LiberTiAmo di Luglio (2022)

Buon venerdì, ben ritrovatə!

Come è iniziato questo luglio?

Oggi, come ogni primo del mese, diamo il via sul gruppo alla lettura del libro del mese e ne parliamo un poco anche qui sul blog.

Quindi il titolo in questione sarà in lettura per tutto il mese di luglio a partire da oggi e potrete unirvi in ogni momento alla lettura sul gruppo.

Buttiamo un occhio al libro di luglio!

Il Dio delle Piccole Cose – Arundhati Roy

Casa editrice: TEA

Link all’acquisto: QUI

Trama

India, fine anni Sessanta: Ammu, figlia di un alto funzionario, lascia il marito, alcolizzato e violento, per tornarsene a casa con i suoi due figli. Ma, secondo la tradizione indiana, una donna divorziata è priva di qualsiasi posizione riconosciuta. Se poi questa donna commette l’inaccettabile errore di innamorarsi di un paria, un «intoccabile», per lei non vi sarà più comprensione, né perdono. Attraverso gli occhi dei due bambini, Estha e Rahel,  “Il dio delle piccole cose” ci racconta una grande storia d’amore che entra in conflitto con le convenzioni; ci mostra un Paese, dilaniato fra tradizione e modernità, dove esistono ancora gli intoccabili e leggi non scritte continuano a governare la vita di una donna; ci fa entrare in un mondo fatto di piccoli eventi, di cose ordinarie che sembrano di nessuna importanza, ma che sono cariche di un significato più profondo e in cui sembra rispecchiarsi una verità universale.

Il dio delle piccole cose è il primo romanzo di Arundhati Roy, pubblicato nel 1997.

Il libro, acclamato bestseller a lungo ai vertici delle classifiche di vendita internazionali, ha vinto il Booker Prize nel 1997.

Bene, e voi? Avete mai letto “Il Dio delle Piccole Cose”? Sì? No? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

A presto!

Rosemary’s Baby – Ira Levin

Buon giovedì!

Come state? Come procede la settimana?

Oggi parliamo di “Rosemary’s Baby” di Ira Levin e mettiamo la parola fine a questa sottospecie di trilogia a tema horror e possessioni demoniache soprattutto perché, questi tre testi di cui abbiamo parlato nelle precedenti settimane, “I Due Esorcisti”, “L’Esorcista” e “Rosemary’s Baby sono legati l’uno all’altro o vengono spesso accomunati, quindi ai tempi della lettura ho voluto procedere con ordine e per ultimo parliamo del testo di Levin.

Da questo libro è stato tratto il famoso film del 1968, diretto da Roman Polanski, con Mia Farrow e John Cassavetes, ma anche una serie tv del 2014 di quattro puntante con Zoe Saldana e Patrick Adams disponibile su Prime Video.

Parliamone!

Rosemary’s Baby – Ira Levin

Casa Editrice: SUR

Pagine: 253

Genere: horror, horror psicologico, thriller psicologico, drammatico

Prezzo di Copertina: € 16,50

Prezzo ebook: € 9,99

P. Pubblicazione: 1967

Link all’acquisto: QUI

Incipit

Rosemary e Guy Woodhouse avevano già firmato il contratto d’affitto per un appartamento di cinque locali in un palazzone tutto bianco su First Avenue quando, da una certa signora Cortez, vennero a sapere che ne Bramford se n’era liberato uno di quattro locali. Il Bramford, un vecchio edificio nero e imponente, è un agglomerato di appartamenti coi soffitti alti, ricercatissimi per via dei camini e dei particolari vittoriani. Rosemary e Guy si erano messi in lista fin dal primo giorno in cui s’erano sposati, ma alla fine avevano dovuto arrendersi.

Trama

Guy e Rosemary Woodhouse sono una giovane coppia di sposi. Lui è un attore, in attesa della sua grande occasione; lei sogna una normalità borghese fatta di sicurezza economica, una bella casa, tanti figli. Dopo lunghe ricerche hanno trovato un appartamento nel Bramford – uno storico palazzo nel cuore di Manhattan, circondato da un alone di prestigio sociale ma anche da sinistre leggende – e di lì a poco la loro vita sembra arrivare a una svolta: Guy ottiene una parte in un’importante commedia e Rosemary resta finalmente incinta del primo figlio. Ma non tutto è destinato ad andare per il verso giusto. La gravidanza di Rosemary viene turbata da premonizioni e incubi notturni, da inspiegabili dolori addominali e strani incontri, e soprattutto dall’invadenza di due vicini, troppo premurosi per non risultare sospetti… Pubblicato per la prima volta nel 1967 e portato sul grande schermo da Roman Polanski, con Mia Farrow nel ruolo della protagonista, “Rosemary’s Baby” è una delle grandi storie di mistero della nostra epoca, ma anche una godibilissima commedia che, dopo aver fatto entrare il Male nelle nostre case, ci aiuta a esorcizzarlo con la grazia di un semplice sorriso.

Recensione

Nel 1997 Ira Levin ha pubblicato un sequel, intitolato Il figlio di Rosemary, e lo ha dedicato a Mia Farrow.

Nel 2003 Ira Levin, venne premiato con il Mystery Writers of America Grand Master.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Ho faticato un poco all’inizio della lettura, non saprei dire se per colpa mia o per la presenza nel testo di un qualcosa di poco gradevole di primo acchito per me, c’è anche da dire che questo è stato il primo libro del 2022 per me (sì, finalmente diamo il via alle recensioni dei libri letti quest’anno, a metà anno ormai), e forse dovevo ancora riuscire a mettermi per bene in carreggiata.

Ma lo stile di Ira Levin è decisamente atipico rispetto alla trama e al genere del libro, infatti ci si aspetterebbe uno stile magari più concitato o tipico da horror, mentre lo stile dell’autore sembra a tratti un mix fra una commedia anni 50/60 (siamo per sempre nel ’66) e una rivista stile Vogue.

Questo aspetto secondo me può essere fortemente legato alla protagonista, Rosemary, una donna molto attenta all’espetto estetico, di tutto in realtà, cose, persone, architettura, leggiamo di occhiate o pensieri della donna rivolti ai vestiti indossati da certi personaggi, al modo in cui si atteggiano, insomma Rosemary è un esteta.

L’autore è riuscito a dare un quadro a 360 gradi della personalità di Rosemary, grazie anche allo stile adottato, affine al suo essere, ma parleremo meglio più avanti dei pesonaggi.

Quindi lo stile di Levin è inaspettato a mio vedere per un horror/thriller, ma funziona bene, forse ci vuole un poco per prenderci la mano e imparare a capire che molto di ciò che leggiamo è una facciata, dietro alla parvenza di perfezione e bellezza, dietro a ciò che può sembrare impeccabile si nasconde l’inganno.

Il ritmo direi che è costante, accadono molti fatti all’interno di questo libro e ci sono periodi in cui la vicenda sembra subire un rallentamento, perché i personaggi sono lontani dalla risoluzione del mistero o perché c’è sempre qualcuno pronto a mettere i bastoni in mezzo alle ruote, ma nel complesso a parte qualche divagazione forse di troppo, il ritmo procede abbastanza bene.

Le atmosfere dicevamo invece sono fintamente pulite, veniamo proiettati a tratti in questo scenario stile copertina da rivista, in cui Rosemary pensa al mobilio, anzi a volte sembra il suo unico pensiero, pensa a quanto stanno bene assieme lei e Guy, pensa a come si vestono male i vicini, si domanda se lei è davvero la classica moglie oggetto perfetta per un uomo come Guy, un attore in ribalta.

Dietro a questo clima patinato però si avverte chiaramente che qualcosa non va, c’è qualcosa di misterioso e oscuro che vibra nell’aria e aspetta di essere scoperto, qualcosa di spaventoso che Rosemary a tratti sembra non voler accettare, ma ad un certo punto si trova costretta a venire a patti con questo.

Quindi l’atmosfera è pregna di un disagio scomodo, i personaggi di questa storia si sforzano di voler mantenere una facciata anche quando ormai è evidente che questa si sta sfaldando.

I personaggi e la natura nascosta di questi

Rosemary è una protagonista molto attenta all’estetica, come dicevamo, sembra all’apparenza una donna senza particolari obbiettivi nella vita o stimoli, in realtà il suo sogno è vivere una vita pacifica e piena di amore con l’uomo che ama e avere una bella famiglia da coltivare, non è invidiosa del successo di Guy e sa che la buona riuscita della sua carriera porterà di riflesso una situazione di agiatezza e comodità nella sua vita.

Rosemary è un personaggio facilmente fraintendibile, sembra a tratti un cliché vivente, lei accetta di essere una moglie che vive per il marito e non se ne dispiace, porta sulle spalle un passato tumultuoso di cui a tratti sbuca qualche dettaglio, ma è come se non volesse mai concentrarsi sui lati negativi della vita e non volesse mai del tutto guardare in faccia ciò che non va nella sua vita e nel mondo, si è creata un’idea di “vita perfetta” e vuole seguirla fedelmente.

Sono convinta del fatto che Rosemary sia molto di più di quello che ci viene presentato, è una donna che a mio modesto vedere riconosce i problemi che le ruotano attorno, si accorge di ciò che non va, ed è una donna forte e coraggiosa, ma sceglie sempre di rinchiudersi dentro alla sua campana di perfezione e stile.

E’ come se non volesse mai andare fino in fondo, anche quando ha un sospetto su Guy o su altri personaggi, prova a fare domande, prova ad indagare, ma finisce con l’abbandonare tutto, forse per paura di perdere Guy e con lui il sogno della vita perfetta.

Abbandona la sua fede, i suoi ideali, che Guy deride, per far piacere a lui, non controbatte quando lui la pizzica sul vivo riguardo alla sua religione, accetta ciò che dice Guy e mette se stessa in discussione ascoltando l’uomo che le sta vicino e abbandonando tutta la fiducia in se stessa, come se lei non potesse essere una persona con le proprie idee e le proprie convinzioni.

Ai tempi della lettura, scrivendo i miei appunti su varie considerazioni legate al libro come faccio sempre, ho scritto che Guy è una figura iper tossica per il suo comportamento nei confronti di Rosemary, una figura che non si può, a mio vedere, non disprezzare aspramente.

E’ chiaro che nasconde qualcosa e non solo per la vicenda principale del libro, ma anche per altro, mente a Rosemary, come dicevamo prima sembra manipolarla per portarla verso le sue idee abbandonando ciò in cui la donna crede, pensa sempre al proprio tornaconto e mi fermo qui perché nel corso del libro Guy da prova più e più volte di comportamenti assai spregevoli non solo nei confronti di Rosemary.

Se dobbiamo parlare della personalità di Guy direi che ne fuoriesce un quadro narcisistico, qui abbiamo forse il cliché invece del personaggio attore che alla fine ama solo se stesso, sembra incapace di provare sentimenti reali, guarda sempre al lato materialistico ed estetico.

Abbiamo poi anche altri personaggi che ruotano attorno alla coppia e sono di certo entità sospette, abitanti del Bramford che iniziano a diventare presenze fisse nella vita dei due sposini, forse fin troppo fisse, asfissianti e assillanti direi.

