L’Acqua del Lago non è Mai Dolce – Giulia Caminito

Buon pomeriggio!

Come state? Come va la permanenza su questo pianeta in mezzo a queste cascate di calura? Siete persi nella goduria delle ferie estive oppure è già tutto finito e il ritorno alla routine non è mai stato così triste?

Allora, oggi riprendiamo le recensioni finalmente e parliamo anche di un libro che è stato il libro del mese di maggio per il gruppo di lettura, un libro che non vedevo l’ora di leggere, un libro di cui si è parlato per mesi, un libro che forse, forse è stato il mio primo vero step verso una ripresa dato che la lettura di questo testo mi ha fatto riaccendere il fuoco della piena lettura.

Parliamo de “L’Acqua del Lago non è mai Dolce” di Giulia Caminito un testo del 2021, vincitore del Premio Campiello 2021 appunto.

Io direi di iniziare a sbirciare in qualche info del testo di oggi prima di addentrarci come sempre nella recensione vera e propria.

Iniziamo!

L’Acqua del Lago non è Mai Dolce – Giulia Caminito

Casa editrice: Bompiani

Genere: narrativa

Prezzo di Copertina: € 14,00 (ed. economica)

Prezzo ebook: € 8,99

Prima pubblicazione: 2021

Link all’acquisto: QUI

Incipit

Tutte le vite iniziano con una donna e così anche la mia, una donna con i capelli rossi che entra in una stanza e ha addosso un completo di lino, l’ha tirato fuori dall’armadio per l’occasione, se l’è comprato al banco di Porta Portese, il banco buono dei vestiti di marca ribassati, non quelli da poche lire, ma quelli con sopra il cartello: PREZZI VARI. La donna è mia madre e ha una valigetta di pelle nera stretta nella mano sinistra, si è fatta da sola la piega ai capelli, ha usato bigodini e lacca, ha gonfiato la frangetta con la spazzola, ha occhi verdi e gialli e tacchetti da cresima, lei entra e la stanza si fa piccola.

Trama

Odore di alghe limacciose e sabbia densa, odore di piume bagnate. È un antico cratere, ora pieno d’acqua: è il lago di Bracciano, dove approda, in fuga dall’indifferenza di Roma, la famiglia di Antonia, donna fiera fino alla testardaggine che da sola si occupa di un marito disabile e di quattro figli. Antonia è onestissima, Antonia non scende a compromessi, Antonia crede nel bene comune eppure vuole insegnare alla sua unica figlia femmina a contare solo sulla propria capacità di tenere alta la testa. E Gaia impara: a non lamentarsi, a salire ogni giorno su un regionale per andare a scuola, a leggere libri, a nascondere il telefonino in una scatola da scarpe, a tuffarsi nel lago anche se le correnti tirano verso il fondo. Sembra che questa ragazzina piena di lentiggini chini il capo: invece quando leva lo sguardo i suoi occhi hanno una luce nerissima. Ogni moto di ragionevolezza precipita dentro di lei come in quelle notti in cui corre a fari spenti nel buio in sella a un motorino. Alla banalità insapore della vita, a un torto subìto Gaia reagisce con violenza imprevedibile, con la determinazione di una divinità muta. Sono gli anni duemila, Gaia e i suoi amici crescono in un mondo dal quale le grandi battaglie politiche e civili sono lontane, vicino c’è solo il piccolo cabotaggio degli oggetti posseduti o negati, dei primi sms, le acque immobili di un’esistenza priva di orizzonti.

Recensione

Questo libro è stato di certo un caso editoriale di cui si è parlato tanto, è il terzo romanzo di Giulia Caminito e oltre ad aver vinto il premio Campiello è entrato nella cinquina dei testi finalisti del Premio Strega 2021.

Stile, Ritmo e Atmosfera

Come sempre io arrivo a festa già finita, perché ricordo un periodo in cui non si faceva altro che parlare di questo libro, iper venduto, iper reperibile nelle librerie, spuntava fuori da ogni pertugio, e io come al solito quando un testo va molto “di moda” o è comunque nel suo periodo di esplosione, mi volto dall’altra parte e preferisco aspettare che scenda l’hype e una volta sceso mi approccio timidamente a passettini.

Stavolta (come mi è capitato anche in altri casi) a fine lettura mi sono detta: “avrei potuto anche leggerlo prima”, ma ciò che è fatto è fatto, è arrivato al momento giusto.

Comunque, parlando dello stile Giulia Caminito mantiene per tutto il volume una tipologia di approccio stilistico piuttosto accattivante, emotivo, direi poetico a tratti nella sua durezza, perché abbiamo a che fare con personaggi, situazioni, luoghi, ambienti a volte rudi che mostrano una faccia cruda della realtà, nella sua connotazione anche più fredda e definitiva.

Lo stile riesce a rapire il lettore e a portarlo assieme a Gaia, la protagonista, nel suo mondo. Direi senza fronzoli, anche perché le vicende sono narrate in prima persona proprio da Gaia che è un personaggio pragmatico, anche chiuso emotivamente a tratti, ma non per questo lo stile è scarno o freddo, risulta comunque poetico come scritto sopra, perché Gaia è una brava osservatrice e anche se a volte i suoi comportamenti esterni con gli altri possono sembrare chiusi, interiormente è una ragazza sensibile e fragile.

“[…] io so occupare il mio spazio, l’ho imparato tra le mura di casa, che quando non smargini, quando stai al posto che t’è stato assegnato – uno scatolone, un armadio, un sottoletto – non sei di disturbo, non alzi polvere e tutti ti tollerano, evitano di prenderti a calci.”

Un tratto che non ho amato dello stile è il ripetersi di elenchi di descrizioni, un qualcosa in cui l’autrice cade spesso. Può funzionare bene all’inizio e non se ne sente troppo il peso, ma più si va avanti con la lettura e più questi elenchi si ripetono e il tutto diventa eccessivo a tratti, pesante oserei dire, vi faccio un esempio:

“Il mio banco, il mio astuccio, il bagno dove ci teniamo l’un l’altra la porta, il muretto, lo spazio che vogliamo marchiare della nostra umanità, rendere possesso ciò che è sconosciuto, spaventoso.” – “Si alza così una trincea, tra la me bambina che può sentirlo parlare nel sonno e la me donna che deve smettere di farlo, i nostri giochi separati, i nostri vestiti diversi, i poster appesi sul mio lato, le bandiere politiche sul suo, i letti con le lenzuola e le federe spaiate, ombre cinesi, lo vedo apparire e scomparire dietro alla stoffa, sembra una marionetta.” – “Io penso a lui e a quell’orologio che ha al polso che costa tre delle mie racchette, i ricci col gel, il motorino già promesso per i suoi quattordici anni, penso alle magliette coi loghi, agli occhiali da vista firmati, penso a quanto sono buoni i pasticcini allo zabaione che prepara sua madre, penso alla glassa rosa confetto e poi alla tovaglia a quadri di casa mia, il piatto rotto, le carote, i detersivi in offerta, Mariano che ora mi odia, vi vede solo dietro a una tenda, la tedesca che mi vietava di stare coi pesci, i cancelli rubati dai fascisti […]”

Qui sopra ho citato tre scene del libro in cui sono presenti questi elenchi di immagini, scene, descrizioni, oggetti, che a volte funzionano e non storpiano a mio vedere la narrazione e altre volte un po’ per la presenza eccessiva un po’ perché alcune scene descritte in questo modo funzionano peggio rispetto ad altre, storpiano.

Il ritmo del testo è piuttosto scorrevole, la narrazione non corre e non si adagia sugli allori, mantiene un ritmo equilibrato, in alcuni tratti o per alcuni concetti ci immergiamo maggiormente nei pensieri di Gaia e nelle sue emozioni, ma in generale è un testo ben gestito a livello ritmico.

Le atmosfere generali sono di pura realtà, di vita comune, sembra di essere assieme a Gaia nei suoi giorni più tristi e nei suoi giorni di cambiamento, seguiamo la vita di una ragazza normale, cresciuta in una famiglia povera, con un padre invalido, una madre dal carattere duro e spigoloso, a tratti aspro e inflessibile, che man mano va avanti con la sua vita in mezzo a difficoltà ed eventi che in un modo o nell’altro la plasmano e la rendono adulta. L’atmosfera è triste a tratti, malinconica, proprio come la realtà specialmente in momenti difficili e critici che di certo non mancano in questo testo e che accompagnano Gaia attraverso questi giorni normali che alla fine sono momenti di crescita e in men non si dica la nostra protagonista si ritrova adulta, senza accorgersene quasi e anche questa è realtà, il tempo che corre e si porta via tutto.

Una personalità complessa

Ho letto vari pareri su questo libro e ho scoperto che a vari lettori non ha convinto molto il personaggio di Gaia, a me personalmente è piaciuto, trovo sia ben costruito, ma di certo è una personalità intricata, non di facile comprensione e capisco che si possa arrivare a non apprezzarla o a non riuscire nella connessione con lei.

La seguiamo dall’infanzia alla prima giovinezza e abbiamo modo di vedere la sua evoluzione e i motivi dei suoi cambiamenti a livello comportamentale, vediamo come certi eventi accaduti in età infantile siano la conseguenza di certi atteggiamenti futuri e soprattutto di come il contesto in cui è nata e cresciuta finisca per impattare su di lei.

Gaia è una ragazza cresciuta in un contesto di povertà, con due fratelli più piccoli, uno più grande di quattro anni e varie amicizie nel corso del tempo che l’hanno più che altro ferita, il libro tocca diversi temi che hanno a che fare con le amicizie e la famiglia, anzi direi che sono proprio due delle tematiche principali.

Parlando di famiglia non possiamo non soffermarci un secondo sui genitori di Gaia, la madre Antonia e il padre Massimo. Antonia ci viene presentata fin da subito, Gaia ci parla immediatamente di lei, è una madre difficile, una figura che respinge e trattiene allo stesso tempo, una donna che ha sofferto, una figura che ha dovuto sempre lottare per avere anche la più piccola cosa. E Massimo è un uomo reso invalido da un incidente sul lavoro, ma dato che tale lavoro era in nero non ha mai ricevuto nessun soldo dall’assicurazione, e ora è paralizzato su una sedia a rotelle a vita. Ci appare come una figura rotta, spezzata dalla vita, quasi il fantasma di sé stesso, le continue lotte con Antonia sono conflitti che abbandona, la sua presenza nella vita dei figli diventa incostante e debole.

“Loro la alzano e la spostano di peso, la sollevano per braccia e gambe e allora la camicetta si apre e mostra un reggiseno senza ferretto, seni gonfi, la gonna si strappa e spuntano le sue mutande, mia madre ha già fatto a brandelli il vestito buono e scalcia e grida, come fiera spietata. E io è come se fossi lì, in piedi, a guardarla dall’angolo della stanza, la giudico e non la perdono.”

Vediamo vari personaggi incrociare il cammino di Gaia, amiche e amici, fidanzanti, parenti ed emerge molto spesso un lato della sua personalità come scritto anche sopra, non emotivamente aperto, forse è proprio questo l’aspetto che mi ha fatto apprezzare il personaggio, il suo essere così dura all’apparenza, una figura che sembra sempre avere il controllo sulle sue emozioni e sulle sue azioni, ma che in realtà (abbiamo modo di incrociare questo lato del suo carattere varie volte nel corso del libro) si lascia andare anche a scatti d’ira, azioni dannose dettate dalla rabbia, reazioni violente. Gaia è come una diga che si rompe, trattiene, si mette comoda e pensa di poter sopportare, digerire un evento, ma quando questo evento diventa troppo per lei non riesce a rispondere in modo logico o calmo, esplode.

Questa esplosione però non è solo la conseguenza di quell’evento, ma di altri eventi, un sovraccarico di emozioni che le piombano addosso.

E nel corso del libro, in momenti diversi e per motivi diversi (tenete conto del fatto che non voglio spoilerare quindi cerco di essere il più generica possibile) Gaia esplode perché la vita ti porta al punto di rottura e ti porta anche a non farcela a volte, questo è un testo che rappresenta una vita normale anche nel suo senso più fallimentare, non sempre c’è il successo, non sempre dopo la fatica c’è la soddisfazione, non sempre dopo il dolore c’è la gioia, a volte c’è solo lo scegliere la variante meno brutta.

Gaia fatica, soffre, studia, cresce, ma arriva al punto in cui quando è il momento di spiccare il volo, di avere un qualcosa in mano, di riuscire, lei non riesce. E questa in realtà è la storia di molte persone, è una storia reale, normale, non c’è solo l’idealizzare sempre un futuro ideale dove tutto si aggiusterà, c’è anche la vera realtà, quella di una vita dove non si ottiene ciò che si desidera.

E Gaia è sommersa dal suo ego, rinchiusa dentro ad un muro di rabbia e rancore per ciò che non ha avuto, ciò che non è andato nel modo desiderato, ciò che non ha funzionato, ci appare a tratti come una ragazza rigida nella dimostrazione dei suoi sentimenti e delle sue emozioni o di qualunque reazione che non sia quella rabbiosa e rancorosa.

Il lago come metafora della vita

Il lago stesso, simbolo di questo libro che torna sempre, il centro di tutto, un posto intorno al quale ruotano i personaggi e le vicende del romanzo, rappresenta proprio la vita.

Il lago e la sua acqua, a volte torbida e oscura che rappresenta le difficoltà e la fatica nel destreggiarsi tra i cunicoli della vita, a volte brillante che splende illuminata dalla luce del sole, acqua che cura e che scorre, simbolo di rigenerazione, dello scorrere del tempo e della vita.

Gaia anche alla fine del testo pensa al lago, torna al lago che ha assunto una serie di significati importanti per lei, è come se tutti i ricordi, tutti gli eventi vissuti siano stati raccolti e riportati lì, fonte che la riporta alla realtà.

In realtà in questo libro abbiamo anche altri elementi se vogliamo, immagini simboliche, che possono risplendere in varie scene e sembrano assumere un significato ben preciso, abbiamo il fuoco simbolo di rabbia, vendetta e distruzione, abbiamo anche un sacchetto di limoni che compare in una scena decisamente amara, simbolo di abbandono, distacco.

Insomma in questo libro persino determinate immagini a primo acchito innocenti si imprimono nella memoria e diventano portatrici di significati profondi.

Conclusioni

Mi è piaciuto decisamente questo libro, unico neo lo stile che a volte non mi ha fatta impazzire, è sicuramente vivido ed intenso, vivo e crudo in alcuni punti, ma l’autrice a volte si lascia andare alla scrittura di queste liste infinite che a volte risultano un poco pesanti e trascinano giù la scrittura, anche per il loro essere così frequenti.

In generale comunque è stata una lettura coinvolgente ed entusiasmante, non vedevo l’ora di prendere in mano il volume per poter andare avanti ed era un qualcosa che mi mancava parecchio, considerando i mesi di blocco.

Voto:

E voi? Avete mai letto “L’acqua del lago non è Mai Dolce”? Vi è piaciuto? Sì? No? Fatemi sapere!

A presto!

Una Questione Privata – Beppe Fenoglio

Buongiorno e buona festa della Repubblica!

Come andiamo? Come è andato il lungo mese di maggio?

Finalmente torno su questi schermi per una recensione, lo so, lo so, soliti impegni, soliti orari brutti che mi succhiano tempo, soliti ritardi. E io nel mentre che cerco di riemergere per dare qualche segnale di vita almeno, nulla di nuovo sotto il sole, ma il futuro è splendente e come sempre piano piano ci riprenderemo sperando in una tanto agognata costanza.

