevi tratti cupa, adatta al periodo.

Niente di più, niente di meno, è un testo che su di me non ha lasciato un grande segno, non mi sono affezionata più di tanto ai personaggi, anzi credo rimangano abbastanza superficiali, si cerca di far emergere qualcosa della loro personalità, ma secondo me leggendo solo questo primo volume non si riesce del tutto ad entrare in sintonia con loro.

Il world building è semplice, la storia di base non ha tratti particolarmente originali, parliamo di una ragazzina che riesce appunto a vedere i fantasmi entrando in questo Velo che lei descrive come se fosse una specie di tenda che può tirare e passare dall’altra parte e il mondo reale sembra prendere le sembianze del passato, più precisamente del ricordo, una specie di bolla del tempo, del fantasma in questione e di come era quel luogo ai tempi.

Cassidy ha un migliore amico che la segue sempre, anzi quasi sempre, che si chiama Jacob ed è un fantasma, legato a lei da un evento traumatico che viene accennato, ci viene raccontata l’essenza di questo evento traumatico, ma non si scende troppo nei dettagli.

In questo primo volume ci sono vari punti che ovviamente, proprio per il fatto di essere un primo volume, non vengono chiariti, sappiamo ancora poco del dono di Cassidy, di come funziona il Velo, della reale natura/intenzioni di Jacob e in generale direi anche del reale legame tra i personaggi, che capiamo sì, ma sembra essere solo accennato.

Direi che questo primo capitolo serve più che altro a presentare i personaggi e a farci entrare nel mondo di Cassidy che si ritrova all’improvviso con un dono immenso che non sa come utilizzare, anche se ad un certo punto della storia arriverà una ragazzina molto simile a Cassidy, con il suo stesso dono, che la aiuterà a comprendere meglio il Velo.

Ho trovato interessante l’idea del Velo che ovviamente torna in tutto il volume, di solito nelle ghost stories troviamo i classici fantasmi che creano scompiglio nel mondo reale con le loro apparizioni, il loro spostare oggetti senza chiedere, il loro continuo rumoreggiare anche a notte fonda, qui invece Cassidy riesce ad avvertire le presenze, ma prima di entrare effettivamente in contatto con loro sembra dover attraversare questo Velo.

E’ una specie di sottosopra al passato.

Conclusioni

Tirando le somme direi che questa è stata una lettura molto scorrevole e senza impegno, i personaggi sono stereotipati e poco approfonditi, l’idea base come dicevo non è così originale, se non per alcuni aspetti e in toto è un testo nella media, ma è comunque una lettura che rientra a pieno titolo in quelle adatte al vibe autunnale e se volete una ghost story con una protagonista simpatica con un migliore amico fantasma, perché non scegliere “Città di Spettri”?

Voto:

E voi? Avete mai letto qualcosa di questa autrice? Vi è piaciuto? Sì? No? Fatemi sapere!

A presto!

Le Ricette della Signora Tokue – Durian Sukegawa

Buon venerdì, buon quasi weekend e ben ritrovat*!

Oggi partiamo a bomba, subito, così, d’emblée, siamo qui con una nuova recensione, finalmente parliamo di questo testo che è stato il libro di qualche mese fa sul gruppo di lettura tra l’altro, ovvero “Le Ricette della Signora Tokue” di Durian Sukegawa.

Un testo da cui è stato anche tratto un film nel 2015, e un testo che ha ricevuto anche un buon successo, che dire, parliamone!

Le Ricette della Signora Tokue – Durian Sukegawa

Casa editrice: Einaudi

Pagine: 173

Genere: narrativa contemporanea

Prezzo di Copertina: € 12,00

Prezzo ebook: € 7,99

P. Pubblicazione: 2013

Link all’acquisto: QUI

Incipit

Doraharu vendeva dorayaki. Sentaro passava tutto il giorno alla piastra di cottura. La bottega era al fondo di un vicolo dietro la ferrovia, in una via commerciale chiamata Sakuradori, via dei Ciliegi. Più che i ciliegi piantati qua e là, ciò che saltava maggiormente all’occhio nella via erano le numerose saracinesche abbassate. Ma l’andirivieni pareva aumentare lievemente in quella stagione, forse perché gli alberi in fiore bastavano a richiamare i passanti.

Trama

Sentarō è un uomo di mezza età, ombroso e solitario. Pasticciere senza vocazione, è costretto a lavorare da Doraharu, una piccola bottega di dolciumi nei sobborghi di Tōkyō, per ripagare un debito contratto anni prima con il proprietario. Da mattina a sera Sentarō confeziona dorayaki – dolci tipici giapponesi a base di pandispagna e an, una confettura di fagioli azuki – e li serve a una clientela modesta ma fedele, composta principalmente da studentesse chiassose che si ritrovano lì dopo la scuola. Da loro si discosta Wakana, un’adolescente introversa, vittima di un contesto familiare complicato. Il pasticciere infelice lavora solo il minimo indispensabile: appena può abbassa la saracinesca e affoga i suoi dispiaceri nel sakè, contando i giorni che lo separano dal momento in cui salderà il suo debito e riacquisterà la libertà. Finché all’improvviso tutto cambia: sotto il ciliegio in fiore davanti a Doraharu compare un’anziana signora dai capelli bianchi e dalle mani nodose e deformi. La settantaseienne Tokue si offre come aiuto pasticciera a fronte di una paga ridicola. Inizialmente riluttante, Sentarō si convince ad assumerla dopo aver assaggiato la sua confettura an. Sublime. Niente a che vedere con il preparato industriale che ha sempre utilizzato. Nel giro di poco tempo, le vendite raddoppiano e Doraharu vive la stagione più gloriosa che Sentarō ricordi. Ma qual è la ricetta segreta della signora Tokue? Con amorevole perseveranza, l’anziana signora insegna a Sentarō i lenti e minuziosi passaggi grazie ai quali si compie la magia: «Si tratta di osservare bene l’aspetto degli azuki. Di aprirsi a ciò che hanno da dirci. Significa, per esempio, immaginare i giorni di pioggia e i giorni di sole che hanno vissuto. Ascoltare la storia del loro viaggio, dei venti che li hanno portati fino a noi». Come madeleine proustiane, i dolcetti giapponesi diventano un pretesto per i viaggi interiori di Sentarō e Tokue, fra i quali si instaura un legame profondo che lascia emergere segreti ben più nascosti e ferite insanabili. Con l’autunno, però, un’ombra cala sulla piccola bottega sotto al ciliegio: quando il segreto di Tokue viene alla luce, la clientela del negozio si dirada e la donna, costretta a misurarsi di nuovo con il pregiudizio e l’ostracismo sociale che l’ha perseguitata per tutta la vita, impartirà a Sentarō e Wakana la lezione pù preziosa di tutte. “Le ricette della signora Tokue” è una favola moderna sull’amicizia, la libertà e la resilienza. Un’ode alla vita di palpabile sensualità che ci insegna a trovare la grazia nell’inaspettato e la felicità nelle piccole cose.

Recensione

Io personalmente non ho mai visto il film, ma so che ha delle recensioni tutto sommato positive, lo potete trovare su Prime Video.

Stile, Ritmo e Atmosfera

Lo stile di Sukegawa è assolutamente scorrevole e godibile, anche il ritmo è costante e a mio vedere ben equilibrato perché l’autore si prende in alcune scene un momento in più per analizzare certi pensieri, dubbi, o piccole paure dei personaggi che a primo acchito possono sembrare irrilevanti, ma invece aiutano il lettore a comprendere la personalità di questi.

E’ un testo piuttosto breve, che si legge tra l’altro velocemente perché Sukegawa ha il dono di riuscire ad attirare il lettore e tenerlo inchiodato alle pagine, diciamo che anche i personaggi sono individui con cui secondo me è facile entrare subito in contatto, empatizzare ed interessarsi sinceramente alle loro vite/vicende.

Pensando all’atmosfera la mia mente torna sempre agli alberi di ciliegio che sono una costante in questo libro e donano ad ogni scena un tocco di delicatezza, tutto il libro è pervaso da un senso di delicatezza direi, anche quando ci sono rivelazioni dolorose o scene amare, c’è sempre questo sentore di gentilezza e eleganza, questo aspetto c’è anche da dire che può essere, a mio modesto parere, ricondotto allo stile di vari autori giapponesi, ma in generale asiatici che hanno il dono di scrivere con uno stile armonico e delicato, creano scene in cui i colori, i profumi, anche il tono di voce dei personaggi sembra sempre raffinato o intimo.

“Perché io credo che qualsiasi siano i nostri sogni, prima o poi troveremo per forza ciò che cerchiamo, grazie alla voce che ci guida. La vita di un essere umano non è mai uniforme: ci sono momenti in cui il colore cambia di colpo. Io mi trovo nella fase finale della mia esistenza. E’ per questo che so certe cose.”

I personaggi sono il punto forte

In questo libro il vero fulcro sono i personaggi, le loro vite, i loro obbiettivi, il modo in cui hanno vissuto e stanno vivendo la loro vita.

Troviamo Sentarō, un uomo che lavora in una bottega che cucina dorayaki, ma lo spirito e la voglia con cui quest’uomo si reca ogni mattina al lavoro e si mette alla piastra è pari a zero, lavora in questo luogo perché deve ripagare un debito alla proprietaria della bottega e nonostante non ami particolarmente i dolci è obbligato a rimanere lì.

Tokue invece è una signora anziana che si offre di lavorare nella bottega di Sentarō in cambio di una paga decisamente modesta e all’inizio l’uomo è titubante, ma dopo poco si convince e assume Tokue che in poco tempo innalza la fama della bottega per la bontà raggiunta da questi nuovi dorayaki preparati da lei, rispetto a quelli precedenti di Sentarō, preparati diciamo non al meglio…

Infine il terzo personaggio più importante della vicenda è questa ragazza di nome Wakana, che instaura un adorabile rapporto con Tokue e successivamente anche con Sentarō.

