La Tana del Coniglio #1 – Percy Shelley e Frankenstein

Eccoci qui!

Partiamo a bomba, con il primo vero articolo post ritorno e ci buttiamo in una delle nuove rubriche che ho pensato di introdurre per questo nuovo capitolo del blog.

Prima di cominciare, però, vorrei presentarvi un poco questa rubrica, ovvero “La Tana del Coniglio“.

Di cosa si tratta? Essenzialmente, di uno spazio dedicato agli approfondimenti, alle curiosità e a tutte quelle ricerche che nascono quasi per caso e finiscono per portarci molto più lontano di quanto avessimo immaginato.

Potrebbe capitarmi, ad esempio, di leggere un romanzo e imbattermi in un riferimento, un personaggio, un evento storico o un concetto che cattura la mia attenzione. Da lì potrebbe nascere il desiderio di approfondire quell’argomento, di scoprirne le origini, di seguirne i collegamenti e, perché no, di perdermi lungo la strada. Ma non saranno soltanto i libri ad aprire le porte di questa tana. Potrebbe succedere anche guardando un film, un documentario o semplicemente incontrando una curiosità che mi spinga a voler saperne di più.

Non so se capita anche a voi, ma a me succede praticamente sempre. Sarà colpa della mia curiosità, ma mi basta leggere o vedere qualcosa di interessante per ritrovarmi, qualche ora dopo, con una quantità imbarazzante di schede aperte nel browser, la cronologia del computer completamente invasa e la sensazione di essermi allontanata parecchio dal punto di partenza.

Ecco, “La Tana del Coniglio” nasce proprio da questo, dalla voglia di seguire una curiosità e scoprire dove può portarci.

E quale modo migliore per inaugurarla se non partendo da una delle mie ultime letture anzi riletture, Frankenstein di Mary Shelley?

Perché, questa volta, a farmi cadere nella tana sono stati alcuni versi di una poesia che compare all’interno del romanzo di Mary Shelley e il nome di un uomo: Percy Bysshe Shelley.

Esiste già sul blog una recensione di Frankenstein del lontano, lontanissimo 2019 e non vi nego che un domani vorrei riscriverla, con una versione magari 2.0, ma non è questo il punto.

Durante la mia ultima rilettura mi sono concentrata su questa poesia che compare nel romanzo, Mutability di P. Shelley:

“Noi riposiamo – e un sogno ha la potenza di avvelenarci il sonno.
Ci alziamo – e un pensiero errante può inquietare il giorno.
Sentiamo, concepiamo o ragioniamo; ridiamo o piangiamo,
Ci disperiamo, o gettiam via ogni affanno:
È tutto uguale! – sia una gioia o un dolore,
La via della sua dipartita è sempre aperta:
L’ieri dell’uomo non può mai essere simile al domani;
Niente nel mondo può durare, eccetto la Mutevolezza!”

È innegabile che Percy Shelley sia stato un influente e importante poeta britannico, celebre lirico romantico, e oltre a questo anche marito di Mary Shelley.

Di certo la scelta di Mary per l’inserimento di questa poesia si lega anche al perfetto intreccio fra il significato dei suoi versi e uno dei messaggi che emergono dalla lettura del romanzo, ovvero l’incertezza e la mutevolezza della vita che si lega a sua volta alle perdite e alle sofferenze che si subiscono nel corso del tempo.

La poesia si incastra anche con il tono malinconico di Victor, la sua irrequietezza e la rabbia che prova per il mostro che ha creato, una creatura portatrice di disgrazie nella vita del protagonista. Se ci pensiamo per tutto il corso del romanzo Victor subisce innumerevoli cambiamenti, perdite, mutazioni, di ragionamento e vita.