Ma oggi, parliamo di un libro di cui devo parlarvi da mesi, ovvero quella che è stata la lettura di gennaio per il gruppo, quindi “Una Questione Privata” di Beppe Fenoglio.

Il libro tratta un tema caro a Fenoglio, ovverosia la guerra partigiana negli anni finali della seconda guerra mondiale.

Parliamone!

Una Questione Privata – Beppe Fenoglio

Casa editrice: Einaudi

Pagine: 208

Genere: narrativa

Prezzo di Copertina: € 12,00

Prezzo ebook: € 7,99

Prima Pubblicazione: 1963

Link all’acquisto: QUI

Incipit

La bocca socchiusa, le braccia abbandonate lungo i fianchi, Milton guardava la villa di Fulvia, solitaria sulla collina che degradava sulla città di Alba. Il cuore non gli batteva, anzi sembrava latitante dentro il suo corpo. Ecco i quattro ciliegi che fiancheggiavano il vialetto oltre il cancello appena accostato, ecco i due faggi che svettavano di molto oltre il tetto scuro e lucido. I muri erano sempre candidi, senza macchie né fumosità, non stinte dalle violente piogge degli ultimi giorni. Tutte le finestre erano chiuse, a catenella, visibilmente da lungo tempo.

Trama

«È difficile trovare, nella letteratura italiana degli ultimi cento anni, un romanzo in cui amore e guerra, giovinezza e morte si intrecciano in modo così magico». (Nicola Lagioia). Nelle Langhe, durante la guerra partigiana, Milton (quasi una controfigura di Fenoglio stesso) è un giovane studente universitario, ex ufficiale che milita nelle formazioni autonome. Eroe solitario, durante un’azione militare rivede la villa dove aveva abitato Fulvia, una ragazza che egli aveva amato e che ancora ama. Mentre visita i luoghi del suo amore, rievocandone le vicende, viene a sapere che Fulvia si è innamorata di un suo amico, Giorgio: tormentato dalla gelosia, Milton tenta di rintracciare il rivale, scoprendo che è stato catturato dai fascisti…

Recensione

Finalmente è arrivato il momento di parlare di questo testo, mi sono fatta più che attendere, ma alla fine eccoci qui.

Mi sento persino arrugginita nello scrivere recensioni dato che è passato del tempo dall’ultima che ho scritto in versione integrale diciamo, ma cercherò di fare del mio meglio.

Stile, Ritmo e Atmosfera

Lo stile di Fenoglio è di certo diretto, chiaro e amaro in alcuni tratti. L’autore utilizza un lessico all’apparenza semplice che si adatta alla perfezione ai personaggi che ci ritroviamo a seguire nel corso del libro, parliamo di persone che sono nel mezzo di una guerra, partigiani (perlopiù ragazzi giovani) che si raggruppano in varie in varie formazioni ognuna con i propri pregi e difetti se vogliamo. Alcuni di questi ragazzi, come Milton il protagonista, sono ex universitari che hanno preso la decisione di unirsi appunto ai partigiani, ma la vita che vive il giovane è una vita fatta di attesa, violenza, nascondigli e strategie.

Parleremo meglio dei personaggi più avanti nella recensione, ma tornando al lato più tecnico del libro quindi quello riservato alla scrittura, ci tengo anche a dire che il ritmo generale della vicenda è a mio vedere ben gestito, non ci sono mai momenti calanti o fiacchi, anche in scene rilassante e lente il lettore resta comunque incuriosito dalla vicenda.

L’atmosfera generale è fredda oserei dire, viaggiamo con Milton attraverso scenari diversi, siamo nel novembre del 1944 ad Alba e nelle sue vicinanze, Milton si lascia trasportare all’inizio da un forte senso di malinconia e tristezza che si tramuta in desiderio di verità perché il ragazzo scopre un qualcosa che mette sottosopra tutte le sue convinzioni. Inizia così una corsa alla ricerca di un ragazzo, tale Giorgio Clerici, anche lui partigiano e amico di Fulvia e Milton, colui che ha in mano la verità.

Il romanzo è quindi una corsa contro il tempo di Milton per ritrovare Giorgio che nel frattempo è stato catturato dai fascisti e rischia la morte. Assieme a Milton ci ritroviamo quindi sopraffatti dall’angoscia di non riuscire possibilmente nell’impresa, l’angoscia del non poter dare una risposta alle mille domande. In tutto ciò siamo ricoperti da uno scenario freddo e nebbioso, con case rigide in cui i partigiani si nascondono e cercano alloggio nella notte.

Il nostro Milton

Il testo si apre con Milton che torna in un luogo a lui molto caro, la villa di Fulvia, la ragazza di cui è innamorato e da cui è stato costretto ad allontanarsi per forza di eventi. Questa scena iniziale ci racconta già tanto su Milton e altri personaggi che saranno importanti ai fini della storia, iniziamo anche a comprendere un poco le dinamiche presenti ai tempi del rapporto fra Milton e Fulvia. È facile comprendere fin da subito che Milton è ancora innamorato della ragazza, ma all’interno di questa villa, nel mezzo di questa visita sul viale dei ricordi, il giovane scoprirà che tra Fulvia e Giorgio c’è stato qualcosa, un qualcosa di cui lui non era al corrente.

Come scritto prima, questa scoperta getterà Milton in uno stato di profonda irrequietezza, diventerà apprensivo e agitato. Dopo questo evento lo vediamo smosso solo dal desiderio di risposte.

Il Milton del libro è l’ombra di Fenoglio, l’autore stesso fu un partigiano e in “Un Questione Privata” dipinge una Resistenza senza fronzoli, ma al tempo stesso non dà una lettura singola e buonista della Resistenza. La vita da partigiano che Fenoglio mostra non è quella in cui viene esaltata la visione eroica, dipingendo magari una realtà priva di criticità, ma anzi l’autore ci mostra la realtà anche non del tutto linda della vita da partigiano, ci mostra personaggi anche problematici che in quel tempo e in quella situazione vivono cercando di muoversi tramite strategie e movimenti loschi.

Questo è senz’altro uno dei motivi per cui l’opera di Fenoglio è stata esaltata sempre come “il grande romanzo sulla vita partigiana e sulla Resistenza”, per il senso di realismo con cui l’autore ci mostra i personaggi e questo stile di vita aspro.

Durante la lettura viene spontaneo prendere in considerazione anche ciò che va oltre la storia che si sta leggendo, non stiamo solo seguendo le vicende di Milton o non ci sentiamo solo coinvolti nel turbine di emozioni che travolgono il protagonista, stiamo leggendo anche di Fenoglio stesso, della storia d’Italia, della Resistenza raccontata da chi l’ha vissuta in prima persona.
Non dico che le vicenda del protagonista passi in secondo piano, ma non si può non tenere conto di tutto il mondo che c’è dietro alla pura storia di questi personaggi che stiamo seguendo.

Tutto il testo si concentra su eventi che portano Milton all’apparenza sempre più vicino all’obiettivo ovvero l’incontro con Giorgio, gioca su una tensione sempre presente. E noi andiamo avanti aspettando che accada sempre qualcosa, quest’altra briciola che permetterà a Milton di arrivare forse a conoscere la verità.
Anche il finale è impostato in questo modo, leggiamo una scena che ci porta avanti e tira la corda fino all’ultimo per poi tagliare il testo e chiuderlo con un’ultima frase enigmatica che lascia principalmente due interpretazioni.

Milton alla fine è un personaggio vinto dalle circostanze e dalla vita, è un giovane che lotta in una guerra che sembra senza fine, rischia la morte ogni giorno e si aggrappa a ricordi lontani, ma questi sono fragili e spenti. Per questo quando scopre la verità sul rapporto fra Fulvia e Giorgio monta in lui questo senso di frenesia perenne, tutte le sue certezze vengono spazzate via, ciò di cui era certo riguardo i sentimenti di Fulvia diventa incerto e senza quella base a cui aggrapparsi la vita già ardua di Milton diventa impossibile.

È interessante anche la contrapposizione presente fra il personaggio di Milton e quello di Giorgio, amici certo, ma diverso l’uno dall’altro. Milton è un ragazzo intelligente, non bello d’aspetto come viene ribadito in varie occasioni, sensibile, proveniente da una famiglia non ricca, mentre Giorgio come Fulvia proviene da una famiglia certamente più agiata, è un bel ragazzo, secondo Milton non adatto alla guerra ed emerge da lui un certo senso di nobiltà per l’atteggiamento anche con cui vive con gli altri partigiani.

Insomma, Milton è un personaggio per cui non si può non provare un moto di empatia, è un eroe tormentato, pronto a mettere da parte tutte le conquiste o le imprese compiute in guerra, il suo unico pensiero ad un tratto diventa l’amore, Fulvia e la scoperta della verità.

Conclusioni

“Una Questione Privata” è un testo di cui raccomando assolutamente la lettura perché che ad essere un libro godibile è anche un testo che rappresenta senza fronzoli la realtà partigiana a ci accompagna nel viaggio di un ragazzo tormentato fra piani strategici per recuperare Giorgio, speranze distrutte e paesaggi duri.

Voto:

E voi? Avete mai letto “Una Questione Privata”? Sì? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

A prestissimo!

Mettiamoci in Pari – Tutte le Letture di cui Non Abbiamo Ancora Parlato (O non del Tutto)

Buon pomeriggio!

Come state? Com’è iniziato il 2024? Come sono questi primi giorni di gennaio?

Oggi ripartiamo alla grande perché come primo vero articolo (escluso ovviamente l’annuncio per il libro del mese per il gdl) del 2024, parleremo in modo congiunto in un unico articolo di tutti quei testi che ho letto nel 2023/2022 e di cui non abbiamo ancora parlato, quantomeno in una recensione approfondita.

So che torniamo parecchio indietro, ma ci sono ancora dei libri letti nel 2022 di cui non ho mai parlato qui sul blog e mi dispiace non dire nulla a riguardo, fanno parte di quella serie di recensioni arretrate a cui ho accennato qualche volta.

Ebbene, non voglio che questi testi restino fuori per sempre dalla memoria senza mai più parlarne, il problema è che il mio pensiero/opinione su questi si può condensare in un unico articolo, quindi invece di scrivere recensioni singole cercheremo di “metterci in pari” con i testi arretrati del 2023/2022 che ho ancora da recensire, in un unico colpo, così guarderemo al futuro e a questo 2024 con un orizzonte pulito e una tela bianca, con il pensiero di non avere recensioni/testi arretrati di cui dover ancora parlare e senza sentirmi in colpa per averli esclusi. Ripartiamo da zero.

È un bel listone, ma alla fine su alcuni non ci perderemo più di tanto perché non ho appunto molto da dire e avrei voluto inserire di nuovo anche altri due testi presenti già nell’articolo dei libri top del 2023, ma non avrebbe avuto molto senso dato che buona parte di ciò che volevo dire riguardo a questi l’ho già fatto in quell’articolo che vi lascio qui. Sto parlando de “I Racconti di Pietroburgo” di Gogol e “Helter Skelter” di V. Bugliosi e C. Gentry.

Ok, diamo il via al mega recap e sistemiamo questo vuoto delle recensioni arretrate!

Pelle D’uomo – Hubert, Zanzim

Anno di Pubblicazione: 2021

Anno di Lettura: 2022

Prezzo di Copertina: € 20,00

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Una giovane donna è promessa in sposa a un uomo che neanche conosce. Le donne della sua famiglia, da generazioni, indossano una pelle d’uomo per muoversi indisturbate in una società troppo patriarcale per curarsi di loro. È così che Bianca diventa Lorenzo, che diventa amico del suo futuro marito, e scopre che in realtà questi è gay. Inizia una tenera relazione, in cui Giovanni non sa di tradire sua moglie… con sua moglie.

Parliamo di una graphic novel decisamente piacevole, con una storia ben gestita, interessante e con molti spunti di riflessione e di intrattenimento. Forse l’aspetto che sboccia di meno è proprio la grafica però, semplice in generale, ma ci sono tavole in cui forse questa semplicità prende una connotazione un poco negativa, in generale funziona, ma a tratti alcune tavole sembrano più abbozzate di altre, però è lo stile in sé. Si trattano tematiche come l’omosessualità, il fanatismo religioso, la libertà, l’omofobia, la condizione femminile e altri. Avevo letto questa graphic novel sul tablet e non mi dispiacerebbe recuperarla in cartaceo un giorno perché la ricordo come una lettura con un tono ironico, delicato, ma anche fermo nel mostrare situazioni/tematiche complesse in modo interessante.

Voto:

La Raggia – Mattia Grigolo

Anno di Pubblicazione: 2022

Anno di Lettura: 2022

Prezzo di Copertina: € 14,00

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Vivendo in una baracca vicino a un bosco, in cui il silenzio è troppo profondo per sfuggire all’eco dei tuoi pensieri e della tua rabbia, cerchi un modo per esprimere quello che senti, anche se non conosci le parole per farlo, anche se tuo padre ti ha insegnato il silenzio a schiaffi. Allora compri dei quaderni e scrivi come puoi quel che ti accade, nella vita e nella testa, cancellando gli errori e strappando le pagine. Ma ecco di nuovo quella strana volpe tra gli alberi, e con lei crollano gli argini ai ricordi più dolorosi e ai pensieri più cupi. I tuoi quaderni li nascondi nel terreno perché sarebbe un guaio se finissero nelle mani di tuo padre o dei tuoi amici, per non parlare dei poliziotti che sospettano tu abbia ucciso Nina. Era la tua ragazza e l’hanno trovata morta nel fiume. Tu ne sai qualcosa, e la volpe conosce i tuoi segreti.

Allora, siamo di fronte ad un testo piuttosto particolare, è scritto come un diario quindi in prima persona, con l’apposita data in alto, con frasi a volte cancellate, corrette, pensieri e sensazioni profonde del narratore che è un individuo emarginato che vive in mezzo al bosco e solitamente ha la compagnia di poche persone. È un libro sui traumi e su questa rabbia “o raggia” repressa del protagonista, che non sa come gestirla, ma questa è il frutto di un vissuto complesso, di rapporti problematici con molte figure presenti nella sua vita, con il rapporto con se stesso e direi in generale parte di ciò che lo ha formato. All’interno del testo sono presenti riferimenti a questa volpe, simbolo forse di una madre assente e sempre della rabbia che emerge nel corso della lettura di queste pagine di diario. È un libro amaro, con una violenza sempre presente in sottofondo, un senso generale di rabbia appunto. L’autore ha fatto un ottimo lavoro a livello psicologico perché riesce a far emergere la psiche di un individuo che ha vissuto in un certo senso ai margini della società ed è ripieno di sentimenti ed emozioni negative.

Voto:

Il libro contro la Morte – Elias Canetti

Anno di Pubblicazione: 2017

Anno di Lettura: 2022

Prezzo di Copertina: € 24,00

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Il libro più importante della sua vita, Canetti lo portò sempre dentro di sé ma non lo compose mai. Per cinquant’anni procrastinò il momento di ordinare in un testo articolato i numerosissimi appunti che, nel dialogo costante con i contemporanei, con i grandi del passato e con i propri lutti familiari, andava prendendo giorno dopo giorno su uno dei temi cardine della sua opera: la battaglia contro la morte, contro la violenza del potere che afferma se stesso annientando gli altri, contro Dio che ha inventato la morte, contro l’uomo che uccide e ama la guerra. Una battaglia che era un costante tentativo di salvare i morti – almeno per qualche tempo ancora – sotto le ali del ricordo: «noi viviamo davvero dei morti. Non oso pensare che cosa saremmo senza di loro». Sospeso tra il desiderio di veder concluso “Il libro contro la morte”- «È ancora il mio libro per antonomasia. Riuscirò finalmente a scriverlo tutto d’un fiato?» – e la certezza che solo i posteri avrebbero potuto intraprendere il compito ordinatore a lui precluso, Canetti continuò a scrivere fino all’ultimo senza imprigionare nella griglia prepotente di un sistema i suoi pensieri: frasi brevi e icastiche, fabulae minimae, satire, invettive e fulminanti paradossi. Quel compito ordinatore è assolto ora da questo libro, complemento fondamentale e irrinunciabile di Massa e potere: ricostruito con sapienza filologica su materiali in gran parte inediti, esso ci restituisce un mosaico prezioso, collocandosi in posizione eminente fra le maggiori opere di Canetti.

