I Cieli – Sandra Newman

Buon venerdì e buon quasi inizio weekend!

Come state? Come vi sentite nei confronti di queste vacanze estive? Siete già in vacanza?

Io dalla prossima settimana metto in pausa in lavoro, anche se per poco.

Una cosa che vorrei dire per quanto riguarda le vacanze è che quest’anno il blog non andrà in vacanza, come la sottoscritta, ogni anno di solito a quest’ora dedico un’articolo all’annuncio della pausa estiva, ma quest’anno il blog non sarà in pausa.

Infatti, voglio utilizzare il tempo delle vacanze per la pubblicazione di tutti gli articoli arretrati che ho (e credetemi sono tanti).

Quindi andiamo avanti, quest’anno niente pausa estiva!

Dopo questa grande notizia parliamo dell’articolo di oggi, infatti oggi recensione de “I Cieli” di Sandra Newman.

Ho letto questo libro mesi fa, il tempo è passato e io non sono riuscita, per impegni vari, a lavorare per bene alla recensione, ma tranquilli/e ricordo benissimo questo testo e come faccio per ogni lettura mi sono appuntata ogni cosa.

Quindi che dire, parliamone!

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I Cieli – Sandra Newman

Casa Editrice: Ponte alle Grazie

Pagine: 246

Genere: fantasy

Prezzo ebook: € 9,99

Prezzo di Copertina: € 16,80

Anno di Pubblicazione: 2019

Link all’Acquisto: QUI

 

Trama

New York, 2000. Kate e Ben si incontrano a una festa e s’innamorano subito. È l’alba di un nuovo millennio, il primo senza una guerra in nessuna parte del mondo. L’ONU ha appena piantato la sua bandiera su Marte. Una senatrice del partito dei verdi sta per diventare la prima presidente degli Stati Uniti. Kate si addormenta, consapevole di essere amata. Londra, 1593. Da sempre, ogni notte, Kate sogna di essere Emilia, musicista e poetessa italiana nell’Inghilterra della fine del Cinquecento. Tormentata dal presagio di una città bruciata e distrutta, decide di salvare il mondo. Ogni decisione che prenderà, influenzerà la vita di un giovane e sconosciuto poeta, William Shakespeare, quella di Kate e di Ben, il mondo del Duemila. Una storia d’amore, di universi alternativi, di follia, di poesia e di viaggi nel tempo. Un sogno annidato in un bizzarro risveglio; un romanzo su quel che abbiamo perduto e quel che ancora possiamo salvare.

Senza lenzuola, il vento passava direttamente sul suo corpo, sulle sue braccia nude. Lontano, laggiù, il rumore del traffico, silenzioso come un pensiero. Di quando in quando si sentiva una sirena, come una flebile linea rossa che si srotolava nel cielo per poi sparire. Kate parlottava e scalciava nel sonno. Ogni volta era una sensazione adorabile e lui ne era rapito. Si addormentò all’alba, ancora intento a pensare a come tenerla per sè.

 

Recensione

Dunque, sono stata attratta immediatamente da questo libro, infatti ricordo di averlo acquistato vicino all’uscita, attorno al febbraio/marzo del 2019 in libreria, non so da cosa è nata questa attrazione, forse dall’argomento principale del testo ovvero i sogni.

Questo libro si vende come un fantasy che viaggia nel mondo dei sogni, in parte è vero, ma c’è molto di più, c’è una storia d’amore all’interno, c’è la volontà di sventare una tragedia immane e infine c’è la nostra protagonista, Kate, una giovane che viene additata da tutti come pazza.

Stile, Ritmo e Atmosfere

L’atmosfera è la caratteristica migliore di questo testo per me, sembra quasi di ritrovarsi in un mondo a tinte pastello ad un certo punto, nel presente del testo siamo nella New York del 2000 e il clima di quegli anni arriva dritto in faccia al lettore.

Siamo nell’America prima del drastico cambiamento dato dall’11 settembre 2001 e siamo persi quasi in un clima di attesa nel libro, Kate sa che accadrà qualcosa, ma non sa cosa e pensa di dover essere lei ad impedire tutto ciò, per quello che apprende nei suoi sogni.

Lo stile è piuttosto descrittivo e simil poetico in alcuni tratti, all’inizio ho avuto qualche difficoltà con lo stile appunto che mi sembrava fintamente poetico, ma avanzando nella lettura ho finito per apprezzarlo sempre più, riesce a far proiettare il lettore tra le righe del libro e nel tempo della storia concentrandosi sui dettagli e rendendoli pezzi importanti della storia.

C’è qualche rarissimo errore nell’edizione, nulla di grave, ho notato ad esempio un “gli” errato.

Personaggi

Il personaggio principale è Kate, una ragazza che dall’infanzia ha esperienze inspiegabili legate ad i sogni, in pratica riesce a viaggiare tramite questi in epoche passate.

Nella storia viaggia dal 2000 al 1593, il tempo della peste a Londra e qui incontrerà un pilastro della letteratura ovvero William Shakespeare.

Vi racconto questo particolare che in realtà secondo me dovrebbe essere uno spoiler, ma nel libro viene scritto ovunque, nell’aletta, nel retro, insomma è piuttosto spoilerato questo plot twist.

Comunque Kate in questi sogni si reincarna letteralmente in un’altra persona, prende altre sembianze e vive la vita di un’altra donna, incontra figure del passato e cerca di scoprire il perché di tutto ciò e di prevedere la tragedia dell’11 settembre.

Ben è il fidanzato di Kate, il libro inizia proprio con questo incontro, assistiamo allo sviluppo della loro storia d’amore.

Ben è uno dei punti negativi del libro per me, è quel classico personaggio difficile da sopportare ad ogni comparsa, dice di amare Kate, ma le sue azioni sono in netto contrasto con le sue affermazioni.

Rinfaccia a Kate qualunque cosa, è lui a insistere sul testo convivenza ed anche se Kate non ha un lavoro continua ripeterle che non fa nulla, penserà lui a tutto all’inizio, eppure dopo pochi giorni si lascia andare ad una sfuriata parecchio offensiva.

Senza parlare del fatto che ad un certo punto del libro (evito di fare spoiler, ma è parecchio complicato qui) Kate si troverà in una situazione assai problematica e verrà rigettata da tutti, amici, parenti, e Ben la tratterà in un modo orrendo, sempre per un ragazzo che dice di amarla ripeto.

Il fatto che lui a differenza di Kate abbia avuto un’infanzia problematica (che non viene mai approfondita) sembra giustificare tutto, lui diventa aspro, cattivo, malvagio in alcuni punti del testo eppure l’autrice sembra sempre giustificarlo.

E’ un personaggio superficiale, egoista, a cui sembra non importare dei sentimenti o dello stato mentale di Kate, non prova nemmeno una volta ad ascoltarla davvero o a provare a comprenderla.

Sabine, Josè e altri vari personaggi invece sono quelli di contorno, i due citati in particolare sono amici di Kate, che diventano anche amici di Ben con il passare del tempo.

Sabine è un altro personaggio fastidioso da ascoltare e di cui leggere, è una ragazza iper superficiale, si vanta all’inizio di essere amica di Kate, ma in realtà non fa altro che sparlare di lei e abbandonarla nel momento del bisogno proprio come Ben.

Josè si rivelerà una figura molto importante all’interno del testo, è un ragazzo alla mano, simpatico, il classico belloccio della situazione, dietro cui sbavano tutte le ragazze del gruppo, l’ho trovato stereotipato.

Non mi sento di salvare nessun personaggio, a parte Kate che in alcuni tratti risulta comunque una specie di ameba, sembra sostare lì, non reagisce.

Confusione e Intrecci Strani

La caratteristica peggiore di questo libro però non sono i personaggi, che comunque disturbano non poca la lettura, ma l’intreccio principale che ad un certo punto diventa una matassa ingarbugliata impossibile da districare.

