La Prima Verità – Simona Vinci

Buon giovedì!

Come va? Come procede la settimana?

Oggi parliamo di un libro che volevo leggere da parecchio tempo e che sostava anche nella mia libreria da tempo, anni direi.

Sto parlando de “La Prima Verità” di Simona Vinci, libro che ha riscosso anche un degno successo e che tratta di una tematica certamente delicata ovvero quella dei manicomi e della malattia mentale.

Parliamone!

La Prima Verità – Simona Vinci

Casa editrice: Mondadori

Genere: narrativa, narrativa contemporanea

Pagine: 397

Prezzo di Copertina: € 20,00

Ebook non disponibile

P. Pubblicazione: 2016

Link all’acquisto: QUI

Incipit

Angela aveva appena varcato lo soglia della sala da pranzo con addosso un giubbino di jeans scolorito e un velo di rossetto sulle labbra e subito era inciampata in un piccolo gradino, quasi solo un rialzo di pavimento e adesso, mentre tutti la fissavano in silenzio e lei si tirava su da terra con un labbro spaccato e il sangue che le colava sul bavero, le era venuta in mente una fiaba che sua mamma le leggeva quando era piccola. Era la storia di uno scemo del villaggio che si chiamava Gianni Testafina.

Trama

Nel 1992 Angela, giovane ricercatrice italiana, sbarca sull’isola di Leros. È pronta a prendersi cura, come i suoi colleghi di ogni parte d’Europa, e come i medici e gli infermieri dell’isola, del perdurante orrore, da pochi anni rivelato al mondo dalla stampa britannica, del “colpevole segreto d’Europa”: un’isola-manicomio dove a suo tempo un regime dittatoriale aveva deportato gli oppositori politici di tutta la Grecia, facendoli convivere con i malati di mente. Quelli di loro che non sono nel frattempo morti sono ancora tutti lí, trasformati in relitti umani. Inquietanti, incomprensibili sono i segni che accolgono la ragazza. Chi è Basil, il Monaco, e perché è convinto di avere sepolto molto in alto “ciò che rimane di dio?” E tra i compagni di lavoro, chi è davvero la misteriosa, tenace Lina, che sembra avere un rapporto innato con l’isola? Ogni mistero avrà risposta nel tesoro delle storie dei dimenticati e degli sconfitti, degli esclusi dalla Storia, nell'”archivio delle anime” che il libro farà rivivere per il lettore: storie di tragica spietata bellezza, come quella del poeta Stefanos, della ragazza Teresa e del bambino con il sasso in bocca.

Recensione

“La Prima Verità” è stato il libro vincitore del Premio Campiello, del 2016 è ambientato prevalentemente nell’isola greca di Leros e a Budrio, dove l’autrice vive. Il romanzo è dedicato a Stefano Tassinari e al figlio dell’autrice.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Lo stile della Vinci è senza dubbio evocativo, ci sono frasi che contengono al loro interno immagini potenti pur rimanendo nella sostanza dirette e scorrevoli, ci sono forse momenti in cui il tutto diventa un poco esagerato a mio vedere, ma non sono casi così frequenti.

Ad esempio a volte ci si ritrova frasi di questi tipo una dopo l’altra, quasi come se fossero frasi ad effetto messe apposta per evocare per qualche secondo immagini di breve durata e aumentare il carico da novanta, già presente, del dramma.

Il ritmo in generale è piuttosto equilibrato, saltiamo dal presente al passato in questo libro e ciò accade perché il passato si lega al presente e alle vicende di Angela la nostra protagonista, in tempi più recenti, ovvero il 1992.

Io non sono una gran fan dei salti temporali continui, ma questi funzionano senza dubbio bene quando a te lettore importa dei personaggi, sia quelli passati che quelli presenti, e in questo libro è facile interessarsi alle vicende anche se in alcuni momenti l’interesse può un poco venir meno.

Soprattutto quello nei confronti di Angela, ma parleremo meglio dei personaggi a breve.

Per le atmosfere invece ci troviamo in un manicomio su un’isola in cui purtroppo accadono fatti molto gravi, violenze sessuali, fisiche e psicologiche, tradimenti, essere umani che si muovono e vivono le loro giornate in condizioni pessime, metodi di cura dubbi, pestaggi, insomma ci ritroviamo in scene violente in un luogo ai confini dell’umanità, freddo, cupo, in cui all’interno manca il minimo barlume di speranza.

“Sa che gli uomini si battono tra loro, lo fanno anche i bambini. Sa che gli uomini battono le donne, le donne battono i bambini, i bambini battono i cani e i cani si azzannano tra loro. Tutti gli esseri viventi si scontrano con altri esseri viventi, ognuno vuol aver ragione, difendere ciò che è suo, prendere ciò che è di qualcun altro. Un uomo vuole una donna, una barca, una rete piena di pesci, dei soldi, una donna vuole il silenzio, la casa in ordine, il marito placato, un bambino vuole un giocattolo, un frutto maturo, un dolce, un cane vuole un osso, una cagna, una cuccia più calda, un padrone che lo batta.”

I personaggi e la Storia Vera

Ora, parlando di Angela a cui abbiamo accennato prima, che è la protagonista del tempo presente (e per presente intendo appunto il 1992 che comunque è più presente rispetto al passato degli altri personaggi), si reca sull’isola greca di Leros come ricercatrice assieme ad altre persone provenienti da tutta Europa per prendersi cura di questo manicomio e delle figure al loro interno dopo la scoperta di questo “orrore Europeo”.

La vicenda è legata ad un fatto realmente accaduto, purtroppo infatti è esistito davvero questo manicomio sull’isola di Leros che è considerato uno dei manicomi europei peggiori della storia, tra l’altro vi consiglio di leggere questo breve articolo che si trova sul blog di Psicologia Fenomenologica e c’è un’inserto della psichiatra Carlotta Baldi che parla delle condizioni in cui vivevano i malati reclusi in questa struttura.

Vi consiglio in generale di cercare magari qualche video, articolo, testimonianza su questi orribili fatti per poter avere un’idea più precisa di questo manicomio e di quello che è stato.

Quindi ci sono degli elementi di storia vera in questo libro e altri inventati, non so con certezza quanto delle storie personali dei pazienti ricoverati in questa struttura dagli anni 60′ (per i tempi della storia anche se ci sono sempre questi salti), sia vero, secondo la mia interpretazione Simona Vinci ha scelto alcuni personaggi che incarnano vari modi di essere e varie ragioni per cui una persona a quel tempo poteva finire in manicomio.

Abbiamo Teresa, un personaggio per cui ho veramente sofferto e a mesi di distanza da questa lettura ricordo ancora con terribile nitidezza. Una ragazza che ha subito stupri, violenze, una ragazza che assomiglia ad un guscio vuoto. La sua storia è terribile, abominevole, tragicamente dolorosa e ingiusta.

Abbiamo il bambino con il sasso in bocca dalla storia drammatica, anche nel suo caso, ma non c’è personaggio in questo libro senza una storia tragica che lo ha portato tra le mura del manicomio. Questo bambino è amico di Teresa e ci sono scene strazianti che li coinvolgono.

Abbiamo anche Basil e Stefanos, altri due personaggi interessanti cui le vicende si intrecceranno con quelle di Teresa e del bambino.

Angela invece vive in tempi più recenti e la sua storia di intreccia con quella di Lina, anche lei volontaria nel manicomio.

Le storie di questi personaggi, soprattutto quelli legati al passato, sono storie che è difficile mettere da parte o dimenticare dopo la lettura di questo libro, nel mio caso penso soprattutto a quella di Teresa che mi ha sconvolta e addolorata enormemente.

Trovo che i personaggi recenti siano meno intriganti di quelli passati, c’è un interesse, ma ogni volta mi trovavo ad essere meno interessata alle vicende di Angela rispetto a quelle degli altri.

Sono comunque tutti funzionali al fine di collegare i fili e avere un quadro che intreccia presente e futuro, quindi ognuno di loro ha una sua parte ben definita in questo libro.

“Rimase finché non si rese conto che quello che stava facendo non aveva alcun senso: erano oltre vent’anni che non pensava a lei. Non è vero che si muore una volta sola. Per tutto quel tempo, pensò, tutto questo tempo, lei è morta ogni giorno.”

Terza parte e Strane Accoppiate

La terza parte del libro, che viene dopo il romanzo vero e proprio, non l’ho ben capito, si intreccia con il libro perché è un pezzo di vita vera dell’autrice che parla della sua città, Budrio, torna a parlare di Leros e di altre parti del mondo, tenendo come base l’argomento principale del libro, ovvero la malattia mentale.

E’ una specie di piccolo saggio attaccato al romanzo, ma non si intreccia bene con il resto secondo me, forse Simona Vinci lo ha voluto inserire per approfondire l’argomento e non lasciare il lettore dopo la lettura del romanzo, però mi ha fatto storcere il naso, perché secondo me non era necessario, questo libro poteva essere un romanzo e basta.

So che molte persone non hanno apprezzato questa parte finale, in pratica l’autrice parla del fatto che le persone con malattie mentali sono attorno a noi, possono essere il nostro vicino, il giornalaio di fiducia e altro, quindi bisogna spezzare questo tabù legato alla malattia mentale. Discorso con cui io mi trovo in completo accordo, ma spiazza l’inserimento di questa parte.

Conclusioni

Sono felice di aver letto questo libro e con tutta probabilità se dovessi riconsiderare di rifare oppure no questa esperienza accetterei di rifarla, l’argomento trattato è interessante ed è a mio vedere importante leggere libri che ci ricordano di orrori simili della Storia, per evitare ovviamente di ripeterli e chiederci come siamo arrivati a tutto ciò.

Quindi ho apprezzato questo libro, forse mi aspettavo qualcosa in più però, sia dalla narrazione che in alcuni punti sembra allungare troppo il brodo, sia dalla vicenda di Angela che mi ha lasciata abbastanza insoddisfatta come buona parte della parentesi narrativa ambientata nel 1992 e oltre.

Infine, non ho gradito l’inserimento della terza parte, che sì è interessante senza dubbio, ma stona con la struttura del romanzo.

Voto:

E voi? Avete mai letto qualcosa di Simona Vinci? Sì? No? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

A presto!

Dell’Amore e di Altri Demoni – Gabriel Garcìa Màrquez

Buon giovedì, ben ritrovati/e!

Vi chiedo scusa per la semi assenza di questi giorni dato che nelle ultime due settimane sono comparsa a tratti e scomparsa in altri, da ora spero di riprendere una pubblicazione più costante.

Oggi comunque parliamo di una lettura fatta sempre qualche mese fa, una lettura che ricordo di aver fatto per un momentaneo di blocco del lettore, ero leggermente in crisi infatti ed ero convinta che questo libro mi avrebbe aiutata, sbloccandomi.

Non è stato proprio così, ma sono felice comunque di aver fatto questa lettura, perché parliamo di un testo che volevo leggere davvero da tempo, sto parlando di “Dell’Amore e di altri demoni” di Gabriel Garcìa Màrquez.

Dell’Amore e di altri Demoni – Gabriel Garcìa Màrquez

Casa editrice: Mondadori

Genere: romanzo storico, classico contemporaneo

Pagine: 201

Prezzo di Copertina: € 12,00

Prezzo ebook: € 7,99

P. pubblicazione: 1994

Link all’acquisto: QUI

Incipit

“Il 26 ottobre 1949 non fu una giornata con grandi notizie. Il professor Clemente Manuel Zabala, caporedattore del quotidiano dove facevo i miei primi passi come giornalista, mise fine alla riunione del mattino con due o tre suggerimenti di prammatica. Non affidò un lavoro concreto ad alcun redattore. Qualche minuto dopo venne informato per telefono che stavano vuotando le cripte funerarie dell’antico convento di Santa Clara, e mi ordinò senza illusioni: “Va’ a fare un giro da quelle parti e vedi un po’ cosa riesci a cavarne.”

