La Battaglia della Vita – Charles Dickens

Buon lunedì!

Il fatidico giorno si avvicina sempre più e domani termineremo questa maratona, ma non pensiamo a questo momento triste

Questa sarà con tutta probabilità l’ultima recensione del 2019, alla fine sono riuscita a rispettare il mio obbiettivo iniziale in parte, perché avevo pensato di leggere tutti i quattro racconti di Dickens natalizi rimanenti, ma sono riuscita a leggerne solo tre.

Sono comunque soddisfatta però, perché dati gli impegni di questi giorni, e tutte le questioni, e il fatto di aver iniziato a leggere (e avere avuto questa idea) in ritardo, tre su quattro è comunque un buon risultato.

Ciò significa che parleremo de “Il Patto col Fantasma” nella prossima maratona natalizia del 2020.

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La Battaglia della Vita – Charles Dickens

Casa editrice: Newton Compton

Genere: Classici

Pagine: 99

Prezzo di Copertina: € 7,89

Prezzo ebook: € 0,49

Anno di Pubblicazione: 1846

Link all’Acquisto: QUI

Trama 

Pur essendo La battaglia della vita il libro di Natale che ottenne più scarsi consensi di critica (1846), vi sono in esso elementi che lo rendono interessante a una sensibilità contemporanea: e sono proprio le falle messe a nudo dai recensori ottocenteschi (eccessi melodrammatici, assurdità psicologica) ad attrarre il lettore moderno. La scrittura cioè svela la presenza di un conflitto (la battaglia del titolo), ma non riesce ad averne ragione. La “Iove story” del sottotitolo, asessuata e scarsamente credibile, conduce a un lieto fine matrimoniale che il dipanarsi della storia non sembra giustificare: più coerente infatti sarebbe la morte della sorella “sedotta”. Ma la spiegazione e l’interesse del racconto sono altrove, nel difficile rapporto tra arte e vita che diviene il motore segreto del racconto; l’amore mai dimenticato di Dickens per la cognata morta a diciassette anni, che la scrittura può far rivivere e consente (castamente) di possedere.

“Una volta (poco importa quando) e nella forte Inghilterra (poco importa dove) si combattè un’aspra battaglia. Fu combattuta in una lunga giornata d’estate, quando l’erba che ondeggiava era verde. Più di un fiore selvatico, formato dalla mano dell’Onnipotente perché costituisse una coppa profumata per la rugiada, ebbe in quel giorno la sua tazza smaltata piena di sangue fino all’orlo e cadde con un brivido. […] Il fiume si colorò in rosso, il terreno calpestato si trasformo in una poltiglia, ove quel colore dominante nel passato rimaneva, sempre più fioco, nelle pozzanghere inerti formatesi nelle orme lasciate dai piedi degli uomini e dallo zoccolo dei cavalli e luccicava debolmente al sole.”

Recensione

Allora, parliamo del terzo racconto che ho letto in questo periodo natalizio di Dickens, in teoria “La Battaglia della Vita” è il quarto in linea cronologica e viene dopo “Il grillo del Focolare” e prima de “Il Patto col Fantasma“.

E’ più breve rispetto agli altri racconti, ma è stato decisamente il più lungo da leggere, rispetto agli altri mi ha convinta di meno sotto quasi ogni aspetto.

Perché non mi ha convinta?

Lo stile di Dickens qui sembra meno scorrevole, non è una di quelle storie/racconti dell’autore che catturano il lettore fin dalle prime pagine, tutto mi è sembrato più debole, dai personaggi, alla trama in generale, alla successione degli eventi.

Nono sono riuscita ad affezionarmi a nessun personaggio, tranne Clemency che è un personaggio piuttosto particolare, gli altri che sono per i Dickens i veri protagonisti mi sono sembrati poco delineati.

Questo racconto viene definito quasi una “love story” ed è vero, è tutto incentrato su più storie d’amore, ma queste coppie che nel corso de racconto si svilupperanno mi sono sembrate “buttate lì”, ad un certo punto troviamo coppie sposate ovunque e fino a qualche pagina prima non si poteva nemmeno lontanamente immaginare un’affinità fra questi.

Sono comunque persone che si conoscono, ma da qui a sposarsi (nonostante il periodo)…

Accade inoltre un fatto che è il mistero dell’opera, verrà rivelato alla fine e ha un suo senso, ma non va decisamente incontro alla mie aspettative, il mistero riguarda Marion la figlia minore del dottor Jeddler che è promessa in sposa al giovane Alfred, prende una decisione improvvisa prima del ritorno di costui.

Sembra una fuga d’amore perché Marion sembra innamorata di Michael e noi scopriremo solo alla fine la natura dei sentimenti di Marion, il motivo della fuga, e il luogo in cui per anni la giovane è stata.

Non capisco se il problema è la brevità, che in questo caso può essere un problema, o è la successione degli eventi.

Non ho avvertito la solita cura e immersione di Dickens nei confronti dei personaggi, sono lasciati a loro stessi, non c’è un granché di background e a livello caratteriale li ho compresi fino ad un certo punto.

In più sembrano tutti vittima degli eventi, dopo questa partenza è quasi come se fosse accaduta una tragedia, mentre viene detto dopo che il dottor Jeddler (padre di Marion), conosce la verità e lui e la sorella della ragazza, Grace, hanno ricevuto negli anni lettere.

Non che questo riesca a tranquillizzare una famiglia, però tutti la credono praticamente morta e invece loro conoscono il suo stato di salute, c’è una corrispondenza insomma.

L’interesse poi durante la lettura si ridesta solo quando accade questo fatto della fuga di Marion e alla fine, è come se l’autore stesso volesse avvertire il lettore, forse perché cosciente del calo di interesse.

Dopo aver terminato la lettura sento di non aver assorbito nulla da questo racconto, è come leggere un libro che alla fine evapora nel cervello eliminando ogni tracci della sua esistenza.

E’ il racconto dei Dickens, fra i cinque natalizi, che ha riscosso meno successo rispetto agli altri e ne capisco il motivo.

E’ di certo diverso dagli altri anche per due elementi fondamentali, il fattore paranormale e il Natale, il testo è ambientato a Natale in una piccola parte, ma se l’autore non lo avesse specificato non avrei mai pensato a questo periodo leggendo la storia.

Il fattore paranormale qui manca, non è presente.

Un qualcosa che rende inquietante ed oscuro il racconto è il campo di battaglia, la proprietà dei protagonisti infatti si erge su questo terreno maledetto dove un tempo ci fu una terribile battaglia in cui molte vite umane furono sacrificate.

Comunque il fulcro della vicenda è Marion e suoi due pretendenti,

Cosa mi è piaciuto?

L’unico aspetto che vorrei salvare è proprio l’ambientazione, questo clima pesante dato il campo con un passato tremendo è suggestivo.

Un altro aspetto gradevole per me è stato il personaggio di Clemency, ragazza particolare e sbeffeggiata ripetutamente nel corso del racconto da altri personaggi, ha la reputazione di essere una giovane che non spicca per intelligenza.

Uno dei twist interessanti riguarda lei, ho preferito lei rispetto al personaggio di Marion o Grace.

Conclusioni

E’ di certo il racconto che ho gradito di meno fra i tre che ho letto in questo periodo, non mi è sembrato il solito Dickens, c’è da dire che il 1846 fu un anno impegnativo per l’autore e di ciò ne risente il testo.

Sembra che a volte Dickens abbia preferito perdersi in particolari non rilevanti invece di far entrare il lettore in confidenza con i personaggi, ero disinteressata nei confronti della vicenda, a tratti per delle piccole scintille l’interesse tornava ma spariva subito dopo.

Posso dire che questo è stato il primo scritto di Dickens che non mi ha soddisfatta.

Il racconto a volte non sembra nemmeno avere un motivo per il suo proseguimento, la ragione di questo è appunto la rivelazione finale che comunque non mi sembra degna di sorreggere lo scritto.

Voto:

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Il mio voto vacilla tra la stellina e mezzo e le due stelline, quindi avrei anche assegnato due stelline ma ho optato per questo voto ripensando alla lettura in generale, è stato un testo che non mi ha appassionata alla lettura.

E voi? Avete mai letto questo racconto? VI è piaciuto? Sì? No?

A domani!

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Il Grillo del Focolare – Charles Dickens

Buon giovedì! 

Stiamo per arrivare al termine di questa settimana, e il Natale si avvicina sempre più, il che per me è un problema, da buona ritardataria quale sono.

Non pensiamoci, nascondiamo l’elefante nella stanza, oggi recensione, parliamo del secondo racconto di Charles Dickens che ho voluto leggere da quando mi è venuta l’idea di recensire tutti i 4 racconti rimanenti prima dl 24.

Pazza idea.

Il prossimo che sto già leggendo sarà “La Battaglia della Vita“, ma oggi parliamo de “Il Grillo del Focolare“.

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Il Grillo del Focolare – Charles Dickens

Casa Editrice: Newton Compton

Genere: Classico

Pagine: 130

Prezzo di Copertina: € 11,90

Prezzo ebook: € 0,49

Anno della Prima Pubblicazione: 1845

Link all’Acquisto: QUI

Trama

John Peerybingle vive felicemente con la moglie Piccina, chiamata affettuosamente così perché molto più giovane di lui, quando il vecchio Tackleton mette in dubbio la fedeltà della sua giovane sposa. Insinuazione che sembra trovare conferma in un’immagine fugace e inaspettata che John ha di Piccina in colloquio intimo con un bel giovane. La storia sembra volgere in tragedia, ma interviene il grillo del focolare, nume tutelare della casa, simbolo della felicità domestica. Un racconto sul perdono, sulla fiducia, sull’amore coniugale e filiale, dove anche gli inganni a fin di bene causano un oscillante e ansioso stato d’animo tanto nei protagonisti quanto nei lettori.

“Se il piccolo falciatore fosse stato armato della più tagliente delle falci, e ogni colpo di questa fosse penetrato nel cuore del procaccia, non avrebbe potuto lacerarlo e ferirlo come Dot aveva fatto. Era un cuore così pieno di amore per lei, così legato e tenuto insieme di innumerevoli fili di dolci ricordi, filati dal lavoro quotidiano delle molte qualità che la rendevano simpatica; un cuore del quale essa aveva fatto per se stessa un così gentile e così intimo tabernacolo, un cuore così onesto e così profondamente sincero, così forte nel bene e così debole nel male, da essere incapace, sulle prime, di albergare né collera né vendetta, da esser capace soltanto di conservare l’immagine infranta del suo idolo.”

Recensione

Questo è in successione il terzo racconto dei cinque di Dickens incentrati sul periodo natalizio.

Questi racconti hanno elementi in comune fra loro, nella recensione precedente (quella riguardante “Le Campane“), avevamo parlato dei vari punti in comune con “Il Canto di Natale“, qui troviamo un fulcro diverso ma alcuni elementi soprannaturali che ritornano, abbiamo le fate ad esempio che assomigliano all’elemento inserito ne “Le Campane”.

Quali sono i temi principali?