Questo è stato il mio primo approccio a Canetti, e il testo in questione è una raccolta di riflessioni, citazioni, spezzoni di dialoghi avuti con i contemporanei e conclusioni a cui è arrivato l’autore in riferimento alla tematica su cui si basa il testo, ovvero la morte e il come non arrendersi ad essa. Allora, penso sia uscito un pillole letterarie a riguardo, questo qui, letteralmente l’ultimo presente sul blog. I testi che appaiono in questa rubrica sono testi che ho letto e che consiglio, ma su cui generalmente non ho molto da dire o testi che ho letto molto tempo fa e di cui ricordo poco o ancora, testi per cui non uscirà una vera recensione, ma che ci tengo a nominare. Bene, “Il libro Contro la Morte” è stata una lettura diluita in più settimane proprio per la forma anche del testo, che all’interno si presenta appunto come una raccolta di vari “pezzi” fra citazioni e altro. È stato un libro che ho vissuto in un certo modo, ne è uscito sottolineato, appuntato, segnato, ma alla fine penso sia un libro utile per conoscere Canetti e la sua mentalità riguardo a certe tematiche, e per conoscere inoltre la sua contemporaneità e alcuni eventi della sua vita privata a cui fa accenno in alcuni passaggi. Autore premio Nobel nel 1981, Canetti viene citato spesso per testi come “Auto da fé” e “Massa e Potere”, penso che “Il Libro Contro la Morte” mi sia servito come primo step per conoscerlo prima di affrontare i suoi pilastri, che di certo affronterò. Quindi se siete fan di Canetti secondo me amerete questo libro perché emerge la mentalità di Canetti e se invece come me non avete mai letto nulla si suo, è un ottimo modo per avvicinarsi a lui.

Voto:

D’Un tratto nel Folto del Bosco – Amos Oz

Anno di Pubblicazione: 2005

Anno di lettura: 2022

Prezzo di Copertina: € 8,50

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La notte, al villaggio, uno strano, impossibile silenzio abita il buio. Anche di giorno, l’assenza degli animali lascia ovunque le sue tracce: non un cane in cortile, non un gatto sui tetti, e nemmeno una mosca che ronza o un grillo che canta nei prati intorno. Qualcosa dev’essere successo tempo fa e i bambini ogni tanto fanno domande che restano senza risposta. Fino a quando Mati e Maya non partono per la loro avventura, in cerca del mistero del villaggio dove gli animali sono scomparsi. Nel folto del bosco troveranno Nimi, il bambino puledrino ammalato di nitrillo, Nehi, il demone del bosco e una triste verità.

Breve racconto/favola piuttosto conosciuta di Amos Oz, negli anni ho sentito nominare spesso questo libro ed è stato il mio primo vero approccio ad Amos Oz, autore di cui ho in libreria anche “Giuda” e “Una Storia di Amore e di Tenebra”. Ho sempre sentito tessere le lodi di questo testo e se devo essere sincera ricordo molto poco di questo libro, ricordo giusto qualche atmosfera, qualcosina di particolare sui personaggi e il mio non essere così su di giri per la lettura. Non è un libro orrido a mio vedere, ma è stata una lettura nella media, né sensazioni positive né negative, tutto neutro diciamo. Ci sono all’interno tematiche molto interessanti e buoni spunti di riflessione, ma per me non ha funzionato del tutto, finisce in quell’insieme di libri grigi, per cui non provo/ho provato entusiasmo, ma nemmeno delusione.

Voto:

L’Ultimo giorno di un Condannato a Morte – Victor Hugo

Anno di Pubblicazione: 1829

Anno di Lettura: 2022

Prezzo di Copertina: € 4,90

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È anonimo l’autore che, nel 1829, dà alle stampe questo piccolo, gigantesco libro. Ma è inconfondibilmente Victor Hugo. Sono anni in cui il progresso sembra trasportare l’umanità intera, sul suo dorso poderoso, verso un futuro di pace, prosperità, ricchezza e fratellanza. Ma negli stessi anni si tagliano ancora teste davanti a un pubblico pagante, si marcisce in carcere, ci si lascia morire per una colpa non sempre dimostrata oltre ogni ragionevole dubbio. Hugo parla a nome dell’umanità, come sempre, e lo fa attraverso la voce di un uomo qualunque, di un condannato qualunque, di un miserabile che rappresenta tutti i miserabili di tutte le nazioni e tutte le epoche. Un crimine di cui non conosciamo i dettagli lo ha fatto gettare in una cella. Persone di cui non conosciamo il nome dispongono della sua vita, come divinità autoproclamate. Un’angoscia di cui conosciamo fin troppo bene la lama lo tortura, giorno dopo giorno, e gli fa desiderare che il tempo corra sempre più veloce. Verso la fine dell’attesa, venga essa con la liberazione o con l’oblio.

È un testo basato sull’attesa di un condannato a morte, recluso nel carcere di Bicetre e destinato al patibolo. Lo seguiamo e accompagniamo nel corso di queste ore/giorni, nei suoi incontri con altri individui, ma soprattutto all’interno della sua crescente angoscia perché man mano che passano le ore questo senso di disperazione, ansia e apprensione crescono. È un crescendo appunto, fino ad arrivare al picco finale e al momento del patibolo. È una critica alla pena di morte nella Francia dell’ottocento, Hugo si schiera contro la pena capitale mostrando al lettore lo stato d’animo e fisico in cui vive un uomo relegato in queste condizioni. È senza dubbio un libriccino molto famoso che io volevo recuperare da tempo e sono felice di averlo fatto.

Voto:

La Favola di Amore e Psiche – Apuleio

Contenuto ne “Le Metamorfosi”, II secolo d.C.

Anno di Lettura: 2022

Prezzo di Copertina: € 5,90

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Incastonata come digressione nelle “Metamorfosi”, questa favola è uno dei più famosi e celebrati racconti d’amore di tutti i tempi. Il dio Amore, invaghitosi della bellissima Psiche, la visita ogni notte, con il patto che essa non cerchi mai di vedere il suo volto. Istigata dalle invidiose sorelle a scoprirne l’identità, la fanciulla sarà punita. e, solo dopo lunghe peregrinazioni, perdonata e resa immortale da Zeus,che l’accoglierà nell’Olimpo come sposa di Amore.

Beh, che dire, storia famosissima, citatissima, acclamatissima, che io però non avevo ancora letto. È appunto contenuta ne “Le Metamorfosi” di Apuleio, testo che devo ancora del tutto leggere, ma nel 2022 mi era venuta questa voglia di colmare la lacuna per non aver ancora letto questa favola. Mi è piaciuto, ma non mi sono strappata i capelli, c’è da tenere in considerazione il fatto che ovviamente è un testo scritto nel II sec. d.C., preso dalla mitologia e bisogna prenderlo per quello che è ovvero la storia d’amore fra un dio e una donna che dovrà affrontare varie prove. Ho letto varie recensioni e se da una parte ci sono persone che elogiano questo testo per i messaggi “positivi” contenuti all’interno, altre lo criticano per quelli “negativi”. Con una mentalità come quella di oggi è normale notare punti che magari fanno un po’ storcere il naso, ma secondo me in questo caso bisogna sospendere questa visione, queste critiche cadono un po’ nel vuoto, resta sempre un racconto del II secolo d.C.

Voto:

Il Racconto della Vecchia Balia – Elizabeth Gaskell

Anno di Pubblicazione: 1852

Anno di Lettura: 2022

Prezzo di Copertina: € 6,90

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“Il racconto della vecchia balia” è uno scritto breve pubblicato nel 1852 in una raccolta dallo stesso titolo. Pare addirittura che lo stesso Charles Dickens volesse vederlo concluso, esortando l’autrice Elizabeth Gaskell a completarlo. La balia del racconto narra a dei giovani ascoltatori la storia della piccola Rosamond che, rimasta orfana, viene affidata alle cure di lontani e anziani parenti i quali, nel freddo della loro vecchia dimora, si dicono disponibili a prendersi cura di lei. Ma c’è un segreto misterioso che riguarda la storia familiare all’origine delle spettrali incursioni notturne di uno spirito bambina e del lugubre quanto minaccioso suono di un organo che riecheggia nell’ala est del nobile maniero nelle notti più tempestose. Esso appartiene a una tragica vicenda familiare che si è consumata molti anni addietro. Gaskell trasporta il lettore in una storia di fantasmi della vecchia Inghilterra, tra magioni infestate, paesaggi innevati, famiglie maledette e spettri che si aggirano per la brughiera. Un racconto “classico” in tal senso, rappresentativo di un genere tanto apprezzato quanto diffuso.

Racconto molto carino, forse mi aveva delusa un poco il finale, però ha certamente delle belle atmosfere per il tipo di storia di cui stiamo parlando, ovvero una ghost story. Tipica atmosfera inglese un po’ spooky, casa con oscuri segreti, apparizioni, fantasmi, vedo non vedo ecc. ecc. Stile “Il Giro di Vite” ma più godibile, dato che a me “Il Giro di Vite” non è piaciuto. Se cercate un racconto breve, ma decisamente scorrevole, magari anche adatto ad un periodo o momento di letture un pochino creepy o spooky questo può essere una buona scelta.

Voto:

Fiabe Islandesi – Traduttore S. Cosimini

Anno di Pubblicazione: 2016

Anno di Lettura: 2022

Prezzo di Copertina: € 17,00

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Terra di miti e leggende che sembrano riecheggiare ancora nei suoi paesaggi lunari, l’Islanda ha dato voce alla sua creatività anche in un originale patrimonio di fiabe, qui raccolte in un’antologia inedita. Un mondo di castelli stregati, lotte in sella ai draghi e viaggi per mare con le barche di pietra dei troll, popolato da bellissime regine che si rivelano orchesse, elfi dispettosi che è bene farsi amici, giganti a tre teste che escono dalle grotte di lava, e una natura “vivente” piena di misteri, dove ogni roccia, animale o corso d’acqua può nascondere un’insidia o una presenza fatata. Storie che raccontano l’eterna lotta tra il bene e il male a colpi di magie, metamorfosi e prove di astuzia e di coraggio, ma a oche l’origine di un proverbio o di un’antica credenza che fonde il sacro e il pagano, come quella degli elfi, i “figli sporchi” che Eva non è riuscita a lavare prima di una visita di Dio e che da allora dimorano negli anfratti rifuggendo ogni sguardo umano. Storie in cui i motivi di Biancaneve o delia Bella addormentata hanno risvolti per noi inaspettati, e se la giustizia trionfa sempre come vuole la tradizione, punendo i malvagi e dando felicità e ricchezza ai probi, ogni fiaba ci sorprende con uno humour irriverente, un’inedita sensualità o una crudezza che ricorda le saghe. Pagina dopo pagina ci avviciniamo all’anima di un popolo che nelle solitudini boreali ha sempre viaggiato con la parola, l’immaginazione, la poesia.

Avevamo parlato l’ultima volta di questo libro nell’appuntamento del dicembre 2022 per il gruppo di lettura. Ebbene, dopo non ci sono stati più aggiornamenti, ma da una me che era ancora in ottima forma nel 2022 a livello di letture era emerso un voto finale di tre stelle, per un testo che avevo letto alla fine in pochi giorni. È una raccolta di fiabe islandesi appunto, alcune più godibili di altre senza dubbio, ma alla fine una raccolta molto d’atmosfera adatta anche a periodi freddi o da leggere nel corso delle feste natalizie (che sono già andate stavolta). In vari racconti tornano tematiche molti simili, alcune fiabe un poco si assomigliano o sembrano legate, ma ovviamente si possono leggere in modo individuale. Ricordo qualcosa in particolare che mi ha colpita? No, ma ricordo le atmosfere.

Voto:

Cry, the Beloved Country – Alan Paton

Anno di Pubblicazione: 1948

Anno di Lettura: 2023

Prezzo di Copertina: € 11,89

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Cry the Beloved Country è la storia commovente del pastore Zulu Stephen Kumalo e di suo figlio Absalom, ambientata sullo sfondo di una terra e di un popolo lacerati dall’ingiustizia razziale. Notevole per la sua contemporaneità, indimenticabile per carattere e avvenimenti, Cry the Beloved Country è un’opera classica di amore e speranza, coraggio e resistenza, nata dalla dignità dell’uomo.

Questo libro è stato pubblicato anche in italiano in varie edizioni Bompiani, negli anni 50′ e 80′ con il titolo “Piangi, Terra Amata”, ma al momento non è più disponibile in italiano, si trovano solo edizioni vintage in vendita da privati o magari in qualche libreria dell’usato. In inglese si trova senza problemi e infatti nei primi mesi del 2023 ho deciso di recuperarlo in questa edizione Random House nella collana Vintage Classics. Allora, questo è un altro testo che fa parte di quella lista di libri contenuti in “Guida al Trattamento dei Vampiri per Casalinghe” di G. Hendrix che è stato il libro del mese di maggio per il gdl e per cui io mi ero messa in testa di leggere tutti i testi presenti. Progetto fallito, lo sappiamo, ma a livello pratico sono riuscita a leggere quasi metà dei testi in questione, fra cui appunto “Piangi, Terra Amata/Cry, the Beloved Country”. È un viaggio questo libro, quello di un uomo, un prete cristiano, uno Zulu, del villaggio di Ixopo Ndotsheni che in seguito all’arrivo di alcune comunicazioni riguardanti il figlio e la sorella decide di recarsi a Johannesburg per riportare questi due membri della famiglia sulla retta via. Ovviamente accadranno una serie di fatti che cambieranno l’obbiettivo e lo svolgersi della vicenda. Senza dubbio è un testo drammatico, crudo nel suo mostrare con freddezza rapporti umani lacerati da eventi tragici compiuti con leggerezza. Non conoscevo questo testo e probabilmente non l’avrei mai letto nella mia vita senza l’idea di fare questa specie di challenge con me stessa, e sono felice di averla fatta, nonostante tutto. Trovo che da un certo punto in poi il libro si perda un poco, ma in generale è stata una lettura che mi ha soddisfatta.

Voto:

La Vergogna – Annie Ernaux

Anno di Pubblicazione: 2018

Anno di Lettura: 2023

Prezzo di Copertina: € 15,00

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Yvetot, giugno 1952. L’universo del bar-alimentari dell’infanzia di Ernaux viene sconvolto da un episodio spartiacque, terrificante: durante una lite il padre cerca di uccidere la madre, salvata forse solo dal provvidenziale intervento della figlia dodicenne. Attraverso il quotidiano confronto con le compagne di scuola, tutte borghesi, il rapporto con il mondo di provenienza – violento, contadino, operaio, non istruito – adesso si incrina. Lo «sguardo degli altri» si fa d’un tratto macigno, capace di schiacciare ogni slancio e condizionare ogni gesto. E’ il libro in cui, come non mai, Ernaux affronta di petto l’indicibile: il trauma e la vergogna che hanno acceso in lei il desiderio di ribellarsi e di scrivere.