Trama

Da un’antica tomba nel convento delle clarisse di Cartagena emerge una lunghissima chioma rossa. Dal singolare evento, cui il giovane Garcia Màrquez, allora cronista alle prime armi, si trovò ad assistere, scaturisce questo affascinante racconto pubblicato nel 1994, con il quale Gabo torna alle atmosfere di “Cent’anni di solitudine” e ai temi dell'”Amore ai tempi del colera”, la passione erotica che diventa malattia, metafora della letteratura e della vita. Al centro della vicenda, ambientata in una Cartagena de Indias perduta in un vago e oscuro passato coloniale, sospeso tra il possibile e il misterioso, c’è la passione innaturale e distruttiva che vede protagonisti una bellissima bambina morsa da un cane rabbioso, un medico negromante e un giovane esorcista posseduto dal mal d’amore. Costruito con la logica di Calderón de la Barca e l’ironia di Cervantes, “Dell’amore e di altri demoni” vive di una prosa insolitamente scarna ed essenziale. Una scrittura decantata e limpida che dà vita a pagine di struggente poesia e di emozionato pudore con cui Gabriel Garcia Márquez riesce ad avvincere il lettore, trascinandolo in un enigmatico universo capace di travolgere i sensi e i sentimenti.

Recensione

Nel 2009 fu realizzata una versione cinematografica in spagnolo del libro con lo stesso titolo per la regia di Hilda Hidalgo.

Stile, ritmo e atmosfere

Lo stile dell’autore in questo testo è piuttosto semplice, lineare, va dritto al punto e rimane pulito. Ci sono vari riferimenti alla religione, alle credenze religiose e alle tradizioni, infatti uno dei protagonisti della vicenda è una bambina/ragazzina posseduta, mentre l’altro protagonista è un prete.

Il ritmo trovo che rallenti in alcuni punti, non sempre procede spedito, è un libro infatti relativamente breve “Dell’amore e di altri demoni”, ma la vicenda secondo me a volte sembra venir allungata e altre volte invece sembra venir accorciata.

Ci sono infatti punti in cui non sempre ho gradito le diffuse descrizioni o i riferimenti storici o vari legati ad un personaggio o a una vicenda, ci sono altri momenti invece in cui in scene importanti l’autore preme un po’ troppo sul pedale dell’acceleratore secondo me.

Le atmosfere sono affascinanti, ci troviamo in diversi luoghi ovviamente in questa vicenda, ma ognuno sembra intriso quasi da un senso di dannazione, c’è il ritorno alla condanna, il padre di questa ragazzina infatti e anche la madre vivono un matrimonio finito, un’unione che forse è esistita solo per interesse, da parte di lei soprattutto e c’è sempre questo senso di condanna permanente, questo “ormai è troppo tardi”, che aleggia sempre nell’aria.

Anche i luoghi che ci vengono mostrati nella vicenda sono impregnati da un forte senso di decadenza e oblio, a volte più sottile, a volte più evidente, ma secondo me a piccole dosi traspare sempre, questo guardare il mondo attorno e rendersi conto che ognuno dei personaggi e ogni essere umano in generale nella vita è vittima di qualcosa che forse lo condanna sempre alla fine, l’amore, il senso di colpa, l’abbandono, è presente in tutto il romanzo.

I personaggi sono alla ricerca di una redenzione, di una nuova opportunità, di un risveglio perché si rendono conto di aver sbattuto per l’ennesima volta la testa contro il muro e sperano di poter fare meglio, ma il tempo va avanti e loro si ritrovano prigionieri di una vita che odiano, tutti sembrano chiedere: “posso tornare indietro e riprovare?”, ma la verità è che molti di loro finiscono per sbagliare di nuovo.

L’Amore è un Demone

Questo libro ha al suo interno elementi senza dubbio magici, a partire dalla possessione di Marìa, incerta fino al finale. Infatti questo è uno dei punti interrogativi del libro, la ragazzina è davvero posseduta o no? E questa possessione come la dobbiamo interpretare? Come una possessione demoniaca o una possessione data dall’amore che la legherà a questo prete?

La vita di Marìa è stata senza dubbio costellata di problemi, non è mai stata amata o semplicemente notata dai genitori, che l’hanno affidata alla servitù della casa per una buona fetta di tempo, non si sono mai nemmeno presi la briga di provare ad avvicinarsi davvero a lei.

Tutto cambia quando, dopo essere stata morsa da un cane rabbioso si scopre che Marìa potrebbe rischiare di morire, allora il padre inizia a preoccuparsi per lei e a “curarla” per la prima volta.

La madre invece continua a disprezzarla e ad avere anche paura di lei per certi aspetti, tra l’altro la madre di Marìa trovo sia un personaggio con cui è difficile empatizzare, ma nella sua bolla di estraniamento dal marito e dalla figlia (e in generale dalla vita che vive) si può leggere senza dubbio un grande rammarico e nostalgia per come è andata la sua esistenza.

Comunque, in questa decadenza e abbandono, ad un certo punto Marìa viene internata in un convento per essere curata da questo demone che secondo il padre e altri le è entrato dentro.

Lì, inizia pian piano la sua relazione con Delaura, un prete che si interessa e preoccupa per lei, i due si avvicinano a tal punto da far sbocciare una relazione amorosa che dovrebbe essere uno dei punti forti del libro.

E’ senza dubbio una relazione complessa, che ci fa riflettere sul concetto di amore, di amore impossibile e di connessione fra due persone decisamente diverse in un momento assai complesso.

Io personalmente non ho molto amato questa storia d’amore, sono del tutto sincera con voi, non per fattori moralistici o altro, ma proprio per il comportamento dei due personaggi. Con questo non voglio dire che l’amore tra loro sia finto o altro, semplicemente non mi è arrivato in modo così forte durante la lettura, e alcuni dettagli mi hanno messo forse la pulce nell’orecchio, non ho sentito questo sentimento profondo.

Ho trovato più interessante l’aspetto legato alla possessione, che chiude inoltre la vicenda e mi ha lasciata un poco interdetta sulle prime. Non posso dirvi il mio senso generale legato al finale perché non vorrei spoilerare nulla, ma a distanza di mesi non ne sono ancora convinta.

Una lettura scorrevole

Dopo la lettura cosa posso dire di questo libro? Beh, senza dubbio è una vicenda intrigante, soprattutto per alcuni aspetti, non tutti direi, ma in generale ha un senso di mistero, maledizione e condanna che la rende affascinante.

E’ una lettura abbastanza leggera, Màrquez sicuramente sfiora tante tematiche, ma non vai mai al fondo di nessuna, forse quella che analizza meglio (sempre secondo la mia modesta opinione) è la relazione fra i genitori di Marìa e le conclusioni a cui arrivano entrambi alla fine della vicenda.

Conclusioni

Tutto sommato considero questo libro una lettura abbastanza piacevole, che di certo tiene attaccato il lettore in alcuni punti e che sono felice di aver fatto.

Mi aspettavo qualcosa in più dall’intera vicenda e dalla storia d’amore protagonista del racconto, ma nonostante questo la considero una lettura scorrevole e intrigante.

Voto:

E voi? Avete mai letto nulla di Màrquez? Sì? No? Fatemi sapere!

A presto!

Le Cose Crollano – Chinua Achebe

Buon lunedì e buon inizio settimana!

Come state? Come è iniziata questa settimana di marzo?

Oggi parliamo di un libro di cui ancora non credo di aver detto nulla a riguardo, nemmeno nell’articolo dei libri migliori o peggiori del 2021, un testo che ho appunto letto l’anno scorso, il primo di una trilogia.

Ho visto per la prima volta questo libro in edizione americana, ma sono andata a ricercarlo e trovandolo edito in Italia da “La Nave di Teseo“, l’ho recuperato. Come dicevo è il primo di una trilogia, denominata “African Trilogy“, il seguito è intitolato “Non più Tranquilli” e il terzo “La Freccia di Dio”.

Parliamone assieme!

Le Cose Crollano – Chinua Achebe

Casa Editrice: La Nave di Teseo

Genere: fiction storica, narrativa letteraria

Pagine: 195

Prezzo di Copertina: € 18,00

Prezzo ebook: € 9,99

P. pubblicazione: 1958

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Incipit

“Okownko era ben conosciuto nei nove villaggi e anche oltre. La sua fama si basava su imprese indiscutibili. A diciotto anni aveva procurato onore al suo villaggio sconfiggendo Amalinze il Gatto. Amalinze era un grande lottatore e non perdeva da sette anni, da Umuofia a Mbaino. Il soprannome di Gatto si doveva al fatto di non toccare mai terra con la schiena. Fu questo l’uomo che Okownko sconfisse, alla fine di una lotta così feroce, a detta degli anziani, come non se ne vedevano da quando il fondatore del villaggio aveva combattuto con uno spirito della foresta per sette giorni e sette notti.”

Trama

Okonkwo è un guerriero, un lottatore, un uomo ambizioso e rispettato che sogna di divenire leader indiscusso del suo clan. Dal suo villaggio Ibo, in Nigeria, la fama di Okonkwo si è diffusa come un incendio in tutto il continente. Ma Okonkwo ha anche un carattere fiero, ostinato: non vuole essere come suo padre, molle e sentimentale, lui è deciso a non mostrare mai alcuna debolezza, alcuna emozione, se non attraverso l’uso della forza. Quando la sua comunità è costretta a fronteggiare l’irruzione degli europei, l’ordine delle cose in cui Okonkwo è nato e cresciuto comincia a crollare, e la sua reazione sarà solo il principio di una parabola che lo porterà nella polvere: da guerriero temuto e venerato, a eroe sconfitto, oltraggiato.

Recensione

Le cose Crollano” è generalmente considerato il più importante romanzo della letteratura africana ed è stato pubblicato per la prima volta nel 1958, è stato tradotto in oltre 50 lingue, con più di 10 milioni di copie vendute in tutto il mondo ed è adottato come libro di testo in moltissime scuole africane.

Il titolo originale del romanzo, Things Fall Apart (letteralmente “le cose crollano”) è tratto dalla poesia The Second Coming di W. B. Yeats.

E’ un libro senza dubbio complesso di cui parlare quindi tenterò di farvi immergere il più possibile all’interno delle atmosfere e dei temi di questo testo, al meglio delle mie possibilità.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Lo stile di Achebe è piuttosto diretto, dobbiamo ricordarci anche che siamo nella Nigeria precoloniale, prima quindi dell’arrivo degli europei in quelle zone.

Questo aspetto ci tengo a sottolinearlo perché è un aspetto molto importante all’interno del testo e perché si riconduce allo stile e all’uso di una lingua, che prende ispirazione dalla lingua igbo, utilizzata in una buona fetta del testo. Okonkwo infatti si esprime nell’edizione originale del testo in inglese, nella traduzione ovviamente in italiano, ma utilizza vari termini intraducibili tratti appunto da questa lingua, nell’edizione italiana è presente un utile glossario finale per la traduzione.

Particolarmente ricchi di questi termini igbo sono i dialoghi e in generale il testo è costellato da proverbi e metafore africane.

Quindi tornando alle mie impressioni personali sullo stile, è uno stile decisamente particolare anche per questo aspetto dei termini utilizzati, diretto nelle immagini che propone, a volte anche dure e crude.

Il ritmo invece è piuttosto veloce, è un testo breve di 195 pagine in cui accadono molti fatti, vengono inseriti innumerevoli riferimenti alla tradizione africana e l’autore inserisce davvero tante immagini emblematiche ed interessanti, i personaggi si spostano, la vita va avanti, insomma accadono parecchi fatti.

Il ritmo però non accelera mai troppo, è ben equilibrato, si sofferma su alcuni momenti topici della vita del protagonista per azionare il focus su argomenti emblematici e lo fa dando a questi il giusto spazio, ci sono scene che vediamo, ma su cui l’autore non si sofferma per troppo tempo, perché degne di essere inserite, ma non vitali allo sviluppo della vicenda, mentre altre meritano assai più spazio.

Le atmosfere in generale sono mischiate, passiamo per vari stati in questo libro, per seguire un momento preciso della vita del protagonista le atmosfere si piegano a questo insieme, nei momenti più bui veniamo travolti dal senso di impotenza e disperazione di Okonkwo, negli istanti più sereni e normali legati alla quotidianità e alla routine, il mood generale è più rilassato.

Sta di fatto che le atmosfere si legano profondamente al territorio in cui siamo in questo testo.

La Colonizzazione

Come dicevamo all’inizio del romanzo gli europei non sono ancora giunti nelle terre di Okonkwo, ma andando avanti nella lettura arrivano eccome i colonizzatori e la vicenda cambia come anche il mondo attorno al protagonista.