Penso sia affascinante vedere come questi tre personaggi, all’apparenza lontani e diversi l’uno dall’altro riescano ad instaurare un legame profondo e reale, il modo in cui l’autore riesce a costruire i pezzi del loro rapporto è ottimo e si riesce ad avvertire il sincero affetto che è alla base di questo legame.

Tokue è una donna all’inizio piuttosto misteriosa, è una signora dolce e gentile, severa con Sentarō a tratti, ma si avverte chiaramente un’ombra su di lei, c’è qualcosa che ha paura di rivelare, ma è un qualcosa che alla fine verrà a galla e avrà un impatto sul resto della vicenda.

Questo qualcosa penso che assieme al legame tra i personaggi sia quasi il secondo fulcro della vicenda, perché apre questo vaso di Pandora su un fatto storico realmente accaduto purtroppo, non solo in Giappone, ma anche in altre zone del mondo, però senza dubbio in Giappone ebbe delle gravi conseguenze che perdurarono fino al 1996 per quanto riguarda le persone vittime di questo fatto.

Come noterete ci giro attorno perché non voglio fare spoiler, ma al tempo stesso desidero parlare di questo aspetto del personaggio di Tokue perché non riguarda solo lei e come dicevo è una tematica che non si trova spesso nei libri di narrativa ed è un secondo fulcro del libro.

Questo libro ci porta ad interrogarci anche sui pregiudizi, sul perché è così difficile scrostarsi di dosso un qualcosa che ci è accaduto per cui gli altri ci vedono in un determinato modo, sui diversi modi che hanno le persone di affrontare una disgrazia come quella accaduta a Tokue e sul come si può accettare tutto questo arrivati/e all’età di Tokue.

Tokue e Sentarō sembrano completarsi a vicenda, perché mentre Tokue si sente sola e ha voglia di vivere arrivata alla sua età, Sentarō si sente completamente bloccato nella sua vita e il suo desiderio di agire e rincorrere ciò che desidera si è spento, quindi Tokue alla fine del loro viaggio riesce a lasciare una impronta enorme su Sentarō che si ritrova quasi ripulito e vuoto, come se dovesse iniziare da capo, mentre Tokue, beh è arrivata ad una fase di accettazione e perdono che solo qualcuno con una grande saggezza e un grande trascorso di dolore può raggiungere.

“A quel punto Sentarō si sentì soffocare. Sì, colui che le sussurrava senza sosta: “Avresti fatto meglio a non nascere”… Colui che aveva condotto i giochi… era Dio. “Soffrirai per tutta la vita”, aveva sentenziato. Quando Tokue aveva capito tutto ciò, come aveva percepito la propria esistenza? Che idea si era fatta della vita? Una ragazzina di quattordici anni che piangeva soffocando i singhiozzi. Incapace di avvicinarsi oltre, Sentarō si voltò e tornò indietro sul sentiero nel bosco.”

Conclusioni

E’ complicato parlare di questo libro perché è un testo che “si sente” molto durante la lettura, ma successivamente è complesso riuscire a descriverlo in modo oggettivo, posso solo dire che questa è la storia di una grande amicizia, di due persone che si accompagnano a vicenda in una nuova fase della vita e si insegnano a vicenda qualcosa di importante, ma è anche una storia da cui traspare un grande dolore e un livello di sofferenza e isolamento tali difficili da comprendere per tante persone che possono finire con il limitarsi solo ad escludere a priori senza provare a capire, o immedesimarsi un minimo.

“Le ricette della Signora Tokue” è un libro dolce e amaro, morbido e ruvido, una storia di comprensione e accettazione.

E’ un libro che vi farà piangere? Può essere, io di sicuro le mie lacrime le ho versate.

Voto:

E voi? Avete mai letto “Le Ricette della Signora Tokue”? Vi è piaciuto? Sì? No? Fatemi sapere!

A presto!

Il Segreto di Medusa – Hannah Lynn

Buon venerdì e buon quasi weekend!

Come state? Come procede questo settembre?

Oggi, riprendiamo del tutto dopo le ferie estive con un libro che ha avuto un degno successo appena uscito, diciamo che ha attirato subito l’attenzione, ma di recente non l’ho più visto così tanto in giro, anche se mantiene un livello medio di popolarità anche ora assieme agli altri testi dell’autrice.

Sto parlando de “Il Segreto di Medusa” di Hannah Lynn, libro uscito qualche tempo fa che tratta appunto del mito di Medusa. Io sono affascinata dai retelling di miti vari, ma alla fine quei pochi che per ora ho letto mi hanno sempre lasciata con l’amaro in bocca, mi esalto all’idea di leggerli perché certi miti (come quello di Medusa appunto) mi hanno sempre appassionata molto, ma c’è sempre qualcosa che va storto, quindi il mio hype per i retelling si è assopito negli anni, ma quando ho deciso di leggere questo libro l’ho fatto con convinzione.

Ho detto “cavolo, finalmente un libro che parla di Medusa”, ecco, per questo l’ho voluto leggere, perché sono affezionata al personaggio di Medusa senza sapere un granché dell’autrice o della trama del libro e beh… non dico nulla per ora, ne parleremo man mano nella recensione, ma dico solo che anche in questo caso le mie aspettative sono state prese a schiaffi.

Ma parliamone!

Il Segreto di Medusa – Hannah Lynn

Casa editrice: Newton Compton

Pagine: 244

Genere: narrativa, mitologia

Prezzo di Copertina: € 9,90

Prezzo ebook: € 4,99

P. di Pubblicazione: 2021

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Incipit

Le tre sagome restarono in piedi sulla soglia, guardando la nube di polvere sollevarsi nell’aria. Il silenzio che le circondava era teso. Era un silenzio appesantito dalla riflessione; da una domanda taciuta di cui tutti conoscevano la risposta, ma che nessuno avrebbe pronunciato ad alta voce per primo. Il verde primaverile era stato soppiantato dal calore estivo. Le ombre alte dei cipressi si allungavano sulla terra asciutta e polverosa e l’odore di frutti troppo maturi addolciva l’aria. Il terreno era punteggiato da bacche avvizzite, un sontuoso banchetto per gli insetti che scorrazzavano sulle rocce e fra il terriccio.

Trama

Radiosa, innocente, la più pura tra le sacerdotesse di Atena. La bellezza di Medusa va ben oltre quella dei semplici mortali. Per questo, quando lo sguardo colmo di lussuria del dio Poseidone cade su di lei, l’unico luogo in cui spera di trovare rifugio è il sacro tempio della protettrice dei greci. Ma nessuno può sfuggire a un dio. E la divina Atena, signora delle arti e della guerra, non avrà pietà per colei che ha profanato la sua casa. Poco importa che Medusa, violata nel corpo e nello spirito contro la propria volontà, implori il suo perdono. Da questo momento il male che le è stato inflitto diventerà la sua corazza e abbraccerà l’oscurità, in esilio, perché chiunque altro le ha voltato le spalle. Si trasformerà nel mostro che gli altri hanno deciso che doveva essere. Nel frattempo, un giovane di nome Perseo si appresta a partire con la missione di uccidere Medusa. La storia dell’eroe Perseo e del mostro Medusa è stata raccontata molte volte. Questa è un’altra storia. In un tempo in cui gli dèi camminano tra i mortali, il confine tra la gloria e l’infamia è estremamente labile. Ma ogni mito ha bisogno di eroi e di mostri.

Recensione

Ci sono varie versioni del mito di Medusa, ma Hannah Lynn prende spunto soprattutto da quelle più classiche e conosciute di Ovidio, Apollodoro, Esiodo, in cui Medusa prima di diventare Gorgone era una donna bellissima, sacerdotessa del tempio di Atena che in seguito, per aver giaciuto o essere stata stuprata da Poseidone decise di trasformarla in un mostro.

Secondo altre versioni Atena è sempre stata contraria a Medusa perché aveva osato competere con lei in bellezza.

Hannah Lynn a mio avviso non aggiunge molto al mito classico, perché il romanzo prosegue esattamente in questo modo, Medusa si reca al tempio di Atena per diventare sacerdotessa perché non vuole essere costretta a sposare da ragazzina un uomo molto più grande di lei e qui un giorno finisce per essere violentata da Poseidone e punita a vita da Atena.

Questa è la prima parte del romanzo, parleremo più avanti del testo in generale, ma questo discorso dell’aver aggiunto poco al mito classico vale per tutto il testo, perché Hannah Lynn appiccica assieme alcuni miti tutti legati però fra loro e li ripropone sotto forma di romanzo.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Lo stile di Hannah Lynn è piacevole, scorre bene nella lettura, la maggior parte del testo è composto da periodi brevi, frasi incisive e molte volte pregne di una certa drammaticità o epicità, considerando anche il fatto che la storia in generale si presta ad un tono drammatico.

L’autrice secondo me ha uno stile tipico da romanzo accattivante, che ti spinge ad andare avanti nelle pagine e riesce a volte a costruire immagini degne di un immaginario da mitologia greca, anche perché quando si ha a che fare con i miti, gli dei e le creature maledette in un tipico immaginario greco risulta complicato non usare uno stile epico, anche qui la storia si presta ad uno stile simile.

Il ritmo è piuttosto scorrevole, ci sono passaggi che a mio avviso meritano un maggiore approfondimento, ma vengono trattati con la loro dose di attenzione e si passa avanti, questo è uno dei tratti per me meno apprezzabili del testo, ovvero il fatto che quando l’autrice arriva a toccare un argomento o un momento importante nella vicenda, che merita di essere trattato, lei prima di andare oltre e approfondire, chiude il discorso e salta ad altro.

Ogni volta che si toccano tematiche interessanti o si inizia a scavare nella psiche di un personaggio, l’autrice taglia, quindi rimane tutto in superficie.