Il Caro Vecchio Satanasso

C’è un mistero alla base di questo libro, ovvero, che cosa è davvero accaduto a Rosemary in una particolare notte? E perché la gravidanza di questa è così strana?

Nei generi/caratteristiche di questo libro io ho inserito “possessione demoniaca”, e qui abbiamo anche il punto in comune con “L’esorcista” e “I Due Esorcisti”, ma “Rosemary’s Baby” fa qualcosa di diverso, direi particolare e originale per l’epoca.

Ovviamente non scenderò negli spoiler in caso non abbiate mai visto il film, letto il libro o magari sentito il risvolto inquietante della vicenda, ma io penso non sia semplice proiettare la propria storia in un punto quando si parla di sovrannaturale e affini, alcuni autori a volte non riescono nell’impresa e il tutto si sfalda.

Ira Levin invece ha trasformato il tutto in una rivelazione assurda e terribile, che esplode nella parte finale del libro e porta, soprattutto il personaggio di Rosemary, ad una scelta che ancora una volta è in linea con il suo personaggio.

Conclusioni

E’ incredibile perché fino ad un certo punto della lettura ci si sente davvero immersi nel clima del Bramford, ho personalmente creduto di conoscere questi personaggi per quello che volevano far vedere e quando ci si ritrova a scoprire la loro natura si rimane esterrefatti anche se è chiaro fin da subito che qualcosa è fuori posto nella loro immagine perfetta.

E’ una lettura che ho senza dubbio gradito, non è stato per me quel libro che ti tiene incollatə alle pagine, un poco per il ritmo, un po’ per altri fattori, ma è comunque stato un testo pieno di scoperte soprattutto per quanto riguarda l’analisi e il grande puzzle legato al carattere di ogni personaggio, credo che sotto questo punto l’autore abbia fatto un ottimo lavoro.

Quindi, personaggi scritti bene, vicenda intrigante e risvolto inaspettato e inquietante, un bel mix direi!

Voto:

E voi? Avete mai letto “Rosemary’s Baby”? Sì? No? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

A presto!

I Due Esorcisti – Ray Russell

Buon mercoledì!

Come precede la settimana e il mese di giugno?

Oggi parliamo di un libro particolare che è stato il primo di un tris di letture diciamo a tema che ho fatto qualche tempo fa, sto parlando de “I Due Esorcisti” di Ray Russell che ho letto prima de “L’Esorcista” di W. P. Blatty e prima di “Rosemary’s Baby” di Ira Levin, di cui parleremo a breve.

Questi due testi hanno molto in comune dalla trama, ma “I due Esorcisti” (1962) ha preceduto il famoso “L’esorcista” di Blatty (1971).

Parliamone!

I Due Esorcisti – Ray Russell

Casa editrice: TEA

Pagine: 206

Genere: horror (possessione demoniaca), thriller

Prezzo di Copertina: € 14,00

Prezzo ebook: € 7,99

P. Pubblicazione (USA): 1962

Link all’acquisto: QUI

Incipit

Forse perché Dio si è ormai trasformato in un barcollante Babbo Natale con gli occhi lucidi e la barba posticcia; forse perché la Chiesa ci alletta con suadenti spot televisivi; forse perché i cartelloni pubblicitari, con foto ritoccate e abili slogan, ci assicurano che la famiglia che prega unita rimane unita; forse perché la religione è diventata una cosa artificiale, tutta luci e niente ombre, una caramella pia, così zuccherosa, così stucchevole e così inevitabilmente soporifera da dar ragione a Karl Marx quando la definiva l’oppio dei popoli; forse perché la religione è stata ormai lentamente, sistematicamente private dell’orrore, del sangue, dello smarrimento, del terrore, dell’idea che esistano e agiscano forze primordiali – tutte cose senza le quali non esistono i grandi amore, la grande arte e la grande fede… Forse per tutte queste ragioni, ma più probabilmente per motivi che ci sfuggono, in un tormentato fine settimana della seconda metà del ventesimo secolo un prete cattolico venne messo alla prova.

Trama

Susan Garth è una ragazza perbene: occhi limpidi, capelli biondi, brava a scuola, tutte le domeniche a messa… Almeno fino al giorno in cui comincia a comportarsi in maniera insolita e alla chiesa non riesce più nemmeno ad avvicinarsi, o alla notte in cui si spoglia di fronte al vecchio parroco e gli affonda le unghie nella gola… Gli anni Sessanta stanno sbocciando, e i preti ormai confidano più spesso nella psichiatria che nella demonologia, ma non il vescovo Crimmings, convinto che dietro quello sguardo apparentemente innocente si nasconda il Principe delle Tenebre, il Diavolo in persona. A Susan non serve un bravo psicologo, bensì un esorcismo in piena regola e, per eseguire il rito, il prelato chiede aiuto al nuovo parroco, padre Sargent, un giovane e disinvolto prete dalla mentalità aperta e la passione per il brandy. Insieme, i due esorcisti, in un crescendo di tensione e violenza, affronteranno l’oscurità che tormenta la ragazza. Ma un’altra sconvolgente verità attende di essere rivelata. Perché se il Male ha un solo nome, può avere molti volti…

Recensione

Come dicevamo, se dovessimo leggere solo la trama senza andare oltre questo libro potrebbe assomigliare alla copia sputata de “L’esorcista”, ma dopo averli letti entrambi posso dire che se all’apparenza sembrano simili in realtà i due testi presentano storie molto diverse, accomunate certo dalla possessione demoniaca con vittima una ragazza giovane, ma diversi.

Questo romanzo è però considerato alla base di titoli come l’ipercitato “Esorcista” e “Rosemary’s Baby” di Ira Levin, un altro libro di cui parleremo a breve. In America questo romanzo è considerato un capostipite della letteratura di genere, ma qui da noi è arrivato solo nel 2018 edito TEA.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Lo stile di Russell è piuttosto semplice e diretto, nei dialoghi, nelle descrizioni, nei pensieri dei personaggi va dritto al punto, è uno stile capace di narrare eventi anormali, come la possessione demoniaca in modo diretto.

Lo stile contribuisce senza dubbio anche alla velocità nel ritmo di lettura, perché è un libro che si tende a terminare in poco tempo e anche il ritmo interno della vicenda rimane sempre costante con picchi di spiccata velocità.

In generale se dovessi descrivere lo stile di Ray Russell lo descriverei come uno stile senza dubbio godibile che permette al lettore di avanzare in modo veloce, ma senza particolari tratti distintivi.

Le atmosfere sono abbastanza cupe, infatti per la maggior parte del tempo ci troviamo in luoghi chiusi, soprattutto in chiesa e l’atmosfera è quella tipica di un ambiente con luci soffuse, angoli oscuri, candele ad illuminare, urla disumane che rimbombano tra le pareti, visitatori sospettosi che bussano alla porta chiedendo spiegazioni su queste urla mostruose ecc. ecc.

Insomma l’atmosfera funziona abbastanza bene, anche se secondo me l’autore avrebbe potuto spingere di più su questa, renderla ancora più oscura e cupa, rendere l’ambiente più degno di nota, insomma insistere sul tono tetro del tutto, ma ovviamente questa è una mia personalissima opinione.

La possessione e il dramma di un parroco

Come dicevamo la storia si concentra su questo parroco di nome Sargent, padre Sargent, appena arrivato in questa cittadina come nuova figura in sostituzione al precedente parroco, che si ritrova con una bella gatta da pelare, ovvero un possibile caso di possessione demoniaca a danno della giovane Susan Garth, una ragazza all’apparenza perfetta, brava a scuola, devota, amata da tutti, che inizia a manifestare comportamenti “strani”.

Abbiamo i classici comportamenti da possessione demoniaca, quindi parlare e leggere in lingue che non si conoscono, avere problemi con la religione e le chiese, avere atteggiamenti molto provocatori anche a livello sessuale, soprattutto considerando che Susan è una ragazza che non ha mai manifestato atteggiamenti di questo tipo, insomma Susan inizia a comportarsi in modo assolutamente bizzarro.

Padre Sargent quindi decide, con l’aiuto di un suo amico che viene a fargli visita, il vescovo Crimmings, di praticare un esorcismo soprattutto su consiglio del vescovo che nota gli evidenti segni di una presenza maligna.

Inizia così l’esorcismo in totale segreto, non viene detto nulla infatti né al padre della ragazza, né ad altre persone della cittadina, gli unici ad esserne a conoscenza sono Sargent, Crimmings e la donna che si occupa di aiutare il parroco.

Nella cittadina inizieranno a diffondersi delle voci con l’avanzamento dei giorni, perché questa ragazza sembra essere sparita e dalla chiesa e dalla canonica si avvertono strani movimenti.

La storia è quindi un crescendo di eventi in cui assistiamo all’esorcismo di questa giovane e ad alcuni segreti che verranno via via rivelati, sul perché di questa possessione, sui misteri riguardanti la famiglia di Susan e sulle intenzioni di padre Sargent.

Infatti il nostro protagonista è un parroco in piena crisi perché non è più sicuro di se stesso e del suo credo, sente di aver perso la fede e sospetta che i motivi del suo trasferimento siano legati ad atti magari poco corretti che ha compiuto in precedenza.

Penso che uno degli aspetti più affascinanti del libro sia il tormento interiore di padre Sargent che si trova ad un bivio della sua vita e proprio in quel momento si ritrova a fare i conti con una grande prova di fede e una prova anche dell’esistenza del male.

Padre Sargent è un uomo giovane e si nota in vari punti del testo la sua inesperienza e il suo senso di spaesamento nei confronti di varie situazioni, prima fra tutte la possessione di Susan, nonostante sia spronato dall’amico infatti padre Sargent tenta fino all’ultimo di delegare il compito a lui e fino all’ultimo rimane dubbioso nei confronti della pratica dell’esorcismo.

Insomma, il protagonista è un uomo in piena crisi che mostra il suo lato più umano, si ritrova in tante situazioni in cui è costretto a credere guardando ciò che ha davanti, e nel corso del libro possiamo ammirare il suo percorso verso un nuovo capitolo della sua vita.

Conclusioni

“I Due Esorcisti” è un libro che appartiene al genere horror è rispetta in pieno le classiche caratteristiche di un libro che ha alla base la possessione demoniaca, penso sia un libro utile da leggere se vi piace questo filone e se volete esplorare le origini di questo, perché come scritto sopra il testo in questione è un pilastro del genere.

Dal punto di vista personale sono felice di aver letto questo libro anche per vedere di persona l’evoluzione del genere e rendermi conto meglio di ciò che ha anticipato libri come “L’esorcista” e “Rosemary’s Baby”, quindi a parte il gradimento l’ho considerata una lettura degna di nota.

A livello invece di gradimento diciamo che è stata una lettura piacevole, ho sentito la mancanza di vari aspetti però, è come se ci fossero le basi per una storia con i fiocchi, l’idea, i personaggi, l’atmosfera, i collegamenti narrativi, ma alla fine manca quel qualcosa che dona alla storia la sua personalità.

E’ un testo sicuramente importante per il suo ruolo, ma manca una fetta di profondità importante, ad esempio parlando dell’atmosfera, questa c’è ed è interessante, ma è solo stata spolverata, come scritto sopra si poteva approfondire di più, insomma rendere la storia più vivida e viva.