E’ affascinante e preoccupante vedere come muta questa situazione, all’inizio infatti ai colonizzatori viene data una parte di terra per vivere e piano piano la situazione si espande, questi portano anche la religione, il cristianesimo, e vediamo dagli occhi di Okonkwo come le vecchie tradizioni africane vengano una dopo l’altra sostituite da una nuova religione e un nuovo modo di “fare” le cose.

Assistiamo a diversi livelli di crollo in questo libro, proprio come da titolo, il crollo dell’identità di un popolo, il crollo delle tradizioni, delle credenze, di tutto ciò che fa di un popolo una società, ma anche il crollo di un uomo, la sua identità, la sua fede, il crollo di tutto ciò in cui crede e in cui si riconosce.

E’ un libro di certo tragico, è un discesa verso la disfatta e il crollo appunto, quando la vicenda inizia infatti la vita di Okonkwo è felice, è diventato uno dei membri più importanti del suo clan, è conosciuto per la sua fama di grande lottatore, insomma a differenza del padre, che non ha mai goduto di buona fama, lui è un uomo importante.

Ma finisce per uccidere un ragazzo e viene esiliato per sette anni nel villaggio di origine di sua madre, come da legge degli antichi e al suo ritorno in terra si rende conto che tutto attorno a lui è cambiato per l’arrivo degli inglesi appunto.

La vicenda segna un crollo ulteriore del protagonista e chiude il cerchio della sua vita.

“L’uomo bianco capisce le nostre usanze riguardo la terra?” – “Com’è possibile, se non parla neanche la nostra lingua? In compenso dice che le nostre usanze sono malvagie; e lo dicono anche i nostri fratelli che hanno abbracciato la sua religione. Come pensi che possiamo combattere se i nostri stessi fratelli si sono rivoltati contro di noi? L’uomo bianco è molto intelligente. E’ arrivato tutto pacifico con la sua religione. La sua stupidità ci ha fatto ridere e l’abbiamo lasciato stare. Adesso ha conquistato i nostri fratelli, e il nostro clan non può più agire di comune accordo. L’uomo bianco ha premuto il coltello sulle cose che ci tenevano uniti e ci siamo divisi.”

La bellezza delle scene

Alcune scene di questo testo sono intrise di una bellezza cruda e reale, sembra di riuscire a respirare l’aria africana, di vedere i suoi meravigliosi paesaggi, di immergersi nelle atmosfere, anche in scene particolarmente tragiche per i nostri personaggi.

Penso in particolare ad una scena a cui mi capita di pensare spesso, avete presente quando leggete un libro e per un connubio di motivazioni una scena, un fotogramma creato dalla vostra mente sulla scena che state leggendo, vi rimane impresso? E vi sembra di averla vissuta in prima persona quella vicenda.

Ecco, all’interno de “Le Cose Crollano” c’è una scena in cui Okonkwo e una della sua mogli seguono la loro bambina che viene portata all’interno di questa grotta, è notte, la moglie di Okonkwo (uno dei miei personaggi preferiti, personalmente) cammina per chilometri cercando di non farsi vedere da questa vecchia saggia che ha preso la bambina, arriva a questa grotta e cercando di non farsi né vedere, né sentire si siede fuori da questa aspettando che la donna e la sua bambina ricompaiano. Ebbene, mentre aspetta arriva Okonkwo che nella disperazione della donna, la rassicura e le rivela che l’ha seguita per tutto il tempo.

Nelle leggi del clan in cui vive Okonkwo gli uomini, soprattutto quelli con la sua posizione, hanno più mogli e Okonkwo è un uomo complesso, un personaggio profondo che sulle prime si può etichettare come un uomo incline alla violenza, duro, rigido, ma è molto di più.

La scena che vi ho descritto secondo me racchiude parecchie sfaccettature non evidenti del carattere di Okonkwo e del rapporto con questa moglie, è una scena quasi dolce, in contrasto con un personaggio con i suoi modi.

Direi che l’intensità e la profondità del carattere del protagonista è un altro degli aspetti affascinanti di questo libro.

Conclusioni

“Le cose Crollano” è stata davvero un’esperienza, leggerò di certo gli altri due volumi della trilogia e la profondità, le atmosfere, la vividezza di questo libro hanno davvero colpito nel segno.

Le tematiche e l’importanza di questo testo sono enormi, è uno di quei volumi per cui dovrei scrivere una recensione lunga 30’000 parole.

E’ un libro potente, in cui ci si immerge in una cultura ampia e affascinante, si vive in atmosfere forti che lasciano difficilmente indifferente il lettore.

Voto:

E voi? Avete mai letto “Le Cose Crollano”? Sì? No? Fatemi sapere!

A presto!

3 Libri Belli di cui Non Abbiamo Mai Parlato

Buon venerdì e buon quasi weekend!

Come state?

Di certo questo marzo procede in modo tragico per tutto quello che purtroppo sta accadendo nel mondo.

Oggi parliamo un poco di libri, in particolare di tre testi per cui non uscirà una vera e propria recensione e ora vi spiego il perché. Di solito per scrivere una recensione sento di dover avere abbastanza “materiale” e a volte capita che io non ne abbia a sufficienza per una recensione completa, di conseguenza un libro con queste caratteristiche se è consigliato va a finire nelle “Pillole Letterarie” in cui trovate i libri che consiglio, con alcuni pezzi presi da quelli, ma anche questa rubrica ha i suoi limiti perché in alcuni altri casi vi vorrei parlare comunque di un libro ma non solo con citazioni e non con una recensione intera.

Insomma, il mio secondo nome rimane “casino” e il terzo “creare problemi dove non dovrebbero essercene”.

Quindi ogni tot di tempo quando ci saranno testi di questo tipo, che non rientrano né nelle “Pillole Letterarie”, né nelle recensioni canoniche, uscirà un articolo come questo, in cui parleremo di una breve lista (tre o massimo cinque libri) di testi letti nell’ultimo periodo soprattutto, consigliati e non, per cui voglio dirvi qualcosa.

Bene, quindi questo con tutta probabilità non sarà l’unico articolo di questo tipo sul blog, sono pillole di recensioni ecco…

Iniziamo!

Il Libro della Luna – Fatoumata Kébé

Casa Editrice: Blackie Edizioni

Anno di Pubblicazione: 2021

Link all’acquisto: QUI

Trama

Quando siamo arrivati noi, la Luna splendeva già alta nel cielo. E senza dubbio continua a essere uno dei grandi misteri dell’universo. Quali segreti nascondono i suoi crateri? Come influisce sulle maree e sulle emozioni umane? Quante vite furono sacrificate in suo nome nelle epoche passate? E ai giorni nostri, partendo dalla famosa cagnolina Laika? Che cosa sarebbe di noi, e del nostro mondo, senza la Luna? Fatoumata Kébé, astronoma e astrofisica francese, ha dedicato la sua vita a studiare il satellite terrestre. E ora ha scritto questo splendido omaggio alla Luna e alla sua cosmogonia. Sono millenni che la Luna ispira romanzi, poesie e canzoni. Si meritava che qualcuno, finalmente, raccontasse la sua storia. Per Kébé la Luna è il romanzo della sua vita, la sua grande storia d’amore. Lei sa che presto andrà nello spazio, camminerà sul lato nascosto del satellite bianco. Grazie a questo libro, vibrante e luminoso come una notte d’estate, possiamo immaginare di accompagnarla nel viaggio che sogna fin da quando era bambina.

Questa è la mia lettura più recente, ho terminato questo testo proprio qualche giorno fa e mi è piaciuto molto. Sono sempre stata un’appassionata della luna e questo libro, regalo natalizio, è stato molto apprezzato. L’autrice scrive della luna spiegando in modo piuttosto semplice e diretto concetti che non lo sono, in più unisce alla storia e ai vari fatti più “complessi” riferimenti alle leggende, al panorama letterario e a quello cinematografico. Cita infatti diverse opere e film nel corso del testo e in ognuna di queste opere citate c’è sempre un riferimento ovviamente alla luna, che rimane il fulcro del testo. Nella parte finale del libro entra soprattutto in gioco il lato storico, infatti le ultime venti pagine circa sono dedicate alla lotta fra USA e URSS per la conquista dello spazio. Come dicevo però a volte l’autrice inserisce anche riferimenti a leggende di popoli antichi, come quelle legate all’eclissi o alla creazione del sole e della luna. Si parla di molti fenomeni all’interno del testo, dall’eclissi appunto, al suolo lunare, alle varie teorie sulla nascita della luna, alle fasi lunari ecc. ecc. Insomma un testo più che piacevole e interessante se siete interessati/e all’argomento. Neo positivo/negativo il fatto che per lo stile e l’approccio diretto non sempre l’autrice va al fondo tecnico di alcuni argomenti, ma è più che altro forse un testo adatto a chi si vuole avvicinare al tema.

Dieci Giorni in Manicomio – Nellie Bly

Casa Editrice: Edizioni Clandestine

Anno di P. Pubblicazione: 1887

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Trama

Nel 1887, la reporter Nellie Bly, fingendosi una rifugiata afflitta da paranoia, si fece rinchiudere nel manicomio dell’isola Blackwell, allo scopo di scoprire le condizioni di vita delle donne ricoverate. “Battevo i denti e tremavo, il corpo livido per il freddo che attanagliava le mie membra. All’improvviso, tre secchi di acqua gelida mi furono versati sulla testa, tanto che ne ebbi gli occhi, la bocca e le narici invase. Quando, scossa da tremiti incontrollabili, pensavo che sarei affogata, mi trascinarono fuori dalla vasca. Fu in quel momento che mi sentii realmente prossima alla follia”. Nel suo reportage, Nellie Bly racconta i soprusi e le violenze che le pazienti subivano per opera di crudeli infermiere e medici poco capaci.

Una vicenda terribile e una testimonianza importantissima, in questo libro Nellie Bly documenta la sua esperienza nel manicomio di Blackwell in cui è testimone di violenze e soprusi da parte del personale nei confronti dei pazienti. Il libro è il racconto della Bly e della sua missione sotto copertura partendo dall’inizio quindi da quando si reca in questa casa che ospita donne, soprattutto madri single che lavorano, dove lei inizia a fingersi pazza per farsi ricoverare. Riuscirà nella sua missione e in breve si ritroverà sull’isola di Blackwell appunto. Vengono ripetuti diversi concetti importanti nel corso del testo, il primo è che nonostante la lucidità di Nellie nessuno sembra mai mettere in discussione la sua pazzia, nemmeno soffermarsi per qualche secondo su di essa, nessuno valuta una possibile sanità della paziente. Il secondo concetto è che all’interno della struttura finiscono sia donne veramente problematiche e malate e livello mentale, ma anche donne sane, immigrate magari che non sanno come farsi capire e come tornare a casa, donne scaricate dalla famiglia, donne che per una reazione rabbiosa vengono etichettate come “pazze”. E il terzo concetto è quello della cattiveria e della assenza di empatia, assistiamo a dei comportamenti dolorosi da leggere e a cui assistere, atti senza umanità, in cui vediamo il nocciolo di una totale assenza di interesse e umana empatia nei confronti di queste pazienti che vengono trattate come bestie. Purtroppo nella storia ci sono state diverse situazioni analoghe a questa, sia nei manicomi che in altre strutture, ma averne la testimonianza del tempo e poter assistere con Nellie a certe vicende è emozionante. Avrei gradito forse una maggiore concentrazione sull’esperienza soprattutto nel manicomio mentre una metà del testo (che è già breve) si perde alla parlare della fase “pre-manicomio”.

Carmilla – J. S. Le Fanu

Casa Editrice: Edizioni Clandestine

Anno di P. Pubblicazione: 1872

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Trama

Una misteriosa e affascinante fanciulla dal nome Carmilla viene affidata dalla madre alle cure di Laura e del ricco padre, nel loro antico castello in Stiria, isolato e immerso in un paesaggio incantato. Tutti nel castello rimangono affascinati dalla straordinaria bellezza della giovane, ma le sue abitudini insolite e il comportamento enigmatico cominceranno presto a suscitare curiosità e inquietudine. Nel frattempo, un morbo sconosciuto sta mietendo vittime nel villaggio circostante: gli abitanti terrorizzati e superstiziosi temono il ritorno dell’“upir”, il vampiro che nei vecchi racconti si narrava infestasse quei luoghi.