Gli eventi che accadono nel sogno (quindi nel passato) influiscono sul presente anche se ciò si riversa su piccoli dettagli all’inizio, come la carta da parati diversa se Kate nel sogno fa qualcosa di diverso, ma andando avanti con la narrazione i cambiamenti sono sempre più importanti ed evidenti.

Però si perde la correlazione, non c’è un senso dietro certi cambiamenti, perché accade questo fatto? E perché il 1593 ha influito su questo evento del 2001 e su questa circostanza nella vita di Kate? Non è chiaro.

E’ come se ad un certo punto il treno uscisse dai binari o la macchina dalla carreggiata, si perde completamente, la storia è sempre più confusa, alcuni eventi non si capisce se stiano accadendo davvero oppure no.

Non so se questo è un effetto voluto, sta di fatto che dopo metà testo mi sono ritrovata nella confusione più totale.

Si trattano temi come la follia e la “schizofrenia” con leggerezza, Kate viene abbandonata da tutti come un sacco dell’immondizia e lei stessa si trova persa, per poi essere ripresa come se nulla fosse.

Conclusioni

Ho gradito lo stile dell’autrice che è in grado di proiettare pienamente il lettore nell’atmosfera desiderata, ma per nulla lo svolgimento dopo un certo tratto della storia.

Il finale è deludente e lascia il lettore con troppi punti interrogativi, l’idea di base è ottima e l’elemento dei sogni è sempre interessante, ma tutto si perde quasi auto-cancellandosi.

Voto:

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Sicuramente leggerò altro dell’autrice, in caso di futura pubblicazione, perché lo stile è gradevole e le sue idee sono originali e scoppiettanti.

Peccato per lo svolgimento e l’enorme garbuglio che si viene a creare.

E voi? Avete mai letto nulla di Sandra Newman? Sì? No? Fatemi sapere!

A prestissimo!

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Fermento di Luglio – Erskine Caldwell

Buon venerdì e buon quasi inizio weekend!

Come avete passato la settimana? Ormai giugno è terminato e io credo di essere ancora a maggio, magari qui luglio entrerò nella mentalità di giugno continuando con il ritardo di un mese, sono progressi.

Oggi recensione, dato il mio picco recente di letture abbiamo parecchi testi di cui parlare, ma andando con ordine oggi parliamo di “Fermento di Luglio” di Eskine Caldwell.

Ho letto questo libro ormai settimane fa e in questo caso credo sia un bene parlarne ora perché ho avuto tutto il tempo per maturare la mia opinione, iniziamo!

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Fermento di Luglio – Erskine Caldwell

Casa Editrice: Fazi

Pagine: 188

Genere: narrativa/classico

Ebook non disponibile al momento

Prezzo di Copertina: € 17,50

Anno di Pubblicazione: 1940

Link all’acquisto: QUI

 

Trama

Estate, Georgia, estremo Sud degli Stati Uniti. Tra i campi di cotone oppressi dall’afa, l’iroso abbaiare dei cani, i cespugli gialli di polvere ai bordi delle strade, si svolge una drammatica caccia all’uomo. Katy Barlow accusa ingiustamente Sonny Clark di stupro e la comunità precipita subito nella paura. Da una parte il negro braccato, con gli occhi sbarrati dal terrore; dall’altra i suoi inseguitori, di giorno in giorno più determinati e feroci: le due facce di un mondo sinistro e crudele, protagoniste di una vicenda fitta di avvenimenti sempre più rapidi e convulsi, fino al tragico finale in cui tutti precipitano e che tutti sommerge.

 

“Era stato questo a ferirla, quasi quanto il fatto di venire respinta. Al solo pensiero la faccia le prendeva fuoco. Il sole stava calando, come se fosse stanco di quella lunga giornata. Verso est la campagna cominciava già a sembrare più fresca e serena. C’era una nuvoletta scura che fluttuava verso il sole all’orizzonte. Nel giro di pochi istanti la nube, investita di raggi, divenne cremisi e oro. Per un momento, guardando il cielo a ovest, si sarebbe detto che il mondo intero avesse preso fuoco; poi il sole scomparve e la nuvola tornò scura e inerte.”

 

Recensione

Prima di addentrarci del tutto nella recensione vorrei parlare un poco dell’autore, Erskine Caldwell, considerato uno scrittore “scomodo”.

Caldwell nacque il 17 dicembre del 1903 a White Oak, la sua pubblicazione fu “Il Bastardo“, fu subito vietata la diffusione del suo primo scritto e le copie furono sequestrate dalle autorità.

Più tardi pubblicò “Il Piccolo Campo“, questa volta le autorità arrestarono lo scrittore e sequestrarono di nuovo le copie.

Durante la Seconda Guerra Mondiale su permesso dell’Unione Sovietica si recò in Ucraina per lavorare come corrispondente estero documentando gli effetti della guerra sul paese. L’amarezza e la delusione provati al ritorno dai terribili intrighi del regime stalinista, lo costrinsero a scrivere un racconto di quattro pagine denominato “Sylvia”.

Viene identificato come uno degli scrittori che più di tutti sono riusciti ad imprimere su carta la violenza sanguinosa, la depravazione dell’animo umano e lo scivolo continuo verso l’oscurità.

Vi consiglio la lettura di un articolo molto interessante della rivista Pangea che costruisce un ritratto interessante dell’autore analizzandolo anche assieme ad altri scrittori come ad esempio Faulkner che nel 1946 cita Caldwell (assieme ad altri autori) parlando di quelli che più hanno influenzato la sua scrittura.

Vi lascio qui l’articolo.

Insomma Caldwell è stato uno scrittore per molti “controverso”, quasi sempre mal visto da parte delle autorità e della critica, per i temi trattati e per altre ragioni, è stato un autore apprezzato in particolar modo postumo.

Se siete interessati/e a recuperare qualche suo testo vi consiglio fortemente di dare un’occhiata o in qualche negozio di libri usati o su Ebay o in generale in luoghi dove è possibile trovare libri in vecchie edizioni, perché sì ad oggi si trovano testi di Caldwell attualmente in catalogo (tutti pubblicati da Fazi) ma sono solo tre (“Fermento di Luglio”, “Il piccolo Campo” e “La via Del Tabacco”).

Se volete leggere altri suoi scritti meno “famosi” vi consiglio di recuperarli usati, ad esempio su Ebay si trovano molti suoi romanzi fuori catalogo non reperibili in nessun altro modo.

E ora iniziamo a parlare del libro, andiamo al fulcro dell’articolo!

Stile, Ritmo e Atmosfere

Lo stile di Caldwell viene paragonato a volte a quello di Steinbeck e penso sia un giusto accostamento, è uno stile che definirei non pomposo dal punto di vista della scelta dei termini.

Non mi sento di definirlo semplice, solo le parole inserite sono sempre di facile comprensione e anche le immagini create sono di facile immaginazione, ma le emozioni e i fatti narrati invece scavano un qualcosa di più profondo e lasciano con diversi interrogativi.

Questo a mio vedere è uno dei meriti di un testo per eccellenza, quello di lasciare domande e dubbi, lasciare il lettore in uno stato di profonda introspezione mentre naviga nei punti di domanda che sorgono spontanei, molti di questi sulla natura dell’animo umano.

Il ritmo è svelto, l’autore si perde a volte in qualche dettaglio che cerca di illuminare un aspetto in particolare, ma il libro non risulta mai letto o in netto rallentamento, è una lettura che si esplora in pochi giorni secondo me.

Parlando infine delle atmosfere, le definirei “aride”, sia per quanto riguarda lo scenario, sia per le vicende narrate, sia per l’emotività/umanità della maggior parte dei personaggi.

Personaggi

Noi seguiamo la vicenda quasi sempre accanto allo sceriffo Jeff, un uomo che non prende mai una posizione per non rischiare di perdere la carica prestigiosa appunto di sceriffo e la posizione acquisita negli anni.

Questo è un aspetto irritante del personaggio, credo sia un effetto assolutamente voluto, ma questo suo non prendere una decisione, cercare di fuggire di continuo da un possibile confronto per paura di perdere voti è frustrante.