Nonostante questo se vi piacciono gli horror con le possessioni demoniache ecco qui un libro da considerare!

Voto:

Bene, e voi? Avete mai letto “I Due Esorcisti”? Sì? Vi è piaciuto? No? Fatemi sapere!

A presto!

LiberTiAmo di Giugno (2022)

Buon mercoledì e buon primo giugno!

Come procede la settimana, ma soprattutto come è iniziato questo giugno?

Oggi oltre che essere il primo del mese, che giorno è? Esatto, è il giorno in cui parliamo del libro del mese di giugno per il gruppo di lettura, gruppo che trovate su Goodreads e in cui ogni mese leggiamo assieme un libro vincitore del sondaggio.

Il libro sarà in lettura per tutto il mese e potete unirvi alla lettura in qualunque momento, aggiornando e parlando dei vostri progressi sul gruppo.

Scopriamo il libro di giugno!

Nicolas Eymerich, Inquisitore – Valerio Evangelisti

Casa Editrice: Mondadori

Link all’acquisto: QUI*

Trama

Pubblicato nella collana Urania nel 1994, Nicolas Eymerich, inquisitore segna l’esordio nella narrativa italiana del protagonista di una delle saghe più amate, che ormai da anni ha conquistato un pubblico di lettori ben più ampio (e per certi versi esigente) rispetto a quello dei soli appassionati di fantascienza. Basata sulla vicenda di un inquisitore catalano realmente esistito nel Trecento, la creatura di Evangelisti è un uomo intollerante e spietato, ma anche intelligente, coltissimo, dotato di spirito e coraggio, insieme privo di dubbi e tormentato, impegnato con inesauribile energia in una lotta contro culti pagani, sette demoniache e misteriose forze maligne. Le sue avventure si svolgono nel luogo che gli appartiene, l’Europa medievale popolata di cristiani, ebrei, musulmani ed eretici; ma anche in piani temporali diversi, dal nostro passato prossimo fino al futuro più remoto. Perché il Nemico di Eymerich è un’entità metafisica che ripropone attraverso i secoli un’unica, eterna sfida. Un Nemico che può subire solo sconfitte brevi e temporanee…

Nicolas Eymerich, Inquisitore è il primo libro di una saga con protagonista Eymerich, scritta da Valerio Evangelisti, autore che purtroppo è recentemente venuto a mancare.

Vincitore del Premio Urania, è stato il primo romanzo di Evangelisti, che in precedenza aveva pubblicato prevalentemente saggi storici.

*Piccola nota sull’edizione e la disponibilità:
Quando è partito il sondaggio ho verificato la disponibilità delle varie edizioni ed era presente quella Mondadori in Titan Edition che raccoglie i primi volumi, ma ad oggi ho potuto constatare che quell’edizione non è più disponibile in cartaceo, ma solo in digitale (per ora, non so se tornerà disponibile). Quindi se desiderate recuperare il libro potrete farlo in digitale, in audiolibro, in biblioteca o sbirciando magari su qualche sito dell’usato in cui si trovano molte copie ad ottimi prezzi. Oppure, dato che vari libri della collana Urania stanno venendo ripubblicati dal Corriere della Sera in una collana apposita per i 70 anni di Urania, potete trovare questo primo libro della saga sul sito del Corriere Store (qui).

Il libro sarà in lettura dal 01/06 al 30/06, per tutto il mese di giugno.

Bene, e voi? Avete mai letto questo testo o qualcosa di Evangelisti? Sì? No? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

A presto!

La Figlia del Boia – Oliver Pötzsch

Buon mercoledì!

Come procede la settimana? Ci stiamo lentamente avvicinando alla fine di questo lungo maggio, siete prontə per giugno?

Oggi parliamo de “La Figlia del Boia” di Oliver Pötzsch, un giallo storico ambientato nella Baviera del 1659, il primo di una saga.

Tra l’altro questo libro fa parte di quella famosa lista di 30 libri da leggere quest’anno per me, quindi evviva, a passo di lumaca sto andando avanti con l’obbiettivo!

Desidero parlarvi di questo libro dai tempi della lettura, ovvero qualche mese fa, quindi via, iniziamo!

La Figlia del Boia – Oliver Pötzsch

Casa Editrice: BEAT

Pagine: 431

Genere: storico, giallo storico, mystery, suspense

Prezzo di Copertina: € 9,00

Prezzo ebook: € 6,99

P. Pubblicazione: 2008

Link all’acquisto: QUI

Incipit

Magdalena Kuisl era seduta sulla panca di legno davanti alla casetta bassa e angusta del boia e stringeva forte tra le cosce il pesante mortaio di bronzo. Con colpi regolari frantumava timo, licopodio, e motellina per ottenere una fine polvere verde. L’aroma speziato sprigionato dal miscuglio spandeva nell’aria una nota d’estate imminente.

Trama

Baviera, 1659. Sulla riva di un fiume nei pressi della cittadina di Schongau viene trovato agonizzante il figlio undicenne del barconiere Grimmer. Il tempo di adagiarlo con cura a terra, di esaminargli il profondo taglio che gli squarcia la gola, di scoprire sotto la sua scapola destra uno strano segno impresso con inchiostro viola che il bambino muore. Qualche tempo dopo i bottegai Kratz si imbattono, nel loro piccolo Anton, il figlio adottivo, immerso in un lago di sangue, la gola recisa con un taglio netto. Sotto una scapola del bambino viene trovato il medesimo segno del figlio del barconiere: il cerchio di Venere, il simbolo delle streghe. Peter Grimmer e Anton Kratz si conoscevano. Insieme con la piccola Maria Schreevogl e altri due bambini costituivano uno sparuto gruppo di orfani che era solito frequentare Martha Stechlin, la levatrice di Schongau che vive proprio accanto ai Grimmer. Il destino di Martha Stechlin sembra così segnato. Messa nelle mani del boia di Schongau perché le sia estorta formale confessione, attende di essere spedita al rogo. Jakob Kuisl, il boia di Schongau non crede però alla colpevolezza della levatrice. E con lui non credono che la dolce Martha sia una strega anche sua figlia Magdalena e Simon Fronwieser, il figlio del medico cittadino. I tre indagano per cercare di ribaltare una sentenza che sospettano sia stata scritta solo per convenienza politica e, soprattutto, per nascondere una verità inconfessabile.

Recensione

Come dicevamo, questo volume è il primo di una saga composta ad oggi da sei volumi tradotti in italiano, l’ultimo uscito nel 2019 è “La figlia del Boia e il gioco della morte“, ma dovrebbe ancora uscire “La figlia del Boia e il consiglio dei dodici” e “La figlia del boia e la maledizione della peste“, volumi ancora inediti in Italia.

Questi volumi fanno parte di una saga ambientata nel XVII secolo che ha come protagonisti gli antenati dello stesso Pötzsch; l’autore infatti discende da una famiglia che dall’XI al XIX secolo si è tramandata la professione di boia a Schongau.

La saga segue le vicende della famiglia Kuisl, da Jakob il boia di Schongau e padre di Magdalena, alla moglie Anna Maria e ai due figli gemelli e fratelli di Magdalena, Georg e Barbara.

C’è anche un altro personaggio ricorrente però che fa parte di questa cerchia di personaggi principali, ovvero Simon Fronwieser, amante di Magdalena e figlio del medico cittadino.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Mi rendo conto di avervi buttato addosso una sfilza di nomi iniziando a fare presentazioni campate in aria, ma andiamo con ordine.

Stiamo parlando di un giallo storico in cui certamente il contesto descritto dall’autore è importante, siamo infatti nel 1659 e il motore che spinge questo primo volume della serie è l’accusa di omicidio diretta ad una levatrice.

La figura della levatrice all’epoca era circondata da un alone di sospetto e diffidenza, in più questa levatrice Martha ha avuto rapporti con vari bambini trovati poi morti nei giorni seguenti, quindi viene sbattuta in carcere senza troppe cerimonie.

L’atmosfera di crudo sospetto e astio nei confronti di questa donna si avverte fin dalle prime pagine, ci troviamo in un ambiente pieno di scetticismo e ipocondria nei confronti di tutto quello che può essere recepito in modo negativo, dalle erbe che questa donna tiene in casa, all’intrattenere relazioni con questi bambini, al fatto di essere additata come strega ecc. ecc.

L’autore riesce a descrivere in modo vivido questo sentimento di astio e l’ambiente di una cittadina con vicoli bui, viuzze con case vicine le une alle altre, una città che esclude il proprio boia all’esterno delle mura perché nonostante abbia bisogno di quell’uomo lo considera comunque di “cattivo auspicio”.

Il clima che si respira in questo libro funziona molto bene e come un buon giallo storico porta il lettore ad immergersi in una atmosfera riuscita.

Lo stile di Pötzsch invece mantiene un ritmo in generale costante e a volte lento, l’autore si sofferma sulle descrizioni e sui gesti e pensieri dei personaggi, bisogna ricordarsi che questo è comunque il primo volume di una saga quindi serve anche perché far conoscere per la prima volta i personaggi, soprattutto quelli principali.

Soprattutto verso il finale diventa un poco tedioso più che altro perché, nel mio caso, alcuni elementi della rivelazione finale li avevo già intuiti e mi sembrava di dover continuare a leggere scene di azione o rivelazione di un qualcosa, che potevano, secondo la mia modesta opinione, essere ridotte.

Proprio nel finale, quando dovrebbe essere magari più concitato lo stile, diventa più lento.

“Devo confessare” ribadì Augustin, “perché una diceria è come fumo. Si diffonde, filtra attraverso le fessure delle porte e delle finestre, e alla fine ammorba tutta la città. Vediamo di fare in modo che la faccenda si concluda il più in fretta possibile.”

I personaggi

Penso che i personaggi siano il punto forte di questo libro, specialmente se vi approcciate a questo con l’obbiettivo di leggere buona parte della serie o tutta la serie, perché devo dire che il primo incontro con loro è ottimo.

In questo primo volume vediamo soprattutto padre e figlia, quindi Jakob e Magdalena, uno temuto e rispettato da tutti ma tenuto alla larga, l’altra vista sempre con un occhio di sospetto per essere la figlia del boia, figura malvista ed emarginata.

Qui si getta il seme per un rapporto all’apparenza duro e conflittuale fra i due personaggi, ma in realtà protettivo e amorevole, infatti i due spesso si ritrovano a litigare soprattutto per il possibile futuro matrimonio di Magdalena, ma è chiaro che fra di loro c’è un legame forte.

Simon invece, figlio del medico della città e interesse amoroso della figlia del boia, prova una estrema fascinazione nei confronti di Jakob, per il suo sapere, la sua ricercata e fine libreria da cui lui prende sempre in prestito libri e perché Jakob mostra a Simon un qualcosa di nuovo, un modo diverso di conoscere il mondo attorno a lui, diverso da quello che gli viene imposto dal padre medico, figura rigida e autoritaria, un uomo decisamente collerico.

Mi è piaciuto parecchio il modo in cui i personaggi interagiscono fra loro e la sensazione che si avverte per quanto riguarda i veri sentimenti che nutrono uno verso l’altro.