Libro del luglio 2023 per il gruppo di lettura e ultimo testo di questo listone, ah e primo testo della Ernaux mai letto. Anche qui abbiamo un libro che per me rientra in quella zona grigia dei libri nella media, piacevole, ma non indimenticabile o degno di essere inserito nei libri piaciuti al 100%. È un testo autobiografico, come quelli dell’autrice, in cui racconta della propria infanzia e di un evento avvenuto quando lei era bambina che ha segnato la sua vita nel suo essere anche così improvviso e violento, il tentativo del padre di uccidere la madre. La Ernaux ci racconta di come questa macchia nei suoi ricordi si è allargata sempre più ed è diventata un qualcosa che ha richiesto un’uscita, un modo per poterla far sfogare ed è stata anche uno dei motori per il suo desiderio di scrivere. Come dicevo, piacevole, ottimi spunti di riflessione, leggerò sicuramente altro dell’autrice, ma non uno dei migliori dell’anno. Questo tra l’altro è stato l’ultimo testo che ho ufficialmente terminato nel 2023, perché tutti gli altri sono libri iniziati e non portati a termine.

Voto:

Bene! E voi? Quali sono state le vostre ultime letture?

Ah! Finalmente ora siamo in pari, da oggi in avanti parleremo di testi freschi appena terminati (sperando ovviamente di non finire in poco tempo con un sacco di recensioni arretrate, o forse sì dato che potrebbe essere un segnale di una ottima ripresa nella lettura)!

A presto!

Il Capitano Alatriste – Arturo Pérez-Reverte

Buon giovedì!

Come state? Come state trascorrendo questo settembre?

Spero bene comunque, nonostante il clima imprevedibile e le mille peripezie.

Eccomi qui con una recensione finalmente dopo mesi di vuoto, avevo già accennato un ritorno e come scritto nello scorso articolo sono stati mesi complessi a livello di gestione tra lavoro, vacanze strane e il resto, quindi sbuco solo ora.

Ad ogni modo sto cercando di trovare un sistema di organizzazione giusto ed equilibrato che mi aiuti a riprendere anche al meglio qui sul blog o anche su Instagram (altra terra desolata dalla quale sono sparita) e piano piano ci sto riuscendo nell’impresa, a piccoli passi.

Comunque, oggi riprendiamo a parlare di libri e in particolare del libro che è stato in lettura per tutto il mese di giugno sul gruppo (come trovate come sempre su Goodreads, proprio qui, esatto qui), ovvero “Il Capitano Alatriste” di Arturo Pérez-Reverte.

Il Capitano Alatriste – Arturo Pérez-Reverte

Casa editrice: Rizzoli

Pagine: 207

Genere: narrativa, narrativa storica, avventura

Prezzo di Copertina: € 12,00

Prezzo ebook: € 7,99

P. Pubblicazione: 2015

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Incipit

Non sarà forse stato l’uomo più onesto e neanche il più caritatevole della terra, ma era un uomo valoroso. Si chiamava Diego Alatriste y Tenorio e aveva combattuto come soldato nei vecchi battaglioni di fanteria durante le guerre delle Fiandre. Quando lo conobbi tirava a campare a Madrid, dove lo si poteva assoldare al prezzo di quattro maravedì per lavori di poco lustro, soprattutto come spadaccino per conto di chi non aveva l’abilità o il fegato necessari per risolvere da sé i propri contenziosi.

Trama

Diego Alatriste ha combattuto le guerre delle Fiandre e ora tira a campare come spadaccino al soldo nell’elegante e corrotta Madrid del Diciassettesimo secolo. I suoi nemici sono letali e numerosi, come l’inquisitore Bocanegra e l’assassino Malatesta. Un personaggio freddo e solitario, dal carattere rude e sbrigativo, lunghi silenzi affogati nel vino, una disperazione profonda, così come un cuore impavido e fiero. Le sue avventure trascinano il lettore tra gli intrighi della corte di Spagna, tra i viottoli bui dove scintillano spade sguainate e sogni di grandezza.

Recensione

Dunque, avevo sentito parlare di Arturo P. Reverte, ma non avevo ancora mai letto nulla di suo, l’autore è famoso per testi quali “Il Codice dello Scorpione”, “Il Club Dumas” e “L’Italiano”.

Il Capitano Alatriste è stato pubblicato nel 1996 ed è il primo volume di una serie composta da ben sette volumi, pubblicati negli anni da case editrici quali Salani e Tropea. Di certo questo primo volume è il più famoso, ma si trovano ancora buona parte degli altri sei magari con qualche ricerca in più.

Stile, Ritmo e Amotsfera

Allora, devo dire che lo stile di Reverte è godibile, piacevole alla lettura e crea scenari e atmosfere interessanti a tratti, ma in buona parte del testo l’ho trovato esageratamente prolisso soprattutto quando si parla di pensieri, opinioni e idee di altri personaggi esterni ad Alatriste.

La storia è narrata da questo uomo che ai tempi delle vicende trattate era un bambino ed era il pupillo di Diego Alatriste, divenuto pupillo in seguito alla morte del proprio padre che era amico di Diego e ai tempi della morte chiese a Diego di prendersi cura di lui o comunque di prenderlo sotto la sua ala.

Ebbene, ho trovato questo narratore a tratti esagerato nel perdersi in divagazioni non solo su Diego, ma anche sugli altri personaggi presenti nel libro e se da una parte queste divagazioni sono piacevoli ed interessanti a livello storico, altre sono forse esagerate.

Consideriamo sempre il fatto che è il primo libro di una serie quindi è normale che a tratti possa essere più prolisso, ma certe informazioni potevano anche essere inserite nel volume seguente anche per attirare il lettore nell’andare avanti con la serie.

Il ritmo generale del testo è costellato da alti e bassi, ci sono capitoli in cui sembra prendere il volo ed accelerare e altri in cui magari l’azione sembra bloccata da dialoghi o scene a mio vedere eccessivamente tirate per le lunghe, non l’ho trovato personalmente soddisfacente come testo a livello di ritmo della vicenda narrata, sembra quasi che proprio nei momenti in cui necessita di azione e ritmo l’autore preferisca invece buttarsi su riflessioni varie.

Ripeto è un testo scritto comunque in modo godibile nel senso che per me nonostante questi aspetti che a volte stancano la lettura, lo stile di Reverte resta comunque scorrevole di per sé.

Le atmosfere generali sono quelle storiche di una Madrid del Settecento, forse l’autore avrebbe potuto spendere più inchiostro nel provare a far immergere il lettore in queste atmosfere che sì, sono presenti, ma a volte ci si dimentica del tempo in cui ci si trova, avrei preferito con descrizione storica in più rispetto a dialoghi o riflessioni prolisse sul carattere dei personaggi.

Questo testo può piacere secondo me a chi apprezza i romanzi storici, in alcune brevissime scene mi ha dato delle vibes stile “I Tre Moschettieri”, ma è comunque molto diverso per vari aspetti e non dona quell’immersione storica a mio vedere.

… beh è stata un’esperienza

Questa lettura per me è stata nella media, a settimane di distanza come nell’immediato non mi ha lasciato particolari ricordi o emozioni degne di nota.

Sapete quanto leggete un libro e quello non è né un libro “odiato” o altamente problematico/criticabile nel senso di stile, vicende narrate, temi e tutto ciò che compone una storia, ma non è nemmeno un libro che vi è alla fine avete gradito, semplicemente finisce in quel limbo rappresentato dai libri considerati nella media, poi tra questi magari ci sono quelli non elettrizzanti ma che comunque vi hanno lasciato qualcosa e altri che invece non vi hanno lasciato nulla, avete letto quel libro, chiuso l’ultima pagina, lo avete riposto in libreria (o dato via in un qualche modo) e si è auto-cancellato dalla vostra memoria.

Ecco per me “Il Capitano Alatriste” è caduto dritto dritto in quel limbo, non è un libro scritto male o con una trama becera, con problemi vari riguardanti le tematiche o i personaggi, o tutti i vari problemi criticabili che un testo può avere, ma al tempo stesso per me non ha punti che lo fanno risaltare.

I personaggi sono interessanti, si perde troppo tempo volendo creare quasi subito una tela già finita per le caratteristiche di questi volendo inquadrare subito tutti i loro aspetti, però come prima opera mette in campo dei personaggi comunque apprezzabili sotto certi punti di vista, per cui il lettore può di certo provare curiosità.

La trama base ruota attorno ad un lavoro di Diego che ora, dopo la guerra, lavora su commissione diciamo come assassino o regolatore di conti nella maggior parte dei casi, ad esempio lui in caso di lotte fra amanti ha il ruolo di intimidire il rivale amoroso ecc.

Durante uno di questi lavori, svolto con un compagno che successivamente diverrà suo rivale, deve uccidere due giovani e diciamo che (senza voler fare troppi spoiler) questo lavoro diventerà più complicato del previsto anche per quando riguarda la sopravvivenza di Diego.

La trama non è malamente costruita, il problema è che tutto si risolve a pizza e fichi, una vicenda all’apparenza intricata si risolve velocemente con decisamente meno danni del previsto, durante la lettura è stato tutto così veloce che quasi non me ne sono accorta.

Il finale invece è il tipico finale di un primo libro, aperto a nuovi orizzonti.

Conclusioni

Insomma, è stata una lettura tutto sommato gradevole, ma come dicevo nella media, non ho trovato particolari aspetti di questo libro degni di nota o apprezzabili oltre al normale o almeno degni di essere citati come pregi, ma come dicevo non è nemmeno un testo spiacevole.

La vicenda centrale ha una sua risoluzione, ma questo libro sembra il primo capitolo di un libro con trenta e più capitoli, un primo approccio ad una vicenda più ampia.

Per me il voto generale è di tre stelline su cinque, perché di base è un buon testo a livello di personaggi e stile, a livello tecnico funziona, a livello di risoluzione, coinvolgimento e impatto sul lettore su di me non ha funzionato.

Voto:

E voi? Avete mai letto qualcosa di Reverte? Sì? No? Fatemi sapere!

A presto!

Euforia – Elin Cullhed

Buon mercoledì!

Come state? Come avanza questo strambo giugno?

Oggi torniamo a parlare, per via del libro attorno al quale ruota la recensione di oggi, di una poetessa e autrice di cui abbiamo già parlato su questi schermi, una figura amata dalla sottoscritta che torna ogni tot di tempo a farci visita qui, ovvero Sylvia Plath! Esatto, proprio lei.

Ne abbiamo parlato qualche mese fa con il famoso duo di articoli-biografia che potete trovare qui o nella sezione #PoetProfile.

Non ho mai pubblicato recensioni di testi letti per la preparazione di questi articoli o testi comunque inerenti a Sylvia Plath, ma Euforia non è una biografia, né un saggio, bensì un romanzo che mira a narrare la storia dell’ultimo anno di vita della Plath.

E’ stato un testo candidato al Premio Strega Europeo del 2022 e in generale ha avuto un successo direi medio, nel senso che è sbucato da qualche parte e se ne è parlato, ma di certo non è stato un testo che è esploso o è diventato “virale”.

Bene, parliamone!

Euforia – Elin Cullhed

Casa editrice: Mondadori

Pagine: 300

Genere: narrativa, narrativa biografica

Prezzo di Copertina: € 19,50

Prezzo ebook: € 9,99

P. Pubblicazione: 2022

Link all’acquisto: QUI

Incipit

Era la mia vita, il testo. Erano il mio corpo, la mia pelle, i miei polsi di un bianco luminoso a portarmi in bicicletta per il Devon. Quando incontravo qualcuno che conoscevo rabbrividivo, era come se i miei nervi e le mie vene formassero una rete sotto intorno al mio corpo, e il cuore era la mia bocca, era il cuore a parlare, lasciando uscire un “Salve!” se incrociavo la vicina (la moglie del direttore di banca) alla quale piaceva studiarmi per capire se ero normale. Il cuore batteva al centro di me stessa. La mia bocca. La mia bocca rossa. Ero io l’argomento, il motivo stesso, e allora come potevo allungarmi fuori di me e creare proprio quel motivo? Come potevo collocarmi lontano dal fulcro del motivo?

Trama

“Euforia” racconta l’ultimo anno di Sylvia Plath regalandoci l’indimenticabile ritratto di una mente brillante impegnata in una battaglia con il mondo, con le persone che ama e con se stessa. Quando il romanzo si apre, Sylvia, incinta del secondo figlio, è entusiasta all’idea della nuova avventura in cui lei e Ted Hughes si sono imbarcati insieme: ristrutturare una vecchia canonica lontano dalla grande città, crescere una famiglia in un regno tutto per loro. Prima dell’arrivo dei bambini Ted era il suo compagno in ogni cosa: da intellettuali vivevano intensamente la vita e ne prendevano ciò che volevano. Ma ora Ted scompare sempre più spesso nel suo studio per scrivere mentre Sylvia si ritrova abbandonata, un animale assediato dai suoi piccoli. Il suo desiderio è scrivere, amare, vivere, lasciare un segno nel mondo. Ma dove sarà la sua immortalità? Nei bambini che nutre con il suo corpo o nelle parole che appunta sulla pagina nei pochi momenti rubati? Quando Ted la abbandona definitivamente per andare dalla sua amante a Londra, Sylvia si scopre al contempo intossicata dal suo stesso potere e annientata dalla perdita. In questo stato di euforia, si sente sul punto di raggiungere il massimo dei suoi poteri creativi come scrittrice. Ha deciso di morire, ma l’arte a cui darà vita nelle sue ultime settimane infiammerà il suo nome.

Recensione

Dunque, come dicevo su questo blog abbiamo parlato ampiamente di Sylvia Plath e devo anche ammettere che io in primis sono probabilmente un poco rigida quando leggo romanzi basati sulla vita dell’autrice/rielaborazioni o esperimenti letterari di vario tipo che hanno comunque a che fare con la Plath, anche perché sono una grande estimatrice e ad oggi ho letto molti testi realmente scritti dalla Plath quindi realmente autobiografici (mi riferisco ai diari e alla sua corrispondenza) o scritti comunque da saggisti, biografi, persone vicine all’autrice nei suoi anni di vita.

Faccio questo discorso un poco delicato perché quando si parla della vita della Plath la prima cosa che può venire in mente è il fatto che l’autrice abbia vissuto una vita tragica per vari aspetti che sono sicuramente trapelati quando abbiamo parlato di lei nei due famosi articoli, quindi trovo che a volte si carichi molto questo aspetto (parlo sempre di testi ovviamente romanzati o reinterpretazioni), non voglio dire che Sylvia non abbia vissuto una esistenza tragica sotto molti aspetti, l’ha vissuta, ma secondo me quando si leggono testi romanzati su di lei è un attimo crollare nell’esagerazione o in un testo che comunque si focalizza solo su questo.

In questo testo l’autrice narra dell’ultimo anno di vita di Sylvia che è stato di certo costellato da delusioni, traumi e il ritorno anche della depressione, e il finale suicidio, ma leggendo questo libro di certo molto doloroso perché sentiamo la Sylvia Plath della Cullhed in un continuo stato di turbamento, rabbia, frustrazione e in generale direi inquietudine a tratti mi sono sentita un poco bombardata da questa voce reinterpretata dall’autrice di una grande poetessa come la Plath.

Parleremo meglio di questo aspetto nel corso della recensione, so che a molte persone questa caratteristica non ha dato particolare fastidio e va benissimo così, questa ovviamente è una mia opinione personale, però a tratti ho avvertito il voler cavalcare eccessivamente la parentesi legata all’instabilità anche psichica di Sylvia. Lei parla in prima persona in questo romanzo ed è un testo confessionale in cui si lascia andare a molti dubbi, insicurezze e ragionamenti sulla sua vita e su ciò che inizia ad incrinarsi piano fino ad esplodere.