Parliamo di amore, tradimento, differenza di età, purezza dei sentimenti e vendetta. Non i soliti argomenti di Dickens quindi, il fulcro del racconto dovrebbe essere il tradimento in una coppia, ma questo elemento emerge solo verso metà racconto, viene fatto intuire un qualcosa prima, ma è tutto molto vago.

Noi seguiamo John il protagonista che è accompagnato ad una donna più giovane di lui, e dato il periodo in cui è ambientata ed è stata scritta la storia, ciò veniva visto come un tradimento quasi certo da parte della figura femminile come se due persone con età differenti non potessero stare assieme felicemente.

Dickens però è un autore piuttosto rivoluzionario e sopratutto dalla mentalità aperta nonostante appunto il periodo, per il messaggio profondo e insito nella storia e per la risoluzione finale.

E’ un racconto con cui ho fatto un tantino di fatica ad entrare in confidenza all’inizio, non avendo nemmeno letto la trama, non sapevo quasi nulla e devo ammettere che non è semplice comprendere il legame fra i personaggi per le prime venti pagine.

Forse avrei solo dovuto leggere la trama, ma ultimamente non lo faccio mai.

Comunque, è un racconto in linea con gli altri nel senso che si risolve sempre al meglio, per tutta la narrazione Dickens turba il lettore e lo riempie di preoccupazioni perché la risoluzione è incerta, per poi alla fine risolvere tutto con un twist.

Dopotutto è un racconto di Natale, dovrà pur riscaldare i cuori?

E’ un racconto interamente centrato sull’amore, quello sincero, quello che si attende per anni, quello che arriva inaspettato, quello fra persone completamente diverse, l’amore anche per la famiglia, per i propri figli, assistiamo ad un genitore protettivo che fa di tutto per nascondere la durezza del mondo alla figlia cieca.

Quest’uomo è cosciente di essere un bugiardo perché mente alla figlia raccontando scenari idilliaci mentre nella realtà le scene sono ben diverse, ma è un uomo buono che mira solo al colorare un poco l’oscurità che ha assorbito la vita della sua amata figlia.

Come dicevo il protagonista è John, un uomo buono, allegro, che ha sempre una parola positiva e un regalo per chiunque, John ama Dot, sua compagna da anni più giovane appunto di lui, la ama di quell’amore puro e sincero, è la sua spalla, la donna sulla quale può contare, sempre.

Purtroppo John farà una scoperta terribile, che lo distruggerà, ma non tutto è ciò che sembra.

Alcune considerazioni

Devo dire che in questo racconto ho trovato l’inserimento dell’elemento paranormale un poco inutile, è vero che questo elemento interviene in un momento topico in cui John sta per compiere un’atto terribile, ma non mi ha convinta del tutto.

Fra i tre racconti che ho letto fin’ora (compreso “Il Canto di Natale”) è quello che mi ha convinta di meno, non per il tema del racconto che è meraviglioso, ma più per appunto questa poca utilità dell’elemento paranormale e per questa difficoltà nell’immersione del testo all’inizio.

Non mi sento di dire nulla in merito al finale positivo che sembra piombare un po’ dal nulla perché è un racconto, quindi l’autore non ha avuto tutto il tempo e le pagine per narrare il cambiamento nei minimi dettagli e in più come ho scritto prima questi brevi testi di Dickens ambientati a Natale mirano a riportare gioia.

Dickens stesso definì il racconto “calmo e domestico…innocente e carino”, sono d’accordo con questa definizione, non lo definirei uno dei migliori racconti mai letti ma durante la lettura mi ha trasmesso un senso di profondo calore, che si parli di casa, amore, Natale, non cambia il fatto che l’autore riesca a catturare sempre il lettore, che è sempre curioso/a di scoprire la risoluzione della vicenda.

Facendo quale ricerca per scrivere questa recensione mi sono imbattuta in una frase di Stevenson su Dickens e su questi racconti di Natale:

“Hai letto i Libri di Natale di Dickens? Io ne ho letti due, e ho pianto come un bambino, ho fatto uno sforzo impossibile per smettere. Quanto è vero Dio, sono tanto belli – e mi sento così bene dopo averli letti. Voglio uscire a fare del bene a qualcuno […]. Oh, come è bello che un uomo abbia potuto scrivere libri come questi riempendo di compassione il cuore della gente!”

E’ esattamente questa la sensazione che Dickens è in grado di trasmettere, lui trasmette il senso vero e proprio del Natale, leggendo questi racconti si può sentire (in ogni senso) il calore amorevole del Natale, anche se non siete amanti di questa festività o non lo festeggiate da anni, riuscite ad assaporare tutto quello che di accogliente c’è nella parola Natale.

Voto:

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Ne consiglierei comunque sempre la lettura, sopratutto in questi giorni prima di sbarcare in senso vero e proprio nelle festività interessate.

Ora si avanza con “La Battaglia della Vita“!

E voi? Avete mai letto questi racconti? Fatemi sapere!

A domani!

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Un Male Necessario – Abir Mukherjee

Buon lunedì e buon inizio settimana!

Abbiamo appena messo piede nella settimana che precede il Natale, sentite il profumo della festa nell’aria?

Io non tanto, sono sincera, quest’anno il mio spirito natalizio si è scaricato.

Allora, per riprendere la tradizione della scorsa settimana, oggi finiamo di parlare della trilogia di Abir Mukherjee, per ora perché il terzo volume non è ancora uscito, con il secondo testo ovvero “Un Male Necessario“.

Parleremo del terzo e ultimo volume della trilogia, probabilmente l’anno prossimo, dato che uscirà negli ultimi mesi del 2020.

Iniziamo!

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Un Male Necessario – Abir Mukherjee

Casa Editrice: SEM (società editrice milanese)

Genere: Giallo Storico

Pagine: 344

Prezzo di Copertina: € 17,00

Prezzo ebook: compreso con l’edizione cartacea

Anno di Pubblicazione: 2019

Link all’Acquisto: QUI*

Trama

Calcutta, 1920. Nello splendido giardino della Government House si ritrovano venti principi del regno del Raj. Il governo britannico li ha convocati per avviare dei negoziati, necessari a creare una Camera dei Principi che possa accontentare le crescenti richieste di indipendenza. Tra nobili convenuti c’è il figlio del maharaja, il principe Adhir, che recentemente ha ricevuto delle minacce di morte. Per questo motivo ha invitato all’incontro il sergente “Surrender-not” Banerjee, suo amico e compagno di studi, insieme al Capitano Sam Wyndham, poliziotto che abbiamo già conosciuto nel fortunato esordio di Mukherjee, L’uomo di Calcutta. Il giovane maharaja li invita a spostarsi nel Grand Hotel dove alloggia per discutere la delicatissima questione dei biglietti minatori che ha trovato sotto il suo cuscino e nella tasca di un vestito. La Rolls-Royce su cui viaggiano viene fermata da un uomo vestito da prete induista che esplode tre colpi di pistola uccidendo il principe. Il capitano Wyndham lo insegue, ma l’assassino riesce a scappare tra i vicoli, scomparendo in mezzo alla folla di una parata religiosa. Indagando Wyndham e Surrender-not si accorgono di quanto il regno sia teatro di tumulti e sommosse. Il principe Adhir era infatti mal sopportato da alcuni gruppi religiosi e il suo fratello minore, nuovo successore al trono, è solo un playboy buono a nulla. Mentre i due poliziotti uniscono le forze per tentare di risolvere il mistero, rimangono coinvolti in una fitta rete di segreti e minacce all’interno di un mondo pericoloso e senza pietà. Sta a loro trovare il killer, prima che sia lui a scovarli.

Recensione

Parto subito con il dire che ho preferito questo secondo volume rispetto al primo, non che il primo sia il male reincarnato perché come scritto nella precedente recensione mi era piaciuto, ma questo è migliore sotto certi aspetti per me.

Cos’ha in comune con il primo?

Ovviamente incontriamo gli stessi personaggi quindi Surrender-not, Sam, la signorina Green, che non è un personaggio principale è di certo più importante rispetto ad altri individui presentati, ma i protagonisti rimangono i primi due.

Vengono introdotti molti altri personaggi in questo volume allo scopo di alimentare il giallo presente in questo secondo testo, qua infatti seguiamo sempre l’assassinio di una figura di spicco, un principe, il suo omicidio sarà il primo di una lunga catena.

Qui la narrazione si sposta a Sambalpore, un regno sempre in India e siamo nel 1920, quindi un anno dopo “L’Uomo di Calcutta“.

Qui di certo il legame fra i due personaggi si intensifica, li vediamo come un duo più unito, una collaborazione più fluida e anche Surrender-not prende più iniziative, mentre Sam è sempre un uomo che a volte somiglia a un cane arruffato, perché si perde nelle proprie riflessioni, nelle proprie memorie, nel proprio passato complicato, e arriva alle realizzazioni con dei colpi di genio improvvisi.

Forse l’avevo detta anche nella precedente recensione questa cosa, ma Sam a volte arriva a comprendere dei misteri a mò di fulmine a ciel sereno, a me non disturba particolarmente questa cosa, ma ci ho fatto caso.

E’ come se all’improvviso fissando il cielo dicesse: “Ah! Ho capito chi è il killer!”.

Rimane comunque un giallo storico quindi siamo nei tempi di Gandhi qui, ritroviamo sempre le tensioni fra l’India e il popolo britannico, ora, qui ci sono meno riferimenti storici rispetto al primo e arrivano le differenze.

Cos’ha di diverso rispetto al primo?

La narrazione l’ho trovata più veloce, non ci troviamo a leggere tutta l’introduzione dei personaggi o del periodo storico, qua l’autore salta subito nel vivo degli eventi, quindi ci sono meno descrizioni storiche.

Nella trama c’è scritto “vivida ambientazione storica”, non condivido a pieno con questa descrizione, sono più certi eventi sporadici e alcuni dettagli a ricordare al lettore sempre il periodo storico e il luogo in cui ci troviamo non tanto le descrizioni dell’autore.

Ho apprezzato di più il caso rispetto al primo capitolo della trilogia, là si parlava di una figura inglese/scozzese che veniva uccisa, qui invece c’è un principe, ma non solo, questo costringe Sam a spostarsi nel regno di provenienza di questo principe quindi Sambalpore dove indagherà sotto copertura.

Entriamo nella tradizione indiana del 1920, quindi in mezzo agli harem, ai re, i discendenti, le guardie, un ambientazione di questo tipo.

Non ci sono come dicevo tante descrizioni, quindi l’autore punta più sull’azione stavolta e si percepisce bene, è una vicenda sempre intricata in cui si finisce sempre per sospettare di tutti.

Stavolta però ci si può arrivare alla figura misteriosa che si nasconde dietro a tutto, io non ci sono arrivata, ma con il senno di poi una volta scoperta sembra evidente, è uno di quei casi in cui vi schiaffeggiate la fronte e dite “ma certo, ovvio!”.

Questo è quel tipo di romanzo che una volta iniziato ti rapisce fino all’ultima pagina, non ho notato grandi momenti di arresto, anzi in due giorni l’ho divorato perché lo stile dell’autore rimane sempre molto scorrevole, semplice e vola via veloce la narrazione.

Serve leggere il primo?