Credo che l’autore faccia un ottimo lavoro anche di caratterizzazione, perché vediamo il modo in cui ogni personaggio si comporta in diverse situazioni e questo è rappresentativo del personaggio e serve a delineare un quadro più stabile di quello.

Assieme a questi personaggi principali comunque, troviamo un manipolo di individui che ruotano attorno alla vicenda, sarò diretta, i personaggi non sono pochi, ma l’autore riesce a dare ad ognuno una voce secondo me, forse serve un poco di tempo per imparare chi è chi, come succede sempre in libri con tanti personaggi, però alla fine si riesce bene o male a barcamenarsi.

Inoltre all’inizio del libro c’è una utile mappa e un ancora più utile lista dei personaggi.

Il mistero

Essendo questo un giallo storico mi sembra giusto parlare del mistero alla base di questo libro, da quello che so ogni testo di questa serie sarà caratterizzato in questo modo, quindi ci sarà un mistero e i nostri eroi dovranno indagare e risolvere l’enigma.

Qui, come dicevamo prima, abbiamo una donna che viene accusata di omicidio e Jakob si pone l’obbiettivo di aiutarla, essendo amico di Martha e nutrendo sentimenti di affetto e amicizia nei suoi confronti per aver fatto nascere i suoi figli e anche perché è convinto dell’innocenza di questa.

Così inizia a investigare con l’aiuto di Simon mentre Magdalena tenta di infiltrarsi ma si ritrova sempre bloccata dal padre che non vuole coinvolgerla per proteggerla, alla fine anche lei comunque finisce coinvolta.

I tre sospettano che le accuse smosse verso Martha e la fretta di condannarla siano spinte da interessi politici, non da un vero interesse nella scoperta della verità e ben presto si ritroveranno in un enigma che coinvolge parecchie persone e interessi.

E’ un mistero che funziona quello di questo libro, si menziona anche la stregoneria, ma non ci si focalizza così tanto, però la vicenda riesce a catturare il lettore perché il tempo scorre e c’è questo gioco tra i mitici tre che cercano di venire a capo del mistero e il resto del consiglio che spinge per condannare e bruciare sul rogo Martha.

L’unica pecca come dicevo è la parte finale, o meglio circa le 70/80 pagine finali per me, perché la vicenda inizia a pesare un poco, quando il lettore arriva a certe conclusioni l’autore deve ancora del tutto spiegarle e dipanarle al meglio o mostrare certe rivelazioni a cui il lettore è già arrivato e questo può risultare un poco noioso.

Conclusioni

Nonostante questo però ho gradito molto la lettura e di certo continuerò la saga/serie.

E’ un testo assolutamente godibile se vi piacciono i gialli storici, c’è un tocco (veramente piccolo) di romance per quanto riguarda la storia fra Simon e Magdalena che verrà certamente ripresa nei volumi seguenti, c’è il lato famigliare che spero verrà esplorato anche quello meglio nei prossimi volumi e c’è un personaggio molto affascinante che tante volte viene bistrattato nei romanzi, ovvero il boia.

Insomma c’è tutto e nonostante la parte finale un poco tediosa mi sento di consigliare assolutamente questa lettura per gli amanti dei gialli storici!

Voto:

E voi? Avete mai letto”La Figlia del Boia”? Sì? No? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

A presto!

L’ Arte di Legare le Persone – Paolo Milone

Buon venerdì e buon quasi weekend!

Come è andata questa ultima settimana di aprile? Siete pronti/e per l’inizio di maggio?

Oggi, parliamo di un libro che è stato un successo dal punto di vista delle vendite ed è anche stato in generale parecchio apprezzato, un testo che io ho letto dopo “La Prima Verità” (di cui abbiamo parlato qui) e che ne condivide in parte le tematiche.

Sto parlando de “L’arte di Legare le Persone” di Paolo Milone, uno psichiatra che ha lavorato per anni in un Centro di Salute Mentale e poi in un reparto ospedaliero di Psichiatria d’urgenza.

Parliamone!

L’arte di Legare le Persone – Paolo Milone

Casa Editrice: Einaudi

Pagine: 191

Genere: psichiatria, narrativa biografica, narrativa contemporanea

Prezzo di Copertina: € 18,50

Prezzo ebook: € 9,99

P. Pubblicazione: 2021

Link all’acquisto: QUI

Incipit

Giro per la prima volta nel nuovo reparto psichiatrico: hanno dimenticato le stanze per i colloqui. Come se in un reparto chirurgico dimenticassero le sale operatorie. Ho chiesto: dove facciamo i colloqui? Mi hanno guardato stupiti, che domanda: colloqui? in camera del paziente, perdio! Dico io: il chirurgo, in camera, fa le piccole medicazioni, rimuove i punti, sente la pancia, ma per gli interventi serve la camera operatoria. Io, che sono uno psichiatra, al letto del paziente faccio i saluti, i convenevoli, do i buffetti, dico scemenze, sorrido da qui a lì. Sarò pure giovane, ma sono sicuro: per i colloqui, mi serve la stanza per i colloqui, perdio.

Trama

«Avendo fuggito ogni altro lavoro per paura, mi ritrovo a fare il lavoro che fa più paura a tutti». Quante volte parliamo dei medici come di eroi, martiri, vittime… In verità, fuor di retorica, uomini e donne esposti al male. Appassionati e fragili, fallibili, mortali. Paolo Milone ha lavorato per quarant’anni in Psichiatria d’urgenza, e ci racconta esattamente questo. Nudo e pungente, senza farsi sconti. Con una musica tutta sua ci catapulta dentro il Reparto 77, dove il mistero della malattia mentale convive con la quotidianità umanissima di chi, a fine turno, deve togliersi il camice e ricordarsi di comprare il latte. Tra queste pagine così irregolari, a volte persino ridendo, scopriamo lo sgomento e l’impotenza, la curiosità, la passione, l’esasperazione, l’inesausta catena di domande che colleziona chiunque abbia scelto di «guardare l’abisso con gli occhi degli altri». «Si riesce a lavorare in Psichiatria solo se ci si diverte. Io mi sono divertito per anni. Non tutti gli anni: non i primi – troppe illusioni, non gli ultimi – troppi moduli, non quelli di mezzo – troppo mestiere». Ci sono libri che si scrivono per una vita intera. Ogni giorno, ogni sera, quando quello che viviamo straripa. Sono spesso libri molto speciali, in cui la scrittura diventa la forma del mondo. È questo il caso dell’«Arte di legare le persone», che corre con un ritmo tutto suo, lirico e mobile, a scardinare tante nostre certezze. Con il dono rarissimo del ritratto fulminante, Paolo Milone mette in scena il corpo a corpo della Psichiatria d’urgenza, affrontando i nodi più difficili senza mai perdere il dubbio e la meraviglia. Così ci ritroviamo a seguirlo tra i corridoi dell’ospedale, studiando le urla e i silenzi, e poi dentro le case, dentro le vite degli altri, nell’avventura dei Tso tra i vicoli di Genova. Non c’è nulla di teorico o di astratto, in queste pagine. C’è la vita del reparto, la sete di umanità, l’intimità di afferrarsi e di sfuggirsi, la furia dei malati, la furia dei colleghi, il peso delle chiavi nella tasca, la morte sempre in agguato, gli amori inconfessabili, i carrugi del centro storico e i segreti bellissimi del mare. Ci sono infermieri, medici, pazienti, passanti, conoscenti, caduti da una parte e dall’altra di quella linea invisibile che separa i sani dai malati: a ben guardare, solo «un tiro di dadi riuscito bene».

Recensione

Paolo Milone ha lavorato per 40 anni in un reparto di psichiatria di urgenza a Genova e oltre che vedere accenni di vita privata dell’autore in questo testo, mischiati al suo lavoro in un susseguirsi di esperienze, credo che uno degli aspetti più interessanti del libro sia proprio questo, ovvero avere la testimonianza di uno psichiatra con l’esperienza di Milone che racconta alcuni degli eventi vissuti durante tutti gli anni di lavoro.

Un lavoro difficile da comprendere sotto certi aspetti per chi non lo ha mai esercitato o semplicemente per chi tende a ridurre tutto quello che ha a che fare con la malattia psichiatrica in due parole, senza dargli troppo peso o provare nemmeno a comprendere o riflettere davvero sulla malattia psichiatrica.

“Se non hai mai provato il dolore psichiatrico, non dire che non esiste. Ringrazia il Signore e taci.”

Stile, Ritmo e Atmosfere

Il libro non è scritto con la tipica forma del romanzo, ma assomiglia più a un poema in versi:

All’inizio questo è stato uno degli aspetti più intriganti per me, ma durante la lettura ho trovato questa forma, in parte utile perché ti fa proseguire la lettura ad una velocità incredibile perché non riesci a fermarti, ma dall’altra uno dei motivi per cui non sono riuscita ad entrare del tutto nelle vicende narrate.

Infatti ho sempre avvertito un forte distacco fra o le vicende narrate o fra me e i personaggi, non per una carenza di interesse, assolutamente, anzi mi interessa parecchio la tematica, ma direi più che altro per colpa della forma del racconto e dei salti forse fra un personaggio e l’altro.

Infatti nel testo, seguiamo vari individui, con tutta probabilità ispirati dall’esperienza di Milone, che vivono all’interno di questa struttura o tornano spesso per poi uscire di nuovo e pian piano impariamo a conoscerli e a conoscere le loro storie, il loro approccio ai disturbi mentali che li affliggono e anche il loro destino.

Cercando di spiegarmi il perché di questa barriera che ho avvertito nel corso della lettura, ho riflettuto sul fatto che alcune vicende vengono espresse in un modo che secondo me può far allontanare il lettore, c’è qualcosa in questo veloce cambio di personaggi e questo continuo mollare per poi riprendere un personaggio che non aiuta secondo me nel sentirli vicini.

A parte questo comunque, lo stile di Milone è quasi poetico, non solo nella forma, ma anche nella radice e c’è qualcosa in questo che aumenta il senso di distacco dal mondo di queste figure che si muovono nel “Reparto 77”, sembra tutto quasi asettico e ciò mette in risalto l’isolamento dal mondo di queste persone.

Il fatto che alcune persone tendano a giudicare quelle con problemi psichiatrici incomprensibili e pericolose, rinchiudendole di fatto in una bolla e respingendole dalla società, viene messo in risalto sia da quello che scrive l’autore in alcuni punti del testo, ma più che altro oserei dire dalla sensazione che si avverte per tutto il corso del libro, quella di essere rinchiusi in un luogo in cui molto di ciò che conosciamo ha un senso diverso.

Tirando le somme quindi, l’atmosfera è quella di un luogo bianco, vuoto, asettico, in questo tra l’altro la copertina e lo stile con cui è scritto il libro aiutano, c’è questa sensazione di vuoto costante e mancanza.

40 anni di Esperienza

Mi sono approcciata al testo con un enorme interesse verso la professione dell’autore e una forte curiosità nel leggere l’esperienza di chi in prima persona ha lavorato in questo tipo di ambiente per così tanti anni, credo infatti che questo punto sia uno dei motivi validi per leggere il libro.

“Avendo fuggito ogni altro lavoro per paura,
mi ritrovo a fare il lavoro che fa piú paura a tutti.”