Infine parliamo di un classico, ovvero “Carmilla” di Le Fanu che ho letto per la prima volta qualche mese fa e mi ha stupita. Vorrei leggere finalmente quest’anno “Dracula” che devo ancora decidermi ad affrontare, ma prima di questo volevo andare in ordine diciamo cronologico e leggere appunto “Carmilla” che lo precede per anno. In questo testo compare la figura di un vampiro donna, Carmilla appunto, che viene ospitata per qualche tempo nella casa della nostra protagonista che nel libro è lei stessa a narrare la vicenda tempo dopo. Mi sono sentita davvero attratta dalla narrazione, mi sono appassionata ai personaggi, al loro carattere, alle loro azioni, insomma posso dire di essere entrata nel libro completamente. Cosa si può dire di Carmilla? Forse non è esaltato tanto quanto “Dracula”, ma di certo si parla molto anche di lui ed è una pietra miliare del genere, una storia coinvolgente, seducente, intensa. Mi piacerebbe perfino rileggerlo fra qualche anno magari, una bella sorpresa!

Bene, e voi? Quali sono le vostre ultime letture? Fatemi sapere!

A presto!

Il Giardino dei Finzi-Contini – Giorgio Bassani

Buon giovedì!

Ben ritrovati/e in questo giovedì, come procede la settimana? Spero nel migliore dei modi!

Oggi parliamo del libro che abbiamo letto il mese scorso sul gruppo di lettura, LiberTiAmo, che trovate come sempre su Goodreads e Telegram.

Il libro di gennaio è stato “Il Giardino dei Finzi-Contini” di Giorgio Bassani, che è stato proposto anche in collegamento alla Giornata della Memoria del 27 gennaio.

Che dire, parliamone!

Il Giardino dei Finzi-Contini – Giorgio Bassani

Casa editrice: Feltrinelli

Genere: narrativa letteraria, romanzo storico

Pagine: 214

Prezzo di Copertina: € 10,00

Prezzo ebook: € 6,99

P. Pubblicazione: 1962

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Incipit

“La tomba era grande, massiccia, davvero imponente: una specie di tempio tra l’antico e l’orientale, come se ne vedeva nelle scenografie dell’Aida e del Nabucco in voga nei nostri teatri d’opera fino a pochi anni fa. In qualsiasi altro cimitero, l’attiguo Camposanto Comunale compreso, un sepolcro di tali pretese non avrebbe affatto stupito, ed anzi, confuso nella massa, sarebbe forse passato inosservato. Ma nel nostro era l’unico.”

Trama

Pochi romanzi italiani del Novecento sono entrati così profondamente nel cuore dei lettori come “Il giardino dei Finzi-Contini”, un libro che è riuscito a unire emozioni private e storia pubblica, convogliandole verso un assoluto coinvolgimento narrativo. Un narratore senza nome ci guida fra i suoi ricordi d’infanzia, nei suoi primi incontri con i figli dei Finzi-Contini, Alberto e Micòl, suoi coetanei resi irraggiungibili da un profondo divario sociale. Ma le leggi razziali, che calano sull’Italia come un nubifragio improvviso, avvicinano i tre giovani rendendo i loro incontri, col crescere dell’età, sempre più frequenti. Teatro di questi incontri, spesso e volentieri, è il vasto, magnifico giardino di casa Finzi-Contini, un luogo che si imbeve di sogni, attese e delusioni. Il protagonista, giorno dopo giorno, si trova sempre più coinvolto in un sentimento di tenero, contrastato amore per Micòl. Ma ormai la storia sta precipitando e un destino infausto sembra aprirsi come un baratro sotto i piedi della famiglia Finzi-Contini.

Recensione

Dunque, “Il Giardino dei Finzi-Contini” è oramai un classico contemporaneo, pubblicato per la prima volta da Einaudi nel ’62 e vincitore del premio Viareggio. Nel 1970 Vittorio De Sica decise di trarne un film, da cui Bassani prese decisamente le distanze, nonostante avesse inizialmente collaborato alla sceneggiatura.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Lo stile di Bassani è piuttosto ricco e articolato, ed è anche vivido senza dubbio, sembra di ascoltare delle persone reali mentre parlottano e discutono su vari argomenti, è molto umano in questo, riesce a dare vita ai personaggi, ai luoghi e in generale all’atmosfera del testo.

Il ritmo del libro purtroppo l’ho trovato molto lento, troppo lento, vi dico la verità se non mi fossi aiutata con l’audiolibro nel corso della lettura in cartaceo probabilmente a quest’ora non sarei mai riuscita a terminarlo. E’ stata una lettura estenuante e stancante, probabilmente anche per il poco coinvolgimento che ho sentito durante la lettura, non sono riuscita ad entrare in contatto con i personaggi, non mi sono sentita ben inserita all’interno della narrazione, insomma c’è sempre stata una specie di barriera fra me e la vicenda narrata.

Dunque c’è da dire che la trama di base del libro è molto interessante, più che interessante e l’inizio ha un qualcosa che coinvolge il lettore, ma dopo poco sono finita in una spirale di noia e apatia.

Comunque, come stavo dicendo prima secondo me lo stile di Bassani è senza dubbio notevole e degno di essere approfondito, ma il ritmo del testo e il modo in cui questo stile a lungo andare diventa pesante e stancante finisce per appesantire il tutto.

Le atmosfere degne di nota secondo me compaiono ogni tanto, non è un libro che ha sempre una potenza forte sotto questo punto di vista, non ci sono costantemente atmosfere interessanti, coinvolgenti o ben costruite, spuntano in alcuni frangenti, ad esempio alcune descrizioni di certi punti che ritornano spesso di Ferrara sono notevoli, o anche una scena in particolare che è posta alla fine del testo e che chiude la vicenda, l’ho trovata davvero potente e molto scenica.

Tirando le somme parlando dello stile, vorrei provare a leggere altro di Bassani perché c’è qualcosa nel suo stile che indica di certo una ottima abilità, ma è un testo questo che mi ha davvero trascinata a terra per la pesantezza e le lentezza della narrazione che di certo non è aiutata dal fatto che molte scene sono simile le une alle altre.

Il Giardino Magico e la Parentesi Storica

Per anni ho sentito parlare di questo libro, nel migliore dei modi molte volte, e nel corso del tempo mi sono fatta un’idea particolare del famoso “Giardino” citato anche nel titolo e designato come luogo quasi magico, nel senso di incantato e fuori contesto rispetto alla dura realtà.

Infatti quando si parla de “Il giardino dei Finzi-Contini” molte volte ci si concentra proprio sul giardino perché è un luogo importante per lo svolgimento della vicenda, ma io mi aspettavo qualcosa di certamente diverso e più enfatizzato, mi aspettavo quasi un luogo onirico, surreale, una specie di luogo/bolla in cui i personaggi si ritrovavano per chiudere fuori il mondo e la realtà che stava prendendo una piega assai drammatica.

Invece per me non è stato così, chiariamoci, c’è il giardino, è un luogo che si ripresenta spesso e ha una grande importanza, ma pensavo ad una atmosfera diversa, ad un luogo maggiormente esaltato, insomma a più attenzione nei confronti di questo giardino che mi è sempre stato descritto come uno degli aspetti più importanti del libro un luogo difficile da dimenticare dopo la lettura.

Purtroppo questo giardino non ha avuto molto effetto su di me, e un altro aspetto che non ha funzionato con la mia esperienza di lettura è stato il modo in cui i personaggi affrontano ciò che sta accadendo e il contesto storico.

Seguiamo personaggi ebrei che affrontano man mano che i tempi vanno avanti, situazioni sempre più spiacevoli, fino al raggiungimento delle leggi razziali e questi personaggi parlano tra di loro della storia, di come si è arrivati a questo punto, ma secondo me non approfondiscono mai il presente, ciò che accade sul momento.

Parlano fra di loro di episodi gravi, ma sulla situazione presente è come se la conversazione rimanesse sempre in superficie, senza andare mei del tutto in fondo. Speravo in una maggiore concentrazione sull’aspetto presente, sugli eventi che vivono man mano questi personaggi, ne vengono raccontati alcuni, ma come dicevo tutto rimane a galla.

Le relazioni fra i personaggi. Ci conosciamo?

Infine vorrei parlare di un altro aspetto che non mi ha convinta, ovvero le relazioni fra i personaggi che si frequentano per mesi, assiduamente, sembrano diventare quasi migliori amici per poi certe volte chiudersi a riccio e liquidare questi rapporti come se non si fossero mai conosciuti nella loro vita.

C’è da specificare che ovviamente siamo in un contesto storico complesso e la famiglia Finzi-Contini era una famiglia ricca e distaccata dagli altri, si avverte sempre nel corso del libro un certo muro fra loro e gli altri, ma nonostante questo i rapporti sembrano attaccati ad un filo, fra tutti i personaggi, perché anche se a volte sembrano solidi dopo poco si spezzano.

Ovviamente questo può accadere benissimo anche nella vita reale e in altri libri, ma qui la velocità con cui ciò accade e il modo in cui si spezzano certi rapporti per conversazioni che iniziano in modo innocente e superficiale, non me lo so spiegare, in più anche qui c’è sempre una barriera, un muro, i personaggi entrano in contatto fra di loro, ma non si uniscono mai davvero, si avverte sempre un distacco, ognuno è solo nella sua testa e nella sua disgrazia.

Uno dei rapporti più significativi della vicenda è senza dubbio quello fra il narratore e Micol Finzi-Contini, che segue la scia di molti altri rapporti nel testo, la loro relazione mi ha lasciata onestamente delusa e perplessa, è un rapporto complesso di cui parlare, da una parte l’insistenza del narratore, dall’altra la volatilità di Micol che è un personaggio molto più complesso di quello che potrebbe sembrare ad un primo sguardo.

Insomma, il modo in cui si incastrano questi personaggi non mi ha convinta del tutto.

Conclusioni

Sono felice di aver letto questo testo più che altro per aver soddisfatto una curiosità che avevo da anni, ma questa lettura probabilmente sarà una delle più deludenti del 2022, siamo solo a febbraio, ma posso già dire che la delusione è stata tanta.

Vorrei esplorare lo stile di Bassani magari con un altro testo, ma la lentezza, i personaggi e gli aspetti deludenti di questo libro son stati tanti.

Ci tengo come sempre a specificare che ovviamente riconosco il valore di questo testo e vi prego di non offendervi se è uno dei vostri libri preferiti o se lo avete apprezzato decisamente più di me, purtroppo la mia personale esperienza di lettura non è stata soddisfacente.

Voto:

E voi? Avete mai letto “Il Giardino dei Finzi-Contini”? Sì? No? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

A presto!

Bruges la Morta – Georges Rodenbach

Buon mercoledì!

Come state? Come sta andando questa settimana di febbraio?

Oggi parliamo di un libro, un classico per l’esattezza, che volevo leggere da parecchio tempo e qualche mese fa sono riuscita nell’impresa, sto parlando di “Bruges la Morta” di G. Rodenbach.

Che dire, parliamone!

Bruges la Morta – Georges Rodenbach

Casa Editrice: Fazi

Genere: classico, mistero, narrativa di genere

Pagine: 105

Prezzo di Copertina: € 15,00

Prezzo ebook: € 6,99

P. Pubblicazione: 1892

Link all’acquisto: QUI

Incipit

Il giorno declinava oscurando i corridoi della grande casa silenziosa, schermando di crespo nero le finestre. Hugues Viane si preparò a uscire, come usava fare ogni giorno, nel tardo pomeriggio. Senza occupazione, solitario, trascorreva l’intera giornata nella sua stanza, un’ampia camera al primo paino con le finestre affacciate sul quai du Rosaire, lungo cui tutta la casa si stendeva, specchiata nell’acqua.