Come scritto l’altra volta io ho letto prima questo e successivamente il primo, con il senno di poi lo rifarei, ma tenete conto del fatto che alcuni dettagli che si ripetono qui partono dal primo quindi vi perdete qualcosa.

Non che sia impossibile seguire la narrazione senza aver letto il primo, ma ritroviamo tanti elementi come la dipendenza di Sam dall’oppio, una visione completa della relazione tra Sam e Annie, e quella tra Sam e Surrender-not, una visione completa dei personaggi in generale e una comprensione generale del periodo storico in cui ci troviamo, e le varie tensioni che qui non sono presenti come nel libro.

C’è sempre un occhio di riguardo per il razzismo tra nativi e inglesi ma non tanto quanto nell’ “Uomo di Calcutta“.

E’ un libro complicato da descrivere senza fare spoiler, perché seguiamo varie piste con Sam, la maggior parte di queste non porterà a nulla, incontriamo varie fazioni, una nuova cultura anche perché la popolazione di Sambalpore ha una cultura tutta sua.

Altro appunto, in questo volume l’autore spinge di più sull’aspetto love-story tra Sam e Annie e sopratutto sulla sofferenza di Sam.

Conclusioni

Ho preferito questo libro per il fattore “azione”, è un giallo storico d’azione anche perché gli eventi sono veloci e lasciano il lettore senza fiato.

Voto:

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E’ una lettura che consiglio sempre se volete qualcosa di leggero, ma comunque ben costruito, non dico leggero nel senso che è un titolo “senza lode e senza infamia”, no, è un libro scritto bene, ben strutturato e con una trama e una narrazione costruita bene, un giallo avvincente, che può essere letto anche in un periodo magari pieno in cui non avete molto tempo da dedicare alle letture, consigliato!

E voi? Avete mai letto “Un Male Necessario”? Fatemi sapere!

A domani!

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Le Campane – Charles Dickens

Buon giovedì!

Si avvicina il fine settimana, dai che tra poco raggiungiamo il weekend! Stamattina mi sono svegliata con la neve e il mio spirito natalizio si è risollevato non poco.

Ho un avuto un’idea l’altro giorno che spero possa piacervi, questa idea riguarda Dickens, uno dei miei autori preferiti, ebbene qualche anno fa avevamo parlato de “Il Canto di Natale“, uno dei suoi testi sul Natale più famosi se non il più famoso.

Questo famoso testo però non è l’unico sul tema scritto da lui, ce ne sono ben altri quattro, “Le Campane“, “Il Grillo del Focolare“, “La Battaglia della Vita” e “Il Patto col Fantasma“.

Quindi in questi giorni prima di arrivare al 24 (e quindi alla fine della maratona), mi piacerebbe leggerli tutti e dedicare ad ognuno una recensione “speciale” di Natale.

Che ne dite? Magari l’anno prossimo possiamo dedicarci a Dostoevskij e ai suoi testi sul Natale, vedremo!

Il mio obbiettivo è leggere questi tre testi rimanenti, dato che del primo ne parleremo oggi, entro il 24.

In caso non dovessi riuscirci i testi che ho nominato rimanenti li leggerò l’anno prossimo in questo periodo e ne parleremo nel Natale dell’anno prossimo, ma spero di farcela.

Spero che l’idea vi piaccia, detto ciò iniziamo!

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Le Campane – Charles Dickens

Casa Editrice: Newton Compton

Genere: Classico

Pagine: 166

Prezzo di Copertina: € 7,90

Prezzo ebook: € 0,49

Anno della Prima Pubblicazione: 1844

Link all’Acquisto: QUI*

 

Trama

Il messaggio di amore e di fiducia nell’uomo viene affidato in questo racconto (1844) alla voce delle campane, vecchie compagne dello sparuto, affamato Trotty Veck, perennemente in attesa di messaggi o pacchi da recapitare. Divenute immense spettrali figure, lo guidano attraverso il difficile cammino dell’apprendimento, additando nella sfiducia verso l’umanità la sua colpa. Gli scorrono davanti agli occhi le immagini di un futuro amaro e senza riscatto, in cui gli esseri amati si degradano nella miseria, nella prostituzione, nel crimine. In un incerto equilibrio tra la vita e la morte il racconto consente, sin quasi alla fine, una doppia lettura: visione d’incubo di un futuro possibile; oppure “realtà” di cui Trotty, ormai spettro, viene messo al corrente. Il finale serve al personaggio e allo scrittore, per prefigurare una marea del Tempo che spazzi via come foglie i sopraffattori.

Dateci per pietà case migliori quando siamo ancora in culla; dateci un cibo migliore quando stiamo lavorando per guadagnarci la vita; dateci leggi più miti per riportarci sulla buona strada quando abbiamo preso quella sbagliata, e non ci mettete davanti agli occhi la prigione, la prigione, la prigione, da qualsiasi parte ci voltiamo. Qualsiasi condiscendenza che potete mostrare verso il lavoratore, questi la riceverà con tutta la prontezza e la gratitudine di cui un essere umano è capace, perché ha un cuore paziente, pacifico e volenteroso. Ma dovete cominciare con l’instillare in lui lo spirito giusto; perchè, tanto se è un rottame e una rovina come me, quanto se è, invece, come uno di coloro che stanno qui adesso, il suo spirito ora è separato da voi, Portatelo indietro, signori, portatelo indietro!

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Recensione

Questo titolo era stato anche proposto come libro di dicembre sul gruppo, non ha vinto nel sondaggio, ma era il testo ” a tema” scelto per quest’anno.

Ed è il secondo racconto sul Natale (e festività annesse) di Dickens perché quello che lo precede è l’amato “Canto di Natale“.

Quali sono i temi proposti?

Ci sono vari aspetti ne “Le Campane” che fanno pensare parecchio al più famoso “A Christmas Carol“, come i fantasmi/spiriti, una specie di viaggio fatto con questi, la povertà (tema veramente che si trova di solito nei testi di Dickens), la vecchiaia del protagonista e altri minori.

Qui il nostro protagonista è un uomo appunto anziano soprannominato Trotty per il suo trottare, il suo lavoro è consegnare lettere essenzialmente, è molto povero e lo è sempre stato come la figlia “Meg“.

Purtroppo ha perso la moglie anni prima e si trova solo con la ragazza, Meg non vede l’ora di sposarsi  con Richard il suo fidanzato, nonostante la povertà, infatti si trova a fare un ragionamento che vari personaggi faranno nel corso del testo e direi che questo è un tema portante del racconto, ovvero “siamo nati poveri, viviamo da poveri e moriremo poveri, fine, quindi è inutile aspettare per qualcosa di meglio, la vita è così per noi“.

Nel racconto incontriamo diverse figure, molte presenze ricche e influenti che non si fanno remore nello sbattere in faccia al povero Toby l’inutilità della sua esistenza, perché secondo loro nascere in povertà è peggio della morte, il nome e l’aspetto materiale è più importante di tutto.

E Dickens così mette in luce la mentalità corrotta e cieca dei potenti, che sembrano non vedere la realtà, ma vivere in un’idea che assieme ad altre persone del loro “rango” si sono creati, affrontano questo tipo di popolazione come se parlassero a dei delinquenti, un povero è automaticamente un ladro che merita di trascorrere la propria esistenza in prigione, e si prendono gioco di Toby e di tutti gli altri.

Il punto è che le persone come Toby si sono a loro volta convinti di ciò, di essere cattivi, nati cattivi e di non meritare nulla di buono.

Sembrano dare ragione a chi li bistratta, li usa, li maltratta e li deride, non tutti, certo.

Ad un certo punto del racconto subentra prepotentemente l’aspetto paranormale, costituito dalle campane appunto, che parlano, sono le protagoniste del racconto assieme a Toby, lui ne comprende le parole e le ascolta.

Da qui inizia il viaggio stile “Canto di Natale”, Toby viene proiettato in un’ipotetico futuro (che per lui dovrebbe essere passato) in cui chi conosceva e ciò che conosceva sembra essere crollata miseramente e dei suoi cari come se li ricordava rimane poco.

Il testo si conclude con un messaggio di speranza e amore adatto forse a questo periodo dell’anno, c’è anche un concetto interessante della fine dell’anno e dell’anno nuovo, in questa storia siamo a Capodanno, non a Natale.

Questo è un racconto perfetto per quei giorni dopo Natale prima però del 31, in quei giorni di semi-attesa prima dell’anno nuovo, se volete leggerlo vi consiglio quel periodo.

Stile

Parliamo un attimo dello stile, classico Dickens insomma, io l’ho letto in ebook in questa edizione Newton, la traduzione è buona, alcuni termini avranno deciso di lasciarli come nelle precedenti pubblicazioni, ad esempio “colla” invece di “con la” o “all’amore” invece di “l’amore”.

Dickens si perde spesso in descrizioni e metafore, ma io lo apprezzo sempre, capisco però che non a tutti possa piacere uno stile come il suo.

Nonostante sia un racconto del 1844 alcuni piccoli concetti sembrano moderni rispetto a quel periodo.

Conclusioni

Concludo dicendo che la consiglio come lettura, ma se è la vostra prima esperienza con Dickens magari non iniziate proprio con “Le Campane” perché non è al suo meglio qui e potrebbe esserci il rischio di non convincere del tutto un lettore che si approccia.

Meraviglioso messaggio comunque, ho gioito con i personaggi alla fine e mi sentivo pervasa da un’amore forte per le piccole soddisfazioni, la famiglia, e questo periodo caloroso.

Voto:

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Sono tre stelline piene perché è una lettura soddisfacente, che riscalda anche in giornate fredde come questa.

E voi? Avete mai letto “Le Campane”? Sì? No? Fatemi sapere!

A domani!

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L’Uomo di Calcutta – Abir Mukherjee

Buon lunedì e buon inizio settimana!

Come state trascorrendo questo freddo lunedì? Spero nel migliore dei modi.

Oggi parliamo assieme di un libro, vi avevo in un certo senso preannunciato questa recensione, avevo citato questo titolo in un tag se non erro uscito qualche giorno fa dicendo che lo avevo in lettura, ebbene l’ho terminato e sono pronta per una recensione.

Arriverà a breve anche la recensione del volume successivo a questo, dato che stiamo parlando di una trilogia, anche se ad oggi sono stati pubblicati sono i primi due volumi, si presume che il prossimo e ultimo testo uscirà l’anno prossimo.

Ho già letto il volume che segue questo, ma ne parleremo, adesso concentriamoci sul primo testo di questa trilogia con “L’Uomo di Calcutta“.