Infatti (ci arriveremo nelle conclusioni finali) nonostante io non abbia apprezzato al 100% questo testo, sono comunque felice di averlo letto e anche se magari non siete affini alla tematica o non avete mai letto nulla che a ha che fare con la malattia psichiatrica, io vi consiglio comunque di provare a leggere questo testo, in primis perché è una testimonianza diretta che merita di essere esplorata da tutti/e.

Ho letto un commento, credo su Goodreads, di una ragazza che ha letto il libro e che ha sottolineato una cosa molto importante, ovvero che “psichiatria d’ospedale è cosa ben diversa dalla psicologia con i lettini comodi” e questo mi ha fatto riflettere a lungo sulla natura di questo testo, su ciò che avevo letto e sulla rude verità di quello che avevo letto.

La dura realtà di quello che accade nel libro non è semplice da leggere, ma è un occhio sulla vita in contesti che dall’esterno spaventano molte persone.

“Il bene e il male che facciamo a un’altra persona si riverbera e si propaga in mille modi
tra i suoi parenti, amici e conoscenti
e, nel tempo, si trasmette a tutti i discendenti.
Sarà qualcosa di infinitesimo, un movimento atomico,
un’ombra, un fremito, ma esiste e si diffonde nell’universo.
Vedi, Giulia, noi contribuiamo a migliorare o peggiorare l’universo,
e, su questo, abbiamo una responsabilità.”

Conclusioni

Mi riesce complicato parlare di questo libro, perché da una parte ci sarebbero fiumi di discorsi da fare per quanto riguarda il tema principale, ma dall’altra parte voglio rimanere focalizzata sull’opera di Milone in sè.

In questo libro leggiamo storie di persone che affrontano da anni problemi psichiatrici di vario genere e leggiamo dell’autore che vive a stretto contatto con queste persone e cerca di svolgere al meglio il suo lavoro in un ambiente così destabilizzante.

Ci ritroviamo quindi fra le mani storie di persone molto diverse, ma accomunate da problemi psichiatrici e Milone le racconta come le ha vissute, dal suo occhio di psichiatra, ma soprattutto dal lato puramente umano.

E’ un libro che a livello di tematiche, esperienza dell’autore e fatti narrati io non posso che lodare e apprezzare, consigliando a tutti la lettura come scritto anche sopra.

Ne riconosco quindi il valore che si preserva nonostante a me non sia rimasto così impresso o non sia piaciuto al punto da mettere cinque stelle, ma questa è solo la mia personalissima opinione anche basata sull’impatto che una lettura ha su di me.

Ho avuto difficoltà ad entrare del tutto nel testo e nonostante la quantità di riflessioni che mi ha provocato, a lungo raggio non mi ha lasciato una impressione del tutto positiva.

La forma è ciò che mi ha destabilizzato di più e non mi ha aiutato nel coinvolgimento, forse avrei gradito leggere le storie dei personaggi in modo non così frammentato con più esplorazione per quanto riguarda la malattia.

Voto:

E voi? Avete mai letto “L’arte di Legare le Persone”? Sì? No? Fatemi sapere!

A presto!

Il Grande Gatsby – Francis Scott Fitzgerald

Buon venerdì e buon quasi inizio weekend!

Come state? Come è andata questa settimana di aprile?

Oggi parliamo di un classico, un libro finito nella mia top dei libri migliori letti nel 2021 (anche se in realtà è stata una rilettura), e di cui non abbiamo ancora parlato per intero, in una recensione approfondita.

Ho detto qualcosa nel corso degli anni su questo libro, ricordo di averne parlato a pezzetti, forse citando anche il film, ma non esiste ancora su blog una vera e propria recensione dedicata ed è giunto il momento di rimediare.

Sto parlando de “Il Grande Gatsby” di F. S. Fitzgerald, grande classico pubblicato per la prima volta nel 1925.

Parliamone!

Il Grande Gatsby – Francis Scott Fitzgerald

Casa editrice: Mondadori

Genere: classico, narrativa letteraria

Pagine: 158

Prezzo di Copertina: € 12,00

Prezzo ebook: € 0,99

P. Pubblicazione: 1936 (ITA)

Link all’acquisto: QUI

Incipit

Quand’ero più giovane e indifeso, mio padre mi ha dato un consiglio che ho fatto mio da allora. “Tutte le volte che ti viene da criticare qualcuno”, mi ha detto, “ricordati che non tutti a questo mondo hanno avuto i vantaggi che hai avuto tu”. Non ha detto nient’altro, ma siamo sempre stati insolitamente comunicativi in modo riservato, e capii che intendeva molto più di questo.

Trama

Gatsby, giovane ambizioso, che ha saputo conquistare con tutti i mezzi prestigio, ricchezza e rispettabilità, vuol far rivivere l’amore fiorito un tempo tra lui e Daisy. Ma non solo non riuscirà a strappare a donna amata al suo facoltoso marito, pur mettendo in campo tutto il peso del suo fascino e del suo potere, ma finirà addirittura col diventarne vittima innocente. Gatsby è un personaggio circondato da un’aura di seduzione e di mistero, il cui arricchimento troppo veloce ricorda le parabole effimere dei giovani banchieri d’affari nella New York del terzo millennio. Le pagine di Fitzgerald, tese tra l’amore e l’odio nei confronti di quella società, ne descrivono i fasti e ne colgono i decadimento morale.

Recensione

Prima di iniziare vorrei dire un qualcosa sull’edizione, io ho riletto questo libro nell’edizione Centauria, quella con la copertina azzurra (che vedete nella copertina dell’articolo), ma ho inserito qui sopra quella Mondadori perché è reperibile a differenza di quella Centauria che ho letto io e in generale mi fido dei classici in edizione Mondadori e so che questa tutto sommato piace ed è affidabile.

Ma questo classico si trova in tante edizioni, c’è quella Feltrinelli, Mattioli (con la copertina originale meravigliosa), Mondadori appunto, Bompiani, Einaudi, BUR, insomma ci sono mille e mila edizioni.

Tra l’altro parlando di edizioni e sgolosando le copertine, avete visto la meraviglia della prima edizione del ’36 italiana con il titolo “Gatsby il Magnifico”?

Con quella bella botta di vintage che esce dalla ogni venatura di carta della copertina? Che bellezza.

Stile, Ritmo, Atmosfere

Allora, ad oggi penso di fare ancora fatica a descrivere in modo preciso lo stile di Fitzgerald, nella mia mente penso ad un qualcosa di vaporoso, lo so è un termine strano per descrivere uno stile di scrittura, specialmente se parliamo di un grande autore come Fitzgerald, ma il suo stile crea immagini a tratti vaporose che mi immergono molto spesso in un clima nostalgico a tinte color pastello.

Penso ad esempio alla famosa scena delle tende, ecco una immagine delicata, soffice, vaporosa che crea un’atmosfera quasi eterea. A tratti lo stile di Fitzgerald diventa più duro e profondo, penso soprattutto ai punti in cui i suoi personaggi si soffermano su alcune riflessioni, sulla vita, sul passato, sul destino ecc.

Anche in quei punti più amari però la penna dell’autore rimane sempre elegante e sinuosa, è uno stile raffinato soprattutto per le immagini che evoca e per le atmosfere che riesce a creare, ma direi anche per la finezza con cui sottopone al lettore argomenti complessi da analizzare.

Il ritmo rimane costante, è un testo comunque che fa emergere le personalità dei personaggi mostrandoceli in diverse situazioni senza allungare troppo la vicenda o perdersi in capitoli chilometrici concentrati su un determinato personaggio per farlo conoscere al meglio, insomma ne “Il Grande Gatsby” Fitzgerald fa un uso ottimo dello “show don’t tell”.

L’atmosfera è quella dell’America degli anni ’20, siamo a New York e a Long Island nell’età del jazz in una storia che raffigura il mito americano in decadenza, infatti “Il Grande Gatsby” è il ritratto della tragicità del mito americano.

In un clima sfarzoso, mondano, pieno di paillettes, grandi feste, fiumi di alcool, macchine di lusso, ci ritroviamo faccia a faccia con personaggi pieni di sfaccettature, personaggi umani con lati positivi e negativi, anche se in alcuni casi sono più evidenti i lati negativi, ma anche per questi c’è sempre un lato comprensibile, umano appunto.

Le maschere

Sono tanti i temi de “Il Grande Gatsby”, ma forse il primo a cui penso cercando di riassumere nella mia testa il libro è il tema della falsità e delle maschere. Ogni personaggio ha delle motivazioni nascoste, ha un lato privato che custodisce molto gelosamente e noi possiamo immaginarlo questo lato, ma in alcuni casi non lo vedremo mai, con alcuni personaggi.

Penso alla maschera di Daisy, uno dei personaggi più odiati del libro e di una buona fetta di letteratura oserei dire, una donna che alla fine della giornata risulta egoista e interessata solo a preservare la propria posizione, ma dobbiamo anche pensare al tempo in cui ci troviamo.

Daisy è il sogno di Gatsby e porta con sé l’idealizzazione di un sogno più grande di Gatsby stesso, ma è un sogno appartenente al passato, Gatsby ha vissuto per anni in una bolla di vetro con l’obbiettivo di realizzare questo sogno, Daisy con tutto ciò che lei si porta dietro, lo status, lo stile di vita che Gatsby ha sempre sognato essendo un giovane di umili origini.

“Ci dovevano essere stati momenti, perfino in quel pomeriggio, in cui Daisy non era stata all’altezza dei suoi sogni – non per colpa sua, ma per la colossale vitalità della sua illusione. Era andato oltre lei, oltre tutto.”

Gatsby è aggrappato a questa idea e ha fatto di tutto per arrivare alla posizione in cui è quando Nick fa la sua conoscenza, è passato anche per mezzi poco leciti.

Nick è il nostro narratore e cugino di Daisy, ma anche vicino di casa di Gatsby a Long Island e tutte le sere assiste alla sfilata di persone che raggiungono la casa di Gatsby per festeggiare e partecipare a queste enormi scorribande, ma Nick come tutti gli altri si interroga sul passato del ricco uomo, suo vicino di casa, le voci corrono e sulla figura di questo individuo iniziano a comparire delle ombre.

A primo acchito Gatsby potrebbe sembrare il personaggio con la maschera più ingombrante:

“Mi ricordai di come eravamo tutti venuti da Gatsby con il sospetto della sua corruzione. Mentre lui stava in mezzo a noi, nascondendo un sogno incorruttibile.”

Ma durante la lettura scopriamo che ogni personaggio ne porta una assai evidente in realtà, come non citare anche Tom, marito di Daisy, un uomo che non si fa problemi a tradire la moglie e a correre dall’amante, ma allo stesso tempo anche un uomo impaurito all’idea di perdere Daisy come se questa fosse un trofeo.

Tom e Gatsby oltre che essere rivali in amore, sono anche opposti, ma simili per certi aspetti, soprattutto per quelli che riguardano Daisy, ma le loro figure sono in contrasto, uno è un nuovo ricco mentre l’altro è un vecchio ricco e all’epoca questo aspetto aveva un grande peso sulla società e sul modo in cui questa ti considerava.