Faccio questo discorso iniziale perché qui alla fine parliamo di questo, ovvero di un romanzo scritto modificando alcuni eventi essendo appunto un romanzo, in cui non sempre l’autrice è fedele, diciamo che aggiunge a volte una sua versione dei fatti e in questo non c’è nulla di male facendo parte del genere, ma come dicevo queste aggiunte sembrano sempre spingere sugli stessi punti, comunque ci arriveremo.

Stile, Ritmo e Atmosfere

L’autrice secondo me si butta in un esperimento, ovvero dare la voce a Sylvia cercando di entrare nella mente di questa e scrivere/esprimersi come si esprimerebbe (secondo l’autrice) Sylvia Plath, esperimento che una buona parte degli autori che scrivono biografie romanzate o simili tentano, ecco, la voce che emerge qui per alcuni tratti del romanzo può assomigliare a quella di Sylvia, non tanto in ciò che dice, ma per quanto riguarda la sfera mentale, quindi i pensieri che trapelano da questa Sylvia e il suo modo di vedere la realtà.

Ovviamente la Cullhed interpreta, come faccio anche io basandomi su ciò che ho letto della Plath e su una mia idea della sua personalità parlando di lei, comunque in altri tratti la voce di questa Sylvia mi è sembrata eccessiva come se l’autrice fosse entrata troppo dentro ad una sua idea della personalità di Sylvia.

E’ un discorso un poco complesso da fare, ma come dicevo è stata una lettura altalenante per me a livello sia di gradimento che di immersione nella voce di questa Plath.

Lo stile comunque dell’autrice è godibile, diretto direi perché Sylvia si esprime e pensa in modo diretto, anche a livello sessuale, ma la vera Plath era comunque una donna che rifletteva sulla sessualità, nei diari furono anche censurate varie pagine in cui parlava di sesso o fantasticava su questo.

Ci sono degli spunti interessanti nella scrittura della Cullhed, immagini suggestive ed evocative, sensazioni e modi di esprimere queste degni di nota.

Il ritmo generale del romanzo è medio, nel senso che essendo una biografia romanzata si prende i suoi tempi a tratti per arrivare ad eventi che segnarono irrimediabilmente la vita di Sylvia e il suo ultimo anno, quindi a tratti il libro diventa una spirale psichica autodistruttiva in cui la Plath pensa in modo ossessivo ad eventi o analizza sue paure che diventano un macigno e piano piano si va avanti con gli eventi.

Le atmosfere generali invece sono pesanti, ci sono anche momenti più rilassati e tranquilli in cui sembra di trovarsi con Sylvia in una giornata pacifica nel Devon però sono davvero parti minime, il romanzo si focalizza più che altro su l’ossessività dei pensieri di Sylvia che si ritrova in una realtà pesante da vivere e questo senso come dicevo, di pesantezza traspare parecchio dalle pagine, non saprei dire se è voluto dall’autrice oppure no.

“Ero straniera in quel paese, non avevano accolto molto bene le mie poesie, ma chi se ne importa, peggio per loro, avevo pensato, ho comunque la mia America.”

Un tassello in più?

Ero esaltata per la lettura di questo romanzo, anche perché ogni volta che esce un libro sulla Plath io in genere lo recupero sempre e questo sembrava davvero interessante. Tra l’altro da ciò che traspare finora da questa recensione sembra che io non abbia gradito questo romanzo, ma non è così, mi è piaciuto per certe caratteristiche e si vede che l’autrice ha fatto di tutto per entrare al suo meglio nella psiche di Sylvia e di immedesimarsi in lei e nella sua realtà, voglio credere anche per omaggiarla in primis.

Tra l’altro il fatto di aver omesso l’ultimo breve periodo di vita e il suicidio secondo me è stato un gesto di rispetto della Cullhed nei confronti di Sylvia, il non aver descritto il suo ultimo atto e in generale le ultime dure settimane della sua vita sono state scelte precise a mio vedere.

Il libro è questo quindi, un’altra versione secondo un’altra autrice di una parte della vita della poetessa, cosa aggiunge “Euforia” rispetto agli altri romanzi su di lei? Beh di sicuro va un poco di più nei dettagli e nei pensieri di questa Sylvia e aggiunge pezzetti qua e là inventati dall’autrice basandosi sempre comunque su fatti reali, diciamo che ci sono delle aggiunte ma non è nulla di deturpante.

Per il resto non aggiunge molto altro, è un romanzo che io consiglierei a chi magari sa già qualcosa sulla vita della poetessa, ma so che si sono molte persone che hanno letto questo romanzo senza conoscere bene la Plath e lo hanno gradito molto, quindi è adatto a tutti, ovvio se conoscete già la sua vita saprete distinguere ciò che è reale da ciò che non lo è e ciò che sembra una esagerazione romanzata da ciò che probabilmente si avvicina di più alla realtà e a ciò che è stato.

Non è un compito facile scrivere un romanzo sulla Plath perché si rischia di parlare sempre degli stessi argomenti perché di libri sulla Plath ne sono usciti a bizzeffe e dobbiamo accettare il fatto che non sappiamo e non sapremo mai nella realtà cosa è accaduto davvero in alcuni momenti precisi della vita della poetessa, possiamo romanzare e ipotizzare, ma alcuni eventi restano e resteranno un mistero.

Quindi apprezzo il tentativo della Cullhed che di certo si salva, è un romanzo nella media secondo me, che fa riflettere anche su vari temi della vita che ha dovuto affrontare Sylvia, ma come lei molt* altr*, e affronta anche temi tabù oserei dire che non si vedono di solito in testi su di lei o in media in altri testi. Si fa leva soprattutto sulla sfera mentale che filtra tutto ciò che vive Sylvia in un modo a tratti ossessivo e man mano che si va avanti nel romanzo e si arriva ai suoi ultimi mesi, anche molto problematico e parecchio dispersivo.

Conclusioni

Tutto sommato a parte l’esagerazione di alcuni punti e il fatto che a lungo andare diventa un romanzo ripetitivo in cui l’autrice ha aggiunto eventi che danno un tocco di esagerazione in più su quella già presente, è un testo godibile che va nel profondo di una psiche che affronta eventi traumatici e crolli nella sua vita fino ad esplodere.

Il modo in cui viviamo assieme a Sylvia questi mesi di continuo stress e certezze che crollano è devastante, ma allo stesso tempo interessante per come l’autrice riesce a dipingere questo crescendo di crisi.

Tutto sommato è un romanzo che sono felice di aver letto.

Voto

E voi? Avete mai letto “Euforia”? Sì? No? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

A presto!

Teddy – Jason Rekulak

Buon venerdì e ben ritrovat*!

Come state? Ci troviamo qui in un nuovo fine settimana per parlare del libro del giorno!

Oggi parliamo di “Teddy” di Jason Rekulak, un thriller paranormale che ha fatto molto parlare di se negli scorsi mesi, è un’uscita del settembre 2022 e devo dire che ora si vede decisamente meno in giro rispetto al botto delle settimane successive alla pubblicazione, ma ogni tanto viene ancora citato.

E’ un testo che di certo ha diviso e divide ancora i lettori, c’è chi lo ha amato alla follia e chi lo ha detestato ritenendolo a tratti privo di senso, con risoluzioni e sviluppi di trama discutibili.

Beh, dopo questa premessa direi che è il momento di darvi la mia opinione, parliamone!

Teddy – Jason Rekulak

Casa editrice: Giunti

Pagine: 416

Genere: narrativa, thriller psicologico, mystery, suspance

Prezzo di Copertina: € 16,90

Prezzo ebook: € 9,99

P. Pubblicazione: 2022

Link all’acquisto: QUI

Incipit

Qualche anno fa ero praticamente al verde, e così mi offrii volontaria per un progetto di ricerca della University of Pennsylvania. Seguendo le indicazioni arrivai all’ospedale del campus, a West Philly, ed entrai in un grande auditorium pieno di donne, tutte tra i diciotto e i trentacinque anni. Non c’erano abbastanza posti e io arrivai tra le ultime, così dovetti sedermi, tremante, sul pavimento. C’erano caffè e ciambelle al cioccolato gratuiti, e un grosso televisore che trasmetteva The Price is Right, ma tutte quante guardavano il telefono. Sembrava di essere in coda per qualche ufficio, però ci pagavano un tanto all’ora e quindi avremmo aspettato volentieri anche tutto il giorno.

Trama

Teddy è un dolce bambino di cinque anni, intelligente e curioso, che ama disegnare qualsiasi cosa: gli alberi, gli animali, i genitori e, occasionalmente, anche la sua amica immaginaria, Anya, che dorme sotto il suo letto e gioca con lui quando è da solo. Ma ora a occuparsi di lui per tutta l’estate c’è Mallory, la nuova babysitter. I due si sono piaciuti fin dal primo incontro, tanto che il signor Maxwell non ha potuto opporsi all’assunzione della ragazza, che nonostante la giovane età ha dei difficili trascorsi con la droga. All’apparenza tutto è perfetto: i Maxwell sono gentili e comprensivi, la loro casa sembra uscita direttamente dalla copertina di una rivista e le giornate sono scandite da una routine serena, che comprende giochi, pisolini e bagni in piscina. Fino a quando i disegni di Teddy cominciano a cambiare, diventano sempre più strani, cupi, quasi macabri e rivelano un tratto decisamente troppo complesso per un bambino di quell’età. Che cosa sta succedendo? Per Teddy è colpa di Anya, è lei a dirgli cosa rappresentare e a guidare la sua mano. Qualcosa non va e, anche se può sembrare una follia, solo Mallory può scoprire la verità prima che sia troppo tardi. Un thriller che sconfina nel paranormale e che, grazie alla forza espressiva delle illustrazioni, vi sorprenderà, pagina dopo pagina, in un inquietante crescendo, fino all’imprevedibile colpo di scena finale.

Recensione

L’autore prima di dedicarsi alla scrittura, è stato, fino al 2018, l’editore di Quirk Books. Il suo romanzo d’esordio, I favolosi anni di Billy Marvin (Rizzoli, 2018) è stato tradotto in 12 lingue e nominato per un Edgar Award. Teddy è il suo secondo romanzo che presto diventerà una serie per Netflix.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Allora, parliamo di un romanzo medio, nel senso che è un testo di 416 pagine, considerando anche il fatto che alcune non sono di testo bensì di illustrazioni prese dal blocco da disegno di Teddy appunto, questo bambino a cui la nostra Mallory deve fare da babysitter. Quindi per essere un testo medio scorre molto velocemente, anche perché lo stile di Rekulak è davvero scorrevole e fluido da leggere, di certo questo a mio avviso è uno dei tratti migliori del libro perché scorre che è una meraviglia ed è uno di quei casi in cui si dice sempre: “un altro capitolo, poi un altro e un altro ancora” e così facendo si legge metà testo in una serata.

Il libro è anche ambientato in tempi relativamente recenti quindi ci sono anche brevi accenni a fatti o tecnologie contemporanee insomma, senza contare il fatto che Mallory è una protagonista che ha a che fare con una serie di problematiche legate al suo passato, tra cui la sua precedente dipendenza da droghe e antidolorifici, la sua ancora in corso elaborazione del lutto e problematiche varie legate alla famiglia. Ciò per dire che sono vari i temi affrontati in queste pagine da Rekulak, senza contare quelle degli altri personaggi.

Quindi, lo stile funziona bene per un thriller, non spicca per caratteristiche particolari, funziona come veicolo di suspence per far arrivare il lettore alla fine.

Il ritmo direi che è constante, è un crescendo che porta fino alla risoluzione finale dell’enigma base del testo quindi il fatto che ad un certo punto durante il lavoro di Mallory come babysitter la ragazza inizi ad avere a che fare con strani disegni fatti da Teddy che non sembrano provenire dalla sua mano, ma da una mano decisamente più abile e grottesca perché il tenore di certi disegni è piuttosto macabro.

Le atmosfere generali devo dire che funzionano bene in alcuni punti soprattutto, ci sono frammenti di questo libro in cui si riesce a percepire il classico brivido sulla schiena, proprio per un insieme di fattori, il mistero, le presenze misteriose, il luogo in cui trova Mallory ecc. ecc.

Ciò che funziona e ciò che non funziona

Questo è un libro che mi ha fatto provare una serie di sensazioni e pensieri contrastanti a fine lettura, una parte di me ha sinceramente gradito la scorrevolezza e l’intrattenimento trovati in questo volume, un’altra parte si è chiesta più volte il perché di certe svolte di trama o plot twist o inserimenti vari di scene discutibili.

Devo dire anche che nonostante sia un testo veloce da leggere, ad un certo punto ho avvertito un senso di sazietà, sapete come quando avete mangiato tanto a tavola al pranzo di Natale e il prossimo boccone potrebbe farvi esplodere, ma lo mangiate comunque anche per far piacere a vostra madre che ha cucinato per ore? Ecco, c’è tanto in questo volume a livello di eventi, temi, svolte di trama varie da essere troppo a una certa.

Alcune persone, ho notato leggendo varie recensioni su Goodreads, hanno avuto dei problemi con alcune tematiche inserite nel libro o lasciate trapelare da alcuni personaggi, in particolare quella riguardante l’essere transgender, un’altra riguardante l’ateismo, un’altra il razzismo.

In realtà ci sono varie tematiche, oltre anche a quelle che ho citato, che non vengono esposte palesemente dall’autore, ma vengono fatte trapelare in modo subdolo in scene che vengono buttate lì come veicolo di avanzamento della trama, ma non vengono mai giustificate oppure viene data a queste una risoluzione davvero dozzinale e di poco conto.

Nel volume si parla di questa tematica (l’essere transgender), o meglio si accenna davvero brevemente, non si esplora più di tanto, ma è un tema che risulterà importante in funzione dello svolgimento della trama, ebbene a parte il trascinarla dentro la trama senza un senso logico, ma più come giustificazione di un evento appunto della trama, non sta molto in piedi a livello logico. Non posso scendere troppo nei particolari per non fare spoiler, ma vi dico che il modo in cui si usa questo tema, che dovrebbe essere una trovata originale a livello di risoluzione della vicenda, non sta molto in piedi a mio avviso. In più spunta in un contesto di violenza e sopraffazione e oltre che essere forzata e trattata in un modo che dire approssimativo è dire poco.

La critica riguardante l’ateismo ha a che fare con il fatto che i genitori di Teddy siano atei convinti e proibiscano a Mallory qualunque espressione religiosa in presenza del bambino, non si può parlare di religione dentro casa, o accennare minimamente a questa e i genitori di Teddy sono personaggi che vengono descritti fin dall’inizio come individui dubbi… diciamo, quindi l’autore lascia intendere che gli atei siano persone rigide, arrabbiate e astiose nei confronti della religione e in generale amanti della censura.

La tematica del razzismo invece riguarda un personaggio in particolare che è Mitzi, una vicina di casa di Mallory e della famiglia di Teddy che viene rappresentata come una hippy che fa uso di sostanze e contatta i morti, una figura aperta spiritualmente diciamo che però si esprime in modo pessimo facendo riferimento al razzismo.

Ci sono anche altri temi, alcuni di questi devo essere sincera, durante la lettura non mi sono saltati all’occhio, ho letto le scene incriminate, ma le ho interpretate più come una esaltazione di un cliché riguardante un certo personaggio più che come messaggio subdolo inserito dall’autore.