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L’uomo di Calcutta – Abir Mukherjee

Casa Editrice: SEM (società editrice milanese)

Genere: Giallo Storico

Pagine: 345

Prezzo di Copertina: € 17,00

Prezzo ebook: compreso con l’acquisto della versione cartacea

Anno di Pubblicazione: 2018

Link all’Acquisto: QUI*

Trama

Calcutta, 1919. Non sono neanche le nove di mattina e la calura bagna la camicia di Sam Wyndham, giovane veterano britannico della Grande Guerra con un passato doloroso, arrivato a Calcutta per unirsi alla polizia e iniziare una nuova vita. Di fronte a lui, in un vicolo cieco e buio, c’è un corpo contorto in maniera innaturale e mezzo affondato in una fogna a cielo aperto. Il cadavere è quello di un alto funzionario britannico. L’hanno trovato così, con la gola tagliata, un occhio strappato dai corvi e in bocca un biglietto che intima agli inglesi di lasciare l’India. I suoi superiori credono che si tratti di un omicidio politico commesso dagli attivisti che si battono per l’indipendenza dell’India. Nel frattempo le notizie sul massacro di Amritsar, perpetrato dall’esercito di Sua Maestà, fomentano disordini tra la popolazione. È a rischio la stabilità dell’impero e il capitano Wyndham si trova coinvolto non solo in un’indagine impegnativa, che lo porta dai salotti dei ricchi imprenditori alle fumerie d’oppio dei quartieri malfamati, ma anche nelle lotte intestine dei suoi compatrioti. Deve risolvere il caso in fretta, ma qualcuno fa di tutto per impedirglielo.

“Ecco… non si amalgamava, diciamo così. Non fraintendermi, sono certo che fosse in gamba nel suo lavoro, che tenesse al loro posto, gli indiani e tutto, ma non era… uno di noi. Mi hanno detto che suo padre era un minatore, in una miniera di carbone.”

Lo disse come se ai suoi occhi questo lo rendesse inferiore. “E il suo amico Buchan?” chiesi “Lo conosci?”

Digby riflettè prima di parlare. “Non bene. L’ho incontrato un paio di volte a delle serate, ma nient’altro.”

“E di lui diresti che è uno di noi?”

Rise. “E’ milionario. Può essere uno di noi quando gli pare. Ora, se non ti dispiace, vecchio mio, è meglio che mi metta all’opera.”

Recensione

Vorrei iniziare con il dire che non ho visto molto in giro questo titolo e questa trilogia in generale, come avevo accennato anche in un articolo qualche giorno fa, dovete sapere che io ho iniziato a leggere questi testi dal secondo ovvero “Un Male Necessario“, che mi ha rapita in un attimo e oramai posare giù il libro era impossibile, quindi quando ho scoperto che non era il primo era troppo tardi.

Dopo aver finito in un giorno e mezzo quasi “Un Male Necessario“, sono corsa in libreria per cercare “L’uomo di Calcutta” e per pura fortuna l’ho trovato, l’unica copia disponibile, ogni tanto una botta di fortuna dai.

Comunque, iniziamo a parlare del libro.

Stile di scrittura e ritmo

Lo stile dell’autore non si perde in particolari fronzoli, non è uno stile descrittivo, ma non è nemmeno uno stile da romanzo d’azione che procede spedito, diciamo che è una via di mezzo, ci sono vari riferimenti a termini indiani che vengono ripetuti per tutto il testo, come “sahib“, “pukka“, “thana” e altri, quando si inizia a leggere si rimane spaesati con questi termini, ma man mano se ne apprende il significato.

In questo primo volume l’autore si sforza maggiormente di descrivere persone, luoghi, riferimenti storici, eventi, sopratutto nella prima parte procede ad un ritmo moderato, non direi lento, ma di certo si ha la sensazione che l’autore voglia delineare i personaggi, il loro passato e la città di Calcutta.

Come stile l’ho trovato comunque molto piacevole, è stata un’interessante scoperta anzi, perché Mukherjee possiede la giusta misura, non troppo nè troppo poco.

E’ da apprezzare anche secondo me la concentrazione che l’autore ha voluto dedicare nel descrivere fatti storici realmente accaduti ovviamente, si intravedono le ricerche compiute per delineare uno scenario storico pregno di riferimenti ben inseriti.

L’autore si dilunga giustamente sul razzismo che dilagava in quegli anni tra inglesi e nativi indiani, e parecchie volte nel corso del testo ci ritroviamo davanti ad eventi che mettono in risalto questo razzismo latente, in quanto gli inglesi puntano non tanto ad una superiorità numerica ma ad una superiorità morale.

Personaggi

Noi seguiamo le vicende di Sam Wyndham, trasferitosi a Calcutta dopo un passato burrascoso, è un capitano della polizia e si ritrova in quel trafficato paese dopo aver accettato una proposta, lui inglese fatica a capire una città così piena di tradizioni diverse da quelle di Londra.

Lui è il nostro protagonista, dopo la guerra e delle gravi perdite soffre di semi-dipendenza da oppio e morfina, lui non la chiama dipendenza, ma diciamo che a volte non può farne a meno.

Un altro personaggio fondamentale è Surrender-not (così soprannominato dagli inglesi), indiano che ha studiato per diversi anni in Inghilterra, a Cambridge, divenuto sergente della polizia è la spalla di Sam.

Surrender- not è il mio personaggio preferito, è goffo con le donne, timido fino ad arrossire ad ogni errore compiuto volontariamente o meno e brillante.

Infine l’ultimo personaggio che vediamo decisamente di meno rispetto a quelli precedenti (ma che tornerà anche nel secondo volume e io presumo anche nel terzo, quindi è un personaggio fisso), è la signorina Green, Annie Green.

La conosciamo in questo volume come segretaria della vittima, infatti il testo si apre con un’omicidio, quello di un’uomo piuttosto potente, non nativo, questo omicidio sconvolge la popolazione e tutto il romanzo ruota attorno alla risoluzione di questo, Annie è una donna per metà inglese e per metà indiana, è affascinante e molto intelligente.

Fra Annie e Sam inizierà una frequentazione da questo romanzo che però non sarà lineare per nulla.

Il romanzo si concentra ovviamente su Sam, essendo il protagonista, e non è uno di quei personaggi ben delineati nella mia mente, non saprei descriverlo, è un uomo di buone intenzioni, che ne ha passate tante, è forte di carattere e a volte fa battute di cui si pente, ma è un protagonista positivo che non cede a questa mentalità razzista che dilaga.

In cosa consiste questo titolo?

E’ appunto un giallo piuttosto classico direi, questa prima indagine è intricata e leggendo ovviamente il lettore fa dei pronostici, i miei si sono rivelati veri in parte, non sono riuscita a scovare chi si nascondeva dietro all’omicidio che apre il libro e ad altre piccole vicende.

Conosciamo diversi personaggi che si insinuano in un caso che preme sulla polizia per la sua importanza, e nessuno di loro sembra essere capace di un’atto simile, neanche quando sembra di aver acciuffato il killer questo sembra probabile, è una continua ricerca ed una volta raggiunto il finale si comprende quanto tutto fosse più evidente.

E’ uno di quei gialli che ti “apre gli occhi” alla fine e come un fulmine a ciel sereno ti rivela la verità, ma senza essere precipitoso, si prende i suoi tempi e ti fa ipotizzare di chiunque.

E’ comunque piuttosto ingarbugliata come vicenda, si inizia a ipotizzare di qualcuno in particolare da 100 pagine dalla fine più o meno, come dicevo prima è storico come testo, ma quello storico che approfondisce sopratutto questo razzismo e questa spaccatura tra inglesi e nativi, si citano anche alcune divinità indiane, divisioni tra la città bianca e quella nera ecc.

Conclusioni

E’ un libro da leggere tutto d’un fiato, anche perché nonostante la mole la vicenda si svolge nell’arco di pochi giorni, i capitoli hanno una lunghezza giusta, a parte qualcuno di 10/15 pagine massimo gli altri sono brevi di 5/6 pagine.

Se vi affascina anche l’ambientazione indiana è l’ideale, questa viene di solito descritta dal punto di vista di Sam che non sopporta di corvi che gracchiano ala mattino presto e il caldo asfissiante di Calcutta.

E’ un testo che mi ha anche strappato un risolino ogni tanto, c’è qualche battuta divertente che alleggerisce il tono a volte, in rari casi.

Voto:

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Quattro stelle per me è un voto giusto, mi è piaciuta come lettura anche se è un giallo è adatta a periodi di relax perché rimane un libro che fila liscio. Assegno 4 stelle per il fatto che parte un poco a rilento e nonostante alcune botte di azione nel corso del testo non mi sento di assegnare un voto pieno.

E voi? Avete mai letto “L’uomo di Calcutta”? Lo conoscevate? Fatemi sapere!

A domani!

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Frankenstein – Mary Shelley

Buon martedì! Come state?

Sentite ancora le ripercussioni della domenica? Io sì.

Oggi recensione, parliamo del libro che è stato in lettura per tutto il mese di novembre sul gruppo di lettura, ovvero Frankenstein di Mary Shelley.

Grande classico, c’è molto da dire quindi iniziamo immediatamente!

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Frankenstein – Mary Shelley

Casa Editrice: Mondadori

Genere: Classico/Gotico

Pagine: 276

Prezzo di Copertina: € 10,00

Prezzo ebook: € 0,99

Anno della Prima Pubblicazione: 1818

Link all’acquisto: QUI 

Trama

Nel 1816 Lord Byron, durante una sera tempestosa nella sua villa a Ginevra, propone ai suoi ospiti – Mary e Percy Shelley, e William Polidori – di scrivere, per gioco, cun racconto dell’orrore. Ricollegandosi al mito di Prometeo, Mary scriverà Frankenstein. Una storia che è un groviglio etico, un ragionamento profondo sull’origine della vita: l’angosciante storia di uno scienziato che conduce macabri esperimenti nel tentativo di restituire la vita ai cadaveri. Una favola terribile capace di imporsi con la forza delle immagini e la sua autonomia di mito universale. Uno sconvolgente racconto dell’orrore in cui il mostro è più umano del suo creatore.

Per un attimo la mia anima si sollevò al di sopra delle sue meschine e umilianti paure, per contemplare le idee divine di libertà e sacrificio, di cui questi luoghi erano monumento e ricordo. Per un istante, osai scrollarmi di dosso le mie catene, e guardarmi attorno con uno spirito libero ed elevato; ma il ferro mi era penetrato nella carne, e ricaddi tremante e senza speranza nel mio io disperato.

Recensione

Prima di iniziare con la recensione vera e propria volevo dirvi che ho deciso di modificare un tantino il tipico stile delle recensioni, infatti per non scrivere paragrafi su paragrafi ammassati ho deciso di dividere la recensione in determinati “argomenti”, per renderle più ordinate. Ok, fine premessa, iniziamo con la recensione.

Allora, partiamo dal presupposto che non è facile parlare di questo libro, perché è un grande classico (forse uno dei più famosi), è un testo dell’800 e il suo contenuto spazia in diversi argomenti sui quali bisognerebbe aprire parentesi gigantesche.

Quindi approcciamoci un attimo agli aspetti più tecnici.

Stile di Scrittura

Ahime! Perchè l’uomo vanta sensibilità superiore a quella dei bruti? Ciò lo rende un essere ancora più afflitto dai bisogni. Se i nostri impulsi si limitassero alla fame, alla sete e al desiderio, potremmo quasi essere liberi; ma ora siamo mossi da ogni soffio di vento, e da una parola occasionale o dall’immagine che tale parola provoca.

All’inizio sono rimasta stupita dallo stile dell’autrice perché mi aspettavo un qualcosa di più aulico e prolisso, essendo un testo di quell’epoca, diciamo che nelle prime pagine secondo me non si assapora lo stile della giovane Mary in toto, poi avanzando emerge lo stile autentico che è decisamente più laborioso.