Quello su cui mi sono fermata a riflettere stavolta, forse persino di più rispetto alla prima lettura è la differenza fra il Victor che vediamo all’inizio, un giovane brillante a cui la vita sorride, una figura positiva, intelligente che si affaccia al mondo, e quello che muta nel corso del romanzo diventando un uomo pieno di dolore, rabbia, desiderio di vendetta.

Certo, la rabbia e la vendetta che prova è anche verso se stesso, da qui quel senso di irrequietezza e perenne insoddisfazione.

È proprio il caso di dire che la poesia si incastra alla perfezione con il personaggio e l’evoluzione di Victor.

Ma chi era Percy Shelley, colui che scrisse versi così degni di riflessione per Mary?

Percy Shelley nacque il 4 agosto del 1792 a Horsham, Regno Unito e morì l’8 luglio del 1822, a soli 29 anni per un incidente in mare.

È nota la sua amicizia con John Keats e Lord Byron, figura che si cita anche quando si parla della genesi di Frankenstein, essendo questo nato, o almeno la sua idea, durante una vacanza estiva nel 1816 tra Mary Shelley, Percy Shelley, Lord Byron e il medico John Polidori.

Percy aveva idee piuttosto radicali, anche in ambito economico, dopo la sua lettura del trattato Political Justice e queste idee furono la causa dell’allontanamento dalla sua famiglia aristocratica. Era infatti figlio di un baronetto, il padre era una figura austera con cui non andava particolarmente d’accordo.

Tuttavia, le sue idee radicali comprendevano anche concetti come: ateismo, materialismo, rifiuto della proprietà privata, pacifismo, vegetarismo e una forte critica alle istituzioni politiche, religiose e sociali dell’epoca.

I capisaldi del pensiero radicale di Shelley erano:

  • Critica alla religione e ateismo: Fu espulso dall’Università di Oxford nel 1811 a causa del suo saggio The Necessity of Atheism, rifiutava le Chiese dogmatiche e la religione istituzionale, abbracciando invece una visione vicina al panteismo (una concezione filosofica e religiosa secondo cui Dio coincide con l’Universo e la totalità della natura) e allo scetticismo filosofico.
  • Influenza di William Godwin (padre di Mary): Il trattato Political Justice del filosofo anarchico e razionalista William Godwin lo portò ad assorbire idee a favore dell’uguaglianza sociale, della giustizia e della redistribuzione delle ricchezze.
  • Rifiuto della proprietà privata e del matrimonio tradizionale: Sostenne l’abolizione della proprietà privata e considerava il matrimonio un vincolo oppressivo e monopolistico; visse una vita anticonvenzionale e fuggì successivamente con Mary.
  • Vegetarismo ed etica della compassione: Fu un pioniere del vegetarismo etico, rifiutandosi di cibarsi di animali e collegando il rispetto per la natura e gli esseri viventi alla lotta contro la violenza e la miseria.
  • Poesia come forza rivoluzionaria: Nei suoi scritti (come Queen Mab, Prometheus Unbound e Ode to the West Wind), Shelley vedeva l’immaginazione e il poeta come guide capaci di ispirare la libertà dei popoli e di abbattere la tirannia.

Insomma, di certo Percy aveva anche una personalità ribelle, anticonformista, avventurosa, idealista.

Era un sognatore, credeva fermamente nella possibilità di un’evoluzione positiva dell’umanità, lottando per la libertà, la giustizia sociale e il riscatto dei più deboli, ma era anche inquieto e mutevole. Chi gli era vicino lo descriveva come un uomo dal carattere tormentato, passionale e in costante movimento.

Personalità a parte Percy resta uno dei massimi esponenti della seconda generazione del Romanticismo inglese, con appunto Lord Byron e John Keats.

Inoltre, curiosità che mi ha colpita, aveva un profondo rapporto con l’Italia, trascorse gli ultimi anni della sua breve vita in Italia (tra Roma, Pisa, Venezia e il golfo di Spezia), un periodo molto fecondo in cui compose i suoi capolavori. Morì inoltre annegato proprio nel golfo di Viareggio.