Trama

Incapace di superare il lutto per la morte della giovane e bellissima moglie, Hugues Viane si trasferisce, insieme ai cimeli della defunta, a Bruges, dove vive nel ricordo e nella nostalgia della donna perduta. Esce di casa soltanto quando si fa buio e passeggia tra le stradine malinconiche della città, che alimentano ulteriormente la sua tenace, invincibile tristezza. Una sera, per caso, incontra una donna, Jane Scott, che sembra la copia esatta della moglie. Con il passare del tempo, però, si rivela molto diversa: capricciosa, irrequieta, futile, amante del lusso e della ricchezza, Jane ha assai poco da spartire con l’anima, la grazia, la dolcezza della defunta moglie. E l’insana relazione fra i due, nutrita soltanto di false illusioni, prenderà presto una piega del tutto inaspettata. Bestseller internazionale nell’Europa simbolista e decadente, “Bruges la morta” fu pubblicato per la prima volta nel 1892. A oltre un secolo di distanza, questa storia tragica mantiene intatta la sua capacità di suggestione. Un libro che sembra sostare a un crocevia, condensando l’immaginazione di un’intera epoca e nello stesso tempo lanciando verso il futuro la sua provocazione fantastica. Il lettore di oggi, nutrito di cinema, potrà riconoscere in “Bruges la morta”, come sulla lastra di un vecchio dagherrotipo, la stessa atmosfera allucinata di un grande capolavoro di Hitchcock, “La donna che visse due volte”, che fu ispirato proprio da questo romanzo.

Recensione

Dunque parliamo di un testo pubblicato per la prima volta nel 1892 a puntate su “Le Figaro” tra il 4 e 14 febbraio.

Unendo poetica decadentista e simbolismo iniziatico, legato al mito di Euridice, l’autore voleva scrivere una storia che potesse ambientare in città usando anche fotografie e linguaggio evocativo, quasi da nebbia continua.

Rodenbach unisce anche elementi del giallo all’italiana e del poema in prosa al tema del “doppio”.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Lo stile di Rodenbach è piuttosto pulito e diretto, sia nella descrizioni che nei dialoghi infatti conserva sempre una certa capacità di andare dritto al nocciolo e dirigere l’occhio del lettore verso un punto fisso e netto.

Anche il ritmo segue una linea costante e l’autore non si perde in fronzoli, è un testo breve in cui si narra una vicenda principale che viene “perseguitata” da un’altra vicenda passata, il tutto corredato dal personaggio principale Hugues, uomo solitario e complesso, perduto nei suoi ricordi e sogni di vita differente da quella che si ritrova a vivere.

Le atmosfere sono il punto forte del libro e la caratteristica che in assoluto ho amato di più durante la lettura perché siamo sepolti in questo clima di profonda solitudine, in questi vicoli stretti e nebbiosi, ci si immagina una nebbia che ricopre ogni cosa, un uomo lasciato solo al mondo che cammina in questo scenario afflitto se è possibile da sentimenti anche più nebulosi e tristi.

Per tutto il corso del testo penso che la vera protagonista sia l’atmosfera che Rodenbach riesce a creare infatti, intrisa di mistero e passato in cui si ha sempre l’impressione che stia per accadere qualcosa di tragico.

Le città specialmente posseggono ognuna una personalità propria, uno spirito autonomo, un carattere riconoscibile che corrisponde alla gioia, al nuovo amore, o alla rinuncia, alla vedovanza. Ogni città è uno stato d’animo; e quando vi si soggiorna, questo comunica, si trasmette a noi come un fluido che, respirato con l’aria, entra a far parte del nostro corpo.

Il Doppio

Come dicevamo prima uno dei temi del libro è il “doppio”, un tema molto caro a parecchi autori classici e non, di certo un tema che ha sempre intrigato parecchio autori e lettori, ma anche un tema complesso e variegato.

In questo testo troviamo il “doppio” parlando di Ofelia, la moglie deceduta del nostro protagonista, e della nuova fiamma di questo Jane, una donna che somiglia molto alla defunta nell’aspetto, ma decisamente di meno nei modi e nel carattere.

Hugues fa di tutto per far assomigliare questa donna alla defunta, per soddisfare il suo desiderio di riportare in un qualche modo in vita la ex moglie con le sembianze della nuova amante, ma presto si rende conto che le due non potranno mai essere la stessa persona e il suo amore perso è destinato a rimanere sepolto.

La nuova amante di certo non è un personaggio piacevole dal punto di vista caratteriale, Rodenbach fa di tutto per presentarcela come una giovane materialista e superficiale a cui non importa nulla di Hugues, ma in fin dei conti nemmeno a lui importa nulla di lei, è così ossessionato da questa per la connessione che ha con Ofelia, ma non da lei come figura a sé, nella sua mente la lega sempre alla defunta, ma il suo amore rimane legato a Ofelia.

Nella mente di Hugues quindi inizia questo gioco di specchi che a tratti si interrompe, più precisamente questo accade ogni volta in cui succede un evento che fa aprire gli occhi a Hugues sulla vera natura della nuova fiamma e gli ricorda che lei non è Ofelia.

Dicevamo prima della nebbia, una presenza che sembra sempre presente nel romanzo, presente come quella nella mente di Hugues che diventa dipendente da questa donna, che lo maltratta molto spesso, e da uomo solitario e visto con pietà dalla società per la sua perdita finisce per diventare un uomo con frequentazioni strane secondo la gente.

Finale

Il finale è forse il punto più alto del romanzo in cui vediamo passato e presente che si toccano, Ofelia e Jane che si uniscono, un’esplosione di impeto e un punto di non ritorno.

Ho trovato il finale prevedibile per certi versi, ma comunque interessante per i simboli che ritroviamo in esso e i vari collegamenti con la mente di Hugues che nel corso del romanzo impariamo a conoscere.

Questo testo è l’espressione del decadentismo, mi sono ritrovata a pensarlo spesso durante la lettura, ne ha tutte le caratteristiche.

Conclusioni

Tutto sommato ho apprezzato “Bruges la Morta”, come dicevo soprattutto per le atmosfere e per la poesia di alcune parti del testo, ma forse mi aspettavo qualcosa in più.

E’ un romanzo godibile, un classico che si divora, intrigante, ma desideravo qualcosa in più dai personaggi e in generale qualcosa in più da tutta la trama.

Ero certa che questo libro mi sarebbe piaciuto, è stato così, ma di certo con delle riserve, è un libro che ti fa assaporare atmosfere tragiche e solitarie, decadenti, ma appena ti immergi in queste ti saluta già.

Voto:

E voi? Avete mai letto “Bruges la Morta”? Sì? No? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

A presto!

Incendi – Richard Ford

Buon mercoledì e ben ritrovati/e!

Come state? Procede bene la settimana? Vi sentite già pronti per la fine di gennaio?

Oggi parliamo di un libro che ho letto qualche mese fa, siamo ancora immersi nell’operazione di recupero delle recensioni arretrate, meno una, tra l’altro abbiamo parlato un poco di questo libro nell’articolo dei libri top del 2021, quindi la rivelazione del voto finale non sarà una sorpresa, ma prima di quello ci dobbiamo addentrare nei meandri di questo testo.

Iniziamo!

Incendi – Richard Ford

Casa Editrice: Feltrinelli

Genere: narrativa contemporanea

Pagine: 165

Prezzo di Copertina: € 7,50

Ebook non disponibile

P. Pubblicazione: 1990

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Incipit

Nell’autunno del 1960, quando io avevo sedici anni e mio padre era momentaneamente disoccupato, mia madre conobbe un certo Warren Miller e si innamorò di lui.

Trama

Nell’estate del I960 la città di Great Falls, Montana, fu circondata dal fuoco. Il fumo proveniente dalla foresta in fiamme coprì le montagne a sud, ovest e a est. Fu l’estate in cui il padre di Joe trasferì la famiglia nel Montana per non perdere l’occasione del boom petrolifero. Fu l’estate in cui il padre perse il lavoro al golf club e andò a combattere l’incendio. Fu l’estate in cui la madre di Joe incontrò Warren Miller e s’innamorò di lui. Fu l’estate in cui Joe si accorse che i genitori erano qualcosa di inesplicabile, come tutti. Nessuno di questi personaggi ritiene che la felicità gli sia dovuta. Tutti devono fare degli aggiustamenti nei confronti degli altri. Tutti, quando è in gioco la propria sopravvivenza, richiedono innocentemente che il proprio interesse prevalga, anche su quello delle persone che amano. Nessuno, dice Ford, conosce il perchè delle proprie azioni. Semplicemente le compiono. Sdradicano le proprie esigenze, abbandonano i figli, cambiano compagni di vita: tutto nel vago perseguimento della felicità.

Recensione

Dunque, ci tengo a dire che questa è stata la mia prima esperienza con Richard Ford, un autore che ho sicuramente intenzione di approfondire perché questo primo testo mi ha stupita e altre pubblicazioni dell’autore, se non la maggior parte, mi sembrano parecchio interessanti.

Richard Ford è un autore americano, ha pubblicato romanzi e raccolte di racconti, l’ultima è stata “Scusate il Disturbo“, raccolta di racconti edita Feltrinelli pubblicata nel 2021.

Fra i suoi testi più famosi è giusto citare: “Canada“, “Tutto Potrebbe Andare Molto Peggio” e “Sportswriter“, tutti editi Feltrinelli.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Per me lo stile di Ford è assolutamente godibile, trovo riesca a penetrare nelle emozioni dei personaggi e a farle arrivare moltiplicate al lettore, usando uno stile tutto sommato equilibrato e sempre con una punta di nostalgia.

I personaggi si guardano spesso alle spalle pensando al passato e nelle loro espressioni regna sempre una sorta di infelicità latente, il modo in cui si muovono, reagiscono, vivono, nasconde una specie di malinconica tristezza.

Il ritmo di Ford in “Incendi” è costante, medio, l’autore si prende il tempo per rappresentare al meglio i personaggi senza essere né troppo sfuggente, né troppo perso ad adagiarsi sugli allori.

La vicenda di per sé è semplice, parliamo di un ragazzo che durante l’assenza del padre vede la madre frequentare un altro uomo, va addirittura a cena a casa di questo con la madre ed è costretto ad assistere alla caduta del matrimonio fra i genitori, un’esperienza dolorosa che anche nei momenti di narrazione più innocenti, mi ha fatto soffrire non poco.

Infatti questo libro all’apparenza è innocente, lo stile dell’autore lo è perché rappresenta fatti che migliaia di persone vivono o hanno vissuto nella loro adolescenza/infanzia e lo fa con fatti semplici, eventi di tutti i giorni, racconta ciò come se non stesse succedendo qualcosa di grave, come se la famiglia del protagonista non si stesse sfasciando.

E’ un libro che fa vivere o rivivere al lettore esperienze legate all’infanzia o adolescenza, riporta il lettore stesso a quel tempo e lo fa assistere inerme a fatti che sono dolorosi per il protagonista.

L’atmosfera generale del libro mi ha ricordato quelle mattine estive in cui ci si sveglia presto e si ha il tempo di vedere l’alba, ci si perde ad ammirarla cercando di non pensare alla giornata che ci aspetta perché sappiamo di dover affrontare tanti problemi che vorremmo evitare, ecco quando ripenso ad “Incendi” penso a questa immagine.

Noi seguiamo il protagonista sedicenne e ci identifichiamo con lui, un giovane che si ritrova in un periodo delicato della propria crescita e deve fare i conti con tutto quello che sta accadendo, questo romanzo fa rivivere quelle tipiche emozioni di frustrazione mista a speranza disillusa e non che sono tipiche dell’adolescenza.

Il Crollo di un Matrimonio

Il tema principale del libro, oltre alla crescita del protagonista, è come dicevamo prima il tradimento di questa donna nei confronti del marito e il crollo di questo amore, matrimonio, famiglia.

Trovo che questa sia una tematica molto delicata che certe volte non viene rappresentata al meglio, quella del tradimento matrimoniale, c’è da dire che secondo me negli anni è stata bistrattata, dal cinema, dallo spettacolo, in generale un po’ ovunque, ho sempre avuto l’impressione di vederla rappresentata come un fatto di poco conto, viene spesso sminuita e non approfondita, mentre invece un tradimento, come quello a cui assistiamo in “Incendi“, è un evento che segna profondamente una famiglia e una coppia, ovviamente con tutte le eccezioni del caso.