Ci sono pagine a volte di riflessione sull’animo umano e pagine di descrizioni di montagne e laghi (sopratutto), sono descrizioni che non mi hanno impresso nella mente un panorama stile fotografia, sono descrizioni abbastanza didascaliche, infatti direi che uno dei aspetti che ho apprezzato meno del testo (e forse l’unico) sono proprio le descrizioni, non perché siano scritte male, assolutamente, ma non sono al 100% evocative secondo me.

Sono quelle descrizioni stile “immagina l’Arno con il tramonto“, sono paesaggi che o tu lettore già conosci più o meno oppure non ti portano in quell’atmosfera voluta dall’autrice.

Questo è l’unico appunto che voglio fare sulla scrittura ed è ovviamente una considerazione personale, per il resto la scrittura di certo si prende i suoi tempi per analizzare le emozioni umane, per interrogarsi sulla natura dell’uomo e per rendere al massimo una caratterizzazione piena dei personaggi.

E’ un libro che usa diversi espedienti, ci sono lettere, racconti nei racconti, e ho trovato a tratti geniale questa matriosca di racconti perché è un’ottima tecnica per analizzare uno dei discorsi sui quali si basa l’opera ovvero la natura umana e la bestialità di questa, quindi lo stile lavora bene con i concetti principali espressi.

Di certo una giovane Mary Shelley di soli 19 anni non avrebbe mai immaginato un successo tale per una storia nata quasi “per divertimento”.

Quali sono i concetti espressi in Frankenstein?

Sono innumerevoli, come vi dicevo prima il libro ruota attorno a diversi dilemmi principali, la bestia avrebbe potuto essere diversa se Victor e gli umani in generale l’avessero trattata in modo differente? Dove sta la ragione, è la bestia dopo aver subìto eventi che hanno messo a nudo il lato negativo della natura umana, ad essere motivata nel fare ciò che ha fatto? Oppure si è spinta troppo oltre e non ha compreso le motivazioni? O ancora, se Victor avesse mantenuto fede alla sua posizione di padre/Dio tutto quello che viene narrato nel libro non avrebbe mai avuto luogo? Victor può realmente incolpare la bestia, creata da lui stesso, per ciò che ha fatto questa sapendo in cuor suo di essere venuto meno nei confronti di questa?

E’ uno di quei testi che nel corso delle pagine instaura nella mente del lettore talmente tanti interrogativi che il trascriverli qui e ora per me sarebbe impossibile, o una lista infinita di domande troppo lunga per poterla sopportare.

Un’aspetto sul quale ho riflettuto a lungo è la coscienza di Victor, nel corso del testo a causa di questa mostruosa creazione la sua vita verrà rovinata, ma lui sembra rendersi conto fino ad un certo punto delle sue colpe, realizza a tratti il fatto che se lui in prima persona si fosse comportato in modo diverso non sarebbe accaduto forse un qualcosa di questo tipo.

Un altro aspetto interessante della sua personalità è il coraggio, spesso lui si mette in bocca questo termine ma per quanto mi riguarda non è un uomo coraggioso, preferisce scappare a volte invece che affrontare qualcosa o qualcuno, preferisce tacere invece di confessare, preferisce fingere invece che ammettere.

Victor è un uomo di grande intelligenza, ma sembra perdersi, non affronta le conseguenze delle proprie azioni e invece che provare quanto meno a salvare vite umane preferisce mantenere il suo segreto, quando deciderà di raccontare tutto sarà oramai troppo tardi.

Il modo in cui Victor tratta la bestia è mostruoso, lui ha creato questa creatura e sembra dimenticarsene, non rispecchia la bellezza, la grazia, i suoi canoni e quelli della società, è un mostro, un essere orrendo, un demone e per questo merita di non essere nemmeno mai “nato” secondo lui, è un padre che odia il proprio figlio, un Dio che spera nella morte della sua creazione.

Per qualche istante Victor si lascia andare alla compassione e prova a comprendere questo essere, ma è un momento che dura poco perché subito dopo torna questo odio mortale.

Victor è un’essere egoista anche, una delle tragedie finali rappresentano questo suo aspetto secondo me, si preoccupa prima per lui stesso e dopo per gli altri, continua a pensare alla sua famiglia, ma quando è il momento di proteggerla dalla tragedia e dalla distruzione lui non fa nulla.

Dal canto suo la bestia sprigiona quell’odio e quel disprezzo verso la razza umana che solo chi viene emarginato dalla società, viene additato come un essere che non merita la vita e viene al mondo costretto a nascere solo perché rinnegato dal suo stesso padre, può provare.

La bestia compie azioni di una malvagità e una mostruosità uniche, nessun essere dovrebbe poter togliere la vita, e fino alla fine dei suoi giorni si accerterà di far pagare a Victor ogni colpa.

Qui arriva un concetto da me molto amato nei romanzi di tutti in generi, la vendetta, qui rappresentata magistralmente, sono sempre attratta dalla natura di questa, che sembra essere un cibo che non sazia mai, anche dopo la morte della propria fonte di vendetta non si è sazi e ci si rende conto di aver inseguito un’idea, una morsa di odio e voglia di prevalere sull’altro.

Uh, parliamo anche di un ultimo concetto, l’intelligenza del mostro, la creatura senza dubbio è dotata di un’intelligenza non indifferente e tutto ciò che ha imparato lo ha imparato osservando vari esseri umani, leggendo, apprendendo, ma qui sorge spontanea una domanda, un essere così intelligente e strategico (come viene mostrato all’interno del libro) può allo stesso tempo essere così bestiale e irrefrenabile nella sua violenza? Comprende la gravità delle proprie azioni, ma ciò non lo ferma.

Infine vorrei accennare qualcosa su Walton, il personaggio con cui si apre il testo che incontrerà Victor casualmente e questo gli narrerà tutta la storia che conosciamo, ho amato il personaggio di Walton anche se non è uno dei principali, perché è in fondo un essere che comprende, ha ascoltato tutta la storia da Victor, è a conoscenza di tutti i fatti e alla fine quando si troverà costretto a prendere una decisione sceglierà di testa sua.

Mi è piaciuto molto questo testo, è un classico che sono felice di aver finalmente letto!

Voto: 

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Voto quasi pieno, ho deciso di non assegnare punteggio pieno per ciò che vi ho detto sulle descrizioni, ma è un libro meraviglioso e ne consiglio a tutti la lettura!

Bene, detto ciò, fatemi sapere, avete mai letto questo libro? Sì, vi è piaciuto? No, perché?

A domani!

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La Straordinaria Invenzione di Hugo Cabret – Brian Selznick

Buon martedì e buon proseguimento di settimana!

Come state? Vi siete riposati/e lo scorso weekend?

Spero vivamente di sì, oggi parliamo di un libro che ho letto oramai la scorsa settimana (che è stata fruttuosa dal punto di vista delle letture ormai lo abbiamo capito), il libro in questione sostava da parecchio nella mia libreria ed è stato un libro parecchio celebrato fin dai primi momenti consecutivi all’uscita.

Parliamo de “La Straordinaria invenzione di Hugo Cabret” di Brian Selznick, iniziamo subito, forza!

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La Straordinaria Invenzione di Hugo Cabret – Brian Selznick

Casa Editrice: Mondadori

Genere: Narrativa per Ragazzi

Pagine: 592

Prezzo di Copertina: €19,00

Anno di Pubblicazione: 2007

Link all’Acquisto: QUI

 

Trama

La luna, le luci di una città, una stazione affollata, due occhi spaventati. Le immagini a carboncino scorrono come in un cinema di carta fino a inquadrare il volto di Hugo Cabret, l’orfano che vive nella stazione di Parigi. Nel suo nascondiglio segreto, Hugo coltiva il sogno di diventare un grande illusionista e di portare a termine una missione: riparare l’automa prodigioso che il padre gli ha lasciato prima di morire. Ma, sorpreso a rubare nella bottega di un giocattolaio, Hugo si imbatterà in Isabelle, una ragazza che lo aiuterà a risolvere un affascinante mistero in cui identità segrete verranno svelate e un grande, dimenticato maestro del cinema tornerà in vita. Tra romanzo, cinema e graphic novel, un libro in cui le parole illustrano le immagini.

“A volte la sera vengo qui anche se non devo regolare gli orologi, solo per guardare la città. Mi piace immaginare che il mondo sia un unico grande meccanismo. Sai, le macchine non hanno pezzi in più. Hanno esattamente il numero e il tipo di pezzi che servono. Così io penso che se il mondo è una grande macchina, io devo essere qui per qualche motivo. E anche tu.”

Recensione

E’ un libro molto veloce da leggere, perché ci sono parecchie immagini che a volte sono più presenti a volte meno, ad esempio continuando nella lettura in alcune parti si fanno più rare diciamo e subentrano i pezzi scritti.

Parliamo un attimo delle illustrazioni realizzate sempre da Brian Selznick quindi illustratore e scrittore, sono tutte in bianco e nero, regalano alla storia una sensazione simile al cinema (dato anche il senso stesso della storia).

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Come vedete, sopratutto nelle ultime due illustrazioni, sembra quasi esserci un piano sequenza disegnato, a volte le tavole si concentrano su dei particolari della scena e allargano l’inquadratura proprio come in una pellicola, è forse l’unico libro che abbia mai letto a cui vorrei attribuire questa definizione: “cinematografico”.

Anche all’inizio e alla fine la scena sembra allargarsi come se stessimo guardando il tutto da uno schermo, dopo subentra il testo e la storia ovviamente prosegue.

Ho notato un’ottima combo tra testo e illustrazione, le tavole attribuiscono alla storia l’atmosfera che Selznick vuole creare, molto infatti in questa storia ruota attorno al cinema, alla magia di questo ed è sorprendente di leggere di come tutto finisca per intrecciarsi.

Quindi per le illustrazioni ottimo lavoro, piacevole anche lo stile di queste, piene di dettagli.

Passando al testo, accompagna bene le immagini, è complicato decidere chi accompagna chi, se le immagini il testo o il testo le immagini, direi che sono legati assieme e senza l’uno potrebbe esistere l’altro sì, ma non risalterebbe così tanto.

Tra l’altro nel 2011 dal libro è stato realizzato anche un film che ha riscosso un enorme successo (e che io non ho mai visto e devo assolutamente recuperare), per la regia di Martin Scorsese.

Il testo non è il più veloce e adatto all’azione che abbia mai letto, non lo definirei lento o difficile da proseguire, ma in determinati momenti è come se l’autore schiacciasse il freno in pezzi in cui magari non è necessario farlo, questo non lo rende difficilmente leggibile, ma è un’appunto che vorrei fare.

Sicuramente ci sono stili e testi decisamente più lenti, come ho detto non è lento ma a volte sembra tirare un poco il freno e soffermarsi sui dettagli.

Ho letto stili più accattivanti, non ho cose negative da dire ma è uno stile che ritengo verso la media, non ha nulla di particolare, è piacevole ma non ha picchi in cui eccelle in qualcosa.

Per me non è stata una di quelle storie che dall’inizio alla fine ti prendono e non ti lasciano posare il libro, l’ho letto in due serate (perché stavo anche leggendo altro) e mi ha rilassato come lettura, l’atmosfera è complicata, ma allo stesso tempo intrigante, però non è uno di quei testi che non vedevo l’ora di riprendere in mano.