Parlando di cliché e personaggi, senza mai fare spoiler, penso sia intuibile il fatto che i personaggi da sospettare siano quelli a cui si pensa subito, certo magari all’inizio si ha un intuizione, ma non si è certi, però io non ho avvertito una particolare sorpresa nella scoperta finale che ha più strati però, infatti vengono dipanate varie risoluzioni a vari misteri alla fine.

Altri temi comunque invece saltano all’occhio perché sembrano forzati o come dicevo alcune scene vengono giustificate malamente oppure nemmeno giustificate, ci si aspetterebbe più commento da parte di Mallory che narra il tutto, invece viene accettata e basta la situazione.

Sicuramente è un testo che ha dei problemi a mio avviso, a livello anche di incastro e risoluzione, c’è la parentesi paranormale che penso sia gestita abbastanza bene anche se si sporca verso il finale, diventa un intrigo un po’ confuso.

I punti positivi sono l’atmosfera e la scorrevolezza, direi anche che fino ad un certo punto il lato paranormale ha dei lati originali e interessanti che, come ho detto in precedenza, funzionano bene.

Conclusioni

E’ un libro che io ho letto nell’arco di una finestra temporale ampia, ma non perché sia un libro lento o complesso da leggere, semplicemente perché l’ho messo da parte per un tot di tempo per focalizzarmi su altre letture, e alla fine sono stata felice di leggere soprattutto per l’essermi tolta la curiosità una volta per tutte.

E’ un thriller che sicuramente è stato aiutato anche dai social nella sua esplosione di fama, posso capire anche perché abbia avuto questo successo forse solo leggermente eccessivo, però come scritto anche sopra è un thriller scorrevole, originale per certi inserimenti, un tipo di lettura di intrattenimento.

Ma è anche un volume con tutti i problemi che ho elencato prima, senza parlare del fatto che uno degli aspetti, a mio avviso, più fastidiosi in un thriller è la risoluzione di certe parentesi con soluzioni discutibili o poco probabili, fattore presente in questo libro, purtroppo.

Voto:

E voi? Avete mai letto “Teddy”? Sì? No? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

A presto!

L’Invenzione di Morel – Adolfo Bioy Casares

Buon venerdì!

Come state? Come siete arrivat* all’inizio di questo mese di maggio?

Oggi torniamo alle recensioni, finalmente dopo il periodo di semi-sparizione e l’attesa per la pubblicazione del famoso articolo su Sylvia Plath, torniamo sul nostro caro sentiero costellato di recensioni.

Parliamo di un libro che ho letto oramai qualche mese fa ed è un testo che ho citato anche nell’articolo dei libri da regalare a Natale, quindi ehm… sì, andiamo un poco indietro. Ero convinta tra l’altro di aver già pubblicato la recensione di questo testo, ma a quanto pare mi sbagliavo quindi bisogna rimediare il prima possibile, il libro in questione è L’Invenzione di Morel di A. B. Casares.

Parliamone!

L’Invenzione di Morel – Adolfo Bioy Casares

Casa editrice: SUR

Pagine: 133

Genere: fantascienza, narrativa

Prezzo di Copertina: € 15,00

Prezzo ebook: € 9,99

P. Pubblicazione (ITA): 2017

Link all’acquisto: QUI

Incipit

Oggi, su quest’isola, è avvenuto un miracolo. L’estate è arrivata in anticipo. Ho sistemato il letto vicino alla piscina e fatto il bagno fino a molto tardi. Impossibile dormire. Due o tre minuti all’asciutto erano sufficienti a trasformare in sudore l’acqua che doveva proteggermi dall’afa spaventosa. All’alba mi ha svegliato un fonografo. Non ho potuto tornare al museo per prendere le mie cose. Sono fuggito giù per le scarpate. Mi trovo nella zona delle paludi, a sud, tra piante acquatiche, furibondo per le zanzare, con il mare o sudici ruscelli fino alla vita, e mi accorgo di avere assurdamente anticipato la mia fuga.

Trama

“L’invenzione di Morel” è il romanzo più celebre di Adolfo Bioy Casares, uno dei narratori più originali della letteratura latinoamericana del Novecento. Pubblicato nel 1940, esce oggi in una nuova traduzione di Francesca Lazzarato, che ne ha curato anche la postfazione. Fortemente ispirato all’”Isola del dottor Moreau” di H.G. Wells e ai racconti di E.A. Poe, questo romanzo visionario narra le avventure di un fuggiasco che, sbarcato su un’isola deserta per evitare la condanna all’ergastolo, scopre di non essere solo come credeva. In bilico tra il terrore di essere identificato e la frustrazione per il desiderio di essere riconosciuto, il protagonista si ritrova sospeso tra realtà e irrealtà e inizia a seguire, osservare e spiare gli altri isolani. Sarà infine il misterioso Morel a fornirgli le chiavi di lettura di un mondo allucinatorio costituito da pura forma.

Recensione

Casares era un grande amico e collaboratore di Jorge Luis Borges, scrisse numerose storie con lui, sotto lo pseudonimo di Honorio Bustos Domecq.

L’Invenzione di Morel è l’opera più famosa di Casares, pubblicata per la prima volta nel 1940. A Bioy Casares sono stati conferiti numerosi premi e riconoscimenti, fra cui il Gran Premio de Honor della SADE (la Società Argentina degli Scrittori, 1975) e il Premio Miguel de Cervantes nel 1991.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Lo stile utilizzato per questo romanzo è certamente diretto e personale, leggiamo direttamente dal diario di un uomo che narra della sua rocambolesca e particolare esperienza su un’isola, si trova su questa per dei problemi con la giustizia, infatti è un ricercato e per scappare da tutto decide di seguire il consiglio di un uomo incontrato per caso che gli suggerisce proprio di andare a vivere in solitaria in questo luogo all’apparenza disabitato.

Il tono della narrazione è quindi quello confidenziale e diretto di un individuo spaventato e solo che si lascia andare a riflessioni e considerazioni. E’ uno stile decisamente scorrevole però e direi che la narrazione prosegue ad un ritmo sostenuto, è pur sempre un romanzo di 133 pagine.

Le atmosfere sono legate a questo ambiente naturale e selvaggio, con elementi naturali molto forti, immagini di acqua, alberi, insetti, fango, vegetazione, ma con un tocco di mano umana, perché infatti su quest’isola (questo è proprio il fulcro dell’intera vicenda) al di sopra di una specie di collina ci sono delle costruzioni edificate dall’uomo.

L’atmosfera generale attraversa diversi stadi, abbiamo quello frenetico legato all’inizio alla fuga di quest’uomo, che racconta dell’idea di traferirsi su un’isola e della effettiva fuga quando è già in questo luogo, abbiamo poi quello della curiosità quando inizia a scoprire il luogo e queste costruzioni e questo tono di curiosità mista a inquietudine dura per una buona parte del romanzo in cui sia lui che il lettore cercano di capire il mistero di quest’isola. Successivamente abbiamo il lato più spaventoso e la risoluzione finale, insomma c’è un bel sali e scendi con questo testo.

Il romanzo perfetto

Questo romanzo, o racconto, viene descritto come perfetto a livello di struttura e incastro narrativo ed effettivamente è un testo senza dubbio completo e ben strutturato, che prende ispirazione dal famoso “L’Isola del Dottor Moreau” di H.G. Wells.

Quindi abbiamo a che fare con un narratore che fa una strana e curiosa scoperta, come dicevamo su questa collina scopre l’esistenza di strutture umane tra cui una cappella, un museo e una piscina. All’inizio si approccia a queste con cautela, anche perché sente voci e presenze umane da lontano quindi sa che c’è qualcuno oltre a lui in questo luogo e cerca di spiare queste persone da lontano, ma con il tempo si fa più audace e decide di tentare un approccio.

Il protagonista si lancia nel corteggiamento di una donna, che fa parte del gruppo di individui comparsi su questa collina, tenta e ritenta con questa donna, ma man mano che il tempo passa fa una scoperta piuttosto strana e inaspettata.

Diciamo che da parte del lettore si può arrivare a comprendere in parte il mistero prima della rivelazione che colpisce il protagonista, ho trovato invece il finale piuttosto sorprendente e inaspettato.

Secondo me “L’invenzione di Morel” è un libro che può piacere a molte persone perché ha tutti gli elementi per intrattenere e far riflettere, ma allo stesso tempo stupire e avvicinare il lettore alle disavventure di quest’uomo fuggito dalla legge per rincorrere una speranza di salvezza, senza considerare che la fuga dal carcere lo ha scaraventato in un altro carcere selvaggio e sperduto.

Sono tanti i temi inseriti da Casares, abbiamo il lato fantastico che si interseca con il selvaggio, il tema dell’immortalità, l’amore e la morte, ma anche la solitudine e il controllo.

Il famoso Morel del titolo è uno dei personaggi che compaiono su questa collina in compagnia della famosa donna di cui il nostro protagonista si innamora e lui con la sua invenzione hanno fortemente a che fare con il controllo di cui stavo parlando prima, controllo addirittura sulla vita e l’immortalità, un controllo che manca completamente al nostro fuggiasco che ha invano tentato di mettere assieme la sua vita e ricominciare, fallendo.

L’amore che il protagonista prova per una donna che di fatto non conosce e non risponde al suo corteggiamento lo tiene però lontano dalla solitudine in cui è caduto, sembra infatti che l’autore ricolleghi l’amore alla salvezza dalla solitudine, una solitudine in cui l’uomo non vuole e ha paura di ricadere, scappa da questa non accettando nemmeno la realtà, perdendo di nuovo il controllo sulla sua vita.

Di base, oltre a molti altri elementi, “L’invenzione di Morel” è anche la storia tragica di un uomo che per tutto il tempo fugge, dalla legge, dalla solitudine, dall’accettazione della realtà, dalla mortalità.

Parlando del lato fantastico e inquietante, che sono ciò che incuriosiscono maggiormente durante la lettura perché si vuole scoprire il mistero dietro a tutto, alcune persone hanno nel corso degli anni descritto questo testo aggiungendo anche un aspetto legato al terrore delle atmosfere e della vicenda. Di certo ha dei risvolti macabri e tragici, all’inizio è facile provare ansia con il protagonista per le scoperte che fa e che sembrano non avere una spiegazione logica, ma forse non aggiungerei “terrore” ai termini adatti per descrivere il libro.

Ma è sicuramente inquietante, in più il lato fantastico di cui stavamo parlando prende una piega più tecnica e logica andando avanti nella lettura, ma tutto il romanzo ha questa atmosfera generale di sospensione, come se il nostro protagonista, il luogo e queste persone fossero letteralmente ferme e immobili nel tempo.

Conclusioni

Di certo consiglio la lettura de “L’invenzione di Morel” anche per la struttura, la curiosità e la godibilità nella lettura, è un romanzo adatto anche a periodi di semi-blocco del lettore o periodi in cui si ha voglia di una lettura non troppo complessa perché magari si vive una situazione stressante, è una boccata di aria e avventura, anche per il luogo in cui il libro è ambientato.

Su di me non ha avuto un impatto così forte, ma la considero assolutamente una lettura piacevole, fa parte di quei volumi che ho gradito, ma non vanno oltre le tre stelline e mezzo, ma di certo è un romanzo ben costruito e ottimo sotto tutti i punti di vista.

Voto:

E voi? Avete mai letto “L’invenzione di Morel”? Sì? No? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

A presto!

La Quinta Stagione – N.K. Jemisin

Buon mercoledì!

Come state? Come sta avanzando o per meglio dire “terminando” questo febbraio, dato che siamo già al 22 e io mi sento ancora al 2 di gennaio?

Sono sparita ultimamente perché la vita mi sta risucchiando in una spirale infinita di stanchezza e problemi vari da cui spero di uscire a breve o quantomeno di riemergere per poco, quindi se vi chiedete il perché della mia scarsa presenza sappiate che è da ricondurre ad un periodo particolarmente fastidioso, spero comunque di tornare il prima possibile ad essere più attiva.

Sono anche in una sottospecie di blocco del lettore, un po’ per scarsità di tempo e un po’ perché boh… vai a capire come funziona il mio cervello.

Oggi comunque parliamo finalmente di un libro di cui vi devo parlare da mesi e mesi, ho rimandato questo momento il più possibile, non per un motivo preciso, ma solo perché ho amato molto questo testo (che è anche comparso nella top five delle letture del 2022, qui) ed è un testo di cui non è facile anche perché per me non è stato quel tipo di amore folle e duraturo per tutto il tempo della lettura, ma ho dovuto raccogliere un poco le idee e comprendere meglio la mia esperienza di lettura.

Il testo in questione è La Quinta Stagione di N.K. Jemisin, il primo volume della trilogia della Terra Spezzata.

La Quinta Stagione – N.K. Jemisin

Casa editrice: Mondadori

Pagine: 469

Genere: fantasy, fantasy epico, fantascienza, narrativa apocalittica

Prezzo di Copertina: € 15,00

Prezzo ebook: € 7,99

P. Pubblicazione (ITA): 2019

Link all’acquisto: QUI

Incipit

Tu sei lei. Lei è te. Sei Essun. Ricordi? La donna cui è morto il figlio. Sei un’orogena che vive nell’insignificante cittadina di Tirimo da dieci anni. Solo tre persone sanno che cosa sei e due di loro le hai messe al mondo tu. Bene. Ne rimane una sola che sa, ora. Sono dieci anni che vivi la vita più ordinaria possibile. Sei arrivata a Tirimo da altrove, ma agli abitanti della città non importa da dove o perché. Era evidente che fossi istruita, così sei diventata un’insegnante del nido locale per i bambini dai dieci ai tredici anni. Non sei né la migliore né la peggiore insegnante: quando se ne vanno, i bambini si dimenticano di te, però imparano.

Trama

E iniziata la stagione della fine. Con un’enorme frattura che percorre l’Immoto, l’unico continente del pianeta, da parte a parte, una faglia che sputa tanta cenere da oscurare il cielo per anni. O secoli. Comincia con la morte, con un figlio assassinato e una figlia scomparsa. Comincia con il tradimento e con ferite a lungo sopite che tornano a pulsare. L’Immoto è da sempre abituato alle catastrofi, alle terribili Quinte Stagioni che ne sconquassano periodicamente le viscere provocando sismi e sconvolgimenti climatici.

Quelle Stagioni che gli orogeni sono in grado di prevedere, controllare, provocare. Per questo sono temuti e odiati più della lunga e fredda notte; per questo vengono perseguitati, nascosti, uccisi; o, se sono fortunati, sono presi fin da piccoli e messi sotto la tutela di un Custode, nel Fulcro, e costretti a usare il loro potere per il bene del mondo. E in questa terra spezzata che si trovano a vivere Damaya, Essun e Syenite, tre orogene legate da un unico destino.

Recensione

La quinta stagione è stato acclamato dalla critica, venendo candidato a diversi dei premi principali del settore e aggiudicandosene la maggior parte. Ha vinto il premio Hugo per il miglior romanzo al 74° Worldcon nel 2016, lo Sputnik Award ed è stato candidato inoltre al premio Nebula per il miglior romanzo e al World Fantasy Award.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Le atmosfere di questo primo volume della trilogia sono miste, da un clima apocalittico, ad uno stile distopico, ci sono un misto di scenari diversi attraverso i quali seguiamo i vari personaggi, le tre voci principali, Essun, Syenite e Damaya.

La storia è ambientata in questa terra chiamata Immoto, l’unico continente del pianeta, luogo in costante e violento mutamento. Tutto il mondo infatti è vittima di costanti cataclismi che danno vita a quella che viene appunto chiamata “La Quinta Stagione”, un periodo di durata variabile in cui tutto rischia l’estinzione.