Se eri un nuovo ricco il tuo livello di credibilità vacillava molto spesso, le persone si chiedevano il perché e il come, da dove arrivavano i soldi che avevi in banca? Come ti eri arricchito? Quando?

Se invece eri un vecchio ricco il tuo livello di credibilità era saldo, le persone conoscevano le tue origini, sapevano di potersi fidare di uno che era sempre stato ricco, aveva studiato nelle migliori scuole, aveva avuto tutte le possibilità di diventare un uomo colto, saggio e lungimirante.

A Gatsby non importa del come, dicevo prima infatti che si è anche macchiato di fatti poco onorevoli, ma lui sognava Daisy e tutto ciò che ella porta con sé e ci crede fino alla fine, la sua immagine perfetta, il suo quadro idilliaco si è sporcato e non sarà mai più ripulito, ma a lui non importa tanto è focalizzato sul suo sogno.

C’è una scena all’interno del libro che è il giusto esempio di questo, della determinazione di Gatsby nel far andare le cose esattamente come vuole lui, penso alla scena dell’albergo, quella in cui in pratica imbocca Daisy e le dice che cosa dire a Tom.

E anche quando il corso degli eventi si sfalda, lui tenta comunque di metterci una toppa, di andare avanti come se il tutto fosse solo un piccolo incidente di percorso, non è importante nel quadro generale, l’importante è l’obbiettivo.

Ad assistere a tutto ciò c’è il nostro narratore, Nick appunto, che è l’unico personaggio che rimane al fianco di Gatsby fino alla fine e grazie a lui trova una nuova realtà, di certo comprende meglio la vita e il marcio che c’è nella società in cui vive, si macchia anche lui assieme al ricordo di Gatsby.

Le tematiche e le immagini

Non posso non parlare ancora un poco delle tematiche, che sono davvero parecchie e so già di non essere riuscita a trattarle tutte, ma pensando a questo testo un altro tema molto importante che emerge per tutto il corso della lettura è il passato.

L’attaccamento al passato, l’importanza del passato, le diverse idee dei personaggi nei confronti del passato (assistiamo ad esempio anche ad un dialogo fra Nick e Jay Gatsby in cui viene fuori la differenza di idee, quando uno dice che non si replica il passato e l’altro smentisce), l’influenza del passato, ma soprattutto il lato dannoso dell’attaccamento al passato che vediamo chiaramente con Jay G.

“Era venuto da cosi lontano e il suo sogno deve esserli sembrato così vicino, da non credere di non poterlo afferrare, ma non sapeva di averlo già alle spalle. Gatsby credeva nella luce verde nel futuro orgastico che anno dopo anno si ritira davanti a noi, ieri c’è sfuggito, ma non importa domani correremo più forte, allungheremo di più le braccia e un bel mattino. Così continuiamo a remare barche contro corrente, risospinti senza posa, nel passato.”

L’idealizzazione di questo e di una persona o di un sogno sono altrettanto nocivi, nel testo infatti un mix di fattori e di idee si uniscono nel personaggio di Gatsby che rappresenta la decadenza e la caduta del sogno e del mito americano.

Il fatto che alla fine Gatsby rimanga completamente solo, a parte per Nick e il padre, ribadisce la vacuità di tutta l’enorme costruzione che aveva edificato attorno a sé e non mi riferisco solo all’enorme villa, ma a tutto ciò che era Gatsby in una società come quella dell’America degli anni ’20.

Tra l’altro il ritorno del padre e il dialogo che ha con Nick ci apre gli occhi riguardo alle origini di Jay, sulla vera idea dell’uomo riguardo alle sue radici e soprattutto dipinge questa immagine di un passato umile che torna in un momento di crollo e solitudine per assistere un uomo che in realtà ha sempre odiato quella fetta del suo passato.

Volevo infine prendermi un attimo per parlare di alcune immagini iconiche di questo libro che vanno incontro anche a quello che ho scritto nella parte dedicata allo stile di Fitzgerald che si mostra un autore con un occhio da esteta.

“Il Grande Gatsby” è un libro che lascia parecchie immagini a cui viene spontaneo tornare quando si ripensa al testo, forse è uno di quei casi in cui si pensa prima ad un immagine iconica e poi al resto.

Penso alla scena delle tende, ma anche a quella della luce verde (una luce come scrive Rollo May che: «è simbolo del mito americano: essa allude a nuove potenzialità, nuove frontiere, la nuova vita che ci attende dietro l’angolo […] Non esiste destino; se esiste, lo abbiamo costruito noi stessi […] La luce verde diventa la nostra più grande illusione… nasconde i nostri problemi con le sue infinite promesse, e intanto distrugge i nostri valori. La luce verde è il mito della Terra Promessa che genera ideali alla Horatio Alger»), all’incontro fra Jay e Daisy, ai famosi occhi del cartellone pubblicitario della zona in cui lavora George Wilson, marito dell’amante di Tom ecc. ecc.

Insomma questo testo è e rimarrà iconico non solo per la miriade di tematiche contenute all’interno, ma anche per le immagini potenti e simboliche.

Conclusioni

Anche se è un libro breve, “Il Grande Gatsby” è enorme e mi sarò di certo dimenticata qualcosa perché c’è sempre qualcosa da dire in più su questo libro che ho adorato alla follia, ed è uno dei miei classici preferiti.

Piccola nota, anche i film a me sono piaciuti molto sia quello del ’74 con Robert Redford, sia quello del 2013 con DiCaprio, che so non essere piaciuto proprio a tutti, ma io lo riguardo sempre con piacere.

Voto:

E voi? Avete mai letto “Il Grande Gatsby”? Sì? No? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

A presto!

La Prima Verità – Simona Vinci

Buon giovedì!

Come va? Come procede la settimana?

Oggi parliamo di un libro che volevo leggere da parecchio tempo e che sostava anche nella mia libreria da tempo, anni direi.

Sto parlando de “La Prima Verità” di Simona Vinci, libro che ha riscosso anche un degno successo e che tratta di una tematica certamente delicata ovvero quella dei manicomi e della malattia mentale.

Parliamone!

La Prima Verità – Simona Vinci

Casa editrice: Mondadori

Genere: narrativa, narrativa contemporanea

Pagine: 397

Prezzo di Copertina: € 20,00

Ebook non disponibile

P. Pubblicazione: 2016

Link all’acquisto: QUI

Incipit

Angela aveva appena varcato lo soglia della sala da pranzo con addosso un giubbino di jeans scolorito e un velo di rossetto sulle labbra e subito era inciampata in un piccolo gradino, quasi solo un rialzo di pavimento e adesso, mentre tutti la fissavano in silenzio e lei si tirava su da terra con un labbro spaccato e il sangue che le colava sul bavero, le era venuta in mente una fiaba che sua mamma le leggeva quando era piccola. Era la storia di uno scemo del villaggio che si chiamava Gianni Testafina.

Trama

Nel 1992 Angela, giovane ricercatrice italiana, sbarca sull’isola di Leros. È pronta a prendersi cura, come i suoi colleghi di ogni parte d’Europa, e come i medici e gli infermieri dell’isola, del perdurante orrore, da pochi anni rivelato al mondo dalla stampa britannica, del “colpevole segreto d’Europa”: un’isola-manicomio dove a suo tempo un regime dittatoriale aveva deportato gli oppositori politici di tutta la Grecia, facendoli convivere con i malati di mente. Quelli di loro che non sono nel frattempo morti sono ancora tutti lí, trasformati in relitti umani. Inquietanti, incomprensibili sono i segni che accolgono la ragazza. Chi è Basil, il Monaco, e perché è convinto di avere sepolto molto in alto “ciò che rimane di dio?” E tra i compagni di lavoro, chi è davvero la misteriosa, tenace Lina, che sembra avere un rapporto innato con l’isola? Ogni mistero avrà risposta nel tesoro delle storie dei dimenticati e degli sconfitti, degli esclusi dalla Storia, nell'”archivio delle anime” che il libro farà rivivere per il lettore: storie di tragica spietata bellezza, come quella del poeta Stefanos, della ragazza Teresa e del bambino con il sasso in bocca.

Recensione

“La Prima Verità” è stato il libro vincitore del Premio Campiello, del 2016 è ambientato prevalentemente nell’isola greca di Leros e a Budrio, dove l’autrice vive. Il romanzo è dedicato a Stefano Tassinari e al figlio dell’autrice.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Lo stile della Vinci è senza dubbio evocativo, ci sono frasi che contengono al loro interno immagini potenti pur rimanendo nella sostanza dirette e scorrevoli, ci sono forse momenti in cui il tutto diventa un poco esagerato a mio vedere, ma non sono casi così frequenti.

Ad esempio a volte ci si ritrova frasi di questi tipo una dopo l’altra, quasi come se fossero frasi ad effetto messe apposta per evocare per qualche secondo immagini di breve durata e aumentare il carico da novanta, già presente, del dramma.

Il ritmo in generale è piuttosto equilibrato, saltiamo dal presente al passato in questo libro e ciò accade perché il passato si lega al presente e alle vicende di Angela la nostra protagonista, in tempi più recenti, ovvero il 1992.

Io non sono una gran fan dei salti temporali continui, ma questi funzionano senza dubbio bene quando a te lettore importa dei personaggi, sia quelli passati che quelli presenti, e in questo libro è facile interessarsi alle vicende anche se in alcuni momenti l’interesse può un poco venir meno.

Soprattutto quello nei confronti di Angela, ma parleremo meglio dei personaggi a breve.

Per le atmosfere invece ci troviamo in un manicomio su un’isola in cui purtroppo accadono fatti molto gravi, violenze sessuali, fisiche e psicologiche, tradimenti, essere umani che si muovono e vivono le loro giornate in condizioni pessime, metodi di cura dubbi, pestaggi, insomma ci ritroviamo in scene violente in un luogo ai confini dell’umanità, freddo, cupo, in cui all’interno manca il minimo barlume di speranza.

“Sa che gli uomini si battono tra loro, lo fanno anche i bambini. Sa che gli uomini battono le donne, le donne battono i bambini, i bambini battono i cani e i cani si azzannano tra loro. Tutti gli esseri viventi si scontrano con altri esseri viventi, ognuno vuol aver ragione, difendere ciò che è suo, prendere ciò che è di qualcun altro. Un uomo vuole una donna, una barca, una rete piena di pesci, dei soldi, una donna vuole il silenzio, la casa in ordine, il marito placato, un bambino vuole un giocattolo, un frutto maturo, un dolce, un cane vuole un osso, una cagna, una cuccia più calda, un padrone che lo batta.”

I personaggi e la Storia Vera

Ora, parlando di Angela a cui abbiamo accennato prima, che è la protagonista del tempo presente (e per presente intendo appunto il 1992 che comunque è più presente rispetto al passato degli altri personaggi), si reca sull’isola greca di Leros come ricercatrice assieme ad altre persone provenienti da tutta Europa per prendersi cura di questo manicomio e delle figure al loro interno dopo la scoperta di questo “orrore Europeo”.