Mary e Percy

Se si parla di Percy non si può non parlare di Mary, e il contrario.

Ho sempre trovato degno di approfondimento il loro rapporto, di cui troviamo anche rappresentazioni che tendono a differire. Secondo alcune chiavi di lettura il loro poteva essere un rapporto a tratti tossico, a causa dei tradimenti di Percy e del suo desiderio di un amore libero, ma fu di certo anche un rapporto preso di mira da eventi negativi e tragici come ad esempio la perdita di vari figli e l’abbandono da parte delle rispettive famiglie.

I due si conobbero nel 1814 quando Mary aveva sedici anni e Percy, già sposato, era un brillante e radicale poeta seguace delle idee del padre di lei, William Godwin appunto. I due poi fuggirono insieme in Europa accompagnati dalla sorellastra di Mary, Claire Clairmont, sfidando le convenzioni sociali dell’epoca e si sposarono ufficialmente nel dicembre del 1816, dopo il tragico suicidio della prima moglie di Percy, Harriet.

È innegabile che la loro relazione fosse estremamente turbolenta, segnata da forti squilibri, dolori e rotture con le convenzioni dell’epoca.

Come dicevamo Percy sosteneva l’amore libero e aveva idee radicali contro il matrimonio tradizionale, ma in pratica queste convinzioni spesso pesavano molto più sulle spalle di Mary, che dovette subire la vicinanza di altre donne e la complessa presenza della propria sorellastra, Claire Clairmont (legata a Lord Byron) con cui però, da ciò che sappiamo, Percy ebbe forse una relazione clandestina? Non ci sono prove certe a riguardo.

Ma in ogni caso Percy durante il matrimonio con Mary ebbe intense infatuazioni e passioni platoniche con altre donne creando forti tensioni nel rapporto. Cito Jane Williams e Teresa Viviani.

Oltre a questo la coppia era continuamente vittima dei debiti e in fuga dai creditori.

Mary si ritrovò molto spesso sola ad affrontare il dolore della perdita, Percy preferiva concentrarsi sulle sue opere e i suoi ideali forse per un meccanismo di difesa, lasciando la moglie nella depressione.

Questo fatto è confermato dagli storici e dai diari di Mary, di fronte a questi fatti tragici infatti i coniugi reagirono in modo opposto. Mary si isolò e sprofondò in una depressione acuta mentre Percy, incapace di gestire il dolore si allontanò emotivamente, definiva distruttivo per la creatività il dolore della moglie a la pesante atmosfera che si respirava in casa.

È chiaro l’amore che Mary provava per Percy, e la stima per le sue idee apprezzandone enormemente il lato intellettuale.

È vero ciò che sappiamo sul fatto che Mary conservò per trent’anni il cuore di Percy, avvolto in un panno di seta o in un foglio di carta contenente una copia della poesia Adonais del marito, custodendolo spesso in un cassetto della sua scrivania.

Ovviamente ciò che emerge fortemente dal matrimonio dei due fu un intenso sodalizio intellettuale e creativo basato su valori radicali, ideali romantici e una profonda passione per la letteratura.

Cresciuta in un ambiente filosofico e radicale, Mary trovò in Percy uno spirito affine e dal loro scambio nacque anche una collaborazione creativa fruttuosa. Percy scrisse la prefazione di Frankenstein e per la Storia di un viaggio di sei settimane, mentre Mary espresse pareri critici sulle opere del marito, come riconosciuto da Percy nelle prefazioni di Laon and Cythna e The Witch of Atlas.

Dopo la morte prematura di Percy nel 1822, Mary curò e promosse con dedizione la pubblicazione delle sue opere poetiche, mantenendo vivo il loro dialogo intellettuale per il resto della vita.

Detto ciò torniamo al tema iniziale, l’influenza di Percy in Frankenstein.

Come compare Percy e la sua mano in Frankenstein?

