La Tana del Coniglio #1 – Percy Shelley e Frankenstein

Eccoci qui!

Partiamo a bomba, con il primo vero articolo post ritorno e ci buttiamo in una delle nuove rubriche che ho pensato di introdurre per questo nuovo capitolo del blog.

Prima di cominciare, però, vorrei presentarvi un poco questa rubrica, ovvero “La Tana del Coniglio“.

Di cosa si tratta? Essenzialmente, di uno spazio dedicato agli approfondimenti, alle curiosità e a tutte quelle ricerche che nascono quasi per caso e finiscono per portarci molto più lontano di quanto avessimo immaginato.

Potrebbe capitarmi, ad esempio, di leggere un romanzo e imbattermi in un riferimento, un personaggio, un evento storico o un concetto che cattura la mia attenzione. Da lì potrebbe nascere il desiderio di approfondire quell’argomento, di scoprirne le origini, di seguirne i collegamenti e, perché no, di perdermi lungo la strada. Ma non saranno soltanto i libri ad aprire le porte di questa tana. Potrebbe succedere anche guardando un film, un documentario o semplicemente incontrando una curiosità che mi spinga a voler saperne di più.

Non so se capita anche a voi, ma a me succede praticamente sempre. Sarà colpa della mia curiosità, ma mi basta leggere o vedere qualcosa di interessante per ritrovarmi, qualche ora dopo, con una quantità imbarazzante di schede aperte nel browser, la cronologia del computer completamente invasa e la sensazione di essermi allontanata parecchio dal punto di partenza.

Ecco, “La Tana del Coniglio” nasce proprio da questo, dalla voglia di seguire una curiosità e scoprire dove può portarci.

E quale modo migliore per inaugurarla se non partendo da una delle mie ultime letture anzi riletture, Frankenstein di Mary Shelley?

Perché, questa volta, a farmi cadere nella tana sono stati alcuni versi di una poesia che compare all’interno del romanzo di Mary Shelley e il nome di un uomo: Percy Bysshe Shelley.

Esiste già sul blog una recensione di Frankenstein del lontano, lontanissimo 2019 e non vi nego che un domani vorrei riscriverla, con una versione magari 2.0, ma non è questo il punto.

Durante la mia ultima rilettura mi sono concentrata su questa poesia che compare nel romanzo, Mutability di P. Shelley:

“Noi riposiamo – e un sogno ha la potenza di avvelenarci il sonno.
Ci alziamo – e un pensiero errante può inquietare il giorno.
Sentiamo, concepiamo o ragioniamo; ridiamo o piangiamo,
Ci disperiamo, o gettiam via ogni affanno:
È tutto uguale! – sia una gioia o un dolore,
La via della sua dipartita è sempre aperta:
L’ieri dell’uomo non può mai essere simile al domani;
Niente nel mondo può durare, eccetto la Mutevolezza!”

È innegabile che Percy Shelley sia stato un influente e importante poeta britannico, celebre lirico romantico, e oltre a questo anche marito di Mary Shelley.

Di certo la scelta di Mary per l’inserimento di questa poesia si lega anche al perfetto intreccio fra il significato dei suoi versi e uno dei messaggi che emergono dalla lettura del romanzo, ovvero l’incertezza e la mutevolezza della vita che si lega a sua volta alle perdite e alle sofferenze che si subiscono nel corso del tempo.

La poesia si incastra anche con il tono malinconico di Victor, la sua irrequietezza e la rabbia che prova per il mostro che ha creato, una creatura portatrice di disgrazie nella vita del protagonista. Se ci pensiamo per tutto il corso del romanzo Victor subisce innumerevoli cambiamenti, perdite, mutazioni, di ragionamento e vita.

Quello su cui mi sono fermata a riflettere stavolta, forse persino di più rispetto alla prima lettura è la differenza fra il Victor che vediamo all’inizio, un giovane brillante a cui la vita sorride, una figura positiva, intelligente che si affaccia al mondo, e quello che muta nel corso del romanzo diventando un uomo pieno di dolore, rabbia, desiderio di vendetta.

Certo, la rabbia e la vendetta che prova è anche verso se stesso, da qui quel senso di irrequietezza e perenne insoddisfazione.