Questo non toglie il fatto che sia comunque un’ottima lettura.

La storia è interessante, l’intrigo massimo che si nasconde al di sotto di questa è un’idea che non avevo mai letto o visto prima, infatti è ispirato alla storia vera (ma modificata) di Georges Méliès, regista, illusionista e attore francese.

Come viene chiarito anche dall’autore la personalità attribuita a Georges è inventata ma la storia del vero Georges ha inspirato quello del libro, infatti il vero Méliès è ritenuto il padre del cinema per tutte le novità e le creazioni inventate da lui che hanno rivoluzionato appunto il cinema.

Il protagonista della storia è Hugo ma anche Georges svolge un ruolo importante.

Di cosa si parla dunque in questo libro? Di amicizia, genialità, nuove creazioni innovative, cinema, perdita, abbandono, infanzia, senso di colpa e anche accettazione.

L’età di lettura consigliata è 12 anni e mi trovo d’accordo, ma come dico sempre questo non toglie il fatto che il mio consiglio per la lettura va anche a chi ha un’età maggiore ovviamente.

E’ un po’ la classica storia in cui seguiamo un bambino che non ha avuto molta fortuna nella vita e si butta in una serie di avventure per arrivare alla verità su suo padre (in questo caso) e un oggetto molto strano che lo legava profondamente al genitore, scoprendo che questa verità è più vicina di quello che sembra.

C’è moltissimo cinema in questa storia ed è l’aspetto che più di tutti mi è rimasto impresso, molto amore e ammirazione verso questo che viene visto per ciò che è davvero, un’arte in tutte le sue forme.

Voto:

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Tutto sommato è una storia che mi ha fatta sentire come se fossi seduta su una morbida poltroncina in un cinema, con popcorn e una nuova visione appena iniziata sullo schermo.

Riesce pienamente nel suo intendo di trasmettere la passione per il cinema e la genialità che è intrinseca nella creazione.

E voi? Avete letto “La Straordinaria invenzione di Hugo Cabret? Avete visto il film? Fatemi sapere!

A presto!

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The Woman in Black – Susan Hill

Buon giovedì e sopratutto buon Halloween!

Come vi sentite in questa tenebrosa giornata di fine ottobre? Spero meravigliosamente.

Per celebrare Halloween assieme oggi seconda recensione a tema, infatti parliamo del secondo libro “a tema” che ho letto per respirare a pieno questa atmosfera spaventosa.

Parliamo di “The Woman in Black” di Susan Hill, tradotto in italiano con “la Donna in Nero“, è un romanzo dell’orrore uscito per la prima volta nel 1983.

Ma iniziamo subito a parlarne un pochino assieme!

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The Woman in Black – Susan Hill

Casa editrice: Polillo Editore

Genere: Horror/Gotico

Pagine: 188

Prezzo di Copertina: €12,90

Anno di Pubblicazione: 1983

Link all’Acquisto: QUI

 

Trama

Il giovane avvocato londinese Arthur Kipps viene incaricato dal principale di recarsi in uno sperduto villaggio per presenziare ai funerali di un’anziana cliente e occuparsi della gestione dell’eredità. La signora Drablow, vedova da poco dopo le nozze, viveva da reclusa in una lugubre dimora circondata da nebbiose paludi. Per Arthur, in procinto di sposarsi, è l’occasione di dimostrare finalmente le sue capacità. Così, quando al suo arrivo s’imbatte in una strana reticenza riguardo alla casa e alla sua eccentrica abitante, non se ne cura più di tanto. Né lo turba la presenza, al funerale, di una donna misteriosa e di antica bellezza di cui nessun altro sembra accorgersi. Ansioso di svolgere il suo incarico con efficienza e rapidità, Kipps decide, contro il parere di tutti, di fermarsi a dormire nella casa disabitata. Saranno notti da incubo, perché il terrore è una nebbia avvolgente come un sudario, il gemito del vento, il gracchiare di orridi uccelli, il pianto di un bambino, uno scalpitio lontano, un fruscio di vesti… Una donna in nero.

E allora, in mezzo agli alberi del frutteto dai tronchi argentei per la luce della luna, ricordai che l’unico modo per scacciare un vecchio fantasma che continua le sue persecuzioni era quello di esorcizzarlo. Ebbene, il mio doveva essere esorcizzato. Avrei raccontato la mia storia, non a voce alta, accanto al fuoco, non come passatempo per frivoli ascoltatori: era troppo seria, troppo reale per quello.

 

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Recensione

Questo libro non è facilissimo da trovare ad oggi ma sono ancora disponibili alcune copie da privati, io ricordo di averlo recuperato su Libraccio uno o due anni fa.

Da questo racconto sono state tratte una pièce teatrale, un film televisivo e un remake più recente del 2012, in cui come attore principale troviamo Daniel Radcliffe per la regia di James Watkins.

L’autrice Susan Hill è famosa sopratutto per questo testo, che fu piuttosto apprezzato ai tempi.

Allora, che dire, lo stile di scrittura non mi ha fatta impazire, l’ho trovato eccessivamente prolisso certe volte, è un libro di 188 ma potrebbe averne 100 e non cambiaerebbe quasi nulla, le descrizioni in più non le ho trovate degne di nota, qualcuna è molto piacevole da leggere certo ma è un libro che rallenta la vicenda per come è scritto.

Non che l’autrice scriva male, ma alcuni dettagli a volte sono inutili, io sono un’amante delle lunghe descrizioni e dei minimi dettagli descritti minuziosamente, quando hanno un senso e sono utili però.

Quando comprai questo titolo lo feci sopratutto perché dopo aver visto il film volevo saperne di più riguardo della storia, ora, io il film non me lo ricordo benissimo, sono passati anni, però ricordo che il finale era diverso rispetto al libro, è stato di certo modificato.

Tra l’altro il film fu il primo film horror in assoluto a farmi fare un urletto di spavento, a dire il vero la causa fu un jump scare, ma fu la prima volta e la ricordo con affetto.

Il film mantiene un buon livello di tensione per tutta la sua durata e vi dirò è un bel film, ne serbo un buon ricordo.

Il libro è diverso, non mantiene lo stesso livello di tensione, come ho scritto prima a volte è eccessivamente lento e smorza un poco l’interesse, è una storia di fantasmi e già questo è interessante perché sono poche le storie di fantasmi ben riuscite, ma non ha nulla di speciale.

Mi è piaciuto moltissimo il personaggio principale, Arthur, anche se a volte mi è sembrato che si mettesse nei casini solo per far andare avanti la narrazione, però il suo atteggiamento, il suo comportamento con gli altri e il modo di affrontare tutta la terribile vicenda è puro, è un personaggio buono.

Altro aspetto negativo per me è quello che dovrebbe essere la grande rivelazione sul finale, si intuisce, non è proprio una scoperta che lascia il lettore a bocca aperta, è una vicenda (e una conseguenza) a cui ci si arriva con facilità ricollegando i puntini, il libro arriva dopo.

Non ci sono poi fatti particolarmente violenti descritti nel dettaglio, c’è solo una scena in cui accade un qualcosa di concitato ma tutto il libro è piuttosto statico, si vede ogni tanto questa donna vestita di nero ma nulla di ché.

Un aspetto positivo invece è una piccola parte della rivelazione finale che riuarda il fantasma della donna in nero appunto, c’è una conseguenza alla sua apparizione ed è una scoperta interessante, una bella idea, anche il finale è ottimo, no ho nulla di negativo da dire sul finale perché chiude a mò di cerchio tutta la vicenda, rendendola si senso compiuto.

E’ un po’ il classico racconto gotico che in brevi tratti incuriosisce perché accadono fatti inquietanti, come vi dicevo nel film c’è un jump scare e per qualche strano motivo immaginavo durante la lettura che andando avanti ad un certo punto sbucasse (come un libro pop-up) il viso del fantasma, ha avuto brutti effetti su di me il film…

Un altro aspetto positivo è l’ambientazione, c’è perennemmente la nebbia in pratica ma diventa quasi un personaggio del libro per qualche motivo, i fattori atmosferici sono molto importanti in questo libro e anche il luogo in cui siamo, una palude, che sembra risucchiare tutto e tutti.

Quindi abbiamo il perfetto scenario spaventoso, nebbia, fantasmi, palude, casa isolata, manca qualcosa? Forse il rumore di catene.

E’ un libro che tutto sommato è piacevole da leggere in periodi come questi ma di certo non è il miglior titolo, ha dei difetti per me, la scrittura a volte è troppo, troppo lenta e tra l’altro la vicenda non è di per sé lunga, nel senso che questo viaggio nel terrore dura poco, in un gran numero di pagine non succede nulla.

Voto:

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Insomma, l’idea di base ad oggi non è così innovativa, lo svolgimento della storia procede a rilento e non ha trattenuto per molto il mio interesse, tutto sommato è una storia però che si legge moderatamente bene, se avete voglia di una storia di fantasmi gotica vecchio stampo, la lettura di questo titolo è una scelta interessante.

E voi? Cosa avete letto per Halloween? Fatemi sapere!

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Tinder – Sally Gardner

Buon mercoledì! Come state?

Come vi sentite in questo penultimo giorno di ottobre?

Oggi ho una sorpresa, infatti ho deciso che oggi e domani usciranno due recensioni speciali dedicate ad Halloween di due libri diciamo a tema, perfetti per questa festività, sopresi vero? Ogni anno infatti mi piace almeno consigliare un libro a tema e non volevo essere da meno quest’anno. Non ve lo aspettavate eh? Pensavate me ne fossi dimenticata, e invece ZA!

Tra l’altro dalla scorsa settimana è tornata (non so come sia possibile) una voglia incredibile di leggere e diciamo che negli ultimi giorni non mi sono risparmiata…

Ma ne parleremo un’altra volta, oggi concentriamoci sulla recensione, infatti parliamo di un libro perfetto per il clima uggioso e cupo di questi giorni, ovvero Tinder di Sally Gardner illustrato da David Roberts.

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Tinder – Sally Gardner

Casa Editrice: Rizzoli

Genere: Storia horror per ragazzi

Pagine: 265

Prezzo di Copertina: €17,90

Prezzo ebook: €8,99

Anno di Pubblicazione: 2015

Link all’acquisto: QUI

 

Trama

Ferito in battaglia, il giovane Otto volta le spalle alla Morte, e viene soccorso da un misterioso indovino, che gli regala sei dadi magici, e gli predice l’incontro con l’amore della sua vita. Grazie a un misterioso e potente acciarino, quelle parole sembrano avverarsi, ma ogni desiderio ha un prezzo … Ispirato a “L’acciarino magico” di Hans Christian Andersen, non è solo una fiaba dark per giovani adulti, ma anche una metafora inquietante sui segni che la guerra lascia a chi ha avuto la sfortuna di prendervi parte in prima linea.

“Una volta, in tempo di guerra, quando ero un soldato dell’Esercito Imperiale, vidi la Morte camminare. Portava sul teschio una corona avvizzita fatta di ossa e biancospino fresco attorcigliato, e alle sue spalle si stringevano gli spettri dei miei commilitoni di recente strappati, ancora giovani, alla vita.”