In questo libro invece Ford ci fa provare il dolore e la frustrazione di un ragazzo che sente di non poter fare nulla, di un uomo, il padre, che realizza di non essere più ricambiato nel suo amore dalla moglie, di una donna, la madre, che si sente prigioniera di una vita che non vuole più.

Siamo assieme al protagonista catapultati in un clima di disagio e distacco, improvvisamente la madre diventa per lui una sconosciuta, una figura che sente di non aver forse mai capito e il padre quell’individuo lontano a cui vorrebbe urlare di tornare a casa e pregarlo di fare qualcosa.

“Avrei voluto risponderle qualcosa, anche se non stava neanche parlando con me ma solo con se stessa o con nessuno in particolare. Io non pensavo di raccontare tutto questo a mio padre e avrei voluto rassicurarla in proposito. Ma non volevo essere l’ultimo a parlare. Perché se anche avessi detto qualcosa, sapevo che la mamma sarebbe rimasta in silenzio come se non m’avesse sentito e io sarei rimasto lì con le mie parole – qualunque fossero state – a ricordarle per il resto della mia vita.”

E’ sempre Colpa dell’altro

Per Joe, il protagonista, è facile odiare l’amante della madre che viene additato per tutto il romanzo come un uomo quasi senza scrupoli, sulle prime sembra impacciato e piuttosto timido, ma successivamente viene alla luce una sua parte di personalità più ispida e viscida.

Non è un uomo cattivo, anche se noi vediamo tutto dagli occhi di Joe e ci sembra un mostro, perché in queste situazioni la colpa sembra sempre essere dell’altro, di quello/a che porta via la madre o il padre, Joe inizierà a capire piano piano che non è l’altro ad essere un mostro, ma in queste situazioni la colpa non è di nessuno e di tutti, anche qui ci sono casi e casi ovviamente.

Anche noi finiamo per odiare l’amante e per vedere il padre come una vittima, la situazione è molto più complicata così e alla fine comprendiamo meglio la vera natura dei personaggi e le loro motivazioni.

Conclusioni

Incendi” è un libro che mi ha fatto versare lacrime amare, anche se non è all’apparenza il libro più strappalacrime che esista, forse ha solo toccato, nel mio caso, delle corde particolari e per questo mi è piaciuto molto.

E’ una storia all’apparenza semplice, ma decisamente complessa, i cui non ci sono veri colpevoli, persone perse forse, è un libro che ricorda ai figli che anche i genitori sono esseri umani e come tutti sbagliano e cadono.

Anche se mi è piaciuto devo ammettere di non aver apprezzato del tutto il finale, per me unico neo del libro, mi è sembrato affrettato e sforzato.

Voto:

E voi? Avete mai letto qualcosa di Ford? Sì? No? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

A presto!

Sonno Profondo – Banana Yoshimoto

Buon mercoledì!

Come vi sentite in questo mercoledì? Spero che tutto proceda nel migliore dei modi!

Oggi recuperiamo un’altra recensione, di un libro che ho letto qualche mese fa e che mi ha stupita.

Il libro di oggi è “Sonno Profondo” di Banana Yoshimoto, ed è il mio primo approccio con l’autrice, famosa soprattutto per “Kitchen“, diventato un super best seller.

Sonno Profondo” è un testo che sostava da anni nella mia libreria ed è una raccolta di tre racconti, simili soprattutto peri personaggi che incontriamo in essi e il mood generale.

Iniziamo!

Sonno Profondo – Banana Yoshimoto

Casa Editrice: Feltrinelli

Genere: racconti, narrativa contemporanea

Pagine: 134

Prezzo di Copertina: € 8,50

Prezzo ebook: € 4,99

P. Pubblicazione: 1989

Link all’acquisto (nuova edizione): QUI

Incipit (primo racconto)

Da quanto tempo sarà che quando sono da sola dormo in questo modo? Il sonno viene come l’avanzare della marea. Opporsi è impossibile. E’ un sonno così profondo che né lo squillo del telefono né il rumore delle auto che passano fuori mi arrivano all’orecchio.

Trama

“Queste tre storie, dice Banana Yoshimoto, raccontano la notte di alcuni personaggi che si trovano in una situazione di blocco, in una fase in cui il flusso regolare del tempo si è interrotto”. In questa sospensione, emergono i temi a lei più cari, i percorsi del suicidio, la decadenza dell’istituzione familiare, il ruolo della sessualità, ritratti questa volta in noir, per suscitare una forte emozione.

Recensione

Sonno Profondo” è il terzo romanzo dell’autrice giapponese ad essere tradotto in Italia, il libro raccoglie tre racconti precedentemente apparsi sulla rivista “Kaien”: “Sonno Profondo“, “Viaggiatori nella Notte” e “Un’esperienza”.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Lo stile di Banana Yoshimoto è pulito, lineare, non avendo mai letto nulla dell’autrice sono rimasta stupita dalla semplicità (dal punto di vista dei termini utilizzati) del suo stile, sa indagare nei quadri complessi delle emozioni umane e ha la grande abilità di saper utilizzare, a mio modesto pare, il grande mantra dello “Show don’t tell” magnificamente, almeno in questo testo.

Il ritmo sembra lento ad un primo acchito perché la Yoshimoto si concentra sulle sensazioni dei personaggi e il loro modo di vivere gli eventi più piccoli e normali, ma in realtà la storia avanza, quindi il ritmo è quello strano mix che sembra far rallentare a tratti il tempo mentre la vita di tutti i giorni va avanti per i nostri personaggi.

Le atmosfere dei racconti sono costellate da un senso di malinconia e solitudine generale, i tre racconti sono infatti accomunati da un senso quasi di abbandono nei confronti della vita o della vita per come era vista dai personaggi.

I personaggi vivono in uno stato di blocco che li porta ad osservare le persone e la vita attorno a loro come se fossero all’interno di una bolla, vedono quello che succede, ma a loro sembra non importare, sono concentrati su un passato che non c’è più, su un periodo della loro vita che è stato importante e che loro tendono ad idealizzare senza concentrarsi sul presente, come se non esistesse, come se avessero lasciato la loro vita in mano a delle entità uguali a loro che non sono loro.

Vivono in quello stato di apatia e distacco come se fossero in un costante sonno profondo, ogni giornata è uguale a quella precedente, non c’è interesse o voglia di fare nulla di particolare nella loro vita, questa ovviamente può essere anche una forma di depressione da non sottovalutare.

Penso che Banana Yoshimoto sia bravissima nel far provare queste sensazioni al lettore senza al tempo stesso appesantire il tutto, non insiste mai troppo sulle emozioni di questi personaggi, ha uno stile equilibrato, dipinge un quadro senza esagerare mai.

Sonno Profondo

Sonno Profondo” è il primo racconto della raccolta e parla di questa ragazza che dorme costantemente, vive in questo appartamento sola e frequenta un uomo sposato. Si perde spesso in ricordi riguardanti il periodo in cui lavorava o in cui studiava, ma nello stato attuale vive quasi come se fosse nella famosa bolla di cui parlavamo prima, ogni tanto si incontra con quest’uomo, ma non prova particolari interessi o slanci nella propria vita.

E’ un racconto che ha al suo interno un’aura di solitudine non indifferente, la Yoshimoto riesce a scrivere in modo decisamente evocativo, leggendo mi sono immaginata perfino il movimento di un vestito indossato dalla protagonista durante un momento di relax e alla fine dopo un buon tot di tempo dalla lettura, per qualche motivo sono queste le scene che ricordo di più, quelle legate alla vita di tutti i giorni, ma con un tocco di poesia e atmosfera in più.

Durante la lettura si può provare il desiderio di spronare quasi questa ragazza a cambiare la propria vita, ma questo desiderio non diventa mai così forte al punto da rendere la lettura fastidiosa per l’immobilità della protagonista.

Ognuno di noi dopotutto ha vissuto o vivrà io credo un periodo di limbo, un lasso di tempo in cui ci si sente bloccati e non si può tornare indietro, verso il passato magari negativo, ma sicuro e allo stesso tempo non si riesce ad andare avanti, l’importante è saper affrontare questo periodo nel migliore dei modi, come dicevo sopra alcune di queste emozioni (con ovviamente mille e più considerazioni in base al caso) possono anche essere collegate ad una malattia come la depressione.

“Credo che la forza si stesse impercettibilmente rigenerando dentro di me. Anche se era stata solo una piccola onda, una piccola storia di resurrezione vissuta dal mio cuore provato dalla perdita di un’amica e dalla quotidiana stanchezza del vivere, mi fece pensare quanto l’uomo sia fondamentalmente sano. Non ricordavo più se in passato mi fosse già accaduto, ma nell’affrontare il buio che ognuno ha dentro di sé dopo una ferita profonda, distrutta dalla stanchezza, all’improvviso un’energia sconosciuta aveva cominciato a riemergere.”

Ecco, la protagonista di questo primo racconto si perde nel sonno e lascia che i giorni passino non concentrandosi più di tanto sul futuro.

Viaggiatori nella Notte

Il secondo racconto riguarda una ragazza che trova una lettera della ex fidanzata del fratello morto un anno prima e da lì inizia la sua passeggiata nel viale dei ricordi, quelli di suo fratello, quelli di questa ragazza e quelli degli attimi vissuti assieme quando sia lei che il fratello erano più giovani.

E’ un racconto che parla di morte e mancanza, viviamo sempre nelle atmosfere della raccolta, quelle del vuoto e del distacco dalla realtà, ma qui indaghiamo nei meandri di un rapporto profondo e viscerale come quello fra fratello e sorella e ci perdiamo assieme alla protagonista nelle varie domande che la morte del giovane ha lasciato in lei.

Il ritrovamento di questa lettera scatenerà tutta una serie di ricordi ed emozioni che lei ha forse volutamente lasciato addormentate dopo la morte del giovane, per non soffrire e non essere costretta a guardare in faccia la realtà.

Abbiamo anche qui un racconto toccante, pieno di nostalgia che ci porta ad interrogarci sul passato, davvero il passato è solo passato? O è ogni giorno con noi anche se non lo vediamo e a volte lo ignoriamo? E’ vero che concentrarsi troppo su di esso può essere nocivo, ma anche ignorarlo può esserlo.

Un’esperienza

La raccolta si conclude con “Un’esperienza” che è un racconto assai amaro in cui questa ragazza ci racconta di un’esperienza passata, anni prima infatti era andata a vivere in un appartamento con un ragazzo per cui aveva perso la testa e un’altra ragazza che frequentava questo giovane, insomma era una storia a tre e tutti vivevano sotto lo stesso tetto.

La narratrice in questo racconto si perde a parlare della sua “rivale” e riscopre un sentimento di affetto nei suoi confronti, è un racconto molto interessante perché fa riflettere sulla potenza della memoria e dei ricordi, e sul concetto di rivalità e odio.

Ai tempi quando stavano assieme la protagonista non amava particolarmente questa ragazza, ma non la detestava nemmeno, forse pensava di odiarla, ma dal modo in cui parla di lei al passato scopriamo che provava quasi un senso di affetto e ammirazione che ai tempi non voleva ammettere a se stessa.

Al presente invece accetta totalmente il fatto di sentire quasi la sua mancanza e averla amata, in modo particolare diciamo.

E’ un racconto breve, il più breve della raccolta, ma è a mio avviso il più doloroso assieme a “Viaggiatori nella Notte“, qui il senso di passato perduto ci arriva totalmente, il mondo in cui ha vissuto la protagonista non esiste più, le persone con cui ha vissuto sembrano lontane anni luce e lei si ritrova a sentire la mancanza di tutto quel che è stato, che al passato non era un idillio, ma al presente sembra un mondo per cui vale la pena provare un senso di mancanza.

Conclusioni

Sono stata felice di questo primo approccio con Banana Yoshimoto e leggerò senza dubbio altro di suo, non mi sento di dare cinque stelline perché anche se la raccolta è stata di mio gradimento aspetto di leggere qualcosa di più potente.

“Sonno Profondo” è una raccolta interessante, ma non è il punto massimo della Yoshimoto e non è di certo perfetta, ma ripeto è assolutamente godibile, soprattutto può essere un bel modo per scoprire lo stile e le tematiche dell’autrice.

Voto:

E voi? Avete mai letto nulla di Banana Yoshimoto? Sì? Vi è piaciuto? No, perché? Fatemi sapere!

A presto!