La vicenda è legata ad un fatto realmente accaduto, purtroppo infatti è esistito davvero questo manicomio sull’isola di Leros che è considerato uno dei manicomi europei peggiori della storia, tra l’altro vi consiglio di leggere questo breve articolo che si trova sul blog di Psicologia Fenomenologica e c’è un’inserto della psichiatra Carlotta Baldi che parla delle condizioni in cui vivevano i malati reclusi in questa struttura.

Vi consiglio in generale di cercare magari qualche video, articolo, testimonianza su questi orribili fatti per poter avere un’idea più precisa di questo manicomio e di quello che è stato.

Quindi ci sono degli elementi di storia vera in questo libro e altri inventati, non so con certezza quanto delle storie personali dei pazienti ricoverati in questa struttura dagli anni 60′ (per i tempi della storia anche se ci sono sempre questi salti), sia vero, secondo la mia interpretazione Simona Vinci ha scelto alcuni personaggi che incarnano vari modi di essere e varie ragioni per cui una persona a quel tempo poteva finire in manicomio.

Abbiamo Teresa, un personaggio per cui ho veramente sofferto e a mesi di distanza da questa lettura ricordo ancora con terribile nitidezza. Una ragazza che ha subito stupri, violenze, una ragazza che assomiglia ad un guscio vuoto. La sua storia è terribile, abominevole, tragicamente dolorosa e ingiusta.

Abbiamo il bambino con il sasso in bocca dalla storia drammatica, anche nel suo caso, ma non c’è personaggio in questo libro senza una storia tragica che lo ha portato tra le mura del manicomio. Questo bambino è amico di Teresa e ci sono scene strazianti che li coinvolgono.

Abbiamo anche Basil e Stefanos, altri due personaggi interessanti cui le vicende si intrecceranno con quelle di Teresa e del bambino.

Angela invece vive in tempi più recenti e la sua storia di intreccia con quella di Lina, anche lei volontaria nel manicomio.

Le storie di questi personaggi, soprattutto quelli legati al passato, sono storie che è difficile mettere da parte o dimenticare dopo la lettura di questo libro, nel mio caso penso soprattutto a quella di Teresa che mi ha sconvolta e addolorata enormemente.

Trovo che i personaggi recenti siano meno intriganti di quelli passati, c’è un interesse, ma ogni volta mi trovavo ad essere meno interessata alle vicende di Angela rispetto a quelle degli altri.

Sono comunque tutti funzionali al fine di collegare i fili e avere un quadro che intreccia presente e futuro, quindi ognuno di loro ha una sua parte ben definita in questo libro.

“Rimase finché non si rese conto che quello che stava facendo non aveva alcun senso: erano oltre vent’anni che non pensava a lei. Non è vero che si muore una volta sola. Per tutto quel tempo, pensò, tutto questo tempo, lei è morta ogni giorno.”

Terza parte e Strane Accoppiate

La terza parte del libro, che viene dopo il romanzo vero e proprio, non l’ho ben capito, si intreccia con il libro perché è un pezzo di vita vera dell’autrice che parla della sua città, Budrio, torna a parlare di Leros e di altre parti del mondo, tenendo come base l’argomento principale del libro, ovvero la malattia mentale.

E’ una specie di piccolo saggio attaccato al romanzo, ma non si intreccia bene con il resto secondo me, forse Simona Vinci lo ha voluto inserire per approfondire l’argomento e non lasciare il lettore dopo la lettura del romanzo, però mi ha fatto storcere il naso, perché secondo me non era necessario, questo libro poteva essere un romanzo e basta.

So che molte persone non hanno apprezzato questa parte finale, in pratica l’autrice parla del fatto che le persone con malattie mentali sono attorno a noi, possono essere il nostro vicino, il giornalaio di fiducia e altro, quindi bisogna spezzare questo tabù legato alla malattia mentale. Discorso con cui io mi trovo in completo accordo, ma spiazza l’inserimento di questa parte.

Conclusioni

Sono felice di aver letto questo libro e con tutta probabilità se dovessi riconsiderare di rifare oppure no questa esperienza accetterei di rifarla, l’argomento trattato è interessante ed è a mio vedere importante leggere libri che ci ricordano di orrori simili della Storia, per evitare ovviamente di ripeterli e chiederci come siamo arrivati a tutto ciò.

Quindi ho apprezzato questo libro, forse mi aspettavo qualcosa in più però, sia dalla narrazione che in alcuni punti sembra allungare troppo il brodo, sia dalla vicenda di Angela che mi ha lasciata abbastanza insoddisfatta come buona parte della parentesi narrativa ambientata nel 1992 e oltre.

Infine, non ho gradito l’inserimento della terza parte, che sì è interessante senza dubbio, ma stona con la struttura del romanzo.

Voto:

E voi? Avete mai letto qualcosa di Simona Vinci? Sì? No? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

A presto!

Dell’Amore e di Altri Demoni – Gabriel Garcìa Màrquez

Buon giovedì, ben ritrovati/e!

Vi chiedo scusa per la semi assenza di questi giorni dato che nelle ultime due settimane sono comparsa a tratti e scomparsa in altri, da ora spero di riprendere una pubblicazione più costante.

Oggi comunque parliamo di una lettura fatta sempre qualche mese fa, una lettura che ricordo di aver fatto per un momentaneo di blocco del lettore, ero leggermente in crisi infatti ed ero convinta che questo libro mi avrebbe aiutata, sbloccandomi.

Non è stato proprio così, ma sono felice comunque di aver fatto questa lettura, perché parliamo di un testo che volevo leggere davvero da tempo, sto parlando di “Dell’Amore e di altri demoni” di Gabriel Garcìa Màrquez.

Dell’Amore e di altri Demoni – Gabriel Garcìa Màrquez

Casa editrice: Mondadori

Genere: romanzo storico, classico contemporaneo

Pagine: 201

Prezzo di Copertina: € 12,00

Prezzo ebook: € 7,99

P. pubblicazione: 1994

Link all’acquisto: QUI

Incipit

“Il 26 ottobre 1949 non fu una giornata con grandi notizie. Il professor Clemente Manuel Zabala, caporedattore del quotidiano dove facevo i miei primi passi come giornalista, mise fine alla riunione del mattino con due o tre suggerimenti di prammatica. Non affidò un lavoro concreto ad alcun redattore. Qualche minuto dopo venne informato per telefono che stavano vuotando le cripte funerarie dell’antico convento di Santa Clara, e mi ordinò senza illusioni: “Va’ a fare un giro da quelle parti e vedi un po’ cosa riesci a cavarne.”

Trama

Da un’antica tomba nel convento delle clarisse di Cartagena emerge una lunghissima chioma rossa. Dal singolare evento, cui il giovane Garcia Màrquez, allora cronista alle prime armi, si trovò ad assistere, scaturisce questo affascinante racconto pubblicato nel 1994, con il quale Gabo torna alle atmosfere di “Cent’anni di solitudine” e ai temi dell'”Amore ai tempi del colera”, la passione erotica che diventa malattia, metafora della letteratura e della vita. Al centro della vicenda, ambientata in una Cartagena de Indias perduta in un vago e oscuro passato coloniale, sospeso tra il possibile e il misterioso, c’è la passione innaturale e distruttiva che vede protagonisti una bellissima bambina morsa da un cane rabbioso, un medico negromante e un giovane esorcista posseduto dal mal d’amore. Costruito con la logica di Calderón de la Barca e l’ironia di Cervantes, “Dell’amore e di altri demoni” vive di una prosa insolitamente scarna ed essenziale. Una scrittura decantata e limpida che dà vita a pagine di struggente poesia e di emozionato pudore con cui Gabriel Garcia Márquez riesce ad avvincere il lettore, trascinandolo in un enigmatico universo capace di travolgere i sensi e i sentimenti.

Recensione

Nel 2009 fu realizzata una versione cinematografica in spagnolo del libro con lo stesso titolo per la regia di Hilda Hidalgo.

Stile, ritmo e atmosfere

Lo stile dell’autore in questo testo è piuttosto semplice, lineare, va dritto al punto e rimane pulito. Ci sono vari riferimenti alla religione, alle credenze religiose e alle tradizioni, infatti uno dei protagonisti della vicenda è una bambina/ragazzina posseduta, mentre l’altro protagonista è un prete.

Il ritmo trovo che rallenti in alcuni punti, non sempre procede spedito, è un libro infatti relativamente breve “Dell’amore e di altri demoni”, ma la vicenda secondo me a volte sembra venir allungata e altre volte invece sembra venir accorciata.

Ci sono infatti punti in cui non sempre ho gradito le diffuse descrizioni o i riferimenti storici o vari legati ad un personaggio o a una vicenda, ci sono altri momenti invece in cui in scene importanti l’autore preme un po’ troppo sul pedale dell’acceleratore secondo me.

Le atmosfere sono affascinanti, ci troviamo in diversi luoghi ovviamente in questa vicenda, ma ognuno sembra intriso quasi da un senso di dannazione, c’è il ritorno alla condanna, il padre di questa ragazzina infatti e anche la madre vivono un matrimonio finito, un’unione che forse è esistita solo per interesse, da parte di lei soprattutto e c’è sempre questo senso di condanna permanente, questo “ormai è troppo tardi”, che aleggia sempre nell’aria.

Anche i luoghi che ci vengono mostrati nella vicenda sono impregnati da un forte senso di decadenza e oblio, a volte più sottile, a volte più evidente, ma secondo me a piccole dosi traspare sempre, questo guardare il mondo attorno e rendersi conto che ognuno dei personaggi e ogni essere umano in generale nella vita è vittima di qualcosa che forse lo condanna sempre alla fine, l’amore, il senso di colpa, l’abbandono, è presente in tutto il romanzo.

I personaggi sono alla ricerca di una redenzione, di una nuova opportunità, di un risveglio perché si rendono conto di aver sbattuto per l’ennesima volta la testa contro il muro e sperano di poter fare meglio, ma il tempo va avanti e loro si ritrovano prigionieri di una vita che odiano, tutti sembrano chiedere: “posso tornare indietro e riprovare?”, ma la verità è che molti di loro finiscono per sbagliare di nuovo.

L’Amore è un Demone

Questo libro ha al suo interno elementi senza dubbio magici, a partire dalla possessione di Marìa, incerta fino al finale. Infatti questo è uno dei punti interrogativi del libro, la ragazzina è davvero posseduta o no? E questa possessione come la dobbiamo interpretare? Come una possessione demoniaca o una possessione data dall’amore che la legherà a questo prete?

La vita di Marìa è stata senza dubbio costellata di problemi, non è mai stata amata o semplicemente notata dai genitori, che l’hanno affidata alla servitù della casa per una buona fetta di tempo, non si sono mai nemmeno presi la briga di provare ad avvicinarsi davvero a lei.

Tutto cambia quando, dopo essere stata morsa da un cane rabbioso si scopre che Marìa potrebbe rischiare di morire, allora il padre inizia a preoccuparsi per lei e a “curarla” per la prima volta.

La madre invece continua a disprezzarla e ad avere anche paura di lei per certi aspetti, tra l’altro la madre di Marìa trovo sia un personaggio con cui è difficile empatizzare, ma nella sua bolla di estraniamento dal marito e dalla figlia (e in generale dalla vita che vive) si può leggere senza dubbio un grande rammarico e nostalgia per come è andata la sua esistenza.