È proprio il caso di dire che la poesia si incastra alla perfezione con il personaggio e l’evoluzione di Victor.

Ma chi era Percy Shelley, colui che scrisse versi così degni di riflessione per Mary?

Percy Shelley nacque il 4 agosto del 1792 a Horsham, Regno Unito e morì l’8 luglio del 1822, a soli 29 anni per un incidente in mare.

È nota la sua amicizia con John Keats e Lord Byron, figura che si cita anche quando si parla della genesi di Frankenstein, essendo questo nato, o almeno la sua idea, durante una vacanza estiva nel 1816 tra Mary Shelley, Percy Shelley, Lord Byron e il medico John Polidori.

Percy aveva idee piuttosto radicali, anche in ambito economico, dopo la sua lettura del trattato Political Justice e queste idee furono la causa dell’allontanamento dalla sua famiglia aristocratica. Era infatti figlio di un baronetto, il padre era una figura austera con cui non andava particolarmente d’accordo.

Tuttavia, le sue idee radicali comprendevano anche concetti come: ateismo, materialismo, rifiuto della proprietà privata, pacifismo, vegetarismo e una forte critica alle istituzioni politiche, religiose e sociali dell’epoca.

I capisaldi del pensiero radicale di Shelley erano:

  • Critica alla religione e ateismo: Fu espulso dall’Università di Oxford nel 1811 a causa del suo saggio The Necessity of Atheism, rifiutava le Chiese dogmatiche e la religione istituzionale, abbracciando invece una visione vicina al panteismo (una concezione filosofica e religiosa secondo cui Dio coincide con l’Universo e la totalità della natura) e allo scetticismo filosofico.
  • Influenza di William Godwin (padre di Mary): Il trattato Political Justice del filosofo anarchico e razionalista William Godwin lo portò ad assorbire idee a favore dell’uguaglianza sociale, della giustizia e della redistribuzione delle ricchezze.
  • Rifiuto della proprietà privata e del matrimonio tradizionale: Sostenne l’abolizione della proprietà privata e considerava il matrimonio un vincolo oppressivo e monopolistico; visse una vita anticonvenzionale e fuggì successivamente con Mary.
  • Vegetarismo ed etica della compassione: Fu un pioniere del vegetarismo etico, rifiutandosi di cibarsi di animali e collegando il rispetto per la natura e gli esseri viventi alla lotta contro la violenza e la miseria.
  • Poesia come forza rivoluzionaria: Nei suoi scritti (come Queen Mab, Prometheus Unbound e Ode to the West Wind), Shelley vedeva l’immaginazione e il poeta come guide capaci di ispirare la libertà dei popoli e di abbattere la tirannia.

Insomma, di certo Percy aveva anche una personalità ribelle, anticonformista, avventurosa, idealista.

Era un sognatore, credeva fermamente nella possibilità di un’evoluzione positiva dell’umanità, lottando per la libertà, la giustizia sociale e il riscatto dei più deboli, ma era anche inquieto e mutevole. Chi gli era vicino lo descriveva come un uomo dal carattere tormentato, passionale e in costante movimento.

Personalità a parte Percy resta uno dei massimi esponenti della seconda generazione del Romanticismo inglese, con appunto Lord Byron e John Keats.

Inoltre, curiosità che mi ha colpita, aveva un profondo rapporto con l’Italia, trascorse gli ultimi anni della sua breve vita in Italia (tra Roma, Pisa, Venezia e il golfo di Spezia), un periodo molto fecondo in cui compose i suoi capolavori. Morì inoltre annegato proprio nel golfo di Viareggio.

Mary e Percy

Se si parla di Percy non si può non parlare di Mary, e il contrario.

Ho sempre trovato degno di approfondimento il loro rapporto, di cui troviamo anche rappresentazioni che tendono a differire. Secondo alcune chiavi di lettura il loro poteva essere un rapporto a tratti tossico, a causa dei tradimenti di Percy e del suo desiderio di un amore libero, ma fu di certo anche un rapporto preso di mira da eventi negativi e tragici come ad esempio la perdita di vari figli e l’abbandono da parte delle rispettive famiglie.