Lui ha il compito di sedare e risolvere ogni problema ovviamente legato alla legge e una notte si trova a dover fare una scelta, c’è un ragazzo Sonny Clark che rischia di essere linciato perché accusato dello stupro di una ragazza, Katy Barlow.

Il problema è che Sonny è un ragazzo di colore e questo nella Georgia degli Stati Uniti negli anni che vanno dal il 1880 e il 1940 circa significa colpa certa senza possibilità di difesa alcuna, nemmeno il diritto alla parola.

Nel corso del libro verrà chiarito questo aspetto legato allo stupro che è forse il grande mistero del testo.

Attorno a questi tre personaggi ne ruotano molti altri, personalità per la maggior parte violente, inchiodate alla propria ignoranza che porta ad una violenza estrema.

Il personaggio di Sonny è il più dolce e innocente, si trova costretto a fuggire controvoglia, sembra quasi non capire il perché di quella fuga, sa che un manipolo di persone lo vogliono linciare, ma continua a proclamare la sua innocenza e sembra quasi voler dire “se solo provassero ad ascoltarmi, perché non mi danno nemmeno la possibilità di difendermi?“.

Fugge con un suo coniglietto sperando di poter tornare a breve, ovviamente non posso dirvi lo svolgimento preciso dei fatti, ma Sonny sceglie di rimanere nelle vicinanze perché non vuole abbandonare la sua terra, il suo lavoro e i suoi cari.

Il personaggi di Katy è controverso, forse è quello più enigmatico del libro, è una ragazza (bianca) che accusa appunto Sonny di stupro, ma le persone che la soccorrono per prime sono figure di cui è meglio non fidarsi.

Specifico il colore della pelle in modo così marcato perché il testo si basa sul razzismo, in un altro contesto non lo farei perché trovo che sottolineare sempre il colore della pelle sia un po’ come identificare sempre una persona/personaggio solo con il suo colore di pelle.

Qui è importante sottolinearlo perché è per il colore della pelle che succede tutto ciò.

Temi

Come dicevo il razzismo è alla base di questo testo, ma un altro di certo è la violenza.

E’ sconvolgente leggere di come alle personalità coinvolte in questo desiderio/atto di linciaggio non importi quasi nulla dello stupro, non c’è nemmeno una motivazione dietro al desiderio di violenza, a loro non importa se Katy è stata stuprata oppure no anzi sembrano guardarla quasi con disgusto e c’è un velato senso di “se l’è cercata“.

L’aspetto che mi ha fatto accapponare la pelle è proprio la violenza, si esercita violenza perché si vuole la violenza, si fa come un qualcosa che serve per sfogare i propri istinti bestiali quasi.

Non c’è una motivazione, la causa scatenante è come la classica goccia che fa traboccare il vaso, ma è solo un pretesto.

Arrivare a questa conclusione è spaventoso.

Questa violenza non lascia spazio ad altro, si tramuta in un qualcosa di crudo e inumano.

Conclusioni

Ho già recuperato altri testi di Caldwell per dare un idea di quanto mi abbia entusiasmata questo autore, le tematiche trattate sono difficili da digerire, ma lo stile sembra quasi accompagnare il lettore per mano in una galleria vuota di notte.

Ho apprezzato molto “Fermento di Luglio“, l’unico aspetto che non mi ha entusiasmata (ed è il motivo per il quale ho assegnato quattro stelle) è il finale.

Il finale è il picco della violenza citata prima, ma accade un fatto interessante, nel finale Jeff il nostro sceriffo sembra cambiare improvvisamente.

Cambia per un evento di una gravità estrema che accade, ma l’ho avvertito come un cambiamento troppo repentino, quasi come se a tutti i costi l’autore volesse trovare un aspetto positivo nel marasma di tragicità narrata.

Voto:

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Se siete pronti/e per una lettura cruda, che apre una parentesi assai oscura sull’animo umano, sull’ignoranza e sulle conseguenze di questa “Fermento di Luglio” è un ottimo testo.

E voi? Avete mai letto nulla di Erskine Caldwell? Sì? No? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

A prestissimo!

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L’Oceano in Fondo al Sentiero – Neil Gaiman

Buon giovedì!

Come sta avanzando questa settimana? Spero bene!

Oggi recensione, avrei dovuto pubblicare questo articolo settimane fa, anche perché questo libro l’ho effettivamente finito settimane fa, ma alla fine arriva solo oggi.

L’Oceano in Fondo al Sentiero” è stato il libro del mese di maggio per il gruppo di lettura, LiberTiAmo.

Ho accolto questa lettura con estremo entusiasmo perché saranno mesi che non mi addentro più nella scrittura di Gaiman, che considero ad oggi uno dei miei autori preferiti.

Ma non perdiamoci in pinzillacchere, andiamo alla recensione!

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L’Oceano in Fondo al Sentiero – Neil Gaiman

Casa Editrice: Mondadori

Pagine: 187

Genere: fantasy

Prezzo ebook: € 6,99

Prezzo di Copertina: € 14,00

Anno di Pubblicazione: 2013

Link all’acquisto: QUI

Trama

Sussex, Inghilterra. Un uomo di mezza età ritorna alla casa della sua infanzia per un funerale. Sebbene la casa non ci sia più da un pezzo, l’uomo è irresistibilmente attratto dalla fattoria in fondo al sentiero, dove a sette anni aveva conosciuto una ragazza fuori dal comune – Lettie Hempstock -, sua madre e sua nonna. Erano decenni che non pensava più a Lettie. Eppure non appena si siede vicino allo stagno (quello stagno che lei sosteneva essere un oceano) accanto alla vecchia fattoria in rovina, ecco che il passato ritorna con i suoi ricordi, troppo strani, spaventosi e pericolosi per essere ricordi di episodi davvero successi a qualcuno, tanto meno a un ragazzino. Quarant’anni prima un uomo, un inquilino della casa di famiglia, aveva rubato la loro auto, dentro la quale si era suicidato proprio in fondo al sentiero. Quella tragica morte aveva evocato antiche forze che andavano lasciate in pace. Si erano scatenate oscure creature che venivano da chissà dove e il narratore era dovuto ricorrere a tutte le sue risorse per sopravvivere. L’orrore più terribile e minaccioso aveva creato devastazioni indicibili. E lui, ai tempi solo un ragazzino, disponeva come unica difesa di tre donne che vivevano in una fattoria in fondo al sentiero… La più giovane di loro affermava che lo stagno è un oceano. La più anziana si ricordava del Big Bang.

 I ricordi d’infanzia a volte sono coperti e nascosti sotto le cose che vengono dopo, come vecchi giocattoli dimenticati sul fondo del caotico e traboccante ripostiglio dell’adulto che diventi, ma non sono mai perduti per sempre.

Recensione

Questo libro viene “promosso” come un libro fantasy per ragazzi, ma secondo la mia modesta opinione è una lettura per tutti e questa frase non potrebbe essere più azzeccata per questo testo.

Anzi forse per certi versi lo considero adatto a chi non è più un ragazzo/a proprio perché nella lettura ci si ritrova catapultati, nolenti o volenti, nella propria infanzia.

Se non avete mai letto nulla di Neil Gaiman direi che iniziare da questo o da Coraline è un ottimo inizio.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Ripensando a questa lettura il primo termine che mi viene in mente è “nostalgia”, infatti lo considero un testo dall’atmosfera parecchio nostalgica, penso che questo aspetto sia in parte voluto e in parte no.

Fin dall’inizio del testo infatti sia avverte un profondo ritorno al passato, noi seguiamo il protagonista che (ad inizio testo appunto) è un uomo ormai adulto che torna nel paesino dove è vissuto da piccolo per il funerale di un parente, successivamente a questo ritorno però si ritrova perso nel viale dei ricordi e quasi guidato da una forza misteriosa ritorna alla casa di una sua amica d’infanzia, Lettie.