Beh, prima di tutto abbiamo il Shelley-Godwin Archive, luogo in cui possiamo esplorare i manoscritti in compaiono le grafie di Mary e Percy, in punti in cui il marito ha magari inserito una correzione, un commento, una cancellatura.

Vi consiglio, se vi interessa l’argomento, di fare una capatina sul sito perché potete proprio selezionare ciò che nel manoscritto, è stato scritto da Mary o da Percy. Ad esempio in questa pagina la scrittura in nero a lato della pagina e le correzioni presenti sono opera di Percy.

Questo archivio digitale rende consultabili i manoscritti conservati alla Bodleian Library di Oxford, il materiale superstite comprende:

  • Una bozza del 1816–1817, che conserva l’equivalente di circa l’87% del testo pubblicato nel 1818.
  • Una parte della bella copia del 1817, che conserva circa il 12% del testo pubblicato.
  • Correzioni, cancellature, aggiunte e suggerimenti che consentono di seguire l’evoluzione del romanzo.

Queste percentuali riguardano quanto testo manoscritto è sopravvissuto, non quanto ne abbia scritto Percy.

Inoltre, nell’edizione critica The Original Frankenstein, curata da Charles E. Robinson, viene indicato un contributo di Percy di circa 5.000 parole su un testo di 72.000, comprendendo interventi e modifiche editoriali. È una stima che può essere utile per comprendere la portata del suo lavoro, ma ovviamente non una percentuale esatta di paternità letteraria.

Di certo il romanzo pubblicato non è identico alla prima stesura di Mary, ma non autorizza a considerarlo un’opera scritta da Percy.

Poi, riguardo alla mano di Percy nel romanzo, abbiamo una testimonianza di Mary stessa, il 14 maggio 1817, nel suo diario, Mary annotò che Percy stava correggendo Frankenstein. La cronologia dell’archivio riporta questa annotazione, confermando che la revisione faceva parte del loro lavoro di preparazione alla pubblicazione.

L’ annotazione dice: “S. reads hist of Fr. Rev. and corrects F. write Preface – Finis.”

Un esempio interessante delle modifiche apportate da Percy lo troviamo in un passaggio in cui Victor Frankenstein racconta il suo interesse giovanile per il soprannaturale.

Nella prima stesura Mary descriveva il tentativo di evocare fantasmi e demoni come uno dei passatempi preferiti del giovane Victor, che attribuiva i propri insuccessi all’inesperienza piuttosto che all’incapacità dei suoi maestri.

Percy intervenne proprio su questo passaggio, rendendolo più articolato e ricercato. Nella versione revisionata, infatti, il riferimento alle evocazioni diventa una promessa contenuta nei libri tanto amati da Victor, una promessa che il ragazzo desidera vedere realizzata. Anche il linguaggio cambia, assumendo un tono più solenne.

La cosa interessante è che queste modifiche vennero sostanzialmente mantenute nell’edizione pubblicata nel 1818.

Insomma, non parliamo soltanto di qualche virgola spostata o di un errore corretto: Percy interveniva anche sullo stile e sul modo in cui venivano raccontati determinati passaggi. Ed è affascinante poter osservare ancora oggi queste piccole trasformazioni direttamente sui manoscritti.

Ovviamente con questo non voglio alimentare il dibattito sulla paternità di Franknstein.

Il romanzo uscì anonimo nel 1818. La dedica a William Godwin, padre di Mary, e il coinvolgimento di Percy contribuirono a creare incertezze e supposizioni sull’identità dell’autore, ma la documentazione manoscritta attribuisce chiaramente a Mary la parte predominante della testo.

Nel 1823, una nuova edizione riportò esplicitamente il nome di Mary Wollstonecraft Shelley sul frontespizio e nel 1831 fu Mary stessa a rivedere ampiamente il romanzo, producendo una versione diversa da quella originale.

Quindi che dire?