Infatti questa famigerata “Quinta Stagione” da origine ad una serie di fenomeni più o meno distruttivi per la terra e gli esseri che ovviamente la popolano, eventi quali eruzioni vulcaniche, scosse sismiche, fenomeni atmosferici e altro tutti di una portata decisamente pesante, queste eruzioni vulcaniche ad esempio possono anche produrre quantità di ceneri tale da oscurare il sole per anni, e da tutto questo provengono stragi, epidemie, carestie e in generale una decimazione degli esseri umani.

Nel corso della storia si sono susseguite varie “Stagioni” e a causa di ciò il mondo è stato costretto a ricominciare molte volte da zero, o quasi da zero, ad esempio molto delle civiltà precedenti è andato distrutto, tranne alcune vestigia ancora presenti e visibili, come ad esempio questi giganti obelischi fluttuanti, che si spostano per i cieli e di cui nessuno conosce bene del tutto il funzionamento.

Questo per illustrarvi un poco il clima generale che si respira una volta che ci si immerge nella storia e in questo mondo, uno scenario che senza dubbio ci fa pensare anche al nostro mondo a cui viene trapiantato uno scenario apocalittico, quella di Jemisin è anche ad una critica rivolta ai problemi ambientali, ma anche alla discriminazione, alle classi sociali e in generale ad un mondo egoista che ha inaridito la Terra e la sua popolazione.

Le atmosfere in alcuni scenari sono senza dubbio pesanti, aride, manca umanità e stabilità in una terra in subbuglio.

Lo stile di Jemisin è decisamente godibile, è una autrice che sa scrivere senza dubbio, lo stile è accattivante, ma allo stesso tempo Jemisin sa scavare nei meandri della psiche umana e mette sotto i riflettori anche quei minimi gesti che ci fanno comprendere meglio un personaggio e un contesto. E’ uno stile che sa essere profondamente doloroso, come un coltello che scava nella carne, ma anche armonioso.

Il ritmo generale del testo non è sempre costante, c’è stato un punto, circa dopo la metà in cui ho faticato un poco, non saprei dire se per un breve distacco mio o per un rallentamento del ritmo che mi ha portato per alcuni istanti ad avvertire un certo peso durante la lettura, ma a parte questo punto mi sono goduta senza dubbio il testo.

La Distopia e le tre voci principali

Al centro dell’Immoto risiede la città di Yumenes, capitale di un vasto impero che è riuscito a sopravvivere per secoli alle Quinte Stagioni. Ci ritroviamo però all’interno di un impero basato su un severo regime assolutista, dittatoriale e intransigente, in cui l’individuo è completamente al servizio della comunità e vive per alimentare questa comunità servendola e rispettando le sue regole. All’interno di questa si sono create delle caste che dividono le persone basandosi sulla loro utilità.

L’impero ha anche numerose Com (comunità), che vanno dai piccoli villaggi a città, protette da mura e sempre pronte a chiudersi al mondo esterno per tentare di sopravvivere a un’eventuale Stagione. In questo mondo si segue fedelmente la Litodottrina, una vera e propria dottrina appunto, da seguire in caso di cataclisma che indica come ci si deve preparare e come ci si deve comportare in caso di Stagione.

In questo mondo ci sono sia esseri umani che orogeni, individui in grado di percepire i movimenti tellurici della crosta terrestre e hanno il potere di controllarli, capaci di prendere dall’ambiente l’energia sufficiente per controllare e placare determinati fenomeni, o all’opposto scatenarli. Gli orogeni potenti possono essere o un grande dono e un grande aiuto nella gestione di questi fenomeni o al contrario essere causa di enorme distruzione e devastazione perché possono letteralmente controllare il terreno.

Tra questi orogeni troviamo le protagoniste di questo libro, Essun, orogena che si finge una persona normale in un piccolo villaggio, il cui mondo piomba nella distruzione quando rincasando, trova il corpo esanime del proprio figlio ucciso dal padre, che ha intuito la natura orogena del figlio.

Non faccio spoiler perché questo accade davvero nelle prime pagine, da questo evento Essun inizia un lungo viaggio alla ricerca del compagno e assassino del figlio per vendicarsi, ma anche per ritrovare la figlia sparita, pensa rapita dal padre.

Damaya è una bambina che si è appena rivelata orogena e che viene salvata da un Guardiano (praticamente delle specie di controllori o carcerieri degli orogeni) che la porterà via dalla propria famiglia per portarla al Fulcro ed educarla come un orogena.

Syenite infine è un’orogena del Fulcro inviata in missione sotto la supervisione di Alabaster, un orogeno estremamente potente e dalla psiche piuttosto labile.

C’è un grande colpo di scena che ha a che fare con ognuna di queste voci, un “segreto” che si può iniziare ad intuire man mano che si avanza nel testo perché spuntano vari indizi, trovo comunque che questo incastro e questo tipo di struttura funzioni benissimo e sia gestita alla perfezione da Jemisin che con Essun infrange anche la quarta parete usando la seconda persona singolare.

In questo libro vengono trattati un’infinità di temi, che si legano ad ognuno di questi personaggi e ad altre figure che ruotano attorno a loro, potrei davvero compilare una lista infinita di tematiche che ritroviamo ne “La Quinta Stagione”, da quelle più evidenti come la morte e la distruzione a quelle che spuntano durante la lettura come il labile rapporto fra gli esseri umani in un mondo che vive costantemente sull’orlo della fine, e su come si affaccino gli esseri l’uno all’altro.

E’ un libro difficile da digerire, oscuro e pesante, con vari eventi traumatici per i personaggi che rimbalzano sul lettore, è uno di quei testi che vi da quella sensazione di aver vissuto mano nella mano con i personaggi durante tutti questi eventi negativi, di averli accompagnati e di aver quasi sentito il passaggio del tempo sulla vostra pelle.

Ci troviamo proiettati in tempi diversi, scenari diversi, un’alternanza di momenti traumatici a momenti quasi di pace in cui le persone si avvicinano e spunta quella scintilla di umanità che in questo mondo sembra quasi del tutto spenta.

Conclusioni

“La Quinta Stagione” è un testo massiccio, non tanto a livello di pagine, ma a livello di eventi, conoscenze e evoluzioni che viviamo assieme ai personaggi, ci ritroviamo con loro in questa specie di viaggio che si snoda in tempi diversi, ma sembra sempre proiettato ad un futuro incerto verso cui si avverte una speranza che però è molto flebile.

E’ un testo affascinante per la struttura, per i personaggi, per le tematiche, per il mondo che Jemisin ha creato e per il modo in cui riesce ad immergere e gestire tutto questo.

I personaggi sono veri, reali e non si fatica ad entrare in contatto con loro in modo profondo e sentito.

Devo darmi una mossa a leggere il secondo volume, perché inutile dirvi che il primo termina con quel classico finale tranciato che lascia parecchio in ballo.

Voto:

E voi? Avete mai letto “La Quinta Stagione”? Vi è piaciuto? Sì? No? Fatemi sapere!

A presto!

Piranesi – Susanna Clarke

Buon martedì!

Come state? Come avete trascorso questi primi giorni di febbraio?

Oggi parliamo di un libro che ho citato anche nei top five dei libri più belli del 2022 per me, ovvero Piranesi di Susanna Clarke. Una parte di me era convinta di aver già pubblicato una recensione a riguardo, ma questa parte era in errore perché cercandola nei meandri del blog non c’è, quindi nulla, era una convinzione falsa e tendeziosa.

E’ stata una pubblicazione del 2021 che io ho recuperato subito, appena uscita, perché mi attraeva molto dalla trama e ho sempre sentito tessere le lodi di Susanna Clarke, di cui in libreria ho anche Jonathan Strange e il Signor Norrell, ma ho aspettato il 2022 per leggerlo quando ormai era già esploso il fenomeno “Piranesi”, dato che di questo libro si è parlato molto e sempre bene da quello che ricordo.

Ma io direi di iniziare a parlarne subito, è giunto il suo momento!

Piranesi – Susanna Clarke

Casa editrice: Fazi

Pagine: 267

Genere: fantasy, realismo magico

Prezzo di Copertina: € 16,50

Prezzo ebook: € 4,99

P. Pubblicazione (ITA): 2021

Link all’acquisto: QUI

Incipit

Quando la Luna è sorta nel Terzo Salone Settentrionale sono andato nel Nono Vestibolo. ANNOTAZIONE PER IL PRIMO GIORNO DEL QUINTO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS E’ ARRIVATO NEI SALONI SUD-OCCIDENTALI. Quando la Luna è sorta nel Terzo Salone Settentrionale sono andato nel Nono Vestibolo per assistere alla congiunzione di tre Maree. E’ un evento che accade soltanto una volta ogni otto anni. Il Nono Vestibolo è un luogo straordinario per le tre grandi Scalinate che contiene. Lungo le sue Pareti corrono file di Statue di marmo, centinaia di Statue che si innalzano, un Livello dopo l’altro, fino a raggiungere vette lontanissime.

Trama

Piranesi vive nella Casa. Forse da sempre. Giorno dopo giorno ne esplora gli infiniti saloni, mentre nei suoi diari tiene traccia di tutte le meraviglie e i misteri che questo mondo labirintico custodisce. I corridoi abbandonati conducono in un vestibolo dopo l’altro, dove sono esposte migliaia di bellissime statue di marmo. Imponenti scalinate in rovina portano invece ai piani dove è troppo rischioso addentrarsi: fitte coltri di nubi nascondono allo sguardo il livello superiore, mentre delle maree imprevedibili che risalgono da chissà quali abissi sommergono i saloni inferiori.
Ogni martedì e venerdì Piranesi si incontra con l’Altro per raccontargli le sue ultime scoperte. Quest’uomo enigmatico è l’unica persona con cui parla, perché i pochi che sono stati nella Casa prima di lui sono ora soltanto scheletri che si confondono tra il marmo.
Improvvisamente appaiono dei messaggi misteriosi: qualcuno è arrivato nella Casa e sta cercando di mettersi in contatto proprio con Piranesi. Di chi si tratta? Lo studioso spera in un nuovo amico, mentre per l’Altro è solo una terribile minaccia. Piranesi legge e rilegge i suoi diari ma i ricordi non combaciano, il tempo sembra scorrere per conto proprio e l’Altro gli confonde solo le idee con le sue risposte sfuggenti. Piranesi adora la Casa, è la sua divinità protettrice e l’unica realtà di cui ha memoria. È disposto a tutto per proteggerla, ma il mondo che credeva di conoscere nasconde ancoratroppi segreti e sta diventando, suo malgrado, pericoloso.

Recensione

Il libro contiene numerosi riferimenti all’arte e alla letteratura. Il nome del protagonista è un omaggio a Giovanni Battista Piranesi, autore di una serie di incisioni immaginifiche dal titolo Carceri d’invenzione. L’aspetto della Casa è ispirato alle sue opere.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Io partirei parlando delle atmosfere presenti in Piranesi, che sono sicuramente uno degli aspetti più affascinanti ed unici del romanzo. Infatti ci troviamo in questa casa enorme, che sembra ricoprire la superficie intera del mondo, da come viene descritta da Piranesi, sembra che il mondo sia questa casa, anzi Casa con la maiuscola dato che per il nostro protagonista è come se fosse una vera e propria entità.

Questo ambiente enorme, senza fine, viene descritto in parte da Piranesi che con il passare del tempo ha costruito una specie di cartina dei luoghi e dei saloni che si trovano in questa casa. Ogni salone è diverso e ha delle sue caratteristiche precise, ma in molti di questi luoghi sono presenti statue di diverso tipo, alcune raffiguranti animali e altre esseri mitologici, altre ancora esseri umani ecc. ecc.

L’ambiente che Susanna Clarke riesce a rappresentare sembra bianco, asettico, con queste statue eteree che sembrano le uniche presenze fisse in questo luogo assieme a Piranesi, come se fossero esseri che in un certo modo tengono compagnia ad un individuo solo.

Anche se scopriamo presto che in realtà Piranesi non è solo del tutto in questo luogo, ma ci arriveremo.

Tornando alle atmosfere questo è un romanzo di una bellezza surreale, sotto questo aspetto, se amate molto ad esempio immergervi in quello stile estetico che ricorda quasi un museo per la struttura dei luoghi, amerete queste atmosfere, con questi enormi saloni, queste maree che arrivano e inondano ogni volta i saloni situati al primo piano, mentre in altri a volte c’è nebbia o pioggia, proprio come se questa casa fosse strutturata in piani talmente vasti ed enormi da avere al loro interno fenomeni atmosferici come appunto la pioggia o la nebbia.

Ci sono però luoghi in questa casa che Piranesi non conosce anche perché per viaggiare da un salone all’altro a volte ci vogliono ore o giorni.

Il ritmo generale del romanzo è un crescendo, all’inizio seguiamo un individuo che sembra rinchiuso in uno schema dentro cui vive in modo piuttosto rigido ed è talmente abituato a seguire questo schema da non farsi nemmeno domande o da non avere dubbi quando inizia ad essere chiaro il fatto che ci sono molti misteri che si nascondono nella casa e che Piranesi all’inizio sembra voler intenzionalmente ignorare.

Andando avanti però Piranesi si rende sempre più conto del fatto che non può continuare ad ignorare aspetti della sua vita e della casa che non tornano, punti oscuri su cui bisogna indagare, quindi il ritmo iniziare ad essere costante fino a questa esplosione finale, per poi distendersi di nuovo. Penso sia un testo che ci mette un poco ad ingranare anche per farci entrare del tutto prima nel mondo di Piranesi e per portarci vicino a questo personaggio che dal mio punto di vista all’inizio fa di tutto per non scostarsi dalla sua vita di tutti i giorni.

Lo stile di Susanna Clarke è godibilissimo, è uno stile che fa avvicinare il lettore al protagonista perché capiamo le sue paure, avvertiamo il suo timori, ne comprendiamo la psiche, insomma è uno stile che ci accompagna anche in questo viaggio alla scoperta di Piranesi oltre che alla scoperta della casa e dei vari misteri.

“Allora te lo dirò. E’ cominciato quando ero giovane, sai. Sono sempre stato molto più brillante dei miei pari. La mia prima grande intuizione è stata quando mi sono reso conto di quanto il genere umano avesse perso. Una volta, uomini e donne erano capaci di trasformarsi in aquile e volare su distanze immense. Erano in comunione spirituale con i fiumi e le montagne e da loro ricevevano saggezza. Percepivano l’orbita delle stelle all’interno delle loro menti. I miei contemporanei non lo capivano. Tutti erano ammaliati dall’idea del progresso e credevano che qualsiasi cosa nuova dovesse essere superiore a ciò che era vecchio. Come se il merito fosse una funzione della cronologia! Ma secondo me la saggezza degli antichi non poteva essere semplicemente svanita. Niente svanisce e basta.[…]”

Un Personaggio e una Casa Indimenticabili

Ho amato tanto il personaggio di Piranesi, che di certo all’inizio può infastidire per questo suo voler vivere a tutti i costi ignorando aspetti che sembrano impossibile da ignorare, ma l’ho trovato un essere innocente, profondamente fragile in questo suo guscio di ruotine che si è creato, un individuo che si aggrappa a ciò che sa per non impazzire perché intorno a lui è nulla è certo.