Diciamo anche che nel mito di Medusa ci sono tanti personaggi che meritano di essere analizzati, ovviamente troviamo anche Perseo, Danae madre di Perseo, troviamo le sorelle di Medusa, Steno e Euriale (anche loro gorgoni come Medusa), troviamo alcuni dei, insomma sono tanti i personaggi che si muovono nel mito e in queste pagine scritte da Hannah Lynn.

Capiamo le motivazioni che spingono i personaggi e i loro desideri e obbiettivi, ma secondo me non si arriva mai a sentirli o a vederli davvero, a tratti sembrano una caricatura appunto del mito classico, sembra che l’autrice abbia capito questi personaggi, ma nel ritrarli poi non sia del tutto riuscita a donare loro una personalità completa.

“Gli dèi non scontano mai le loro malefatte, Perseo. I mortali sì. Gli dèi, come i ricchi umani, decidono a viva forza per quelli le cui voci non sono abbastanza forti da difendersi. Le donne. I deboli. I rifiutati. E nessuno grida per coloro che ne avrebbero più bisogno. E perché mai? Alzando la voce per qualcun altro, rischi di perdere tu stesso qualcosa. E nessuno vede oltre il proprio riflesso nello specchio.”

Infine l’atmosfera rimane quella tipica da mito tragico, ci muoviamo attraverso luoghi, tempi, personaggi e situazioni diverse che si ricollegano sempre però al personaggio di Medusa e al suo tragico destino.

Il nocciolo di Medusa e la chance persa

Trovo che questo sia un romanzo godibile se viene preso con le giuste precauzioni e se non si considera il fatto che tutta la gigante quantità di tematiche presenti nel mito e nel personaggio di Medusa non vengono quasi per nulla approfondite.

Se lo consideriamo un romanzo ispirato al mito, senza pretese, che semplicemente vuole raccontare il mito in forma romanzata e fermarsi lì, risulta appunto godibile, se ci si ferma qui.

Ma se consideriamo l’enorme vaso di Pandora che è il mito di Medusa e il personaggio di Medusa con la moltitudine di sfaccettature e tematiche, non si può che rimanere in parte delusə da questo retelling, che a mio vedere non so nemmeno se considerare a pieno un retelling perché questo dovrebbe essere una rivisitazione del mito mantenendo comunque caratteristiche/personaggi comuni alla versione classica, mentre qui l’autrice prende vari miti, li unisce assieme, aggiungendo magari dialoghi o scene sistemate appositamente per incollare assieme frammenti di un mito, ma non cambia o aggiunge molto alla versione classica.

Il personaggio di Medusa è pieno di significato e con essa il suo mito, dalla creazione del mostro all’assassinio da parte di Perseo, le versioni appunto sono molteplici, ma quella più accreditata è quella utilizzata anche da Hannah Lynn in questo romanzo, e troviamo tematiche come la violenza fisica/sessuale e psicologica, la trasformazione da essere innocente e buono a mostro, l’essere ripudiatə dai propri cari, dalla propria fede, la distruzione di sé stessi in seguito ad un evento che è accaduto contro la propria volontà, l’essere condannati a vivere come un mostro, l’ingiustizia, la bellezza che diventa mostruosità, ma anche da parte di Perseo la vittoria di una personale battaglia contro il mostro, contro la paura e contro sé stessi.

In questo romanzo ad esempio non viene mai data una motivazione al gesto di Atena che trasforma Medusa in un mostro, la ragione che fornisce la dea riguarda la fornicazione all’interno del tempio, ma questa non si ferma ad ascoltare Medusa che cerca in tutti i modi di spiegare quello che è accaduto. Questo riguarda anche il mito classico quando si parla del momento in cui la dea fa la sua scelta, a volte viene affermato che questa era in lotta con Medusa per il fattore bellezza, altre che Atena ha sempre odiato Medusa, sta di fatto che dalla dea della saggezza ci si aspetterebbe qualcosa in più, ma dobbiamo anche pensare che quello che è accaduto a Medusa è servito per arrivare alla lotta con Perseo e a tutto quello che l’assassinio del mostro simboleggia nel mito.

Questo è quello che intendo quando dico che in questo romanzo i personaggi si muovono in un determinato modo perché ovviamente seguono il mito a cui sono ispirati, ma non si va mai oltre, non ci cerca di capire il perché delle loro azioni, è come se l’autrice li avesse spinti a muoversi così senza farci mai andare oltre, senza andare al vero fondo delle loro motivazioni.

E’ tutto molto rigido sotto questo punto di vista, deve essere così quindi i personaggi sono così.

Questo per me è stato il vero problema del libro, perché da un mito simile si possono estrapolare migliaia e più analisi e significati, ma anche riflessioni che potevano trasparire in qualche frangente dai personaggi, invece tutto viene ridotto ad una storia di ingiustizia, e lo è, ciò che è accaduto a Medusa è ingiusto ed è la prima parola che può venire in mente pensando al mito, ma c’è anche molto altro.

Come dicevamo la prima parte del testo riprende esattamente il mito, dopo la trasformazione in mostro, nel libro, Medusa torna nella casa di famiglia dove incontra le sorelle e i genitori, per una serie di eventi anche le sorelle diventano gorgoni e assieme vanno a vivere su questa isola dove anni e anni dopo arriverà Perseo per uccidere Medusa. Nel frattempo la storia passa a Danae, figlia di Re Acrisio, intrappolata in una torre dal padre terrorizzato da una profezia dell’Oracolo di Delfi in cui si preannuncia la sua morte per mano del nipote. Lì Danae rimane incinta di Zeus e da alla luce Perseo, ma il Re Acrisio, che non volle ucciderli subito, decise di intrappolarli entrambi in una cassa inchiodata che fece gettare in mare. I due sopravvissero e Perseo crebbe fino a diventare adulto e da lì si inoltrò nell’impresa di uccidere Medusa.

Il romanzo termina con la morte di Medusa e un dialogo, che a mio vedere poteva essere più esteso, fra lei e Perseo che torna a casa con la testa di Medusa di cui aveva promesso di raccontare la vera storia.

Conclusioni

Tutto sommato per me “Il Segreto di Medusa” è un romanzo godibile per lo stile, le immagini che evoca e per il fatto che si focalizza appunto sul personaggio di Medusa che amo molto, ma per altri aspetti è un romanzo carente, che poteva dare di più.

Se non siete particolarmente suscettibili o legatə alla versione classica del mito, o se magari volete leggere un romanzo scorrevole su questo che dia un quadro generale della vicenda, questo libro potrebbe essere piacevole da leggere.

Voto:

E voi? Avete mai letto “Il Segreto di Medusa”? Sì? No? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

A presto!

(Gita) Al Faro – Virginia Woolf

Ben ritrovat* e buon venerdì!

Rieccomi dopo la sparizione da blocco estivo, finalmente riprendiamo da dove ci eravamo lasciati!

E voi, come state? Come avete trascorso queste ultime settimane d’agosto? Vi siete rilassat* o il lavoro vi ha assorbito e guardate con speranza al mese di settembre?

Ahh per riprendere al meglio oggi parliamo di un libro di cui avrei, come sempre, dovuto parlare mesi fa perché è stata la lettura di febbraio per il gruppo di lettura, sto parlando de “Al Faro” di Virginia Woolf.

Direi di iniziare subito anche perché c’è molto da dire!

Al Faro – Virginia Woolf

Casa Editrice: Feltrinelli

Pagine: 213

Genere: narrativa, classico

Prezzo di Copertina: € 9,50

Prezzo ebook: € 1,90

P. Pubblicazione: 1927

Link all’acquisto: QUI

Incipit

“Sì, certamente, se domani è bello,” disse la signora Ramsay. “Ma ti dovrai svegliare con l’allodola,” aggiunse. Al figlio queste parole dettero una gioia straordinaria, come se fosse ormai deciso che la spedizione ci sarebbe stata senz’altro, e il miracolo atteso, gli sembrava, da anni e anni, fosse ora a portata di mano, dopo le tenebre di una notte e la navigazione di un giorno. All’età di sei anni, apparteneva già a quel vasto gruppo di persone che non sanno tener separato un sentimento dall’altro, ma piuttosto lasciano che le immaginazioni del futuro, con le loro gioie e dolori, offuschino ciò che è già qui; perché fin dalla prima infanzia qualsiasi oscillazione nella ruota della sensibilità ha il potere di cristallizzare e fissare l’attimo, da cui la tristezza o l’euforia dipendono.”

Trama

In una sera del settembre del 1914, la famiglia Ramsay, in vacanza in una delle isole Ebridi, decide di fare l’indomani una gita al faro con alcuni amici. Per James, il figlio più piccolo, quel luogo è una meta di sogno, piena di significati e di misteri. La gita viene però rimandata per il maltempo. Passano dieci anni, la casa va in rovina, molti membri della famiglia sono morti. I Ramsey sopravvissuti riescono a fare la gita al faro, mentre una delle antiche ospiti finisce un quadro iniziato dieci anni prima. Passato e presente si intrecciano, il tempo assume un diverso significato.

Recensione

Il romanzo appartiene alla tradizione modernista, in cui la trama ha un’importanza secondaria rispetto all’aspetto psicologico legato ai personaggi.

Il romanzo rappresentò un progetto molto importante per la Woolf, infatti grazie alla scrittura di “Gita al Faro”, l’autrice affrontò il ricordo della madre che non sapeva nemmeno di aver conservato così bene, la sorella Vanessa dopo aver letto il romanzo, scrisse a Virginia:

“A me sembra che tu abbia tracciato un ritratto della mamma che le somiglia più di quanto avrei mai creduto possibile. È quasi doloroso vedersela risuscitare davanti. Sei riuscita a far sentire la straordinaria bellezza del suo carattere… È stato come incontrarla di nuovo… Essere riuscita a vederla in questo modo a me sembra un’impresa creativa che ha del miracoloso… L’immagine che dai di lei sta in piedi da sola e non solo perché evoca ricordi. Mi sento eccitata e turbata e trascinata in un altro mondo come lo si è solo da una grande opera d’arte.”