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Recensione

Allora, parto con il dire che questo libro sosta nella mia libreria da anni, c’era una sensazione che albergava in me riguardo questo titolo, ovvero “è una perla di sicuro”, ho sempre pensato che fosse una lettura di rispetto.

Ebbene, ci arriveremo tra poco a questo punto.

Tinder è un libro con illustrazioni dark e inquietanti realizzate da David Roberts e un testo scritto appunto da Sally Gardner.

E’ un libro prima di tutto con un bilanciamento perfetto fra scritto e illustrazione, perché la parte disegnata esalta la storia e la fa risaltare ancora di più, in alcuni testi questo aspetto non c’è, a volte la combo fra testo e illustrazione non è molto studiata e si perde il senso di questo team.

Lo stile si scrittura di Sally Gardner l’ho trovato perfetto per la storia, senza parlare poi dei dettagli curiosi inseriti man mano, ad esempio le lanterne che parlano, il duca che ha sempre questi ragni e queste ragnatele che lo circondano, i dadi, insomma sono tanti e sono piccoli aspetti che arricchiscono immensamente la storia.

Tra l’altro la storia non è del tutto “originale” perché prende ispirazione dalla fiaba di Andersen, “L’acciarino Magico“.

Ora, io la fiaba la lessi secoli fa ma di certo è stata ampliata moltissimo in Tinder, diciamo che la base la ricorda molti, ma moltissimi elementi sono stati inseriti da zero.

La storia ruota su diversi temi base, abbiamo l’amore, la guerra, le conseguenze della guerra sopratutto, la magia e la morte.

Otto, il nostro protagonista infatti è in guerra da una vita letteralmente e per tutto il corso del libro subisce le conseguenze di ciò, soffre di sogni molto vividi e violenti, tutti i membri della sua famiglia infatti sono stati uccisi dai soldati, in un modo terribile, ma non solo la sua famiglia, tutti quelli a cui lui teneva, compagni, amici, “insegnanti”.

I pezzi riguardanti i sogni sono evidenziati in nero e sono pezzi molto interessanti ai fini della storia, perché oltre a raccontare il passato di Otto inseriscono un qualcosa riguardo il presente e le strane esperienze che Otto sta avendo.

Vorrei concentrarmi un attimo su Otto, è quel tipo di protagonista con lati oscuri e lati non così oscuri, sicuramente anche per colpa della guerra, ma compie azioni anche non proprio pulite per me e in alcune scene decide di comportarsi in un modo che ho trovato sorprendente, perché quando viene introdotto io l’ho recepito come un giovane devastato ma in fondo puro di cuore, invece a volte non si comporta come tale.

Quindi è un personaggio non al 100% positivo, ma questo potrebbe essere dato dalle ripercussioni che la guerra ha avuto su di lui.

La guerra viene rappresentata in modo tremendo, questi pezzi  mi hanno trasmesso un senso di vuoto e perdita tremendo, in questo libro viene trasmesso un messaggio fondamentale, nella guerra tutti perdono.

Il secondo personaggio principale diciamo è Safire, tra i due nasce una sofferta storia d’amore, si incontrano in una foresta oscura per poi separarsi e combattere per incontrarsi di nuovo.

Il movente che spinge tutta la storia è appunto l’amore e da lettrice ero curiosa di sapere come il tutto sarebbe andato a finire (anche se viene un po’ preannunciato), è una si quelle storie che rapiscono la curiosità del lettore e ti spingono a continuare.

Con il fatto che non posso fare spoiler mi devo contenere perché tutta la storia è un spoiler enorme, diciamo che ad un certo punto Otto incontra una figura magica, una strega soprannominata da lui la Dama dell’Unghia per via di una sua unghia molto, molto lunga.

Da qui in poi si apre il vaso di Pandora, lui è come intrappolato nel castello della dama e per liberarsi dovrà trovare l’acciarino custodito in una stanza piena di monete d’oro dopo aver affrontato una stanza piena di monete di bronzo e una piena di monete d’argento. Il problema è che in queste stanze ci sono anche tre temibili lupi, ma questi indossano una cinta e una volta tolta la cinta si trasformano in umani.

Nel corso della storia si scoprirà di più riguardo a questi lupi magici e al loro legame con Safire…

Mi fermo qua altrimenti scrivo troppi spoiler, comunque, è una fiaba horror sicuramente da leggere indipendentemente dalla vostra età, non è adatta ai bambini di età inferiore ai (sembra uno spot pubblicitario) 14 anni per me, perché comunque si parla di molto sangue, braccia e piedi tagliati, allusioni sessuali (leggere però) quindi facciamo dai 14 in su.

E’ una storia sulla quale a livello si trama, svolgimento degli eventi e scrittura non ho letteralmente nulla da dire, perché tutto si adatta alla perfezione allo stile all’atmosfera che il libro vuole ricreare.

Forse posso dire un qualcosina sul finale che sembra piombare di colpo, anche se per alcune frasi dette nelle pagine precedenti a questo, un qualcosa può richiamare ad un finale di questo tipo.

E’ un finale aperto, apertissimo direi, quindi se non amate i finali questo tipo rimarrete un po’ delusi probabilmente, non ha avuto molto impatto su di me il finale forse perché letteralmente piomba nell’ultima pagina quindi non l’ho avvertito molto, non mi ha rovinato l’esperienza di lettura, l’ho quasi dimenticato anzi.

Ci sono alcuni eventi, di piccola importanza, per cui si deve sospendere un pochino il senso di realtà, sempre tenendo conto che siamo in una storia fantasy, ma sapete quegli angoli poco illuminati nelle favole in cui non si capisce come un personaggio si liberi da una prigione o riesca a raggiungere un luogo? Ecco, ci sono dei momenti di questo tipo, ma sono dettagli per me che non rovinano la lettura.

E’ una fiaba che ho apprezzato moltissimo, sopratutto ho amato la profondità di questa, i temi che affronta e lo fa in un modo intenso, scavando sempre di più.

E’ anche molto inquietante, sia per le illustrazioni che per i fatti macabri che vengono descritti, quindi una lettura adatta a queste giornate.

Voto:

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Rimane per me una lettura sempre consigliata, il The Guardian ha scritto “Leggetelo a voce alta, meglio se a lume di candela. E’ una meraviglia.“, e sono totalmente d’accordo.

E voi? Avete mai letto Tinder? Vi è piaciuto?

Ci leggiamo domani per la seconda recensione speciale a tema!

A presto!

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Hill House – Serie e Libro

Ohh buona domenica! Come state?

Anche voi sentite il freddo che inizia a lambire le carni, ma sopratutto anche voi avete già iniziato a sfoggiare i maglioni?

Finalmente mi rifaccio viva, con un articolo preannunciato mesi fra tra l’altro, meglio tardi che mai, stavolta devo assolutamente chiedervi perdono per la sparizione, ho avuto molto da fare in queste settimane fra il lavoro, ripasso e studio, nuove iniziative e progetti, insomma un casino che si sta calmando.

Vi ho fatto attendere anche troppo però per questo articolo quindi oggi dato il clima e dato l’argomento interessante il mio suggerimento è di mettervi comodi come se stessimo parlando con una tazza di tè caldo in un bar.

Perché oggi non parleremo solo di Hill House come serie ma parleremo sopratutto del libro, dell’autrice, delle somiglianze fra le due opere, insomma faremo una bella chiacchierata.

Iniziamo!

 

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L’incubo di Hill House – Shirley Jackson

Casa editrice: Adelphi  

Genere:                                                   

Pagine: 233

Prezzo di Copertina: €12,00

Prezzo ebook: €6,99

Anno di Pubblicazione: 1959

Link all’Acquisto: QUI*

Trama

Chiunque abbia visto qualche film del terrore con al centro una costruzione abitata da sinistre presenze si sarà trovato a chiedersi almeno una volta perché le vittime di turno non optino, prima che sia troppo tardi, per la soluzione più semplice – e cioè non escano dalla stessa porta dalla quale sono entrati, allontanandosi senza voltarsi indietro. A tale domanda, meno oziosa di quanto potrebbe parere, questo romanzo fornisce una risposta. Non è infatti la fragile e indifesa Eleanor Vance a scegliere la Casa, prolungando l’esperimento paranormale in cui l’ha coinvolta l’inquietante professor Montague. È la Casa – con le sue torrette buie, le sue porte che sembrano aprirsi da sole – a scegliere, per sempre, Eleanor Vance.

 

Quanto a Hill House, che sana non era, si ergeva contro le colline, chiusa intorno al buio; si ergeva così da ottant’anni e avrebbe potuto continuare per altri ottanta. Dentro, le pareti salivano dritte, i mattoni si univano con precisione, i pavimenti erano solidi, e le porte diligentemente chiuse; il silenzio si stendeva uniforme contro il legno e la pietra di Hill House, e qualunque cosa si muovesse lì dentro, si muoveva sola.

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The Haunting of Hill House – Netflix 

Regia: Mike Flanagan

Prima stagione uscita: 12 Ottobre 2018

Episodi: 10

Trama

La serie racconta la storia di un gruppo di fratelli che, da bambini, hanno trascorso un’estate in quella che in seguito sarebbe diventata la casa infestata più famosa del paese. Ora adulti e costretti a stare di nuovo insieme di fronte alla tragedia, la famiglia deve finalmente affrontare i fantasmi del loro passato, alcuni dei quali sono ancora in agguato nelle loro menti, mentre altri potrebbero nascondersi nell’ombra.

Non siamo come le altre famiglie, siamo diversi…per via di dove siamo cresciuti, Hill House.

 

Parliamone

Allora il mio scopo oggi è di parlare delle differenze fra queste due opere ma anche di parlare individualmente di queste.

Ho terminato da poco di leggere il libro che è stato una lettura piacevole, forse una delle più piacevoli di quest’anno e una volta iniziato il mio primo pensiero è stato proprio “wow, non pensavo fossero così diversi la serie e il libro”.

Iniziamo parlando di questo, prima di tutto lo stile di scrittura l’ho apprezzato molto, lessi anche “Siamo sempre Vissuti nel Castello” della Jackson qualche anno fa (e scrissi anche la recensione), oltre a ricordarmelo molto per lo stile ovviamente leggendo questo titolo è stato per me quasi imperativo ad un certo punto fare il confronto fra quello e Hill House, perché nei libri della Jackson ciò che fa più paura, fa più accapponare la pelle non è principalmente il luogo (al quale certo viene attribuita una gran rilevanza) ma sono più che altro le persone.

Nel libro “L’incubo di Hill House” infatti la protagonista è senza dubbio la casa ma verso fine libro quando si arriva alla risoluzione ci si accorge che è il comportamento delle persone che si muovono dentro a destare inquietudine, comportamento smosso dalla casa da ciò che fa intendere l’autrice.

Di descrizioni di Hill House sono raccapriccianti, il potere di queste è talmente forte che dopo averle lette si avverte quasi una carcassa mostruosa a forma di casa che prende forma nella mente del lettore, senza guardare immagini o altro, questo è uno dei magici poteri delle descrizioni.