Qui la storia passa ad una nuova timeline temporale, veniamo proiettati nel passato del protagonista e riviviamo con lui una serie di avventure che hanno costellato un periodo intenso della sua infanzia, qui arriva la nota fantasy, infatti la sua amica Lettie, sua madre e la nonna di queste sono tre donne con poteri speciali, magici e anche quello che accade al nostro eroe è magico, ma anche spaventoso e a tratti realistico.

Il libro scorre ad un ritmo medio, non direi che è un libro veloce o che si legge in un soffio, certo non è macchinoso o lento, solo ci si gode i pensieri e le disavventure del protagonista e ci si perde nelle sue emozioni.

Lo stile di Gaiman, secondo me, è simile in alcuni testi e diverso in altri, dopo aver letto molteplici suoi volumi posso dire che a volte mi sembrava di leggere uno stile riconoscibile e riconducibile a lui, mente altre volte no.

Succede sopratutto con i suoi libri per ragazzi, in “Coraline” ho trovato uno stile più semplice rispetto a “L’Oceano in Fondo al Sentiero“, in “American Gods” ho trovato invece uno stile più maturo e arzigogolato.

Qui lo stile dell’autore è ottimo, è uno dei testi migliori di Gaiman che abbia mai letto dal punto di vista stilistico.

Personaggi

Ho adorato i personaggi femminili di questo libro, Lettie Hempstock, la madre e la nonna di questa sono un magico trio, ogni scena con loro tre assieme mi regalava sempre un sorriso.

Non credo di aver compreso del tutto la personalità di Lettie, è un personaggio che rimane in parte oscuro, non è una critica anzi, in questo caso ciò rende ancora più intrigante e affascinante la sua personalità.

E’ una bambina non bambina, nel senso che ha decisamente più anni rispetto a quelli di una bambina normale, così come la madre e la nonna, tutte e tre hanno un’età maggiore del previsto, conoscono segreti ancestrali e hanno visto fatti di secoli prima.

Il personaggio principale è un bambino curioso ed intelligente, ma anche piuttosto sensibile, amante delle storie e della lettura.

Neil Gaiman ha detto che fra tutti i libri da lui scritti e pubblicati ne “L’Oceano in Fondo al Sentiero” c’è il protagonista più simile a il lui ragazzino che è stato, in questo libro trovo sia impossibile non empatizzare con il ragazzo.

L’antagonista principale della storia è Ursula, un personaggio che arriva nel nostro mondo in un modo assai strano, lei infatti è un verme che fuoriesce dal piede del protagonista (so che sembra assurda questa descrizione, vi assicuro che nel libro ha un suo senso) e viene da un universo lontano, usa infatti gli esseri umani vantandosi di poterli rendere felici.

Ogni volta che leggiamo di lei nel libro è sempre vestita in modo da ricordare un verme, quindi con i colori rosa e grigio (ad esempio gonna grigia e camicetta rosa, pantaloni rosa e polo grigia ecc.), questa caratterizzazione è davvero ben studiata.

Il suo arrivo sconvolgerà a vita di tutti a dire il vero, da quella del nostro eroe a quella di Lettie, a quella dei genitori del protagonista ecc.

E’ un personaggio negativo per cui durante la lettura si prova un sincero astio, sembra rovinare la vita del ragazzino e lui non sembra poter fare nulla per impedirlo.

Sensazioni

Come dicevo prima “nostalgia” è la parola d’ordine, ma non c’è solo questa nel testo, infatti parlando di Ursula, l’antagonista, durante la lettura mi è sembrato di riprovare quella rabbia e quel senso di incomprensione che si prova quando si è bambini e sembra che nessuno ci possa capire.

Quando ad esempio qualcuno di più grande ci ha fatto un torto e noi lo raccontiamo ad un adulto, ma quello sembra guardarci e rifiutandosi di credere a ciò che stiamo dicendo, finiscono per sminuire la cosa e non ci danno peso mentre un bambino dice la verità e vuole essere creduto, si crea quindi un senso di forte incomprensione e ci si arrabbia con se stessi e con gli adulti.

L’analisi del rapporto bambino-adulto in questo libro è affascinante, ho riprovato quel senso di rabbia che mi accompagnava da bambina in situazioni simili, non è una rabbia come quella degli adulti, è più infuocata e immatura se vogliamo.

Il ricordo dei giorni lontani andati accompagna tutti, dopo aver terminato la lettura è stato come girarsi a guardare nel pozzo della memoria, inconsciamente ho ripensato alla mia di infanzia e a tutti i ricordi che l’hanno costellata.

Questo libro è riuscito a ritrasmettermi alcune emozioni che non provavo da parecchio tempo, questo hanno il sapore della gioventù, dell’innocenza e dell’infanzia andata, di come tutto sembra ricoperto da una patina dorata se lo si guarda con gli occhi di un adulto che ha lasciato quegli anni da tempo.

Conclusioni

E’ un libro che ho apprezzato dalla prima all’ultima pagina, lo rileggerei senza dubbio innumerevoli volte, tra l’altro è disponibile in inglese anche in un’edizione illustrata pazzesca da quello che so (questa qui).

Dopo la lettura tra l’altro ho iniziato a leggere ad un ritmo veloce rispetto agli scorsi mesi, non so che effetto benefico ha avuto su di me questo libro, ma ha risvegliato i miei sensi di lettrice.

E’ una lettura che consiglio a chi vuole immergersi nel proprio passato e nel passato del protagonista, prenderlo per mano e attraversare con lui eventi che sembrano magici e improbabili, ma che in realtà nascondono un alone di realtà che ci riporta al nostro di passato.

Voto:

Progetto senza titolo (13)

 

Non assegno cinque stelle piene per il semplice fatto che a volte alcuni elementi fantasy li ho avvertiti come “sbattuti” dentro il testo senza una minima spiegazione, all’inizio non li avevo nemmeno recepiti come elementi fantasy e non vengono spiegati nemmeno dopo.

E’ un qualcosa che mi ha leggermente confusa durante la lettura, ma riguarda solo alcuni elementi.

E voi? Avete mai letto “L’Oceano in fondo al sentiero”? Vi piace Gaiman? Sì? No? Perché? Fatemi sapere!

Noi ci leggiamo presto perché ho un sacco di libri di cui parlare assieme!

A presto!

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Il Giro di Vite – Henry James

Buon sabato!

Come state? Come state passando queste giornate assai particolari?

Lo so che vi avevo promesso le “cose del mese” come prossimo articolo dopo il precedente, ma cambio di programma! Non temete, a breve arriverà “le cose del mese”, a brevissimo!

Ma oggi parliamo del libro in lettura ad aprile sul gruppo di lettura, infatti per tutto il mese scorso abbiamo avuto modo di leggere “Il Giro di Vite” di Henry James.

Ho terminato questo libro più di due settimane fa, ma pubblico questa recensione solo ora un po’ perché mi sono voluta prendere qualche giorno di tempo per riflettere su questa lettura e po’ per vari impegni che hanno rimandato la scrittura della recensione.

Io direi di iniziare subito allora!

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Il Giro di Vite – Henry James

Pagine: 167

Genere: orrore/gotico/ghost story

Prezzo ebook: € 2,99

Prezzo di Copertina: € 9,00

Anno di Pubblicazione: 1898

Link all’acquisto: QUI

 

Trama

Protagonisti di “Giro di vite”, forse il più celebre tra i romanzi brevi di Henry James, sono Flora e Miles, due bambini perseguitati dai fantasmi di un’istitutrice e di un maggiordomo, e intrappolati in quella che Fausta Cialente nella nota al testo definisce una “tirannica atmosfera”. Ai classici motivi del racconto nero, “gotico”, James unisce una sottile indagine psicologica, consegnando al lettore uno dei più suggestivi racconti del mistero, sempre al confine tra realtà e soprannaturale.