Rosso Nella Notte Bianca – Stefano Valenti

Buona domenica, buona Befana (in più che ritardo) e ben ritrovati/e sul blog!

Rieccoci a parlare di libri dopo qualche giorno di pausa, questa sarà la prima recensione di un anno che spero, sarà costellato di articoli interessanti.

Voglio cercare di recuperare con le recensioni arretrate, anche perché di vari libri di cui abbiamo parlato negli ultimi giorni del 2021 non esistono recensioni approfondite e di questo me ne dispiaccio, quindi cercherò di ovviare a tutto ciò il prima possibile.

Rosso nella Notte Bianca” è stato uno dei miei libri top del 2021 e non vedo l’ora di parlarvene, quindi iniziamo!

Rosso nella Notte Bianca – Stefano Valenti

Casa Editrice: Feltrinelli

Genere: narrativa letteraria/narrativa contemporanea

Pagine: 117

Prezzo di Copertina: € 12,00

Prezzo ebook: € 8,99

P. Pubblicazione: 2016

Link all’acquisto: QUI

Incipit

La tremenda immensità dei duemila metri. La distesa è intirizzita. E la neve di novembre ha cancellato arbusti, rocce, terreno. Ulisse ritrova l’ombra nebbiosa del primo mattino, un’onda immobile che divora i monti. La accoglie fermo, le braccia abbandonate sui fianchi. E’ arrivato in malga ieri sera. Lì, in radura, la casera bruciata. Le pareti della baita nere di fumo trascorsi ormai cinquant’anni.

Trama

Valtellina. Novembre 1994. Il settantenne Ulisse Bonfanti attende Mario Ferrari davanti al bar e lo ammazza a picconate. E, alla gente che accorre, dice di chiamare i carabinieri, che vengano a prenderlo, lui ha fatto quello che doveva. Erano quarantotto anni che Ulisse mancava da quei monti. Dopo avere lavorato tutta la vita con la madre Giuditta in una fabbrica tessile della Valsusa, è tornato e si è rifugiato nella vecchia baita di famiglia, o almeno in quel che ne è rimasto dopo un incendio appiccato nel 1944. Non un fiato, non un filo di fumo, non una presenza tutto intorno. In questo abbandono, tormentato da deliri e allucinazioni, Ulisse trascorre l’ultima notte di libertà: riposa davanti al camino, cammina nei boschi, rivive la tragedia che ha marchiato la sua esistenza. Dimenticato da tutti, si rinchiude come un animale morente in quella malga dove nessuno si è avventurato da decenni. I ricordi della povertà contadina, della guerra, della fabbrica, delle tragedie familiari, si alternano in una tormentata desolazione. Una desolazione che nasce dal trovarsi nel paese dove, nel 1946, è morta la sorella Nerina. È la stessa Nerina a narrare quanto accaduto. Uno di fronte all’altra, la neve sullo sfondo, Ulisse e la giovane sorella si raccontano le verità di sangue che rendono entrambi due fantasmi sospesi sul vuoto della Storia.

Recensione

Stefano Valenti ha scritto anche “La Fabbrica del Panico” e le vicende, i personaggi e i luoghi presenti ne “Rosso nella Notte Bianca” sono tratte da fatti realmente accaduti, ma rielaborati dall’autore, quindi il libro non ha pertanto valore documentario.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Lo stile con cui è scritto il libro può risultare di certo diverso, originale sulle prime perché ad esempio i dialoghi mancano di punteggiatura quindi ci vuole qualche secondo per capire che stiamo leggendo un dialogo e i capitoli sono composti da paragrafi piuttosto brevi di una decina di righe, rigo più rigo meno.

Lo stile di Stefano Valenti è piuttosto diretto, crudo, specialmente quando deve raccontare fatti violenti o brutali poi lo stile rimane diretto, non si prolunga in eccessive descrizioni o non usa tecniche particolari per far entrare il lettore nel mood del momento e prepararlo per quello che arriverà, rimane lineare.

“Ricordo, dice Ulisse rivolto a Nerina, che nostra madre diceva Con quello che ho vissuto nei monti non tornerei a viverci nemmeno un minuto, diceva Me ne andrei via fin da subito, trascorrerei piuttosto la vita in fabbrica, tutta la vita in fabbrica. Perché nei monti la donna vive come un animale, diceva, fradicia d’umidità e fatica, ed è preferibile per la donna vivere in fabbrica, cercare di trarre profitto dal vivere in fabbrica, piuttosto che dal vivere nei monti. Nei monti la donna ha il valore della bestia, meglio perdere la donna e non la bestia, che la bestia è tutto per il contadino, la donna niente. Ecco il valore che ha la donna nei monti, il valore di un animale, meno di un animale.”

ll ritmo generale del libro rimane piuttosto veloce, c’è da considerare che è un libro breve, di 117 pagine in cui accadono molti fatti, tanti di questi sono ricordi e altri invece sono fatti attuali (per i tempi della storia), quindi il ritmo rimane spedito senza togliere nulla della vicenda però, perché i dettagli e le parentesi varie ci vengono raccontate tutte.

Le atmosfere generali del libro sono piuttosto fredde e distaccate, ci troviamo in luoghi montuosi, in anni di paura e violenza, in un clima di abbandono e rinuncia.

Si avverte il dolore dei personaggi, si sente sulla pelle, le violenze perpetrate su di loro rimbombano in questi luoghi freddi, ghiacciati, stretti nella morsa dell’abbandono e della solitudine, anche se i personaggi principali infatti sono una famiglia composta da fratello, sorella e madre, tutti loro sembrano rinchiusi in una gabbia di solitudine e dolore personale, anche se non manca l’amore tra di loro e la sofferenza per le pene degli altri.

Il Vuoto della Storia

Una dei protagonisti del libro è senza dubbio la Storia con la “s” maiuscola, come dicevo siamo per la maggior parte del tempo nei ricordi di Ulisse e Nerina, protagonista e sorella del protagonista, che si muovono nel viale dei ricordi dell’anno 1944.

Un anno devastante, denominato l”annus horribilis” della guerra in Italia, l’anno in cui l’Italia era stretta tra la morsa nazista e quella della guerra, l’anno con più morti in Italia.

In questo scenario assistiamo alle vicende della famiglia Bonfanti, con Ulisse partigiano sulle montagne lombarde durante la Resistenza, e Nerina che cade vittima dei Repubblichini guidati da un traditore, Mario Ferrari, e infine la madre a cui Ulisse si unirà abbandonando i luoghi dove è cresciuto per fare l’operaio in un cotonificio in Valsusa.

Riviviamo assieme a Ulisse e Nerina quei momenti e assieme a lui arriviamo nel 1994, anno in cui Ulisse torna in quei luoghi per vendicarsi.

Il vuoto della Storia è quello delle vittime dimenticate, dei superstiti che per anni hanno cercato di andare avanti, di fare giustizia, o a volte semplicemente di sopravvivere immersi in un passato che per gli altri è difficile da capire, in un dolore che brucia sempre e non si estingue mai.

Il vuoto della Storia è quello delle persone morte a cui nessuno darà mai giustizia, sono un capitolo già letto, un sacrificio non considerato, la morte di Nerina è una ferita ancora aperta e sanguinante per Ulisse, ma per la Storia sembra solo un’altra ragazza morta prematuramente dopo anni di sofferenza.

Questo vuoto fra il dolore e la perdita e la mancanza di giustizia, di peso e di considerazione è ciò che crea il vuoto della storia, un vuoto che lascia le vittime sole, abbandonate a loro stesse, a dover fare i conti con le perdite e un domani incerto e amaro.

Quale giustizia?

Questo libro apre anche una parentesi sul significato vero di giustizia, uno dei grandi temi più complessi dell’umanità direi, cosa è giusto? Chi può dirlo con certezza? Quanto è profondo l’abisso fra giustizia personale e giustizia legale? Quanti tipi di giustizia ci possono essere?

La differenza fra quella personale o privata sta soprattutto nella soddisfazione personale a discapito delle sorti di colui su cui ci si vendica, mentre ovviamente quella legale non bada alla soddisfazione personale, ma è legata ad un giudice e alla legge. E dato che la società si è certamente evoluta ad oggi siamo coscienti del fatto che la giustizia personale non è un tipo di giustizia affidabile.

In “Rosso nella Notte Bianca” assistiamo ad un tipo di giustizia personale/privata, noi come lettori, nonostante i vari interrogativi sulla giustizia infatti ci troviamo in difficoltà perché Ulisse compie un’azione da non approvare, certo, ma non possiamo fare a meno di empatizzare con lui, se non per la sua scelta di sicuro per la sua storia.

Dobbiamo anche tenere conto del fatto che Ulisse ha delle problematiche a livello psicologico, che sono piuttosto evidenti nei pezzi in cui ci ritroviamo soli con lui, ma queste problematiche possono anche avere una diversa interpretazione.

E di quello che è accaduto conservo ricordi nitidi. E la paura, conservo anche quella, il rumore dei mitra, l’inferno in terra, il fumo che cava via il fiato, morti per la via, la linfa dei corpi e quella della natura, liquidi mescolati, la carne nella sua bruttezza, dei colori della carne e dei muscoli e dei nervi e l’odore della morte che è l’odore del sangue fresco.

Rosso nella Notte Bianca” è un libro che ci porta ad interrogarci sul significato di giustizia e vendetta, sull’eterna battaglia e fusione di queste, su ciò che può portare un individuo a compiere un atto agghiacciante come l’omicidio, a provare o tentare di provare ciò che prova quell’individuo, a farlo nostro e a provare ad andare avanti con tutto questo peso sulle spalle.

Conclusioni

E’ davvero complicato per me darmi un limite con questo libro perché potrei davvero star qui a scrivere una recensione infinita, e sento che “l’abbastanza” non sarà mai abbastanza con questo testo.

Penso sia complesso sulle prime affacciarsi ad uno stile come quello di Valenti, che lascia sorpresi all’inizio e quando si giunge a certe scene forti ci si ricorda sempre della schiettezza dell’autore anche nel suo proporre immagini crude, senza fronzoli.

E’ un libro di una forza estrema, che ci porta nelle profondità di un animo umano affaticato, provato da anni di dolore e perdite, un animo umano che sceglie la vendetta come via per lavare con il sangue altro sangue.

Questo libro mi è piaciuto molto e secondo me merita di essere esplorato, gli unici appunti più negativi che posso fare riguardano lo stile (ciò che ho scritto sopra) e il finale perché avrei gradito qualche pagina in più.

Voto:

E voi? Avete mai letto “Rosso nella Notte Bianca”? Sì? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

A presto!

La Mia Top Five Letteraria del 2021

Buon giovedì e benvenuti/e nell’ultimo articolo del 2021!

Oggi, come annunciato ieri, parleremo delle migliori letture del 2021, quindi dei libri che ho letto in questi mesi e che per un motivo o per l’altro ho voluto inserire in questa top five.

Ieri abbiamo parlato dei libri flop e oggi per chiudere in bellezza l’anno parliamo dei top, i migliori, the best of the best insomma.

Ovviamente le premesse sono le stesse di ieri quindi ci tengo a ribadire che queste sono opinioni assolutamente personali e alcuni libri che a me sono piaciuti molto potrebbero non aver incontrato ovviamente i gusti di tutti.

E come detto ieri alcuni dei libri che citerò sono presenti in altri articoli già pubblicati nel corso dell’anno sul blog, ma di altri non abbiamo ancora parlato e di questi usciranno di sicuro le recensioni nei prossimi mesi.

Tra l’altro ho dovuto (per motivi di top) ordinare questi libri dal quinto al primo, ma tutti i libri che citerò meritano per me il primo posto anche se combattendo con la mia indecisione ho dovuto pensare a questi dal più gradito in assoluto a quello meno gradito, anche se parliamo dei libri migliori dell’anno quindi anche il quinto è un libro da primo posto per me.

Sempre andando in ordine decrescente scaleremo la top fino al podio, iniziamo!