Pensare che tutto è cominciato da pochi versi incontrati durante la rilettura di Frankenstein mi fa sorridere, ma è così che va no? Da una poesia siamo passati alla vita di Percy Shelley, alle sue idee rivoluzionarie, al suo rapporto con Mary e siamo persino finiti a curiosare tra le pagine manoscritte di uno dei romanzi più celebri della letteratura.

Eppure, tornando a quei versi di Mutability, mi sembra quasi di leggerli con occhi diversi.

La mutevolezza di cui parlava Percy attraversa il romanzo di Mary, ma in un certo senso ha segnato anche le loro vite, fatte di cambiamenti, ideali, perdite e tragedie. E forse è proprio questo uno degli aspetti più affascinanti della letteratura, scoprire quanti fili possano collegare un’opera alle persone che l’hanno scritta e al mondo in cui è nata.

Questa prima Tana del Coniglio termina qui, spero vivamente che questa idea che ha dato origine a questa nuova rubrica vi piaccia. Ho sempre voluto introdurre più spazi legati ad articoli con una buona percentuale di ricerca/approfondimento e dopo questo ritorno, oltre alla Tana, ci saranno altre rubriche a mio vedere, molto interessanti che vedranno la luce del sole a breve.

A prestissimo!

Frankenstein – Mary Shelley

Buon martedì! Come state?

Sentite ancora le ripercussioni della domenica? Io sì.

Oggi recensione, parliamo del libro che è stato in lettura per tutto il mese di novembre sul gruppo di lettura, ovvero Frankenstein di Mary Shelley.

Grande classico, c’è molto da dire quindi iniziamo immediatamente!

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Frankenstein – Mary Shelley

Casa Editrice: Mondadori

Genere: Classico/Gotico

Pagine: 276

Prezzo di Copertina: € 10,00

Prezzo ebook: € 0,99

Anno della Prima Pubblicazione: 1818

Link all’acquisto: QUI 

Trama

Nel 1816 Lord Byron, durante una sera tempestosa nella sua villa a Ginevra, propone ai suoi ospiti – Mary e Percy Shelley, e William Polidori – di scrivere, per gioco, cun racconto dell’orrore. Ricollegandosi al mito di Prometeo, Mary scriverà Frankenstein. Una storia che è un groviglio etico, un ragionamento profondo sull’origine della vita: l’angosciante storia di uno scienziato che conduce macabri esperimenti nel tentativo di restituire la vita ai cadaveri. Una favola terribile capace di imporsi con la forza delle immagini e la sua autonomia di mito universale. Uno sconvolgente racconto dell’orrore in cui il mostro è più umano del suo creatore.

Per un attimo la mia anima si sollevò al di sopra delle sue meschine e umilianti paure, per contemplare le idee divine di libertà e sacrificio, di cui questi luoghi erano monumento e ricordo. Per un istante, osai scrollarmi di dosso le mie catene, e guardarmi attorno con uno spirito libero ed elevato; ma il ferro mi era penetrato nella carne, e ricaddi tremante e senza speranza nel mio io disperato.

Recensione

Prima di iniziare con la recensione vera e propria volevo dirvi che ho deciso di modificare un tantino il tipico stile delle recensioni, infatti per non scrivere paragrafi su paragrafi ammassati ho deciso di dividere la recensione in determinati “argomenti”, per renderle più ordinate. Ok, fine premessa, iniziamo con la recensione.

Allora, partiamo dal presupposto che non è facile parlare di questo libro, perché è un grande classico (forse uno dei più famosi), è un testo dell’800 e il suo contenuto spazia in diversi argomenti sui quali bisognerebbe aprire parentesi gigantesche.

Quindi approcciamoci un attimo agli aspetti più tecnici.