Certo, in teoria tutti concordavamo ch’egli dovesse prender lezioni da me durante quell’incantevole estate, ma ora mi rendo conto che, per intere settimane, fui io piuttosto a ricevere lezioni. Imparai qualcosa – certamente all’inizio – che non avevo appreso nella mia vita modesta e limitata: imparai a divertirmi, e perfino a saper divertire, e a non pensare all’indomani. Era la prima volta, in un certo senso, che mi accorgevo dello spazio e dell’aria e della libertà, di tutta la musica dell’estate e dei misteri della natura.

Recensione

Come scritto sopra ho avuto bisogno di tempo dopo la lettura per riflettere sul testo che avevo appena terminato, mi ero approcciata a “Il Giro di Vite” con ottime aspettative, da parecchio infatti questo libro sosta nella mia libreria e ogni volta che mi capitava di guardarlo pensavo “oh, devo assolutamente leggerlo perché di sicuro mi piacerà”.

Purtroppo non è stato proprio così…

Andiamo con ordine, questo libro ha una lunga storia, è stato infatti pubblicato nel 1898 a puntate sulla rivista Collier’s Weekly, ed è classificato come una storia di genere gotico con i fantasmi.

Il fascino di questo libro risiede nella confusione che provoca nel lettore nelle diverse possibili interpretazioni che a fine lettura si fanno strada ripensando a ciò che si è appena letto.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Lo stile di James a volte sembra concentrasi parecchio sui luoghi, ad esempio si lascia andare a descrizioni piuttosto approfondite sulla casa, sul lago, sui piccoli dettagli dell’abitazione e tutto ciò torna al genere gotico, sono infatti le descrizioni a dare alla storia sempre un tocco gotico.

Ci si immagina questa grande magione e questa istitutrice che vaga per il tuo giardino e si perde a guardare la struttura quando all’improvviso inizia a vedere delle figure comparire di tanto in tanto.

E’ interessante il fatto che nonostante ci siano altre figure che lavorano all’interno della magione, l’autore sembra concentrarsi ed isolare quasi le figure dell’istitutrice e dei due bambini.

A queste descrizioni si affacciano anche scene di direi finta azione, capita spesso infatti di seguire la protagonista nei suoi ragionamenti che si concludono quasi sempre con l’iniziativa di voler fare un qualcosa senza però agire in modi particolari, almeno la maggior parte delle volte.

L’atmosfera è mista direi, ci sono momenti in cui sembra di stare a lume di candela mentre si cerca di vedere nel buio, mentre in altri si avverte un clima quasi giocoso e leggero.

Il ritmo sembra quasi sempre raggiungere l’apice alla fine del capitolo e qui torna il discorso della pubblicazione originaria in una rivista, quindi a puntate, forse per voler risvegliare l’attenzione del lettore l’azione, o comunque una scintilla di avanzamento nella storia, sembra (per la maggior parte dei capitoli concentrata solo nel pezzo finale.

Personaggi

Non ho amato il personaggio principale, ovvero quello dell’istitutrice, è di certo una ragazza che si ritrova a fare un lavoro in cui ad un tratto iniziano ad accadere cose strane e lei non sa a chi rivolgersi per poter sistemare queste situazioni, ma per la maggior parte del tempo pensa ed agisce come se stesse salvando il mondo senza smettere di correre da una parte all’altra quando guardando le azioni non è così.

Sembra che nei suoi pensieri cerchi sempre di darsi un tono, ma nella realtà si fa calpestare da questi bambini che conosce da relativamente poco tempo, deve proteggerli eppure a loro non basta nulla per farsi passare ogni marachella.

Ho trovato i suoi pensieri in grande contrapposizione con le sue azioni, nei pensieri sembra una ragazza determinata, pronta a tutto, certa di quello che vede e di quello che deve fare, ma nella realtà cambia faccia con nulla.

L’unico personaggio che ho gradito è quello della signora Grose, confidente della protagonista, anche lei lavora all’interno della magione.

E’ una donna umile, di indole buona che per la maggior parte del testo si ritrova ad essere la spalla della protagonista anche se non prende grandi iniziative, per il suo ruolo segue la protagonista.

Il mio interesse per la figura della signora Grose nasce per ciò che questa non dice, credo infatti che sia un personaggio che sa molto di più di quello che vuole far credere, sembra ogni volta volersi auto censurare ed il lettore in questo modo è portato a credere che ci sia un enorme mistero alla base di queste informazioni non dette, in realtà anche alla fine lei non rivela molto.

Sono qui a domandarmi ancora se lei sa davvero sa qualcosa in più o l’autore ha voluto far credere al lettore che questa sapesse di più di quello che si ritrova a dire nel libro.

Ci sono anche vari altri personaggi, come i due bambini, Miles e Flora, che per quanto mi riguarda risultano solo due bambini intelligenti e furbi, anche se per la maggior parte del tempo vengono descritti come angeli, sopratutto dalla protagonista (anche senza bisogno di una effettiva conoscenza, perché dopo qualche minuto dall’incontro di trova già innamorata di questi).

Infine abbiamo i personaggi dei fantasmi, la signorina Jessel, ex istitutrice e Quint, maggiordomo e amante della signora Jessel. Di loro, tirando le somme pensando a tutte le informazioni fornite non si sa un granché, si sa che erano amanti e che secondo la signora Grose, Peter Quint era una presenza negativa.

Interpretazioni

E’ appurato che il fascino del romanzo sia proprio quello che riguarda la confusione finale lasciata al lettore, per le molteplici interpretazioni e per le poche informazioni fornite.

A James piaceva dedicarsi alla psicologia dei personaggi e perdersi ad analizzarla, scrisse questa novella anche per analizzare appunto i comportamenti umani di fronte ad una situazione paranormale come quella dell’apparizione di spettri.

Eppure, ho trovato la psicologia dei personaggi in generale frustrante a tratti, è una psicologia che secondo me non va sempre in profondità ed è in netto contrasto con le azioni certe volte, non che nella realtà ognuno di noi faccia sempre quello che pensa, non dico questo, ma la protagonista passa tutto il tempo ad esaltare quasi un qualcuno che non è, almeno non dalle sue azioni.

Come dicevo questo libro ha parecchie interpretazioni, non posso analizzarle tutte perché farei spoiler incredibili, la più accreditata è comunque quella che la protagonista vede questi spettri per una sua pazzia, diciamo, mentale.

Io non abbraccio questa interpretazione, non credo che tutto sia frutto della psiche della protagonista, anzi attribuisco una buona porzione di “colpa” alla furbizia dei bambini, che sanno decisamente di più rispetto a quello che rivelano.

Conclusioni

E’ difficile per me arrivare a queste conclusioni e di certo mi dispiace scrivere ciò di un classico, ma vari aspetti di questo testo non mi hanno convinta.

Apprezzo un testo con molteplici interpretazioni, perché stuzzica la mente diciamo, ma in questo caso il libro mi è sembrato confuso come pochi, le informazioni fornite sembrano deboli e non sono abbastanza per potersi fare magari un idea più salda rispetto alla propria interpretazione.

Senza contare ciò che ho voluto scrivere per quanto riguarda la protagonista.

Quindi, tirando le somme, mi è piaciuto il personaggio della signora Grose e ho trovato alcune ambientazioni più convincenti di altre, vorrei aggiungere anche che per brevi secondi il libro riesce ad incutere ansia, in particolari nelle prime scene delle apparizioni.

Personalmente questa sensazione non è durata molto, ma per le prime due apparizioni mi sono sentita gelare una volta addentrata nelle descrizioni.

Voto

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Mi dispiace assegnare due stelline e mezzo, ma purtroppo per la mia esperienza di lettura è il voto che mi sento di lasciare.

E voi? Sono davvero curiosa di sentire altre opinioni, avete letto “Il Giro di Vite”? Sì? Vi è piaciuto? No? Perchè? Fatemi sapere!

Noi ci leggiamo prestissimo con le “cose del mese” giurin giurello!

Buon weekend!

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Cocci di Vetro – Valeria Franco

Buon martedì! Come state?

Come avete trascorso gli ultimi giorni, certo quest’anno è tutto diverso come anche il festeggiare la Pasqua. Spero solo che stiate nel migliore dei modi, sempre nonostante tutto.