Rosso nella Notte Bianca – Stefano Valenti

Anno di Pubblicazione: 2016

Link all’acquisto: QUI

Valtellina. Novembre 1994. Il settantenne Ulisse Bonfanti attende Mario Ferrari davanti al bar e lo ammazza a picconate. E, alla gente che accorre, dice di chiamare i carabinieri, che vengano a prenderlo, lui ha fatto quello che doveva. Erano quarantotto anni che Ulisse mancava da quei monti. Dopo avere lavorato tutta la vita con la madre Giuditta in una fabbrica tessile della Valsusa, è tornato e si è rifugiato nella vecchia baita di famiglia, o almeno in quel che ne è rimasto dopo un incendio appiccato nel 1944. Non un fiato, non un filo di fumo, non una presenza tutto intorno. In questo abbandono, tormentato da deliri e allucinazioni, Ulisse trascorre l’ultima notte di libertà: riposa davanti al camino, cammina nei boschi, rivive la tragedia che ha marchiato la sua esistenza. Dimenticato da tutti, si rinchiude come un animale morente in quella malga dove nessuno si è avventurato da decenni. I ricordi della povertà contadina, della guerra, della fabbrica, delle tragedie familiari, si alternano in una tormentata desolazione. Una desolazione che nasce dal trovarsi nel paese dove, nel 1946, è morta la sorella Nerina. È la stessa Nerina a narrare quanto accaduto. Uno di fronte all’altra, la neve sullo sfondo, Ulisse e la giovane sorella si raccontano le verità di sangue che rendono entrambi due fantasmi sospesi sul vuoto della Storia.

Meraviglioso libro che volevo leggere da anni e sono felice di aver finalmente affrontato. Ricordo ancora di aver scoperto questo testo mentre facevo delle ricerche per un articolo di “News Letterarie” per il blog, lo avevo menzionato e presa dall’entusiasmo e dalla curiosità lo avevo acquistato. Lo potete trovare ad oggi anche in audiolibro su Audible e io vi consiglio spassionatamente l’ascolto o la lettura di questo. E’ un libro breve, ma intenso che ci porta nell’Italia del fascismo in un clima di estrema violenza e crudeltà, ne “Rosso nella Notte Bianca” assaggiamo una parte di ciò che è stato vivere in quegli anni in un Paese tagliato dalle leggi fasciste, leggiamo di cosa ha significato questo per una povera ragazza come Nerina, stuprata, torturata, traviata da una vita che l’aveva messa in ginocchio. La storia si divide fra gli anni 40′ e gli anni 90′, tempi più recenti in cui incontriamo Ulisse, fratello di Nerina che si macchia di un omicidio piuttosto violento. “Rosso nella Notte Bianca” è una storia umana, di ferite profonde che non si sono mai rimarginate e non si rimargineranno mai, i personaggi sono coscienti di questo e si abbandonano alla vendetta come unica via per una giustizia inesistente o debole. Un libro amaro, duro, violento, ma stupendo, traboccante di aspra umanità.

Il Grande Gatsby – F. S. Fitzgerald

Anno di Pubblicazione (italiana): 1936

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Il grande Gatsby ovvero l’età del jazz: luci, party, belle auto e vestiti da cocktail, ma dietro la tenerezza della notte si cela la sua oscurità, la sua durezza, il senso di solitudine con il quale può strangolare anche la vita più promettente. Il giovane Nick Carraway, voce narrante del romanzo, si trasferisce a New York nell’estate del 1922. Affitta una casa nella prestigiosa e sognante Long Island, brulicante di nuovi ricchi disperatamente impegnati a festeggiarsi a vicenda. Un vicino di casa colpisce Nick in modo particolare: si tratta di un misterioso Jay Gatsby, che abita in una casa smisurata e vistosa, riempiendola ogni sabato sera di invitati alle sue stravaganti feste. Eppure vive in una disperata solitudine e si innamorerà insensatamente della cugina sposata di Nick, Daisy… Il mito americano si decompone pagina dopo pagina, mantenendo tutto lo sfavillio di facciata ma mostrando anche il ventre molle della sua fragilità. Proprio come andava accadendo allo stesso Fitzgerald, ex casanova ed ex alcolizzato alle prese con il mistero di un’esistenza ormai votata alla dissoluzione finale.

“Il Grande Gatsby” è stato una rilettura che ho fatto nel 2021 con grande piacere, forse ha avuto meno impatto su di me rispetto alla prima volta in cui l’ho letto, ma è un classico che amo sempre molto. L’ho letto in questa edizione Centauria che nonostante la bellezza ha al suo interno alcuni errori e refusi, questi non aiutano del tutto nella lettura perché spezzano a tratti un poco il ritmo. Comunque, mi piace sempre immensamente immergermi nelle atmosfere del “Grande Gatsby”, questo mondo di lustrini e paillettes che nascondo segreti e verità nascoste. L’amore idealizzato di Gatsby per Daisy che ormai sembra più un cartonato di un quadro perfetto che un amore reale e tangibile. E’ un romanzo di decadenza, delle facciate, dei sentimenti, delle apparenze, un meraviglioso classico elegante e immortale.

Il museo del Mondo – Melania G. Mazzucco

Data di Uscita: 2014

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Ogni quadro, ogni opera, che sia stata vista in una chiesa, in un museo o esposta in una mostra, lascia qualcosa a chi la guarda. E ogni incontro fortuito può tramutarsi in una vera e propria passione, in un dialogo nel tempo, in una scoperta o riscoperta. In ogni caso è l’inizio di un’avventura. Create per fede o per soldi, per mestiere o per amore, le opere d’arte che Melania Mazzucco non è mai riuscita a dimenticare abbracciano cinque continenti, dall’antichità ai giorni nostri. Concepite come amuleti, preghiere o bestemmie, da uomini e donne, cacciatori e stregoni, assassini e santi, illetterati e intellettuali, nessun museo reale riuscirebbe mai a contenerle. Da Ad Parnassum di Paul Klee a Susanna e i vecchioni di Artemisia Gentileschi, da Lirica di Vasilij Kandinskij al Cane di Francisco Goya, dalla Lattaia di Vermeer alle Cattive madri di Segantini, dalle Aringhe affumicate di Vincent Van Gogh alla Madonna dei Pellegrini di Caravaggio, e via via attraverso Beato Angelico, Burne-Jones, Bacon, Monet, e altri. Fino ad arrivare ai piedi della scala, dai gradini luccicanti d’oro, della Presentazione di Maria al Tempio di Tintoretto. Una selezione «crudele» (senza seguire un ordine cronologico, né geografico, né tantomeno un inutile canone) che offre al lettore la possibilità di incontrare quelle opere che diventano presenza, specchio di un pensiero, indelebile emozione, scintilla di significato del mondo.

Ne abbiamo parlato anche nei suggerimenti per i regali di Natale e ci tengo a ribadire che questo è un libro perfetto da regalare a chi è un’amante dell’arte. Infatti vengono proposte 52 opere d’arte, arte pittorica, e per ognuna c’è il commento della Mazzucco che prende 3/4 pagine, in cui l’autrice ripercorre un poco la vita dell’artista, le opere, lo stile, il significato dell’opera scelta ecc. La selezione è appunto della Mazzucco che come scrive anche nell’introduzione, ha avuto per le mani scelte difficili perché ha dovuto fare una bella cernita. Ho adorato questo libro, è il testo perfetto che vi accompagna per qualche giorno/settimana ed è come un abbraccio tenero per la sensazione che provate nel leggerlo, se appunto vi interessa l’arte o siete degli appassionati/e, come me. Io me lo sono voluta proprio gustare, infatti ho quasi centellinato la lettura, con l’ansia di terminarlo troppo presto. Lo stile della Mazzucco è godibilissimo, accattivante, appassionante, vi tiene incollati/e alle pagine e lo leggereste tutto d’un fiato se fosse possibile. Meravigliosa scoperta dell’anno, sicuramente leggerò altro dell’autrice.

Incendi – Richard Ford

Data di Pubblicazione: 2009

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Nell’estate del I960 la città di Great Falls, Montana, fu circondata dal fuoco. Il fumo proveniente dalla foresta in fiamme coprì le montagne a sud, ovest e a est. Fu l’estate in cui il padre di Joe trasferì la famiglia nel Montana per non perdere l’occasione del boom petrolifero. Fu l’estate in cui il padre perse il lavoro al golf club e andò a combattere l’incendio. Fu l’estate in cui la madre di Joe incontrò Warren Miller e s’innamorò di lui. Fu l’estate in cui Joe si accorse che i genitori erano qualcosa di inesplicabile, come tutti. Nessuno di questi personaggi ritiene che la felicità gli sia dovuta. Tutti devono fare degli aggiustamenti nei confronti degli altri. Tutti, quando è in gioco la propria sopravvivenza, richiedono innocentemente che il proprio interesse prevalga, anche su quello delle persone che amano. Nessuno, dice Ford, conosce il perchè delle proprie azioni. Semplicemente le compiono. Sdradicano le proprie esigenze, abbandonano i figli, cambiano compagni di vita: tutto nel vago perseguimento della felicità.

Non ho fatto altro che piangere leggendo questo libro, il che non è un buon inizio forse… Comunque c’è da dire che ho questo letto questo testo anche in un momento particolare, quindi forse questo aspetto non ha fatto altro che esaltare certe reazioni. E’ stato il mio primo Ford ed è stata una piacevolissima sorpresa. E’ un romanzo sul decadimento di una famiglia, su un uomo che lascia momentaneamente la casa in cui vive con la moglie e il figlio per andare come volontario a spegnere degli incendi che divampano nella zona montuosa di Great Falls in Montana e durante la sua assenza seguiamo la vita di Joe, il figlio di questa coppia che si ritrova sotto gli occhi un rovinoso burrone in cui sta sprofondando la sua famiglia, il rapporto fra i suoi genitori e il suo incerto futuro. Mi sono sentita molto legata a Joe e pagina dopo pagina ho mandato giù boccate di profonda amarezza assieme a lui, non ho amato forse il finale, ma ho comunque voluto inserire questo libro in seconda posizione, sia per la meravigliosa scoperta di Ford, sia per l’esperienza che mi ha dato la lettura di questo libro. Mi sono sentita coinvolta, presente sulla scena, la famiglia che andava in rovina non era solo quella di Joe, ma anche la mia e questo livello di partecipazione ha fatto sì che per mesi, e ancora adesso, ripensi spesso a “Incendi”.

Diari – Sylvia Plath

Data di Pubblicazione (italiana): 2004

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Quando si comincia a leggere questi diari si ha l’impressione di seguire le febbrili annotazioni di una bella ragazza americana che scopre l’Europa: tutto vibra, tutto sprizza energia, c’è un senso di attesa che si impone su tutto. Ma presto ci accorgiamo che le cose non stanno così. O meglio, non soltanto così. E ci immergiamo in una lettura sempre più appassionante e talvolta angosciosa: il giornale di bordo di una sensibilità acutissima, lacerata e drammatica, quella di una scrittrice che per i suoi versi e per il suo tragico destino è diventata un emblema, un vero culto, per molti lettori.

Beh, che dire, non poteva che essere lui il mio libro top dell’anno, a lui la meritata corona. Ho letto questo libro se non sbaglio tra febbraio e marzo, per scrivere l’articolo riguardante Sylvia Plath che è una delle mie autrici/autori preferiti di sempre. A proposito dell’articolo, nel 2022 di certo uscirà la seconda parte, prometto, parola di coccinella, andremo anche avanti con i poeti in un nuovo articolo della rubrica #PoetProfile. Comunque non esagero se affermo che leggere i diari della Plath è stata per me un’esperienza indimenticabile, che ha di certo cambiato la mia vita da lettrice, è uno di quei libri che una volta letti non si possono più dimenticare, specialmente se amate la Plath. Mi capita molto spesso di ripensare ad alcuni episodi narrati nei diari e mi sembra di riviverli quasi come se li avessi vissuti con Sylvia, come se appartenessero anche alla mia di vita. Una lettura meravigliosa, un libro a cui di certo tornerò molte volte.

Bene, e voi? Quali sono stati i vostri libri “top” del 2021? Quale libro ha lasciato il segno? Fatemi sapere!

Io vi auguro un meraviglioso ultimo dell’anno, dato che ci rileggeremo il primo di gennaio con l’annuncio del libro per il gruppo di lettura.

Nel frattempo, buon ultimo dell’anno e buone ultime ore del 2021, buttiamoci nel 2022 con entusiasmo e una bella carica di energia!

A presto!