Stile, Ritmo e Atmosfere

Lo stile si focalizza sulle riflessioni dei personaggi e l’introspezione di questi, quindi ci ritroviamo spesso davanti scene che risultano vivide e ritraggono in modo spesso nostalgico quadri presi dalla memoria dei personaggi, o riflessioni sulla situazione presente con una nota di malinconia, è un testo comunque pervaso da questo tocco di passato riportato alla memoria che intacca in un modo o nell’altro il presente.

Secondo me lo stile della Woolf ha spesso questa vena di malinconia in cui il personaggio che stiamo seguendo non è solo quel personaggio, ma anche le sue memorie e vicende passate che sembrano ancora vive e sempre presenti con lui/lei e sbucano fuori durante i suoi pensieri o azioni quotidiane.

Però in “Gita al Faro” questa caratteristica è presente in modo più che evidente, è anche il romanzo più autobiografico della Woolf e ritrae assieme alla famiglia Ramsey anche la famiglia della stessa Woolf, quindi ritroviamo quelle dinamiche famigliari che si ricollegano sempre a memorie e aneddoti profondamente saldati alla base di un essere umano, rappresentata appunto dalla famiglia, e non si può non avvertire quel senso di familiarità e nostalgia in cui anche gli eventi all’apparenza più irrilevanti assumono un peso significativo nella crescita di un individuo.

Il ritmo del romanzo è piuttosto lento, ma rimane comunque godibile, essendo però un testo modernista l’autrice si prende il suo tempo per l’introspezione psicologica e filosofica dei personaggi, è un libro abbastanza breve perché ha 213 pagine, ma la sensazione è quella di leggere un testo più corposo proprio per il peso delle dinamiche, della vita famigliare presenti all’interno.

L’atmosfera è appunto nostalgica e malinconia e questa si intensifica man mano che si avanza nel romanzo, perché il testo è composto da tre capitoli, il primo e il terzo sono i più lunghi e descrivono un lasso di tempo di meno di 24 ore, mentre nel secondo il tempo passa velocemente e ci vengono raccontati dieci anni in poche pagine e in queste veniamo a conoscenza di fatti importanti che riguardano i personaggi e nel terzo torniamo nell’atmosfera famigliare tipica del primo capitolo, ma molte cose sono cambiate e il tempo è passato e ovviamente le conseguenze di ciò che è accaduto si riversano sui fatti narrati nell’ultima parte e sulla crescita dei personaggi che ritroviamo.

“Poi, sapendo che l’osservava, invece di parlare si girò, sempre con il calzerotto in mano, e lo guardò. E mentre lo guardava cominciò a sorridere, perché anche se lei non aveva detto una parola, lui sapeva, certamente lui sapeva, che lei lo amava. Non poteva negarlo. E sorridendo guardò fuori dalla finestra e disse (pensando tra sé, niente al mondo può eguagliare questa felicità): “Sì, avevi ragione. Domani pioverà.” Non lo disse, ma lui capì. E lei lo guardò sorridendo. Perché ancora una volta lei aveva trionfato.”

La Famiglia Ramsay

Tra le varie tematiche di “Gita al Faro” una di quelle principali, se non la principale, è la famiglia, il rapporto tra marito e moglie, rapporto tra genitori e figli, gli obblighi e i doveri che ci si sente di dover assolvere in un qualche modo, le pressioni famigliari, la mancanza per le persone che vengono a mancare, ma soprattutto l’operazione di cambiamento mista ad amarezza per la crescita e l’evoluzione che ogni individuo affronta condita con quel senso di perdita per ciò che non potrà più tornare e che ora esiste solo nei ricordi.

Ci sono anche altri personaggi che ruotano attorno alla famiglia Ramsay e uno di questi personaggi è quello della pittrice Lily, personaggio senza dubbio affascinante dal punto di vista caratteriale e diciamo originale per l’epoca perché a differenza delle sue contemporanee Lily non nutre il desiderio di sposarsi, vuole coltivare la propria arte e anche quando la Signora Ramsay le fa presente questa questione del matrimonio lei non sembra comunque convincersi.

Lily è l’alter-ego di Virginia Woolf nel romanzo e rappresenta alcuni tratti caratteriali che la stessa Virginia sentiva di possedere, come ad esempio dare la priorità alla propria arte e sentirsi in un epoca come quella in cui viveva Virginia, non compresa del tutto per questo.

Ovviamente dare la priorità alla propria arte per Lily e per Virginia non significava distaccarsi dal mondo intero, non avere nessun rapporto con gli altri o dare a questo desiderio una connotazione puramente egoistica, assolutamente, ma Lily nel romanzo viene considerata quasi mancante di qualcosa perché non è appunto sposata o non ha figli da crescere.

Lily nella terza parte del romanzo, quella in cui tutti i personaggi presenti nella prima, tranne quelli che sono venuti a mancare, si ritrovano, arriva ad una importante conclusione che è il nocciolo stesso del romanzo ed è rappresentato dalla Signora Ramsay.

Signora Ramsay, madre di Virginia e donna alla base di “Gita al Faro”, grande assenza nella vita di Lily che nel terzo capitolo avverte tutto il peso enorme di questa assenza, le arriva addosso all’improvviso e capisce cos’è questa mancanza, che allo stesso tempo però è l’unica cosa reale e tangibile che ancora la lega alla Signora Ramsay nonostante la dipartita di questa.

Così Lily stinge a sé questo dolore e questo vuoto, lo assapora e ne gode a pieno, è un qualcosa di nostalgico, amaro e doloroso, ma al tempo stesso è l’unica cosa che la ricollega ad un passato in cui la Signora Ramsay era ancora viva, i drammi della vita non avevano ancora sconvolto, come accadrà negli anni seguenti, la vita dei personaggi e tutto sembrava ancora intatto in qualche modo, magari un poco ammaccato, ma ancora intatto.

Conclusioni

“Gita al Faro” è un romanzo che rispetta quella che per me è una caratteristica fondamentale dei romanzi della Woolf, ovvero la forza delle descrizioni e delle sensazioni dei personaggi che assieme generano un testo di una potenza sensazionale che si avverte sulla pelle.

E’ un testo a tratti lento che di certo ci si deve godere a pieno senza fretta, si deve assaporare piano piano, entrando in contatto con i personaggi, ma ne vale la pena.

Non è ad oggi il mio romanzo preferito della Woolf, ma so già che un domani lo rileggerò e ci tornerò spesso con la memoria.

Voto:

E voi? Avete mai letto qualcosa della Woolf? Sì? No? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

A presto!

La Scala di Dioniso – Luca di Fulvio

Buon giovedì!

Come state? State anche voi friggendo di caldo in questa torrida estate?

Oggi dobbiamo assolutamente parlare di un libro che ho letto qualche tempo fa, di un autore di cui non avevo mai letto nulla prima, che mi ha assolutamente stupita e invogliata a recuperare tutte le opere (o quasi) dell’autore in questione che è Luca di Fulvio.

Tra l’altro mi è capitato di leggere il testo di cui andremo a parlare oggi totalmente a caso, perché io uso ancora a volte BookMooch e un giorno nei libri recentemente inseriti dagli utenti ho avvistato appunto “La Scala di Dioniso” e l’ho voluto richiedere, per totale curiosità e sono felice di averlo fatto.

Comunque, andiamo con ordine, “La Scala di Dioniso” è un libro edito Mondadori attualmente fuori catalogo, ma si può trovare in giro molto facilmente, su siti come Ebay, Libraccio, Amazon ecc. ecc. se ne trovano molte copie a prezzi modesti, quindi non fa parte di quella cerchia di libri fuori catalogo introvabili o reperibili solo a prezzi esorbitanti, anzi.

Parliamone!

La Scala di Dioniso – Luca di Fulvio

Casa editrice: Mondadori

Pagine: 481

Genere: thriller, giallo storico

Prezzo di Copertina: € 8,80

Prezzo ebook: € 7,99

P. Pubblicazione: 2005

Link all’acquisto: QUI

Incipit

L’assassino conosceva il dolore. Perché era nato nel dolore. Lui stesso era dolore. E non c’era pena che non fosse in grado di amare. Perché il suo era un buon dolore. Perché adesso il dolore del suo misero corpo ne era al contempo il trionfo e la celebrazione, il mezzo scelto dal destino per dargli un’altra vita. Una vita gloriosa. Nessuno avrebbe riso di lui. Non più. Poteva raccogliere a piene mani, nella carne degli altri, il tormento che quelli avevano mietuto non solo nel suo corpo ma anche nella sua anima. Aveva la vendetta, ora. Aveva la forza. Aveva la paura di quegli altri. Il dio gliel’aveva concesso. E per il dio l’avrebbe fatto.