Comunque, in questa decadenza e abbandono, ad un certo punto Marìa viene internata in un convento per essere curata da questo demone che secondo il padre e altri le è entrato dentro.

Lì, inizia pian piano la sua relazione con Delaura, un prete che si interessa e preoccupa per lei, i due si avvicinano a tal punto da far sbocciare una relazione amorosa che dovrebbe essere uno dei punti forti del libro.

E’ senza dubbio una relazione complessa, che ci fa riflettere sul concetto di amore, di amore impossibile e di connessione fra due persone decisamente diverse in un momento assai complesso.

Io personalmente non ho molto amato questa storia d’amore, sono del tutto sincera con voi, non per fattori moralistici o altro, ma proprio per il comportamento dei due personaggi. Con questo non voglio dire che l’amore tra loro sia finto o altro, semplicemente non mi è arrivato in modo così forte durante la lettura, e alcuni dettagli mi hanno messo forse la pulce nell’orecchio, non ho sentito questo sentimento profondo.

Ho trovato più interessante l’aspetto legato alla possessione, che chiude inoltre la vicenda e mi ha lasciata un poco interdetta sulle prime. Non posso dirvi il mio senso generale legato al finale perché non vorrei spoilerare nulla, ma a distanza di mesi non ne sono ancora convinta.

Una lettura scorrevole

Dopo la lettura cosa posso dire di questo libro? Beh, senza dubbio è una vicenda intrigante, soprattutto per alcuni aspetti, non tutti direi, ma in generale ha un senso di mistero, maledizione e condanna che la rende affascinante.

E’ una lettura abbastanza leggera, Màrquez sicuramente sfiora tante tematiche, ma non vai mai al fondo di nessuna, forse quella che analizza meglio (sempre secondo la mia modesta opinione) è la relazione fra i genitori di Marìa e le conclusioni a cui arrivano entrambi alla fine della vicenda.

Conclusioni

Tutto sommato considero questo libro una lettura abbastanza piacevole, che di certo tiene attaccato il lettore in alcuni punti e che sono felice di aver fatto.

Mi aspettavo qualcosa in più dall’intera vicenda e dalla storia d’amore protagonista del racconto, ma nonostante questo la considero una lettura scorrevole e intrigante.

Voto:

E voi? Avete mai letto nulla di Màrquez? Sì? No? Fatemi sapere!

A presto!

3 Libri Belli di cui Non Abbiamo Mai Parlato

Buon venerdì e buon quasi weekend!

Come state?

Di certo questo marzo procede in modo tragico per tutto quello che purtroppo sta accadendo nel mondo.

Oggi parliamo un poco di libri, in particolare di tre testi per cui non uscirà una vera e propria recensione e ora vi spiego il perché. Di solito per scrivere una recensione sento di dover avere abbastanza “materiale” e a volte capita che io non ne abbia a sufficienza per una recensione completa, di conseguenza un libro con queste caratteristiche se è consigliato va a finire nelle “Pillole Letterarie” in cui trovate i libri che consiglio, con alcuni pezzi presi da quelli, ma anche questa rubrica ha i suoi limiti perché in alcuni altri casi vi vorrei parlare comunque di un libro ma non solo con citazioni e non con una recensione intera.

Insomma, il mio secondo nome rimane “casino” e il terzo “creare problemi dove non dovrebbero essercene”.

Quindi ogni tot di tempo quando ci saranno testi di questo tipo, che non rientrano né nelle “Pillole Letterarie”, né nelle recensioni canoniche, uscirà un articolo come questo, in cui parleremo di una breve lista (tre o massimo cinque libri) di testi letti nell’ultimo periodo soprattutto, consigliati e non, per cui voglio dirvi qualcosa.

Bene, quindi questo con tutta probabilità non sarà l’unico articolo di questo tipo sul blog, sono pillole di recensioni ecco…

Iniziamo!

Il Libro della Luna – Fatoumata Kébé

Casa Editrice: Blackie Edizioni

Anno di Pubblicazione: 2021

Link all’acquisto: QUI

Trama

Quando siamo arrivati noi, la Luna splendeva già alta nel cielo. E senza dubbio continua a essere uno dei grandi misteri dell’universo. Quali segreti nascondono i suoi crateri? Come influisce sulle maree e sulle emozioni umane? Quante vite furono sacrificate in suo nome nelle epoche passate? E ai giorni nostri, partendo dalla famosa cagnolina Laika? Che cosa sarebbe di noi, e del nostro mondo, senza la Luna? Fatoumata Kébé, astronoma e astrofisica francese, ha dedicato la sua vita a studiare il satellite terrestre. E ora ha scritto questo splendido omaggio alla Luna e alla sua cosmogonia. Sono millenni che la Luna ispira romanzi, poesie e canzoni. Si meritava che qualcuno, finalmente, raccontasse la sua storia. Per Kébé la Luna è il romanzo della sua vita, la sua grande storia d’amore. Lei sa che presto andrà nello spazio, camminerà sul lato nascosto del satellite bianco. Grazie a questo libro, vibrante e luminoso come una notte d’estate, possiamo immaginare di accompagnarla nel viaggio che sogna fin da quando era bambina.

Questa è la mia lettura più recente, ho terminato questo testo proprio qualche giorno fa e mi è piaciuto molto. Sono sempre stata un’appassionata della luna e questo libro, regalo natalizio, è stato molto apprezzato. L’autrice scrive della luna spiegando in modo piuttosto semplice e diretto concetti che non lo sono, in più unisce alla storia e ai vari fatti più “complessi” riferimenti alle leggende, al panorama letterario e a quello cinematografico. Cita infatti diverse opere e film nel corso del testo e in ognuna di queste opere citate c’è sempre un riferimento ovviamente alla luna, che rimane il fulcro del testo. Nella parte finale del libro entra soprattutto in gioco il lato storico, infatti le ultime venti pagine circa sono dedicate alla lotta fra USA e URSS per la conquista dello spazio. Come dicevo però a volte l’autrice inserisce anche riferimenti a leggende di popoli antichi, come quelle legate all’eclissi o alla creazione del sole e della luna. Si parla di molti fenomeni all’interno del testo, dall’eclissi appunto, al suolo lunare, alle varie teorie sulla nascita della luna, alle fasi lunari ecc. ecc. Insomma un testo più che piacevole e interessante se siete interessati/e all’argomento. Neo positivo/negativo il fatto che per lo stile e l’approccio diretto non sempre l’autrice va al fondo tecnico di alcuni argomenti, ma è più che altro forse un testo adatto a chi si vuole avvicinare al tema.

Dieci Giorni in Manicomio – Nellie Bly

Casa Editrice: Edizioni Clandestine

Anno di P. Pubblicazione: 1887

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Trama

Nel 1887, la reporter Nellie Bly, fingendosi una rifugiata afflitta da paranoia, si fece rinchiudere nel manicomio dell’isola Blackwell, allo scopo di scoprire le condizioni di vita delle donne ricoverate. “Battevo i denti e tremavo, il corpo livido per il freddo che attanagliava le mie membra. All’improvviso, tre secchi di acqua gelida mi furono versati sulla testa, tanto che ne ebbi gli occhi, la bocca e le narici invase. Quando, scossa da tremiti incontrollabili, pensavo che sarei affogata, mi trascinarono fuori dalla vasca. Fu in quel momento che mi sentii realmente prossima alla follia”. Nel suo reportage, Nellie Bly racconta i soprusi e le violenze che le pazienti subivano per opera di crudeli infermiere e medici poco capaci.

Una vicenda terribile e una testimonianza importantissima, in questo libro Nellie Bly documenta la sua esperienza nel manicomio di Blackwell in cui è testimone di violenze e soprusi da parte del personale nei confronti dei pazienti. Il libro è il racconto della Bly e della sua missione sotto copertura partendo dall’inizio quindi da quando si reca in questa casa che ospita donne, soprattutto madri single che lavorano, dove lei inizia a fingersi pazza per farsi ricoverare. Riuscirà nella sua missione e in breve si ritroverà sull’isola di Blackwell appunto. Vengono ripetuti diversi concetti importanti nel corso del testo, il primo è che nonostante la lucidità di Nellie nessuno sembra mai mettere in discussione la sua pazzia, nemmeno soffermarsi per qualche secondo su di essa, nessuno valuta una possibile sanità della paziente. Il secondo concetto è che all’interno della struttura finiscono sia donne veramente problematiche e malate e livello mentale, ma anche donne sane, immigrate magari che non sanno come farsi capire e come tornare a casa, donne scaricate dalla famiglia, donne che per una reazione rabbiosa vengono etichettate come “pazze”. E il terzo concetto è quello della cattiveria e della assenza di empatia, assistiamo a dei comportamenti dolorosi da leggere e a cui assistere, atti senza umanità, in cui vediamo il nocciolo di una totale assenza di interesse e umana empatia nei confronti di queste pazienti che vengono trattate come bestie. Purtroppo nella storia ci sono state diverse situazioni analoghe a questa, sia nei manicomi che in altre strutture, ma averne la testimonianza del tempo e poter assistere con Nellie a certe vicende è emozionante. Avrei gradito forse una maggiore concentrazione sull’esperienza soprattutto nel manicomio mentre una metà del testo (che è già breve) si perde alla parlare della fase “pre-manicomio”.

Carmilla – J. S. Le Fanu

Casa Editrice: Edizioni Clandestine

Anno di P. Pubblicazione: 1872

Link all’acquisto: QUI

Trama

Una misteriosa e affascinante fanciulla dal nome Carmilla viene affidata dalla madre alle cure di Laura e del ricco padre, nel loro antico castello in Stiria, isolato e immerso in un paesaggio incantato. Tutti nel castello rimangono affascinati dalla straordinaria bellezza della giovane, ma le sue abitudini insolite e il comportamento enigmatico cominceranno presto a suscitare curiosità e inquietudine. Nel frattempo, un morbo sconosciuto sta mietendo vittime nel villaggio circostante: gli abitanti terrorizzati e superstiziosi temono il ritorno dell’“upir”, il vampiro che nei vecchi racconti si narrava infestasse quei luoghi.

Infine parliamo di un classico, ovvero “Carmilla” di Le Fanu che ho letto per la prima volta qualche mese fa e mi ha stupita. Vorrei leggere finalmente quest’anno “Dracula” che devo ancora decidermi ad affrontare, ma prima di questo volevo andare in ordine diciamo cronologico e leggere appunto “Carmilla” che lo precede per anno. In questo testo compare la figura di un vampiro donna, Carmilla appunto, che viene ospitata per qualche tempo nella casa della nostra protagonista che nel libro è lei stessa a narrare la vicenda tempo dopo. Mi sono sentita davvero attratta dalla narrazione, mi sono appassionata ai personaggi, al loro carattere, alle loro azioni, insomma posso dire di essere entrata nel libro completamente. Cosa si può dire di Carmilla? Forse non è esaltato tanto quanto “Dracula”, ma di certo si parla molto anche di lui ed è una pietra miliare del genere, una storia coinvolgente, seducente, intensa. Mi piacerebbe perfino rileggerlo fra qualche anno magari, una bella sorpresa!

Bene, e voi? Quali sono le vostre ultime letture? Fatemi sapere!

A presto!