Oggi recensione, parliamo di un libro di cui abbiamo parlato qualche giorno fa, ma non in modo approfondito, in questo articolo infatti vi avevo già parlato della recensione odierna, dicendo che a breve avremmo avuto l’occasione di parlare decisamente meglio di “Cocci di Vetro“, un raccolta di racconti scritta da Valeria Franco.

Questa è una recensione particolare perché diversamente dal solito in libro in questione non è al momento ancora stato pubblicato.

Infatti è in corso una campagna crowdfunding, sul sito di Bookabook, che trovate qui, in caso di acquisto potrete leggere immediatamente la bozza del libro senza aspettare la pubblicazione e l’invio della copia ordinata.

Se il libro raggiungerà il numero di copie decisivo per la pubblicazione allora verrà a tempo debito pubblicato.

Ne ho voluto parlare e ne sto parlando perché conosco Valeria e ho una grande stima per lei come scrittrice, quindi gentilmente mi ha inviato una copia e io ho accettato di recensirlo.

Che dire a questo punto? Parliamone!

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Cocci di Vetro – Brevi racconti a Caccia di Frammenti di Luce – Valeria Franco

Pagine: 56 (saranno +100 in formato libro)

Genere: raccolta di racconti

Prezzo ebook: € 6,99

Prezzo di Copertina: € 10,00

Link all’acquisto (campagna crowdfunding): QUI

Trama

Una raccolta di differenti storie, di riflessioni sparpagliate, di frammenti, di pezzi disseminati su di un foglio in attesa di uno sguardo, una lettura, un frammento di luce.
Qual è il legame che unisce questi racconti? Qual è il filo logico che unisce dei cocci gettati sul pavimento?
Questi racconti sono legati dall’inchiostro e dalla carta, come un cuore e un polmone sono legati dal sangue e dalla carne. Componenti dello spesso corpo. Il loro respiro comune è semplicemente la voglia di raccontare.
La voglia di raccontare il cupo animo umano. E il modo in cui esso si manifesta nelle sue emozioni, nelle sue forme e nelle sue avventure, da quelle più logiche a quelle più astratte.
È la semplice voglia di raccontare le nostre sfumature tramite una modesta raccolta di storie brevi.

Recensione

Allora, prima di tutto vorrei parlare dell’argomento principale di questa raccolta e per me questo è l’animo umano, le sfaccettature di questo, da quella più malata e pericolosa a quella più insicura a quella ancora più disperata.

In ognuno di questi racconti (in alcuni più di altri) ci si concentra sulla discesa nell’oblio della mente umana o comunque su vicende umane che possono avere un risvolto macabro o meno.

I racconti sono parecchi, in totale ventuno quindi non vi parlerò di ognuno in modo approfondito, vi citerò quelli che ho apprezzato maggiormente e quelli che per un motivo o per l’altro non ho gradito del tutto.

Stile e Ritmo

Vorrei parlare, prima di addentrarci nei racconti veri e propri, dello stile dell’autrice, che come per “La Landa delle Strane Idee” ho trovato vivido e descrittivo al punto giusto. Infatti penso sia impossibile non citare il fatto che l’autrice ha il potere di tratteggiare uno scenario o un’emozione sempre in modo dettagliato risvegliando nella mente del lettore un quadro preciso.

Parlando della grammatica ci tengo a dire inoltre che io ho letto la bozza non editata, quindi vari errori di battitura o sviste trovate all’interno verranno corrette in caso di pubblicazione.

Parlando del ritmo invece, questo subisce delle variazioni da racconto a racconto, abbiamo ad esempio un ritmo veloce e spedito in “La Trama Dagli Occhi“, dove seguiamo  le vicende di una ragazza che non può lasciarsi andare all’oscurità, il ritmo è concitato per tutto il corso della narrazione.

Abbiamo ancora “Nero di Treno“, racconto introspettivo e descrittivo che si lascia cullare dalle atmosfere e segue un ritmo decisamente più lento.

Insomma ho trovato una buona adattabilità da parte dell’autrice in ogni racconto che è un mondo a parte l’uno dall’altro.

I messaggi

Concetto chiave e aspetto che io apprezzo sempre in un racconto (ma in tutte le opere in generale) è il messaggio, per lasciare un qualcosa il racconto deve avere uno scopo, una freccia da scoccare, un messaggio da recapitare.

Bene o male la maggior parte dei racconti all’interno di “Cocci di Vetro” ne ha uno, alcuni più potenti di altri.

Prendiamo uno dei miei racconti preferiti, “Il Mito del Vero Amore Nero“, parla di amore malato, nero appunto e non vero, si concentra sull’acconsentire ad un amore tossico. Il processo mentale della protagonista è quello di una persona cosciente della propria posizione, ovvero del trovarsi all’interno di una relazione malata, ma sembra oscurare ciò e accontentarsi di questa. L’amore malato è un tema importante e potente, in questo racconto leggere di questo logoramento lascia un senso di dolore.

Parlando di messaggi e dei miei racconti preferiti della raccolta non posso non citare “Come una Penna Sotto la Scrivania” che si concentra su un evento realmente accaduto, quello dell’assassinio di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse.

Moro viene citato a fine racconto e ci si accorge del fatto che per tutto il tempo era lui il protagonista, ho adorato questo plot twist.

Il breve Paradosso della Brava Persona” è un racconto breve, brevissimo, molto aspro.

Una bambina lì vicino cadde sull’asfalto, iniziò a piangere e a sanguinare copiosamente imbrattando il suolo.

La brava persona continuò a camminare. 

“Che fastidio!” pensò intensamente: “Che bambina maleducata! I genitori non le hanno insegnato a non far rumore e a non sporcare per terra: sono proprio dei cattivi genitori.”

Genere/i

I generi sono molteplici, passiamo dal thriller, al giallo, all’introspettivo, al fantasy, abbiamo un mix insomma.

Parlando di giallo abbiamo “Dramma Animale“, uno dei due racconti più lunghi dell’intera raccolta, il racconto narra di un investigatore che deve risolvere un caso all’apparenza semplice, l’unico testimone del caso citato è un gatto.

Anche qui abbiamo un twist finale che ho personalmente apprezzato molto, si concentra (oltre che sul caso) sulla discesa nell’oblio del protagonista.

Parlando del fantasy invece abbiamo “La Magia secondo Hume“, uno di quelli che mi sono rimasti più impressi, assistiamo al dramma di un personaggio che scopre di avere poteri magici e per sbaglio trasforma la madre in un uccellino. La storia è solo in parte fantasy direi perché si concentra parecchio su altri messaggi, come quello riguardante le malelingue e quanto queste sono in grado di rovinare una persona. La storia sfocia poi in una catena di eventi drammatici che sembrano rendere il protagonista un essere del tutto diverso da quello che avevamo conosciuto all’inizio.

“Vi fu chi disse questo e vi fu chi disse quello, ma vi è una cosa ancora da considerare: che diritto hanno Quelli di imporre il loro pensiero a modello della realtà? Lo stesso che hanno gli Altri di imporre il loro; nessuno.”

Quali racconti non mi hanno convinta?

La maggior parte dei racconti contenuti in questa raccolta rientrano fra i piaciuti per me, ma ci tengo a dire che ci sono anche quelli che non mi hanno convinta e sono due in particolare.

Nero di Treno” di cui abbiamo parlato prima, che vira sull’introspettivo, è uno di quei racconti brevi che scorrono in fretta e non sembrano avere un messaggio base quindi a fine lettura mi sono trovata senza particolari ricordi riguardanti questo.

La Fabbrica della Felicità” è invece un racconto (anch’esso piuttosto breve) che reca con sé un messaggio importante, ma questo secondo me non arriva del tutto, il racconto vola e non lascia particolari tracce.

Leggendo questa raccolta mi sento di integrare i racconti in tre categorie, quelli che mi sono piaciuti, quelli che mi hanno convinta sì e no e quelli che invece mi sono piaciuti del tutto, senza dubbi.