Trama

È il 31 dicembre 1899. L’alba del nuovo secolo si macchia di sangue.
Una strage efferata – la prima di una lunga e misteriosa catena di delitti – si consuma alla Mignatta, “la sanguisuga”, il promiscuo distretto suburbano che ospita ladri, taglieggiatori e tutti i miserabili che la città si lascia alle spalle, senza voltarsi, ma anche i ricchi azionisti del grande zuccherificio, chiusi nelle loro ville dorate e ostili alle nascenti idee socialiste che si diffondono tra gli operai. Ed è proprio contro le mogli degli azionisti che si accanisce l’assassino, incidendo nelle loro carni gli indecifrabili segni della sua rivalsa.
Feroce come un vendicatore, implacabile come un dio, è il primo serial killer del Novecento. In questa polveriera pronta a esplodere, il giovane ispettore Milton Germinal compie la sua discesa all’inferno. Trasferito alla Mignatta a causa della sua dipendenza da oppio ed eroina, spetta a lui decifrare la firma del mostro, i suoi macabri riti. Annaspando in questo incubo, dove nulla è ciò che sembra, Germinal incontra personaggi ambigui e carismatici, deformi e seducenti: il pallido ed etereo Stigle, il chimico dello zuccherificio; il dottor Noverre, l’inquietante direttore dell’Istituto delle Malformazioni; l’itterico Sciron e poi c’è lei, Ignés dai magnifici occhi grigi, la Regina delle Nebbie… e l’orrore a tratti si stempera in una storia d’amore che lo può salvare o condurre alla perdizione.
In un’atmosfera cupa e morbosa, appassionata e sensuale, mistica e feroce, Luca Di Fulvio conduce, gradino dopo gradino, in cima alla scala di Dioniso, la scala di quel dio visionario dalla quale si domina la fine dell’Ottocento e l’inizio di un Novecento che racchiude in sé tutti i germi della nostra attuale malattia.

Recensione

Luca di Fulvio è famoso per aver scritto anche “La Gang dei Sogni“, “La Figlia della Libertà“, “La Ragazza che toccava il cielo“, “Il Grande Scomunicato” e altri.

In Germania La gang dei sogni, con il titolo Der Junge, der Träume schenkte, ha venduto più di un milione di copie restando in testa alla classifica dei bestseller per mesi.

Nel 2021 è stato uno dei sei finalisti del Premio Bancarella.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Uno degli aspetti che ho più adorato e apprezzato di questo libro è l’atmosfera, infatti siamo in un mondo e in una società abbandonata quasi a sé stessa, con l’ispettore Germinal ci rechiamo in questa parte della città degradata e cupa, parecchio cupa, questo sarà il luogo tra l’altro in cui si svolgerà l’intera vicenda.

Un luogo malsano, malato, in cui ci addentriamo assieme ai personaggi anche in edifici che nascondono segreti e misteri, ma anche una storia oscura e fosca.

Ci muoviamo attraverso vari luoghi, ma ognuno di questi è cupo a modo suo, c’è ad esempio questo spazio che costeggia in un certo senso la cittadina che viene descritto come se fosse una specie di accozzaglia di vecchi edifici fatiscenti, un clima quasi post-apocalittico, in cui sembra non esserci nessuno, ma in realtà in questo posto chiamato modestamente “Inferno”, ci sono occhi ovunque, compaiono persone nascoste nel buio che sembrano vivere come topi, pronte a derubare o uccidere chiunque passi da quelle parti.

Ci sono luoghi in questo libro che rimangono impressi per l’atmosfera che si respira in questi, c’è un istituto dedicato alle Malformazioni in cui il dottor Noverre, esso stesso malformato, cura pazienti problematici, c’è un circo situato su una collina diretto da un uomo misterioso e senza scrupoli in cui l’affascinante Ignés si esibisce, c’è lo zuccherificio che dà lavoro a parecchie persone ed è in un certo modo gestito anche dal chimico Stigle, un giovane pallido ed etereo che nasconde una natura tormentata, insomma ritroviamo personaggi sfaccettati che si intrecciano a questi luoghi inquietanti.

Lo stile di Luca di Fulvio è assai gradevole, ho apprezzato anche il fatto che dopo il finale vero e proprio, l’autore si prenda un tot di pagine per approfondire la figura dell’assassino che in questo libro smuove le vicende con efferati delitti, in queste pagine l’autore ripercorre le origini dell’omicida e ne delinea un quadro nitido e tragico.

“La Natura, in coro, vi risponderà che disprezza la perfezione che predichiamo. La Natura… se esiste quest’anima che vogliono le nere sottane della nostra Chiesa… ha un’anima efferata, viziata e viziosa, che afferma se stessa attraverso la morte di qualcos’altro. In questa perfetta imperfezione la Natura affila le armi della propria sopravvivenza ed evoluzione. Se abbiamo una colpa, noi uomini che crediamo di superare la Natura, se abbiamo una colpa è proprio di non assecondare i nostri istinti, di non ubbidire a noi stessi, di vivere non di vita ma di illusioni, non di azioni ma di ipotesi, non di presente ma di passato o di futuro. Se abbiamo una colpa… è di essere quel che non siamo.”

Il ritmo generale del testo è costante, verso il finale ovviamente in momenti topici diventa crescente, ma tutto sommato dato che dobbiamo seguire vari personaggi e sottotrame il ritmo rimane stabile senza risultare noioso o lento.

Un mondo disgraziato

La Scala di Dioniso” è un libro senza dubbio drammatico, per dire questo penso al mondo in cui è ambientato, ai personaggi che seguiamo, alle vicende che li coinvolgono e anche al finale.

E’ un libro violento in cui le scene di omicidio sono piuttosto dettagliate e in generale lo stile dell’autore e il mood generale della vicenda non fanno altro che rendere queste scene ancora più amare e tragiche.

Il libro segue personaggi complessi, tutti/e hanno alle spalle traumi ancora molto vividi che nel corso del tempo li hanno resi quelli che incontriamo, e ognuno di questi traumi emerge nel corso del testo e viene rivelato, abbiamo anche personaggi con dipendenze, ad esempio l’ispettore Germinal che è dipendente dalla droga, o il personaggio di Ignés che in seguito a varie vicende ha bisogno di provare un dolore fisico per avere un rapporto sessuale soddisfacente, o ancora abbiamo la dipendenza/ossessione della vendetta che invece accompagna l’assassino, un personaggio che ha creato dentro di sé una nuova identità, nata anche qui da un trauma molto profondo.

L’autore affronta varie tematiche, la violenza sessuale, la dipendenza da droga appunto, la malformazione fisica, l’infanzia distrutta, l’odio da parte dei genitori, la lotta fra classi sociali, lo sfruttamento ecc. ecc.

Questo infatti si sente un Dio, un Dioniso che entra in gioco per ripulire il mondo da esseri umani che secondo lui devono essere puniti ed eliminati per creare una nuova realtà degna di un Dio come lui.

C’è un legame fra la scelta di Dioniso e la nuova identità di questo che verrà approfondita nel testo e ho gradito il fatto che nulla sia stato lasciato al caso, c’è un motivo preciso per cui l’assassino diventa questo Dio vendicatore e vendicativo, in questo testo si riesce a capire la vera personalità dei personaggi e soprattutto le azioni che compiono hanno sempre una motivazione proprio perché impariamo a conoscere quel personaggio.

Non è un testo in cui ci troviamo davanti individui che si comportano in modo poco coerente rispetto a ciò e a chi sono davvero.

Le scelte, anche quelle meno condivisibili, dei personaggi si ricollegano sempre alla loro identità e a ciò che abbiamo letto su di loro, riguardo ai loro traumi e alla loro visione del mondo.

La trama di base potrà sembrare quella del classico giallo con un assassino a piede libero che terrorizza la popolazione, soprattutto quella della “classe” sociale che ha deciso di prendere di mira, con un detective che è sulle sue tracce e si muove tra intrighi, intuizioni e misteri.

Ma in questo libro c’è molto di più, ovviamente il focus rimane sulla serie di omicidi e l’indagine per scoprire l’identità dell’assassino, ma abbiamo molti altri personaggi che ruotano attorno a Germinal e alla scia di sangue, e ognuno di questi personaggi si rivela essere importante e più che interessante da seguire.

Insomma Luca di Fulvio delinea un mondo tragico con conflitti sociali, violenza che dilaga, esseri umani sempre più provati e oppressi da ciò che sono stati, il tutto si sovraccarica fino all’esplosione finale con una scena senza dubbio d’effetto.

Conclusioni

“La scala di Dioniso” è stata una vera e propria sorpresa per me, mi sono appassionata ad ogni giro di trama, personaggio, vicenda sempre immersa in quel clima fosco o opprimente che tanto adoro trovare nei libri.

Forse le uniche pecche sono il fatto che a tratti l’autore si sofferma un po’ troppo su scene o rivelazioni che risultano chiare quasi fin da subito, ma non è comunque un soffermarsi che rende eccessivamente pesante la lettura, semplicemente a tratti ho notato questa caratteristica.

Se avete l’occhio allenato da thriller o giallo forse potreste già arrivare all’identità del killer in questione prima della rivelazione, anche perché ad un certo punto l’autore inizia a spargere indizi sempre più diretti.

Che dire quindi? Luca di Fulvio è stato una grande scoperta e non vedo l’ora di leggere altro dell’autore, se vi piacciono i gialli storici a tinte parecchio cupe, con personaggi travagliati, ambientazioni originali e tenebrose “La Scala di Dioniso” è il libro perfetto per voi!

Voto:

E voi? Avete mai letto qualcosa di Luca di Fulvio? Sì? No? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

A presto!

Il Deserto dei Tartari – Dino Buzzati

Buon martedì!

Come procede luglio e questa settimana afosa?

Spero che il blog non sia completamente oscurato e introvabile dopo i cambiamenti di cui abbiamo parlato qualche giorno fa, dovrebbe essere tutto a posto ora… quindi, rieccoci!

Oggi, parliamo di un libro che ho letto all’inizio del 2022, un libro che io avevo già provato a leggere circa 1/2 anni fa ma che non ero riuscita a portare a termine, forse perché non era il momento giusto.

Questo libro tra l’altro fa anche parte di quella specie di tbr annuale che ho stilato alla fine del 2021 nei propositi di lettura per il 2022 e sono stata molto felice di poterlo finalmente segnare come letto dopo essermi goduta la lettura.

Comunque, andiamo con ordine, oggi parliamo de “Il Deserto dei Tartari” di Dino Buzzati.