I due si conobbero nel 1814 quando Mary aveva sedici anni e Percy, già sposato, era un brillante e radicale poeta seguace delle idee del padre di lei, William Godwin appunto. I due poi fuggirono insieme in Europa accompagnati dalla sorellastra di Mary, Claire Clairmont, sfidando le convenzioni sociali dell’epoca e si sposarono ufficialmente nel dicembre del 1816, dopo il tragico suicidio della prima moglie di Percy, Harriet.

È innegabile che la loro relazione fosse estremamente turbolenta, segnata da forti squilibri, dolori e rotture con le convenzioni dell’epoca.

Come dicevamo Percy sosteneva l’amore libero e aveva idee radicali contro il matrimonio tradizionale, ma in pratica queste convinzioni spesso pesavano molto più sulle spalle di Mary, che dovette subire la vicinanza di altre donne e la complessa presenza della propria sorellastra, Claire Clairmont (legata a Lord Byron) con cui però, da ciò che sappiamo, Percy ebbe forse una relazione clandestina? Non ci sono prove certe a riguardo.

Ma in ogni caso Percy durante il matrimonio con Mary ebbe intense infatuazioni e passioni platoniche con altre donne creando forti tensioni nel rapporto. Cito Jane Williams e Teresa Viviani.

Oltre a questo la coppia era continuamente vittima dei debiti e in fuga dai creditori.

Mary si ritrovò molto spesso sola ad affrontare il dolore della perdita, Percy preferiva concentrarsi sulle sue opere e i suoi ideali forse per un meccanismo di difesa, lasciando la moglie nella depressione.

Questo fatto è confermato dagli storici e dai diari di Mary, di fronte a questi fatti tragici infatti i coniugi reagirono in modo opposto. Mary si isolò e sprofondò in una depressione acuta mentre Percy, incapace di gestire il dolore si allontanò emotivamente, definiva distruttivo per la creatività il dolore della moglie a la pesante atmosfera che si respirava in casa.

È chiaro l’amore che Mary provava per Percy, e la stima per le sue idee apprezzandone enormemente il lato intellettuale.

È vero ciò che sappiamo sul fatto che Mary conservò per trent’anni il cuore di Percy, avvolto in un panno di seta o in un foglio di carta contenente una copia della poesia Adonais del marito, custodendolo spesso in un cassetto della sua scrivania.

Ovviamente ciò che emerge fortemente dal matrimonio dei due fu un intenso sodalizio intellettuale e creativo basato su valori radicali, ideali romantici e una profonda passione per la letteratura.

Cresciuta in un ambiente filosofico e radicale, Mary trovò in Percy uno spirito affine e dal loro scambio nacque anche una collaborazione creativa fruttuosa. Percy scrisse la prefazione di Frankenstein e per la Storia di un viaggio di sei settimane, mentre Mary espresse pareri critici sulle opere del marito, come riconosciuto da Percy nelle prefazioni di Laon and Cythna e The Witch of Atlas.

Dopo la morte prematura di Percy nel 1822, Mary curò e promosse con dedizione la pubblicazione delle sue opere poetiche, mantenendo vivo il loro dialogo intellettuale per il resto della vita.

Detto ciò torniamo al tema iniziale, l’influenza di Percy in Frankenstein.

Come compare Percy e la sua mano in Frankenstein?

Beh, prima di tutto abbiamo il Shelley-Godwin Archive, luogo in cui possiamo esplorare i manoscritti in compaiono le grafie di Mary e Percy, in punti in cui il marito ha magari inserito una correzione, un commento, una cancellatura.

Vi consiglio, se vi interessa l’argomento, di fare una capatina sul sito perché potete proprio selezionare ciò che nel manoscritto, è stato scritto da Mary o da Percy. Ad esempio in questa pagina la scrittura in nero a lato della pagina e le correzioni presenti sono opera di Percy.

Questo archivio digitale rende consultabili i manoscritti conservati alla Bodleian Library di Oxford, il materiale superstite comprende:

  • Una bozza del 1816–1817, che conserva l’equivalente di circa l’87% del testo pubblicato nel 1818.
  • Una parte della bella copia del 1817, che conserva circa il 12% del testo pubblicato.
  • Correzioni, cancellature, aggiunte e suggerimenti che consentono di seguire l’evoluzione del romanzo.