I due citati sopra sono quelli che non mi hanno convinta, c’è qualcuno che “è nel mezzo” ad esempio “Subacquea“.

Un racconto in cui leggiamo di un episodio piuttosto claustrofobico, ci troviamo in acqua e vorrei usare anche il termine “sensoriale”per descrivere la narrazione perché durante la lettura mi è sembrato di avvertire la sensazione dell’acqua sul corpo. Quindi è ben riuscito come racconto, il mio problema con questo è il fatto di averlo quasi rimosso del tutto dopo la lettura.

Quali racconti ho apprezzato?

Sono di certo la maggior parte, fra questi ci sono quelli citati precedentemente, come “Il Mito del Vero Amore Nero“, “Come una Penna sotto la Scrivania“, ma ancora “Sotto l’albero di Limoni“, l’ho trovato poetico nella sua profonda oscurità, “Il nuovo Cucciolo“, un’approccio incredibilmente originale al disturbo ossessivo compulsivo, “Chi sei?“, un’analisi efficace del comportamento di un piromane, “Il Peggiore Sogno mai Sognato“, dalle atmosfere oscure che conserva un ritmo concitato e palpitante, “La Trama dagli Occhi“, “Dramma Animale” e “La Magia Secondo Hume” citati in precedenza.

L’ultimo racconto della raccolta è “Vendetta“, ultimo del testo del libro e racconto con il quale voglio concludere.

E’ particolare in quanto la voce narrante è il testo che parla con il lettore stesso ed è un inno a tutti i testi validi e degni di approfondimento che vengono sempre respinti o non esplorati.

Conclusioni

Ho decisamente gradito questa lettura, essendo una raccolta di racconti è normale non apprezzare tutti allo stesso modo, ma di certo mi sono gustata la maggior parte di questi.

Voto: 

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Questo voto rappresenta a pieno la mia opinione, è una raccolta che definirei in toto variegata e stimolante. Spero davvero che riesca a trovare la luce e ad arrivare alla pubblicazione.

E voi? Vi piacciono le raccolte di racconti? Sì? No? Fatemi sapere!

A presto!

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Il Guardiano degli Innocenti – Andrzej Sapkowski (The Witcher)

Buon mercoledì! Come state?

Questi giorni sono assai complessi per il nostro paese, ogni volta che mi ritrovo a parlare di ciò che sta accadendo mi sento sempre a disagio, un po’ perché sappiamo tutti quello che sta succedendo e un po’ perché non dico nè aggiungo nulla di nuovo a tutto quello che è stato detto in questi giorni.

L’unica cosa che mi sento di poter fare in questo piccolo spazio che è il mio blog, è portare un po’ di distrazione, poter in qualche modo rinfrescare (anche per pochi secondi) l’aria che da settimane è piuttosto opprimente.

Parliamo quindi oggi di un libro che ho letto nelle scorse settimane e che avrei dovuto recensirvi più di un mese fa… sono un poco in ritardo, ma vabbè.

Mi riferisco a “Il Guardiano degli Innocenti” di Andrzej Sapkowski, il primo volume della saga di The Witcher.

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Il Guardiano degli Innocenti – Andrzej Sapkowski

Casa Editrice: Nord

Genere: fantasy

Pagine: 372

Prezzo di Copertina: € 14,90

Prezzo ebook: € 9,99

Anno di Pubblicazione: 1993

Link all’Acquisto: QUI

Trama

Geralt è uno ‘strigo’, un individuo più forte e resistente di qualsiasi essere umano, che si guadagna da vivere uccidendo quelle creature che sgomentano anche i più audaci: demoni, orchi, elfi malvagi… Strappato alla sua famiglia quand’era soltanto un bambino, Geralt è stato sottoposto a un durissimo addestramento, durante il quale gli sono state somministrate erbe e pozioni che lo hanno mutato profondamente. Non esiste guerriero capace di batterlo e le stesse persone che lo assoldano hanno paura di lui. Lo considerano un male necessario, un mercenario da pagare per i suoi servigi e di cui sbarazzarsi il più in fretta possibile. Anche Geralt, però, ha imparato a non fidarsi degli uomini: molti di loro nascondono decisioni spietate sotto la menzogna del bene comune o diffondono ignobili superstizioni per giustificare i loro misfatti. Spesso si rivelano peggiori dei mostri ai quali lui dà la caccia. Proprio come i cavalieri che adesso sono sulle sue tracce: hanno scoperto che Geralt è gravemente ferito e non vogliono perdere l’occasione di eliminarlo una volta per tutte. Per questo lui ha chiesto asilo a Nenneke, sacerdotessa del tempio della dea Melitele e guaritrice eccezionale, nonché l’unica persona che può aiutarlo a ritrovare Yennefer, la bellissima e misteriosa maga che gli ha rubato il cuore…

 

Recensione

Inizio con il dire che mi sono imposta l’obbiettivo di leggere l’intera saga di “The Witcher” prima di guardare la tanto chiacchierata serie tv di Netflix, ne avevo parlato anche in un articolo a dicembre se non erro, quindi man mano che terminerò i volumi usciranno qui sul blog le rispettive recensioni.

Ho pensato anche allo scrivere una recensione unica di tutti i volumi, ma questo vorrebbe dire scrivere (e pubblicare) un articolo lungo quanto la stessa saga quindi meglio dividere…

Piccola nota sull’edizione, la casa editrice Nord sta ristampando tutti i volumi della saga, sono già disponibili i primi cinque e a breve usciranno gli altri tre volumi (indicativamente a maggio).

Allora iniziamo a parlare di questo primo volume, è una raccolta di racconti come anche il secondo volume, la saga vera e propria (se così si può dire) inizia dal terzo volume “Il Sangue degli Elfi“.

E’ molto importante però, se volete iniziare a leggere la saga, leggere i primi due volumi (raccolte di racconti) perché questi introducono i personaggi, alcuni eventi che si riveleranno importanti per capire il senso di altri eventi futuri e vi fanno in generale entrare nel mondo di The Witcher.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Ho letto “Il Guardiano degli Innocenti” in pochissimo tempo, lo stile di Sapkowski è un mix fra il perfetto stile d’azione con una punta di analisi verso alcuni comportamenti dei propri personaggi, dire che è un testo che scorre veloce sarebbe un eufemismo, mi ha ricordato quei testi d’avventura, pieni zeppi di scene d’azione.

Lo stile non si lascia andare a particolari descrizioni, ovviamente ne compare qualcuna che si sofferma di più su un ambiente o un personaggio, ma direi che il tutto rimane sempre piuttosto scattante, le pagine volano una dietro l’altra.

Io ho giocato al videogioco di The Witcher in passato e forse questo ha influito un poco sulla mia percezione delle atmosfere contenute in questo libro, perché mi immaginavo sempre a lume di candela o in un qualche bosco con il suono delle spade di Geralt che ballonzolavano mentre camminava.

Tutto questo c’è all’interno del testo, ma forse la mia percezione era così forte per la mia precedente esperienza videoludica.

Riferimenti

Un fatto interessante è che per vari racconti (la maggior parte), l’autore prende ispirazione da favole che noi tutti conosciamo, ad esempio “La bella e la Bestia”.

Ho sentito dire che nella serie tv questi riferimenti sono ovvi, si percepiscono piuttosto chiaramente, io non sapevo di questa rielaborazione/ispirazione, quindi trovando questi riferimenti nel corso della lettura mi sono trovata a sorridere più volte.

Di solito non sono un’amante di questi esperimenti, credo per esperienze spiacevoli in passato, quindi a volte mi risulta difficile farmi piacere una psudo-rielaborazione di una fiaba, ma in questo caso mi è dispiaciuta, anzi, calzava a pennello con il senso generale della vicenda.

Personaggi

In questo primo volume incontriamo ovviamente Geralt, il protagonista delle avventure e dalla saga, il famosissimo Geralt di Rivia, capelli e barba bianchi, strigo (ovvero un umano mutato, con sensi molto sviluppati), occhi simili a quelli di un felino, viene soprannominato anche “Lupo Bianco“.