Il Deserto dei Tartari – Dino Buzzati*

Casa editrice: Mondadori

Pagine: 300

Genere: romanzo, narrativa

Prezzo di Copertina: € 14,50

Prezzo ebook: € 7,99

P. Pubblicazione: 1940

Link all’acquisto: QUI

*La copertina mostrata è quella dell’edizione che ho letto io, ma il titolo è disponibile in una nuova edizione, edita Mondadori, con una nuova veste grafica che potete trovare cliccando sul link qui sopra.

Incipit

Nominato ufficiale, Giovanni Drogo partì una mattina di settembre dalla città per raggiungere la Fortezza Bastiani, sua prima destinazione. Si fece svegliare ch’era ancora notte e vestì per la prima volta la divisa di tenente. Come ebbe finito, a luma di una lampada a petrolio si guardò nello specchio, ma senza trovare la letizia che aveva sperato. Nella casa c’era un grande silenzio, si udivano solo piccoli rumori da una stanza vicina; sua mamma stava alzandosi per salutarlo.

Trama

Ai limiti del deserto, immersa in una sorta di stregata immobilità, sorge la Fortezza Bastiani, ultimo avamposto dell’Impero affacciato sulla frontiera con il grande Nord. È lì che il tenente Drogo consuma la propria esistenza nella vana attesa del nemico invasore. Che arriverà, ma troppo tardi per lui. Pubblicato nel 1940, “Il deserto dei Tartari” è “il libro della vita” di Dino Buzzati: nell’esistenza sospesa di Giovanni Drogo, infatti, i riti di un’aristocrazia militare decadente si mischiano a gerarchia, obbedienza e alla cieca osservanza di regolamenti superati e anacronistici. La sua storia è una «sintesi della sorte dell’uomo sulla Terra», il racconto «del destino dell’uomo medio» in attesa di «un’ora di gloria che continua ad allontanarsi», finché, ormai vecchio, si accorgerà «che questa sua aspirazione è andata buca». «Probabilmente» ha rivelato l’autore «tutto è nato nella redazione del “Corriere della Sera”, dal 1933 al 1939 ci ho lavorato tutte le notti, ed era un lavoro pesante e monotono, e i mesi passavano, passavano gli anni e io mi chiedevo se sarebbe andata avanti sempre così, se la grande occasione sarebbe venuta o no. Molto spesso avevo l’idea che quel tran-tran dovesse andare avanti senza termine e che mi avrebbe consumato così inutilmente la vita. La trasposizione di questa idea in un mondo militare fantastico è stata per me quasi istintiva». In questa edizione il testo è accompagnato dalla riproduzione di materiali inediti che permettono di ricostruire la genesi del romanzo e il suo percorso dalla pagina al grande schermo tra cambiamenti e finali diversi.

Recensione

“Il Deserto dei Tartari” è stato pubblicato per la prima volta nel 1940 ed è il libro più famoso dell’autore, anche se Buzzati ha scritto di certo anche altri testi decisamente famosi e apprezzati.

Lo scrittore in un’intervista affermò che lo spunto per il romanzo era nato:

«… dalla monotona routine redazionale notturna che facevo a quei tempi. Molto spesso avevo l’idea che quel tran tran dovesse andare avanti senza termine e che mi avrebbe consumato così inutilmente la vita. È un sentimento comune, io penso, alla maggioranza degli uomini, soprattutto se incasellati nell’esistenza ad orario delle città. La trasposizione di questa idea in un mondo militare fantastico è stata per me quasi istintiva.»

Stile, Ritmo e Atmosfera

Lo stile che troviamo è quello tipico di Buzzati, uno stile travolgente che riesce a trascinare il lettore dentro alla vicenda fin dalle prime pagine, viene spontaneo interessarsi alla vita di Giovanni Drogo in viaggio per raggiungere la Fortezza Bastiani e lasciarsi alle spalle la sua vecchia vita.

Il tono iniziale della vicenda è quasi sconsolato e dubbioso, Drogo è finalmente ufficiale e dovrebbe essere felice per questo, ha studiato per anni in attesa di un tempo simile e come primo incarico deve prestare servizio appunto alla Fortezza Bastiani, un avamposto tempo prima strategico che ora però è quasi sconosciuto ai più, sorveglia solo una desolata pianura denominata “il deserto dei tartari”.

I Tartari (o Tatari) sono una popolazione nomade dell’Asia centrale, federata nel Medioevo con i Mongoli; però alla fine questi hanno poco a che vedere con il libro, infatti Buzzati sfrutta il nome dei Tartari per evocare l’idea di una minaccia militare, di un’invasione da parte di un popolo crudele, un’attacco che sembra non giungere mai, ciò si rivela una motivazione che tiene incorati i personaggi alla Fortezza Bastiani.

Comunque, il ritmo del libro è costante, nonostante il focus sia sul tempo che passa, sulla “fuga del tempo” e sul rimanere bloccati nella speranza di un qualcosa che si spera accadrà in futuro, ma il tempo va avanti e questo qualcosa non accade mai, il ritmo rimane scorrevole.

Infatti fra personaggi secondari, avvenimenti vari e riflessioni di Drogo a me non è mai capitato di avvertire un senso di pesantezza o lentezza nello stile di Buzzati.

“Per le ultime volte vengono a lui nella notte le dolci immagini di un mondo completamente felice. Guai se potesse vedere se stesso, come sarà un giorno, là dove la strada finisce, fermo sulla riva del mare di piombo, sotto un cielo grigio e uniforme e intorno né una casa né un uomo né un albero, neanche un filo d’erba, tutto così da immemorabile tempo.”

Parlando delle atmosfere presenti in questo testo direi che la sensazione è proprio quella di sentirsi vincolati in un ambiente desolato, in attesa di un qualcosa che sembra sempre sul punto di arrivare e ci si continua a preparare per questo qualcosa, si continua ad attendere e intanto si avverte il peso degli anni che passano.

L’assuefazione de “Il Deserto dei Tartari”

Giovanni Drogo è un personaggio di base neutro, un giovane di buone speranze che all’inizio rimane colpito anche negativamente dalla Fortezza Bastiani, pensa che una volta terminato il periodo di permanenza se ne andrà verso prati più verdi, pensa che questa sarà solo un’avventura di pochi mesi, ma come dicevamo prima il tempo passa e Drogo si ritrova invece vittima della Fortezza Bastiani.

I tartari, la Fortezza, alcune minacce che spunteranno nel corso del libro non fanno altro che convincere Drogo a rimanere alimentando quel sospetto e quella convinzione di avere ragione quando si pensa che qualcosa accadrà prima o poi.

“Il Deserto dei Tartari” è un libro che si fonda su questo principio, è una metafora costruita in modo più che sapiente dall’autore che è riuscito a creare simboli e paesaggi che in realtà non sono solo ciò che vediamo, e che Drogo vede, ma sono il simbolo della condizione umana, questa distesa sterminata di cui non si vede chiaramente il fondo da cui potrebbe arrivare una minaccia in ogni momento simboleggia l’ignoranza verso il futuro che ci tiene però attaccati/e alla speranza nei confronti di questo, uno stato di perenne attesa in cui si ha paura di cambiare ciò che si è in quel momento perché le cose potrebbero migliorare o arrivare proprio quando scegliamo di voltarci dall’altra parte e andarcene.

“Era l’ora delle speranze. E lui ritornava a meditare le eroiche fantasie tante volte costruite nei lunghi turni di guardia e ogni giorno perfezionate con nuovi particolari.”

Il libro ha un qualcosa di onirico, ciò che Drogo vive sembra sempre ricoperto da un alone sfocato come se tutta la vita passasse come un serie di eventi già confermati e prestabiliti, che si mischiano assieme.

Il libro può essere interpretato in vari modi, anche come un racconto allegorico, da una parte ciò che leggiamo legato alla vita militare nella Fortezza Bastiani può essere considerato letteralmente per quello che è quindi il racconto di un ufficiale in questo luogo, ma dall’altro lato può anche essere considerato un testo dedicato alla condizione umana, in cui il deserto, il tempo e le minacce rappresentano condizioni umane.

Conclusioni

“Il Deserto dei Tartari” è secondo me un testo geniale, sia per la capacità di Buzzati nel dare vita ad un contesto come quello presente nel volume, sia per l’idea e la rappresentazione della condizione umana mostrata in modo unico e originale.

E’ un libro senza dubbio amaro che getta però il focus anche su vari aspetti della vita, non solo quelli di cui abbiamo parlato, ovviamente non posso andare fino in fondo per evitare di fare spoiler, ma vi posso dire che nel corso del libro incontriamo molti personaggi e vediamo ciò che accade a questi e così facendo vediamo altri lati della medaglia, versioni diverse della vita rispetto a quella che si è scelto Drogo.

Giovanni attende la gloria come i suoi compagni, spera in un futuro di azione e riconoscimento o più che altro cambiamento, vive in questa speranza e nel frattempo il tempo passa e si ritrova vecchio e malato a ripensare alla sua esistenza in una grande parabola che parla di tempo che passa e si perde.

A fine lettura ho assegnato quattro stelle a questo testo, perché ci sono stati punti in cui ho trovato il ritmo abbastanza lento e un poco pesante, ma vi posso dire che a distanza di mesi, mi sento di poter assegnare quattro stelle e mezzo dopo aver digerito a pieno la lettura.

Voto:

E voi? Avete mai letto “Il Deserto dei Tartari”? Se sì, vi è piaciuto? Sì? No? Fatemi sapere!

A presto!

Rosemary’s Baby – Ira Levin

Buon giovedì!

Come state? Come procede la settimana?

Oggi parliamo di “Rosemary’s Baby” di Ira Levin e mettiamo la parola fine a questa sottospecie di trilogia a tema horror e possessioni demoniache soprattutto perché, questi tre testi di cui abbiamo parlato nelle precedenti settimane, “I Due Esorcisti”, “L’Esorcista” e “Rosemary’s Baby sono legati l’uno all’altro o vengono spesso accomunati, quindi ai tempi della lettura ho voluto procedere con ordine e per ultimo parliamo del testo di Levin.