All’interno della Casa comunque vive anche un altro individuo chiamato da Piranesi appunto “L’Altro”, un uomo che lui incontra ogni martedì e venerdì e al lettore è chiaro fin da subito che quest’uomo di approfitta in un certo di Piranesi e che senza dubbio sa molto di più rispetto a ciò che gli racconta. Ad un certo punto del romanzo Piranesi trova dei messaggi sparsi in giro per la casa e all’inizio crede che sia la casa stessa a voler comunicare con lui, ma ben presto diventa chiaro il fatto che potrebbe esserci anche un altro individuo nella casa e potrebbe non avere delle buone intenzioni.

Anche qui come per la recensione de “Le Sette Morti di Evelyn Hardcastle” mi trovo costretta a frenare i polpastrelli per evitare di fare spoiler, ma tutto ciò che ho scritto si trova anche nella trama quindi non ho superato il confine.

Sta di fatto che andando avanti nel testo iniziano a palesarsi una serie di elementi che piano piano ci porteranno alla scoperto di un mistero che in parte, in una minima parte, si può intuire soprattutto per l’aspetto legato all’ambiente, ma per me è stata solo una piccola intuizione perché è senza dubbio un romanzo con un grande colpo di scena.

E’ un testo che contiene molti riferimenti artistici, mitologici, letterari, è un testo con atmosfere potenti e un protagonista assolutamente umano.

Una parte di me vorrebbe avere la possibilità di cancellare dalla mente il ricordo di aver letto questo romanzo, per poterlo rileggere come se fosse la prima volta e poter visitare questi luoghi da zero.

Sicuramente la casa è anche un luogo che esprime una certa solitudine, soprattutto all’inizio quando incontriamo Piranesi, ma sembra quasi un ambiente al di là del tempo e dello spazio, fin da subito, un luogo in cui tutto è imprigionato in una bolla in mezzo a queste statue, a questi ambienti pieni di arte e ricoperti da un velo di silenzio dove in sottofondo si sente lo scorrere dell’acqua ai piani inferiori… stupendo.

Ci sono di certo vari aspetti che arrivano ad intersecarsi in questo testo, abbiamo una parte mystery che si va ad unire a quella fantasy, c’è il mistero di questo famoso “Altro”, il mistero di questo universo/Casa, quello legato alla vera identità di Piranesi e alla sua storia e infine quello riguardante vari scheletri che Piranesi ha trovato in vari in luoghi della casa e a cui porta cibo e acqua.

Alla fine si può arrivare a apprezzare di più certi aspetti del romanzo rispetto ad altri, ma secondo me tutti arrivano a unirsi per creare un quadro finale perfettamente costruito.

Conclusioni

E’ un testo che ho inserito al secondo posto fra i libri preferiti del 2022 e mi sento di dire che potrebbe tranquillamente rientrare in una lista dei libri migliori degli ultimi anni, è già mirabile il fatto che nonostante siano passati vari mesi dalla lettura io ricordi ancora alla perfezione le sensazioni che ho provato in questi luoghi.

E’ un romanzo che all’inizio, al primissimo approccio, può avere un ritmo un poco lento, ma una volta avviato vi rapisce e non vi lascia più.

Voto:

E voi? Avete mai letto “Piranesi”? Vi è piaciuto? Sì? No? Fatemi sapere!

A presto!

Le Sette Morti di Evelyn Hardcastle – Stuart Turton

Buon venerdì e ben ritrovatə!

Partiamo oggi con la prima recensione del 2023, finalmente! E’ stato un inizio anno bello intenso e avrei voluto parlarvi già mesi fa di questo testo, che ho letto appunto nel 2022, ma l’importante è essere comunque qui con la nostra prima recensione dedicata ad un testo e poter finalmente parlare di questo acclamatissimo romanzo, sono felice di poter tornare a pieno ritmo.

E per voi, come sono state queste prime settimane del 2023?

Dunque, oggi parliamo de “Le Sette Morti di Evelyn Hardcastle” di Stuart Turton, un romanzo di cui si è parlato parecchio, in tutti i luoghi e in tutti i laghi, e fiumi e torrenti, ovunque insomma.

La prima volta che ho affrontato questo testo mi sono ritrovata nel pieno fallimento e costretta al momentaneo abbandono, ma l’anno scorso mi sono convinta a riprenderlo in mano e dopo un poco di fatica iniziale sono riuscita a portarlo a termine.

Parliamone!

Le Sette Morti di Evelyn Hardcastle – S. Turton

Casa editrice: Neri Pozza

Pagine: 523

Genere: mystery, thriller, narrativa

Prezzo di Copertina: € 18,00

Prezzo ebook: € 9,99

P. Pubblicazione: 2019

Link all’acquisto: QUI

Incipit

Dimentico tutto tra un passo e l’altro. “Anna!” mi ritrovo a gridare, per poi chiudere la bocca di scatto, sorpreso. Ho il vuoto nel cervello. Non so chi sia Anna, né perché stia chiamando il suo nome. Non so nemmeno come abbia fatto ad arrivare qui. Sono in un bosco, e mi proteggo gli occhi dalla pioggia sottile. Sento il cuore che batte all’impazzata. Puzzo di sudore e mi tremano le gambe. Devo aver corso, ma non ricordo perché. “Come ho…” mi interrompo nel vedere l’aspetto delle mie mani. Sono ossute e brutte. Le mani di un estraneo. Non le riconosco.

Trama

Blackheath House è una maestosa residenza di campagna cinta da migliaia di acri di foresta, una tenuta enorme che, nelle sue sale dagli stucchi sbrecciati dal tempo, è pronta ad accogliere gli invitati al ballo in maschera indetto da Lord Peter e Lady Helena Hardcastle. Gli ospiti sono membri dell’alta società, ufficiali, banchieri, medici ai quali è ben nota la tenuta degli Hardcastle. Diciannove anni prima erano tutti presenti al ricevimento in cui un tragico evento – la morte del giovane Thomas Hardcastle – ha segnato la storia della famiglia e della loro residenza, condannando entrambe a un inesorabile declino. Ora sono accorsi attratti dalla singolare circostanza di ritrovarsi di nuovo insieme, dalle sorprese promesse da Lord Peter per la serata, dai costumi bizzarri da indossare, dai fuochi d’artificio. Alle undici della sera, tuttavia, la morte torna a gettare i suoi dadi a Blackheath House. Nell’attimo in cui esplodono nell’aria i preannunciati fuochi d’artificio, Evelyn, la giovane e bella figlia di Lord Peter e Lady Helena, scivola lentamente nell’acqua del laghetto che orna il giardino antistante la casa. Morta, per un colpo di pistola al ventre. Un tragico decesso che non pone fine alle crudeli sorprese della festa. L’invito al ballo si rivela un gioco spietato, una trappola inaspettata per i convenuti a Blackheath House e per uno di loro in particolare: Aiden Bishop. Evelyn Hardcastle non morirà, infatti, una volta sola. Finché Aiden non risolverà il mistero della sua morte, la scena della caduta nell’acqua si ripeterà, incessantemente, giorno dopo giorno. E ogni volta si concluderà con il fatidico colpo di pistola. La sola via per porre fine a questo tragico gioco è identificare l’assassino. Ma, al sorgere di ogni nuovo giorno, Aiden si sveglia nel corpo di un ospite differente. E qualcuno è determinato a impedirgli di fuggire da Blackheath House…

Recensione

Se si esclude la componente fantastica, il romanzo ha caratteristiche christiane, con indizi precisi sparsi in (quasi) tutti i capitoli e un assassino da individuare; all’inizio è presente una dettagliata pianta della villa e dei terreni attorno ad essa; è inoltre presente l’elenco di tutti i personaggi. È strutturato in sessanta capitoli; quando l’identità del protagonista cambia, all’inizio del capitolo vi è appuntato il giorno in cui esso si svolge.

Stie, Ritmo e Atmosfere

Dunque, lo stile di Turton è piuttosto godibile a livello generale, certamente non è la caratteristica che spicca in questo testo e in alcuni segmenti l’ho trovato un poco prolisso, sopratutto nella parte iniziale del testo che penso sia quella più ostica proprio perché si può avere qualche difficoltà ad ingranare, e a tratti il ritmo sembra rallentare ed una conseguenza può essere appunto quella di perdere per un tot di pagine la concentrazione o l’interesse almeno per vari aspetti della vicenda.

In questo mystery c’è quell’aspetto legato alla parte iniziale in discesa/stallo rispetto al resto, nel senso che la partenza è intrigante ma man mano che si va avanti ci si immerge in un ritmo che rallenta un poco, però una volta ripreso il ritmo di certo torna l’interesse legato alla risoluzione finale e al mistero che è alla base del libro, ma in alcuni punti l’autore si prende il suo tempo, è un testo che procede con un ritmo tutto sommato lento, anche perché abbiamo molti personaggi e ci sono parecchi dettagli ed eventi da incastrare.

Le atmosfere del volume sono legate ad un senso più o meno costante di pericolo, fino alla fine il nostro protagonista che cambia ogni giorno corpo e identità è minacciato da fattori vari di ogni tipo, interni ed esterni, legati al corpo cui è legato in quel momento o alle persone che lo circondano e in tutto questo ha solo otto giorni di tempo per risolvere un mistero piuttosto intricato, senza contare il fatto che si gioca la libertà con altri individui.

Oltre al pericolo ci si sente costantemente intrappolati in una specie di ciclo infinito da cui non si sa come uscire, insomma queste atmosfere funzionano bene, ovviamente non sono sempre presenti, ma ci sono momenti in cui diventano parecchio intense, è un testo con uno sfondo claustrofobico.

I punti forti

Sicuramente uno dei punti di forza di questo romanzo è la struttura stessa e l’idea alla base di questa, il fatto che il nostro narratore salti ogni giorno da un corpo e un carattere all’altro, perché prende anche le caratteristiche caratteriali del personaggio di cui si “impossessa” e questo continuo salto sia effettivamente ben gestito dall’autore e non è un qualcosa di semplice anche perché i personaggi non sono pochi.

La struttura a primo acchito può sembrare parecchio intricata e complessa da imparare, perché il nostro narratore si risveglia il primo giorno in cui lo incontriamo nei panni di un certo Sebastian Bell, un dottore che sembra gestire traffici strani, questo Sebastian sembra non ricordare nulla di sé, del luogo in cui si trova e del perché si preoccupi di una certa Anna. Successivamente le cose inizieranno ad assumere contorni più definiti quando Bell incontrerà un certo individuo vestito da medico della peste, costui gli comunicherà le regole di questa specie di mistero/gioco in cui il narratore è uno dei tre individui che partecipano a questa sfida presenti in questo luogo, Blackheath House appunto, in cui è accaduto un fatto tragico ovvero un omicidio, quello di Evelyn Hardcastle.

Il narratore si ritroverà a vivere per otto giorni, in otto corpi diversi quello che di base è sempre lo stesso giorno, quello dell’omicidio. La vincita finale a questo gioco è la libertà del narratore che sembra appunto intrappolato in questo luogo in un loop senza fine.

Un altro aspetto interessante è il fatto che se una incarnazione per qualche motivo finisce fuori gioco, magari sviene, gli viene fatto del male o è momentaneamente non “disponibile” come corpo da abitare, la narrazione va comunque avanti e si passa all’incarnazione successiva, c’è questo continuo salto e a volte ad esempio al giorno sei viene ripresa l’incarnazione del giorno tre, perché magari quel personaggio era svenuto al giorno tre. So che può sembrare complessa come struttura, ma una volta che ci si prende la mano può scorrere più fluida.

Abbiamo quindi otto personaggi diversi per caratteristiche varie legate al fisico, alla personalità, alla posizione ecc. ecc. L’autore fa un gran bel lavoro sotto questo punto di vista perché riesce a dare ad ogni personaggio delle caratteristiche ben precise tenendo sempre quel qualcosa riconducibile al vero narratore che si nasconde sotto le spoglie del personaggio del giorno. Ognuno ha una sua voce e dei tratti distintivi precisi, ad esempio all’ottavo giorno incontriamo Gold che è un artista e nonostante arrivati a questo punto del libro il vero narratore sia in uno stato particolare, si riesce comunque a farsi una idea di Gold staccata dalla figura del narratore, come se avesse una sua personalità e non fosse solo un corpo e uno strumento che viene utilizzato.

Anche perché un’altra sfida del narratore è quella di rimanere fedele in un certo senso a i pochi ricordi che gli restano e non farsi trascinare dalle varie personalità di cui si impossessa.

Quindi la struttura e i personaggi sono di certo punti che vanno a favore dell’autore, sono a mio vedere ben riusciti.

I punti deboli

Ora, nei punti deboli vi dico subito che sarò molto generica purtroppo perché non volendo fare spoiler non posso dirvi quali sono gli aspetti precisi che non mi hanno convinta, perché sono punti molto specifici legati ad eventi importanti che si legano gli uni agli altri all’interno del testo e parlarne nel dettaglio vorrebbe dire spoilerare, quindi cercherò di prenderla alla larga.

Ci sono quei classici eventi in cui i personaggi si comportano in un modo che alla fine, conoscendo la risoluzione, scoprendo l’arcano mistero e guardando il quadro generale, non ha così senso.

Ad esempio c’è un personaggio che si muove in modo ravvicinato nei confronti di un altro personaggio che si nasconde sotto mentite spoglie, e questo non lo riconosce minimamente o comunque non nota nulla di diverso nonostante sia molto vicino a questo.

Oppure ancora, non si spiega perché guardando la spiegazione finale a queste specie di loop si tenta a favorire un personaggio rispetto ad un altro, quando entrambi sono persone pericolose.

Più generica di così non posso essere, me ne rendo conto.

Questo è un romanzo che da anche la possibilità alla fine di una libera interpretazione per quanto riguarda il genere, perché può cadere in un testo onirico/fantastico o in un distopico/fantascientifico, ci sono delle domande a cui non viene data nessuna risposta e certo questa è una scelta dell’autore per lasciare anche questa libera interpretazione, però io avrei gradito quanto meno qualche risposta in più.

Ho creduto per tutto il tempo ad un universo terreno, quindi pensavo fossimo in un luogo sulla Terra in cui (per un non ben specificato motivo) accade questo strano fatto del loop degli otto giorni fino alla risoluzione, ma in realtà il testo verso la fine (in un particolare dialogo che speravo fosse più esaustivo) apre un mondo anche ad altre possibilità non così legate alla realtà se vogliamo o ad un qualcosa di terreno e contemporaneo.

Il libro lascia il lettore con molte domande a cui si può provare a rispondere vagando con la fantasia, ma dopo 526 pagine, intrighi su intrighi, persone che sembrano essere realmente esistite (almeno nella realtà del romanzo), una vicenda che si pensa reale e su cui si attendono chiarimenti, io mi aspettavo qualche certezza in più, è forse troppo comodo alla fine sfregarsi le mani e dire: “Ok, adesso pensaci tu lettore e incastra le cose come vuoi”.

Conclusioni

E’ un testo che mi ha suscitato emozioni contrastanti perché se da una parte sono stata soddisfatta di essere finalmente riuscita a completare questa lettura, dall’altra parte mi sono ritrovata delusa per questo vuoto che ho avvertito nel finale e queste “scaglie” di eventi che alla fine non hanno senso nel quadro generale, anche se sono ben poca cosa rispetto a questa risoluzione traballante.

Ci sono stati dei momenti in cui ero decisamente dentro alla narrazione e verso la fine mi sono ritrovata a divorare il testo, leggendo le ultime 150 pagine alla velocità della luce, ma ci sono anche stati momenti tiepidi e deludenti.

Devo dire che la mia valutazione finale vaga tra le tre stelle e le tre stelle e mezzo.

Voto:

E voi? Avete mai letto “Le Sette Morti di Evelyn Hardcastle”? Sì? No? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

A presto!