Queste percentuali riguardano quanto testo manoscritto è sopravvissuto, non quanto ne abbia scritto Percy.

Inoltre, nell’edizione critica The Original Frankenstein, curata da Charles E. Robinson, viene indicato un contributo di Percy di circa 5.000 parole su un testo di 72.000, comprendendo interventi e modifiche editoriali. È una stima che può essere utile per comprendere la portata del suo lavoro, ma ovviamente non una percentuale esatta di paternità letteraria.

Di certo il romanzo pubblicato non è identico alla prima stesura di Mary, ma non autorizza a considerarlo un’opera scritta da Percy.

Poi, riguardo alla mano di Percy nel romanzo, abbiamo una testimonianza di Mary stessa, il 14 maggio 1817, nel suo diario, Mary annotò che Percy stava correggendo Frankenstein. La cronologia dell’archivio riporta questa annotazione, confermando che la revisione faceva parte del loro lavoro di preparazione alla pubblicazione.

L’ annotazione dice: “S. reads hist of Fr. Rev. and corrects F. write Preface – Finis.”

Un esempio interessante delle modifiche apportate da Percy lo troviamo in un passaggio in cui Victor Frankenstein racconta il suo interesse giovanile per il soprannaturale.

Nella prima stesura Mary descriveva il tentativo di evocare fantasmi e demoni come uno dei passatempi preferiti del giovane Victor, che attribuiva i propri insuccessi all’inesperienza piuttosto che all’incapacità dei suoi maestri.

Percy intervenne proprio su questo passaggio, rendendolo più articolato e ricercato. Nella versione revisionata, infatti, il riferimento alle evocazioni diventa una promessa contenuta nei libri tanto amati da Victor, una promessa che il ragazzo desidera vedere realizzata. Anche il linguaggio cambia, assumendo un tono più solenne.

La cosa interessante è che queste modifiche vennero sostanzialmente mantenute nell’edizione pubblicata nel 1818.

Insomma, non parliamo soltanto di qualche virgola spostata o di un errore corretto: Percy interveniva anche sullo stile e sul modo in cui venivano raccontati determinati passaggi. Ed è affascinante poter osservare ancora oggi queste piccole trasformazioni direttamente sui manoscritti.

Ovviamente con questo non voglio alimentare il dibattito sulla paternità di Franknstein.

Il romanzo uscì anonimo nel 1818. La dedica a William Godwin, padre di Mary, e il coinvolgimento di Percy contribuirono a creare incertezze e supposizioni sull’identità dell’autore, ma la documentazione manoscritta attribuisce chiaramente a Mary la parte predominante della testo.

Nel 1823, una nuova edizione riportò esplicitamente il nome di Mary Wollstonecraft Shelley sul frontespizio e nel 1831 fu Mary stessa a rivedere ampiamente il romanzo, producendo una versione diversa da quella originale.

Quindi che dire?

Pensare che tutto è cominciato da pochi versi incontrati durante la rilettura di Frankenstein mi fa sorridere, ma è così che va no? Da una poesia siamo passati alla vita di Percy Shelley, alle sue idee rivoluzionarie, al suo rapporto con Mary e siamo persino finiti a curiosare tra le pagine manoscritte di uno dei romanzi più celebri della letteratura.

Eppure, tornando a quei versi di Mutability, mi sembra quasi di leggerli con occhi diversi.

La mutevolezza di cui parlava Percy attraversa il romanzo di Mary, ma in un certo senso ha segnato anche le loro vite, fatte di cambiamenti, ideali, perdite e tragedie. E forse è proprio questo uno degli aspetti più affascinanti della letteratura, scoprire quanti fili possano collegare un’opera alle persone che l’hanno scritta e al mondo in cui è nata.

Questa prima Tana del Coniglio termina qui, spero vivamente che questa idea che ha dato origine a questa nuova rubrica vi piaccia. Ho sempre voluto introdurre più spazi legati ad articoli con una buona percentuale di ricerca/approfondimento e dopo questo ritorno, oltre alla Tana, ci saranno altre rubriche a mio vedere, molto interessanti che vedranno la luce del sole a breve.

A prestissimo!