Da questo libro è stato tratto il famoso film del 1968, diretto da Roman Polanski, con Mia Farrow e John Cassavetes, ma anche una serie tv del 2014 di quattro puntante con Zoe Saldana e Patrick Adams disponibile su Prime Video.

Parliamone!

Rosemary’s Baby – Ira Levin

Casa Editrice: SUR

Pagine: 253

Genere: horror, horror psicologico, thriller psicologico, drammatico

Prezzo di Copertina: € 16,50

Prezzo ebook: € 9,99

P. Pubblicazione: 1967

Link all’acquisto: QUI

Incipit

Rosemary e Guy Woodhouse avevano già firmato il contratto d’affitto per un appartamento di cinque locali in un palazzone tutto bianco su First Avenue quando, da una certa signora Cortez, vennero a sapere che ne Bramford se n’era liberato uno di quattro locali. Il Bramford, un vecchio edificio nero e imponente, è un agglomerato di appartamenti coi soffitti alti, ricercatissimi per via dei camini e dei particolari vittoriani. Rosemary e Guy si erano messi in lista fin dal primo giorno in cui s’erano sposati, ma alla fine avevano dovuto arrendersi.

Trama

Guy e Rosemary Woodhouse sono una giovane coppia di sposi. Lui è un attore, in attesa della sua grande occasione; lei sogna una normalità borghese fatta di sicurezza economica, una bella casa, tanti figli. Dopo lunghe ricerche hanno trovato un appartamento nel Bramford – uno storico palazzo nel cuore di Manhattan, circondato da un alone di prestigio sociale ma anche da sinistre leggende – e di lì a poco la loro vita sembra arrivare a una svolta: Guy ottiene una parte in un’importante commedia e Rosemary resta finalmente incinta del primo figlio. Ma non tutto è destinato ad andare per il verso giusto. La gravidanza di Rosemary viene turbata da premonizioni e incubi notturni, da inspiegabili dolori addominali e strani incontri, e soprattutto dall’invadenza di due vicini, troppo premurosi per non risultare sospetti… Pubblicato per la prima volta nel 1967 e portato sul grande schermo da Roman Polanski, con Mia Farrow nel ruolo della protagonista, “Rosemary’s Baby” è una delle grandi storie di mistero della nostra epoca, ma anche una godibilissima commedia che, dopo aver fatto entrare il Male nelle nostre case, ci aiuta a esorcizzarlo con la grazia di un semplice sorriso.

Recensione

Nel 1997 Ira Levin ha pubblicato un sequel, intitolato Il figlio di Rosemary, e lo ha dedicato a Mia Farrow.

Nel 2003 Ira Levin, venne premiato con il Mystery Writers of America Grand Master.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Ho faticato un poco all’inizio della lettura, non saprei dire se per colpa mia o per la presenza nel testo di un qualcosa di poco gradevole di primo acchito per me, c’è anche da dire che questo è stato il primo libro del 2022 per me (sì, finalmente diamo il via alle recensioni dei libri letti quest’anno, a metà anno ormai), e forse dovevo ancora riuscire a mettermi per bene in carreggiata.

Ma lo stile di Ira Levin è decisamente atipico rispetto alla trama e al genere del libro, infatti ci si aspetterebbe uno stile magari più concitato o tipico da horror, mentre lo stile dell’autore sembra a tratti un mix fra una commedia anni 50/60 (siamo per sempre nel ’66) e una rivista stile Vogue.

Questo aspetto secondo me può essere fortemente legato alla protagonista, Rosemary, una donna molto attenta all’espetto estetico, di tutto in realtà, cose, persone, architettura, leggiamo di occhiate o pensieri della donna rivolti ai vestiti indossati da certi personaggi, al modo in cui si atteggiano, insomma Rosemary è un esteta.

L’autore è riuscito a dare un quadro a 360 gradi della personalità di Rosemary, grazie anche allo stile adottato, affine al suo essere, ma parleremo meglio più avanti dei pesonaggi.

Quindi lo stile di Levin è inaspettato a mio vedere per un horror/thriller, ma funziona bene, forse ci vuole un poco per prenderci la mano e imparare a capire che molto di ciò che leggiamo è una facciata, dietro alla parvenza di perfezione e bellezza, dietro a ciò che può sembrare impeccabile si nasconde l’inganno.

Il ritmo direi che è costante, accadono molti fatti all’interno di questo libro e ci sono periodi in cui la vicenda sembra subire un rallentamento, perché i personaggi sono lontani dalla risoluzione del mistero o perché c’è sempre qualcuno pronto a mettere i bastoni in mezzo alle ruote, ma nel complesso a parte qualche divagazione forse di troppo, il ritmo procede abbastanza bene.

Le atmosfere dicevamo invece sono fintamente pulite, veniamo proiettati a tratti in questo scenario stile copertina da rivista, in cui Rosemary pensa al mobilio, anzi a volte sembra il suo unico pensiero, pensa a quanto stanno bene assieme lei e Guy, pensa a come si vestono male i vicini, si domanda se lei è davvero la classica moglie oggetto perfetta per un uomo come Guy, un attore in ribalta.

Dietro a questo clima patinato però si avverte chiaramente che qualcosa non va, c’è qualcosa di misterioso e oscuro che vibra nell’aria e aspetta di essere scoperto, qualcosa di spaventoso che Rosemary a tratti sembra non voler accettare, ma ad un certo punto si trova costretta a venire a patti con questo.

Quindi l’atmosfera è pregna di un disagio scomodo, i personaggi di questa storia si sforzano di voler mantenere una facciata anche quando ormai è evidente che questa si sta sfaldando.

I personaggi e la natura nascosta di questi

Rosemary è una protagonista molto attenta all’estetica, come dicevamo, sembra all’apparenza una donna senza particolari obbiettivi nella vita o stimoli, in realtà il suo sogno è vivere una vita pacifica e piena di amore con l’uomo che ama e avere una bella famiglia da coltivare, non è invidiosa del successo di Guy e sa che la buona riuscita della sua carriera porterà di riflesso una situazione di agiatezza e comodità nella sua vita.

Rosemary è un personaggio facilmente fraintendibile, sembra a tratti un cliché vivente, lei accetta di essere una moglie che vive per il marito e non se ne dispiace, porta sulle spalle un passato tumultuoso di cui a tratti sbuca qualche dettaglio, ma è come se non volesse mai concentrarsi sui lati negativi della vita e non volesse mai del tutto guardare in faccia ciò che non va nella sua vita e nel mondo, si è creata un’idea di “vita perfetta” e vuole seguirla fedelmente.

Sono convinta del fatto che Rosemary sia molto di più di quello che ci viene presentato, è una donna che a mio modesto vedere riconosce i problemi che le ruotano attorno, si accorge di ciò che non va, ed è una donna forte e coraggiosa, ma sceglie sempre di rinchiudersi dentro alla sua campana di perfezione e stile.

E’ come se non volesse mai andare fino in fondo, anche quando ha un sospetto su Guy o su altri personaggi, prova a fare domande, prova ad indagare, ma finisce con l’abbandonare tutto, forse per paura di perdere Guy e con lui il sogno della vita perfetta.

Abbandona la sua fede, i suoi ideali, che Guy deride, per far piacere a lui, non controbatte quando lui la pizzica sul vivo riguardo alla sua religione, accetta ciò che dice Guy e mette se stessa in discussione ascoltando l’uomo che le sta vicino e abbandonando tutta la fiducia in se stessa, come se lei non potesse essere una persona con le proprie idee e le proprie convinzioni.

Ai tempi della lettura, scrivendo i miei appunti su varie considerazioni legate al libro come faccio sempre, ho scritto che Guy è una figura iper tossica per il suo comportamento nei confronti di Rosemary, una figura che non si può, a mio vedere, non disprezzare aspramente.

E’ chiaro che nasconde qualcosa e non solo per la vicenda principale del libro, ma anche per altro, mente a Rosemary, come dicevamo prima sembra manipolarla per portarla verso le sue idee abbandonando ciò in cui la donna crede, pensa sempre al proprio tornaconto e mi fermo qui perché nel corso del libro Guy da prova più e più volte di comportamenti assai spregevoli non solo nei confronti di Rosemary.

Se dobbiamo parlare della personalità di Guy direi che ne fuoriesce un quadro narcisistico, qui abbiamo forse il cliché invece del personaggio attore che alla fine ama solo se stesso, sembra incapace di provare sentimenti reali, guarda sempre al lato materialistico ed estetico.

Abbiamo poi anche altri personaggi che ruotano attorno alla coppia e sono di certo entità sospette, abitanti del Bramford che iniziano a diventare presenze fisse nella vita dei due sposini, forse fin troppo fisse, asfissianti e assillanti direi.

Il Caro Vecchio Satanasso

C’è un mistero alla base di questo libro, ovvero, che cosa è davvero accaduto a Rosemary in una particolare notte? E perché la gravidanza di questa è così strana?

Nei generi/caratteristiche di questo libro io ho inserito “possessione demoniaca”, e qui abbiamo anche il punto in comune con “L’esorcista” e “I Due Esorcisti”, ma “Rosemary’s Baby” fa qualcosa di diverso, direi particolare e originale per l’epoca.

Ovviamente non scenderò negli spoiler in caso non abbiate mai visto il film, letto il libro o magari sentito il risvolto inquietante della vicenda, ma io penso non sia semplice proiettare la propria storia in un punto quando si parla di sovrannaturale e affini, alcuni autori a volte non riescono nell’impresa e il tutto si sfalda.

Ira Levin invece ha trasformato il tutto in una rivelazione assurda e terribile, che esplode nella parte finale del libro e porta, soprattutto il personaggio di Rosemary, ad una scelta che ancora una volta è in linea con il suo personaggio.