Tornando poi allo stile un attimo vorrei davvero rinnovare i miei complimenti per quello della Jackson perché è uno di quelli che ti fanno avvertire tutto in modo intenso e concentrato ma senza essere scarno o al contrario troppo saturo di parole a volte anche inutili, è un bilanciamento perfetto.

Le descrizioni dell’autrice poi mi fanno l’effetto di quelle della Woolf, passerei giorni solo a rileggerle, perché sono quelle descrizioni che non ci si stanca mai di leggere.

Come ho detto all’inizio ci sono moltissime differenze fra la serie e il libro, prima di tutto la serie è molto più piena, questa prima stagione incentrata su questo titolo ha ben 10 episodi di 40 massimo 70 minuti l’uno quindi la prima domanda che mi era sorta anche mesi fa era “ma come si fa ad avere una serie così lunga con un libro di 233 pagine?”.

Infatti nella serie sono stati introdotti molti altri personaggi e la vicenda è stata senza dubbio ampliata e largamente modificata, sono stati aggiunti anche alcuni nuovi… spazi, diciamo così.

Partendo dai personaggi che sono la vita del libro e della serie qui abbiamo delle modifiche enormi, infatti nel libro troviamo Luke che è l’erede della dimora Hill House, Theodora che ha sempre un dono (come nella serie), Eleanor, soprannominata Nell che esce da una situazione molto pesante ovvero l’essere stata accanto alla madre fino ai 32 anni e fino alla morte di questa mesi prima della partenza per Hill House, Hugh Crain che è un personaggio proveniente dal passato ed era il proprietario della casa e infine Mrs e Mr Dudley che come nella serie sono le persone che si occupano della manutenzione nella casa quindi la donna cucina e assicura la pulizia e il marito invece si occupa di vari mestieri insomma.

Nella serie tv c’è un legame di sangue fra i personaggi, quindi abbiamo Olivia e Hugh Crain che sono i genitori di Theo, Luke, Nellie, Shirley e Steven. Shirley, Steven e Olivia sono infatti personaggi inventati solo per la serie se vogliamo perché i loro nomi e le loro vicende non prendono ispirazione dal libro in nessun modo, anche se a volte nel libro il personaggio di Eleanor somiglia a Olivia per le proprie esperienze. Abbiamo poi sempre Mrs e Mr Dudley che sono meno rigidi rispetto all’opera scritta dove vengono descritti come personaggi decisamente ostili o che comunque incutono timore.

Theo nella serie è diversa dal libro per il carattere, infatti nella serie è un personaggio piuttosto chiuso e sulla difensiva mentre nel testo è più estroversa ma ha comunque questo “dono”, Luke è un personaggio che sia nel libro che nella serie non è risaltato particolarmente ai miei occhi, ma nella serie lo seguiamo nel suo difficile processo di riabilitazione dall’uso di droghe, nel libro invece è l’erede della dimora ma non ha particolari caratteristiche come personaggio. Eleanor o Nell invece sia nella serie che nel libro ha un enorme ruolo, forse è anche il personaggio più sofferente, senza dubbio in entrambi in casi diciamo che non ha una sorte felice.

Infine Hugh è un altro personaggio importante nella serie, anche nel libro ma meno, infatti nel testo lo conosciamo solo per alcune prove scritte e alcuni insegnamenti che voleva tramandare alle figlie per cui aveva costruito la dimora in origine.

C’è un mistero che smuove tutta la vicenda e riguarda la casa, la vera protagonista, la domanda è “ma è la casa la causa di tutto la sofferenza e di tutto ciò che accade al suo interno o sono le persone che ci vivono e delle presenze che vagano da stanza a stanza?”,  nella serie è di poco più evidente secondo me che la colpa, se così vogliamo dire è delle presenze mentre nel libro il male è la casa come abitazione, c’è un qualcosa secondo Shirley Jackson della casa che ingurgita chiunque vi entri e lo costringe a farsi assorbire piano piano fino a non riuscire più a staccarsi.

Quindi questa è un altra forte differenza perché viene spontaneo domandarsi il perché e in queste due opere sembra esserci un perché diverso.

La casa è il perno di tutto, sembra un organismo vivente che mastica piano piano chi le fa visita, chi entra all’interno di questa diventa una preda, la casa ne interpreta il pensiero, lo fa proprio.

Come dicevo anche prima nella serie è stato fatto di grande lavoro di ampliamento quindi partendo da ciò che si aveva in mano ovvero il testo della Jackson si è deciso di espandere e modificare il tutto, per esempio la stanza rossa presente nella serie non nasce da un idea della Jackson o la donna con il collo spezzato non c’è nel libro, come non c’è il fantasma che perseguita Luke o non c’è Polly, la presenza che spinge Olivia a fare qualcosa di terribile.

Diciamo anche che nel libro non si parla mai di vere e proprie presenze, l’autrice ha voluto incentrare tutto più sugli eventi e sulla reazione dei personaggi che su delle ipotetiche presenze, quindi ad un certo punto nel testo Eleanor scopre assieme agli altri una scritta sul muro fatta con il gesso “AIUTO ELEANOR TORNA A CASA”, somiglianza con la serie ma non verrà mai spiegato o fatto intuire chi ha scritto ciò, l’autrice non fa intendere la presenza di spettri o entità.

 

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Nel libro c’è una crescente ansia legata sopratutto al personaggio di Nell, infatti la Jackson è una maestra del condizionamento mentale, ad un certo punto non si capisce più infatti se Nell immagina di ritrovarsi in una situazione in cui le persone accanto la sopportano mal volentieri o se è effettivamente così.

Diciamo anche che nel testo Eleanor è un personaggio che ha sofferto molto, non ha mai avuto determinate libertà, ha vissuto una vita segregata in pratica e ora ritrovarsi libera a fare questa nuova esperienza è incredibile per lei, ma dato che per tutto il testo seguiamo (a volte di più a volte di meno) i suoi pensieri ci rendiamo conto da lettori di quanto la sua mente vada in pezzi man mano che ci avviciniamo alla fine, la vicenda inizia con un buon affiatamento fra lei e Theo (che ricordiamo qui nel libro sono due sconosciute) ma qualcosa si rompe dopo un po’ e agli occhi di Nell questa diventa una persona odiosa da sopportare, finisce per odiarla, sia lei che Luke, ma non è ben chiaro se i comportamenti che vede in lei accadono realmente o se è lei che ci ricami sopra.

Anche con Luke accade lo stesso, l’autrice lancia delle frecciatine per far capire che Luke ha un interesse per Nell ma leggendo a dire il vero lui non si comporta come se lo avesse, con lei si comporta quasi come si comporta con Theo quindi in modo piuttosto amichevole senza fare gesti che possano far intendere altro, tranne magari verso la fine ma questo pezzo subisce il grande interrogativo di prima “ciò che accade sta accedendo veramente o è la mente di Nell che ormai sta andando in frantumi e immagina ciò che non sta accadendo?”.

Insomma diciamolo sia nella serie che nel libro Nell è uno dei personaggi principali, il più amato almeno da me, mi è piaciuta nel libro ma non tanto quanto nella serie, a volte nel libro non è chiaro il suo modo di agire, viene accusata dagli altri di voler essere al centro dell’attenzione, ma pensando al suo passato di ragazza privata di questa agognata attenzione queste non sono accuse veritiere per me.

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Sicuramente nella serie abbiamo anche molti altri temi da trattare mentre nel libro accade qualche fatto strano dal punto di vista paranormale ma la vicenda ruota attorno a questi 4 personaggi essenzialmente.

Infatti nella serie tv abbiamo come dicevo il personaggio della donna dal collo spezzato che segue Nell da sempre e come dissi anche mesi fa è intuibile che si tratti della stessa Nell, la cosa più interessanti di tutte però nella serie per me è la misteriosa porta rossa, cosa si nasconde dietro a questa? Perché Hugh non ha mai avuto una sua porta rossa?

Come dicevo nel libro non esiste la porta rossa ma Nell ad un certo punto comincia a diventare quasi una parte della casa, ne sente i movimenti, avverte gli spostamenti delle persone al suo interno, tranne che nella biblioteca viene detto, un altra camera invece che ha un’attenzione particolare nel libro è la camera delle bambine in cui c’un freddo innaturale, forse gli ideatori della serie sono ispirati a una di queste due stanze.

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Comunque cos’è la stanza rossa? E’ una stanza della casa che si trasforma, prende le sembianze del desiderio di chi entra all’interno, per Olivia era un salotto da lettura, per Luke la casa sull’albero, per Theo una stanza per danzare, insomma è una stanza molto importante e perché ne parlo ora, perché a fine serie quando tutti i personaggi entrano nella stanza si ripete un concetto che è presente anche nel libro, ovvero che la casa sembra digerire le emozioni e le sensazioni di chi abita all’interno, asseconda i pensieri e  gli stati d’animo delle persone, viene detto da Nell che la stanza è come lo stomaco dell’abitazione.

C’è anche nel libro questo concetto ma lì non troviamo una vera e propria stanza che condensa tutto ciò.

Insomma le opere sono molto diverse fra loro anche se i concetti citati nel testo vengono ripresi quasi tutti nella serie, ma in questa ne vengono aggiunti anche di nuovi, le puntate sono tante e alcune persone hanno criticato il fatto dell’allungare il brodo, io guardando la serie non ho avuto questa sensazione, come ho sempre detto uno dei pochi difetti della serie è il fatto di partire una po’ in sordina e magari nella serie alcuni concetti sono resi meglio di altri ma se non avete ancora visto questa serie tv ve ne consiglio la visione immediatamente perché io l’ho vista quest’anno e ad ora è per me una delle migliori scoperte del 2019.

Il libro mi è piaciuto molto, l’ho preso in mano, interrotto e ripreso non per colpa del testo ma a causa di vari impegni e di altre opere che stavo leggendo nel mezzo, ma una volta ripreso in mano l’ho divorato. Come sempre uno dei fatti più affascinanti della Jackson è l’analisi psicologica dei personaggi e dei misteri che si celano anche dopo la fine del libro, infatti tutto ruota sul “è successo davvero?”, la mente e uno stato di disagio in cui ci si trova può catapultarci in un mondo ambiguo?

A fine testo sembra palese che Nell sia finita in uno stato mentale disturbato prima di compiere un atto terribile, ascoltando il testo quest’atto è una conseguenza di Hill House ma anche di uno stato psicologico non del tutto sano già della ragazza.

Tutto termina in una spirale sempre più oscura e tetra in cui nulla è certo oramai, né ciò che si sente, né ciò che si pensa.

Quindi alla fine io non posso far altro che consigliarvi caldamente la visione e la lettura sia del libro che della serie, la serie è stata un’avventura come lo è stato il libro, quel tipo di avventura che ci si ricorda anche dopo mesi e colora un periodo di un preciso colore.

In entrambe le opere si fa leva sull’aspetto psicologico e deviante delle menti delle persone coinvolte, quanto è suggestione e quanto è realtà?

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E voi?

Avete mai visto questa serie? Se sì cosa ne pensate? Vi è piaciuta? Se no, vorreste darle un’occasione? E il libro? Cosa ne pensate? Fatemi sapere!

A presto!

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