Stile di Scrittura

Ahime! Perchè l’uomo vanta sensibilità superiore a quella dei bruti? Ciò lo rende un essere ancora più afflitto dai bisogni. Se i nostri impulsi si limitassero alla fame, alla sete e al desiderio, potremmo quasi essere liberi; ma ora siamo mossi da ogni soffio di vento, e da una parola occasionale o dall’immagine che tale parola provoca.

All’inizio sono rimasta stupita dallo stile dell’autrice perché mi aspettavo un qualcosa di più aulico e prolisso, essendo un testo di quell’epoca, diciamo che nelle prime pagine secondo me non si assapora lo stile della giovane Mary in toto, poi avanzando emerge lo stile autentico che è decisamente più laborioso.

Ci sono pagine a volte di riflessione sull’animo umano e pagine di descrizioni di montagne e laghi (sopratutto), sono descrizioni che non mi hanno impresso nella mente un panorama stile fotografia, sono descrizioni abbastanza didascaliche, infatti direi che uno dei aspetti che ho apprezzato meno del testo (e forse l’unico) sono proprio le descrizioni, non perché siano scritte male, assolutamente, ma non sono al 100% evocative secondo me.

Sono quelle descrizioni stile “immagina l’Arno con il tramonto“, sono paesaggi che o tu lettore già conosci più o meno oppure non ti portano in quell’atmosfera voluta dall’autrice.

Questo è l’unico appunto che voglio fare sulla scrittura ed è ovviamente una considerazione personale, per il resto la scrittura di certo si prende i suoi tempi per analizzare le emozioni umane, per interrogarsi sulla natura dell’uomo e per rendere al massimo una caratterizzazione piena dei personaggi.

E’ un libro che usa diversi espedienti, ci sono lettere, racconti nei racconti, e ho trovato a tratti geniale questa matriosca di racconti perché è un’ottima tecnica per analizzare uno dei discorsi sui quali si basa l’opera ovvero la natura umana e la bestialità di questa, quindi lo stile lavora bene con i concetti principali espressi.

Di certo una giovane Mary Shelley di soli 19 anni non avrebbe mai immaginato un successo tale per una storia nata quasi “per divertimento”.

Quali sono i concetti espressi in Frankenstein?

Sono innumerevoli, come vi dicevo prima il libro ruota attorno a diversi dilemmi principali, la bestia avrebbe potuto essere diversa se Victor e gli umani in generale l’avessero trattata in modo differente? Dove sta la ragione, è la bestia dopo aver subìto eventi che hanno messo a nudo il lato negativo della natura umana, ad essere motivata nel fare ciò che ha fatto? Oppure si è spinta troppo oltre e non ha compreso le motivazioni? O ancora, se Victor avesse mantenuto fede alla sua posizione di padre/Dio tutto quello che viene narrato nel libro non avrebbe mai avuto luogo? Victor può realmente incolpare la bestia, creata da lui stesso, per ciò che ha fatto questa sapendo in cuor suo di essere venuto meno nei confronti di questa?

E’ uno di quei testi che nel corso delle pagine instaura nella mente del lettore talmente tanti interrogativi che il trascriverli qui e ora per me sarebbe impossibile, o una lista infinita di domande troppo lunga per poterla sopportare.

Un’aspetto sul quale ho riflettuto a lungo è la coscienza di Victor, nel corso del testo a causa di questa mostruosa creazione la sua vita verrà rovinata, ma lui sembra rendersi conto fino ad un certo punto delle sue colpe, realizza a tratti il fatto che se lui in prima persona si fosse comportato in modo diverso non sarebbe accaduto forse un qualcosa di questo tipo.

Un altro aspetto interessante della sua personalità è il coraggio, spesso lui si mette in bocca questo termine ma per quanto mi riguarda non è un uomo coraggioso, preferisce scappare a volte invece che affrontare qualcosa o qualcuno, preferisce tacere invece di confessare, preferisce fingere invece che ammettere.