Conclusioni

E’ incredibile perché fino ad un certo punto della lettura ci si sente davvero immersi nel clima del Bramford, ho personalmente creduto di conoscere questi personaggi per quello che volevano far vedere e quando ci si ritrova a scoprire la loro natura si rimane esterrefatti anche se è chiaro fin da subito che qualcosa è fuori posto nella loro immagine perfetta.

E’ una lettura che ho senza dubbio gradito, non è stato per me quel libro che ti tiene incollatə alle pagine, un poco per il ritmo, un po’ per altri fattori, ma è comunque stato un testo pieno di scoperte soprattutto per quanto riguarda l’analisi e il grande puzzle legato al carattere di ogni personaggio, credo che sotto questo punto l’autore abbia fatto un ottimo lavoro.

Quindi, personaggi scritti bene, vicenda intrigante e risvolto inaspettato e inquietante, un bel mix direi!

Voto:

E voi? Avete mai letto “Rosemary’s Baby”? Sì? No? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

A presto!

L’Esorcista – William Peter Blatty

Buon giovedì, ben ritrovatə!

Come procede la settimana e questo giugno? Spero bene!

Oggi parliamo di un libro citato nella scorsa recensione, quella su “I Due Esorcisti“, ovvero “L’esorcista” di William Peter Blatty.

Da questo libro è stato tratto il famoso film del 1973, diretto da William Friedkin, di cui Blatty scrisse anche la sceneggiatura.

L’autore, prendendo spunto dal libro Die Besessenheit di Traugott Konstantin Oesterreich, fu ispirato anche da un caso di possessione demoniaca avvenuto nel Maryland di cui Blatty venne a conoscenza mentre studiava presso l’Università di Georgetown.

Parliamone!

L’Esorcista – William Peter Blatty

Casa Editrice: Fazi

Pagine: 427

Genere: horror (possessione demoniaca)

Prezzo di Copertina: € 14,00

Prezzo ebook: € 6,99

P. Pubblicazione: 1971

Link all’acquisto: QUI

Incipit

Come l’effimera e fulminea fiamma di un’esplosione di soli lascia soltanto bagliori indistinti sulla retina di un cieco, così il momento in cui l’orrore ebbe inizio passò quasi inosservato. Fu dimenticato, infatti, perduto nel frastuono di ciò che seguì, e forse non fu affatto messo in relazione con l’orrore. Era difficile da valutare.

Trama

Che cosa succede alla piccola Regan, trasformatasi in un mostro blasfemo che urla oscenità e frasi sconnesse? Sua madre, la famosa diva del cinema Chris MacNeil, non riesce a capirlo. Né ci riescono i medici e gli psichiatri né la polizia. Forse solo un esorcista può dare una risposta. Ma la Chiesa impone cautela, esige prove, chiede tempo. Intanto la casa risuona di colpi, i mobili si spostano da soli, un uomo muore con il collo spezzato, il fragile corpo di Regan sembra cedere alla tempesta che lo sconquassa. E lo scontro tra l’uomo di Dio e gli spiriti del Male sembra ormai inevitabile.

Recensione

Per scrivere il suo romanzo Blatty si ispirò ad un caso di possessione avvenuto nel 1949 a Cottage City, nel Maryland. La tragica vicenda ruota su un giovane ragazzo di 14 anni la cui identità è stata tenuta segreta e per il quale è stato usato lo pseudonimo di Roland Doe.

In tempi recenti lo scrittore Mark Opsasnick affermò di essere riuscito a rintracciare la famiglia del giovane e di aver appreso da loro che il ragazzo era solito fare scherzi ad amici e parenti. Lo scrittore sarebbe quindi giunto alla conclusione che il ragazzo in realtà inventò la storia della possessione solamente perché voleva ricevere maggiori attenzioni.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Questo libro mi ha stupita, non mi aspettavo un testo così attento all’analisi dei personaggi, al modo in cui vengono rappresentati i loro pensieri, le loro paure, i loro dubbi.

E’ un libro che di certo si prende i suoi tempi, è un volume di 427 e si potrebbe pensare che il fulcro sia l’esorcismo di questa ragazzina, ma non è così, anzi l’esorcismo occupa solo una parte minima del libro, il resto è dedicato a trame, sottotrame e legami fra i personaggi.

Ma andiamo con ordine, lo stile di Blatty è all’apparenza piuttosto semplice e diretto, ma di certo si sofferma con calma su determinate scene, nonostante lo stile sia diretto infatti l’autore si prende tutto lo spazio per mostrare al lettore dettagli e comportamenti dei personaggi che saranno poi utili anche per capire meglio le dinamiche fra questi.

In alcuni punti credo che Blatty dia l’impressione di aver allungato un poco il brodo, ad esempio ad un certo punto del testo padre Karras, un personaggio meraviglioso, è combattuto su una questione di massima importanza che è anche alla base del libro, ovvero l’esorcismo e l’approvazione di questo dalla chiesa. Quindi si tormenta per pagine e pagine, nel frattempo accadono fatti, lui torna a tormentarsi, lascia passare del tempo e qualche era geologica e alla fine si decide. Questa questione però su cui lui ha riflettuto per eoni si risolve in due nanosecondi.

Ci sono quindi momenti in cui lo stile di Blatty risulta un tantino troppo prolisso, ma in generale è di certo uno stile godibile.

Il ritmo in alcune scene sembra risalire ed accelerare per poi ricrollare a picco, come dicevo è un libro a tratti prolisso, quindi anche se accade un fatto che innalza la tensione e il ritmo, questo si ristabilisce dopo poco, è un libro a cui piace tenere in lettore sul filo del rasoio.

Le atmosfere nascondo sempre un lato creepy e inquietante, accadono fatti strani, c’è una ragazzina, Regan, figlia dell’attrice Chris MacNeil che poco dopo l’inizio del libro inizia a comportarsi in modo molto strano, iniziare ad essere violenta, molto volgare anche in confronto al suo vero carattere e comportamento precedente, inizia a camminare come una specie di ragno, parlare lingue che non conosce, insomma la situazione non del tutto normale.

Quindi la madre, dopo mille peripezie, riesce a mettersi in contatto con padre Karras e da lì inizierà davvero la vicenda in cui vari personaggi cercheranno di curare e comprendere ciò che sta accadendo a Regan, mentre Chris inizierà a mettere da parte il lavoro e ad essere sempre più afflitta da ciò che sta attraversando la bambina.

Blatty riesce a trasformare la presenza di Regan, che all’inizio del libro è una dolce e adorabile ragazzina che suscita emozioni positive e buone, in un essere che all’interno del testo è fonte di paura e inquietudine, ammetto di aver avvertito qualche brivido nella lettura di questo libro, io non mi considero facilmente impressionabile e guardo sempre con occhio molto critico le rappresentazioni di fatti soprannaturali come possessioni demoniache, ma qui a volte è estremamente percepibile la presenza oscura e negativa della Regan posseduta.

Quindi l’atmosfere generale è pesante, avvertiamo la preoccupazione di Chris per il non miglioramento di Regan, la vediamo legata ad un letto sempre più deperita, ma soprattutto osserviamo assieme ai personaggi il suo comportamento sempre inquietante e angosciante.

Leggendo questo libro si avverte quasi il lato oscuro di un essere non umano che pervade l’intero libro, anche quando seguiamo gli altri personaggi ad esempio, viene sempre spontaneo pensare a Regan, è un pensiero fisso.

“E credo che lo scopo sia farci perdere la speranza, farci rinnegare la nostra umanità, Damien. Farci vedere la nostra stessa bestialità, la nostra natura abbietta, putrescente, priva di dignità, orribile, malvagia, insignificante. E qui è forse il nocciolo di tutto questo, Damien: il nostro essere senza valore. Per questo credo che la fede non sia una questione razionale, per nulla. E’ una questione d’amore. Accettare la possibilità che Dio possa amarci…”

La lotta tra il bene e il male

Il fil rouge della vicenda è la lotta tra il bene e il male, non inteso più di tanto come chiesa e essere demoniaco, ma più come la battaglia di un uomo e di persone comuni contro una forza esterna maligna.

Ci sono momenti in questo testo in cui i personaggi si trovano con le spalle al muro, non sanno come reagire, come comportarsi per salvare una persona cara, si sentono bloccate e impossibilitate a fare qualunque cosa e al tempo stesso abbiamo il personaggio anche di padre Karras che si trova ad un bivio, è un uomo colto e di fede, ma ha difficoltà nel credere e lui stesso sente la mancanza di un qualcosa di importante nella sua vita.

Questo libro, oltre che essere un horror è un testo in cui assaporiamo la vita vera di personaggi che cercano nel bene e nel male di combattere contro un qualcosa di più grande di loro, il male, la vita stessa per il caso di Karras e anche contro loro stessi.

In un crescendo di tensione impariamo a conoscerli nel mezzo di una situazione sfibrante, debilitante, che li porta faccia a faccia con le loro paure e con un male che non si fa problemi a metterli in difficoltà, la loro è anche una lotta contro il tempo, contro l’essere umani e contro il proprio passato.

Ho adorato il modo in cui Blatty costruisce i suoi personaggi, riesce a renderli umani, memorabili, con una personalità d’impatto, personaggi che sembra di conoscere da trent’anni, li osserviamo in situazioni diverse della loro vita e impariamo a vederli in azione, è impossibile non legarsi a loro.

Conclusioni

E’ un libro che sono felice di aver letto, sia per l’importanza di questo, sia per il fatto essermi trovata davanti un libro totalmente diverso rispetto alle aspettative, un testo decisamente più introspettivo e profondo del previsto.

Quindi a parte questo fatto dell’allungare eccessivamente il brodo e avere un ritmo piuttosto problematico e a tratti sfiancante per il lettore, la considero un ottima lettura, un libro che mi ha piacevolmente stupita.

Voto:

E voi? Avete mai letto “L’Esorcista”? Sì? No? Fatemi sapere!

A presto!