Victor è un uomo di grande intelligenza, ma sembra perdersi, non affronta le conseguenze delle proprie azioni e invece che provare quanto meno a salvare vite umane preferisce mantenere il suo segreto, quando deciderà di raccontare tutto sarà oramai troppo tardi.

Il modo in cui Victor tratta la bestia è mostruoso, lui ha creato questa creatura e sembra dimenticarsene, non rispecchia la bellezza, la grazia, i suoi canoni e quelli della società, è un mostro, un essere orrendo, un demone e per questo merita di non essere nemmeno mai “nato” secondo lui, è un padre che odia il proprio figlio, un Dio che spera nella morte della sua creazione.

Per qualche istante Victor si lascia andare alla compassione e prova a comprendere questo essere, ma è un momento che dura poco perché subito dopo torna questo odio mortale.

Victor è un’essere egoista anche, una delle tragedie finali rappresentano questo suo aspetto secondo me, si preoccupa prima per lui stesso e dopo per gli altri, continua a pensare alla sua famiglia, ma quando è il momento di proteggerla dalla tragedia e dalla distruzione lui non fa nulla.

Dal canto suo la bestia sprigiona quell’odio e quel disprezzo verso la razza umana che solo chi viene emarginato dalla società, viene additato come un essere che non merita la vita e viene al mondo costretto a nascere solo perché rinnegato dal suo stesso padre, può provare.

La bestia compie azioni di una malvagità e una mostruosità uniche, nessun essere dovrebbe poter togliere la vita, e fino alla fine dei suoi giorni si accerterà di far pagare a Victor ogni colpa.

Qui arriva un concetto da me molto amato nei romanzi di tutti in generi, la vendetta, qui rappresentata magistralmente, sono sempre attratta dalla natura di questa, che sembra essere un cibo che non sazia mai, anche dopo la morte della propria fonte di vendetta non si è sazi e ci si rende conto di aver inseguito un’idea, una morsa di odio e voglia di prevalere sull’altro.

Uh, parliamo anche di un ultimo concetto, l’intelligenza del mostro, la creatura senza dubbio è dotata di un’intelligenza non indifferente e tutto ciò che ha imparato lo ha imparato osservando vari esseri umani, leggendo, apprendendo, ma qui sorge spontanea una domanda, un essere così intelligente e strategico (come viene mostrato all’interno del libro) può allo stesso tempo essere così bestiale e irrefrenabile nella sua violenza? Comprende la gravità delle proprie azioni, ma ciò non lo ferma.

Infine vorrei accennare qualcosa su Walton, il personaggio con cui si apre il testo che incontrerà Victor casualmente e questo gli narrerà tutta la storia che conosciamo, ho amato il personaggio di Walton anche se non è uno dei principali, perché è in fondo un essere che comprende, ha ascoltato tutta la storia da Victor, è a conoscenza di tutti i fatti e alla fine quando si troverà costretto a prendere una decisione sceglierà di testa sua.

Mi è piaciuto molto questo testo, è un classico che sono felice di aver finalmente letto!

Voto: 

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Voto quasi pieno, ho deciso di non assegnare punteggio pieno per ciò che vi ho detto sulle descrizioni, ma è un libro meraviglioso e ne consiglio a tutti la lettura!

Bene, detto ciò, fatemi sapere, avete mai letto questo libro? Sì, vi è piaciuto? No, perché?

A domani!

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CitaTime

Davvero l’uomo sapeva essere forte, vigoroso, magnifico e nel contempo crudele e vile? Qualche volta appariva come il puro frutto del principio del male; altre volte incarnava tutto ciò che ci può essere di nobile e di divino.

(…)

Per lungo tempo non riuscii a spiegarmi come un uomo potesse amarsi e uccidere un suo simile, né il perché delle leggi e dei governi; ma davanti ai dettagli sul male, sugli spargimenti di sangue, cessai di meravigliarmi e mi ritrassi pieno di disgusto e imbarazzo.

Mary Shelley