Yennefer di Vengerberg, è una maga, occhi viola, capelli neri come la pece, ovunque vada porta sempre con sè un profumo di lillà e uva spina. Ha un rapporto piuttosto burrascoso con Geralt, suo grande amore.

Ranuncolo o Jaskier, è un poeta, un menestrello, amico di Geralt e se vogliamo spalla comica della situazione.

Questo primo volume serve come introduzione come dicevo prima, anche per cercare di rompere il ghiaccio e di comprendere il carattere dei personaggi, quindi per essere il primo passo ho trovato una buona caratterizzazione.

Sono riuscita fin da subito ad empatizzare con loro, ovviamente con alcuni più di altri, ci tengo a dire che i personaggi sopra citati sono quelli più “importanti”, ma troviamo molte altre personalità all’interno del libro.

Ci tengo a dire anche che alcuni personaggi li ho apprezzati di più nel libro rispetto alle varie altre opere (es. videogioco), ad esempio non apprezzavo del tutto il personaggio di Yennefer dal videogioco, ma in questo primo volume ho scoperto una Yennefer diversa, più umile, con un carattere più autentico.

Essendo un mondo fantasy popolato da mostri, che Geralt uccide per lavoro, mi sembra giusto citare qualche tipologia di essere, ad esempio i drowner, i mutanti, i necrofagi, le viverne, i ghoul e molti altri, incontriamo infatti sia mostri “vitali” ai fini del racconto sia mostri che sono “mezzi” semplicemente per far guadagnare al nostro eroe qualche soldo.

Genere

Non è un fantasy troppo ostico, anzi, mi sento di consigliarlo anche per chi non è un’esperto di fantasy o non legge di frequente libri simili, perché è scorrevole e non impegna molto dal punto di vista della concentrazione, non è quel fantasy pieno zeppo di storyline, riferimenti, intrighi ingegnosi magari complessi da seguire.

L’universo dello strigo è “dannato” sotto un certo punto di vista, non c’è nulla di completamente buono o cattivo, Geralt vive in un periodo duro e la sua stessa condizione di strigo viene vista malignamente dalle persone, tranne quando sono costrette a chiedergli aiuto per uccidere qualche mostro.

Il fantasy di “The Witcher” è un fantasy sporco, nel senso che ogni scelta (sotto l’influenza della magia o no) porta le sue conseguenze e alcune di queste sono spietate, non vengono addolcite in alcun modo.

Conclusioni

Ne “Il Guardiano degli Innocenti” seguiamo le avventure di Geralt, ci sono vari racconti incollati fra loro quindi non c’è una vera e propria trama, c’è per ogni racconto ovviamente.

Posso solo dire che a fine lettura si inizia a colorare una superficie bianca che man mano diventerà del tutto colorata, quindi anche qui, nonostante sia il primo volume, si comprendono aspetti fondamentali.

E’ un libro di certo piacevole, non si lascia andare a particolari riflessioni nel senso che è quel classico testo perfetto da leggere per seguire le avventure dei personaggi e perdersi nella lettura, non è uno di quei libri che ti lasciano con dubbi o interessanti spunti di riflessione, ma non pretende nemmeno di farlo.

E’ un fantasy che intrattiene fino all’ultima pagina buttando il lettore in un universo in subbuglio e nella vita di un personaggio dal carattere non facile.

Voto:

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Di certo continuerò la saga, sto già leggendo il secondo volume e spero di riuscire a parlarvene il prima possibile.

E voi? Avete letto la saga di “The Witcher”? Sì? Vi è piaciuta? Fatemi sapere!

A presto!

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La Peste – Albert Camus

Buon lunedì, buon inizio settimana e buona giornata della memoria.

Oggi, finalmente arriva la recensione de “La Peste” di Albert Camus, ho terminato questo libro più di due settimana fa, ma ho voluto prendermi il tempo necessario prima di parlarvene come si deve, è uno di quei testi che necessita di un pensiero approfondito dopo la lettura.

Oggi è la Giornata della Memoria, e sono felice di pubblicare oggi questa recensione, in una giornata così importante, dato che il testo di cui parliamo oggi riguarda il nazismo che ne “La Peste” è la peste stessa, infatti il libro è una metafora del nazismo appunto, e come scrisse Camus: “la peste (nazismo) aveva tolto a tutti la facoltà dell’amore e anche dell’amicizia; l’amore infatti, richiede un po’ di futuro, e per noi non c’erano più che attimi”.

Iniziamo subito a parlarne.

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La Peste – Albert Camus

Casa Editrice: Bompiani

Genere: classico contemporaneo 

Pagine: 326

Prezzo di Copertina: € 13,00

Prezzo ebook: € 3,99

Anno di Pubblicazione: 1947

Link all’Acquisto: QUI

 

Trama

Orano è colpita da un’epidemia inesorabile e tremenda. Isolata, affamata, incapace di fermare la pestilenza, la città diventa il palcoscenico e il vetrino da laboratorio per le passioni di un’umanità al limite tra disgregazione e solidarietà. La fede religiosa, l’edonismo di chi non crede alle astrazioni né è capace di “essere felice da solo”, il semplice sentimento del proprio dovere sono i protagonisti della vicenda; l’indifferenza, il panico, lo spirito burocratico e l’egoismo gretto gli alleati del morbo.

Ma il narratore è propenso a credere che dando troppa importanza alle belle azioni si finisce col rendere un indiretto omaggio al male. Così facendo si suggerisce infatti che le belle azioni hanno tanto più valore poiché sono rare e che la malvagità e l’indifferenza sono motivazioni ben più frequenti delle azioni umane. E’ un’idea che il narratore non condivide.

Recensione

Vorrei iniziare con il dire che questo libro, oltre ad essere un’ampia descrizione e cronaca di un’epidemia terribile come la peste, è anche una grande metafora del nazismo e del male, anche se all’interno di questa metafora io inserirei anche il fascismo.

Questo è stato il mio primo approccio a Camus, non avevo mai letto nulla di questo gigante della letteratura, vincitore del premio Nobel nel 1957.

Questo libro è di certo cupo e tenebroso ma, a fine lettura sono rimasta impressionata dalla lotta di Camus contro la morte, la mancanza di senso dell’esistenza, e l’abbandonarsi alla disperazione.

Questi concetti, punti chiave nella vita dell’autore, vengono riproposti anche qui in questa opera, che di certo getta il lettore in un clima di isolamento, morte e rassegnazione.

Siamo in mezzo ad un’epidemia, dunque pagina dopo pagina seguiamo in prima linea ciò che una situazione di questo tipo smuove in una città come quella di Orano (Algeria), in cui appunto è ambientato il libro.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Parlando di questo libro l’ho definito “come una strada con vari dossi”, perché a volte il libro rallenta per concentrarsi su vari aspetti umanistici, psicologici e in realtà tutto ciò che concerne l’esistenza e la morte.

Quindi a volte può sembrare di premere sul freno durante la lettura per riprendere velocità dopo poco, trovo che le parti in cui l’azione sembra andare velocemente siano la parte iniziale e la parte finale, la parte centrale invece è di certo concentrata di fatti, ma questi vengono diluiti e non si avverte così tanto il susseguirsi rapido degli eventi.

L’atmosfera è claustrofobica, questo penso sia uno dei termini più adatti, si vive assieme ai personaggi in questa città che è stata messa in quarantena e ogni giorno muoiono centinaia di persone, da queste dinamiche ne nascono altre, ci sono persone che tentano di fuggire dalle mura e dal controllo delle guardie con metodi illeciti, vengono disposte nuove leggi che si adattano a una situazione così particolare, chi non è un cittadino di Orano è anch’esso bloccato in un paese non proprio.

Non saprei se definirlo un libro adatto a tutti, se non amate le atmosfere di questo tipo, piuttosto cupe, soffocanti e pregne di morte e disperazione forse potrebbe non andare incontro ai vostri gusti.

E’ importante anche sottolineare il fatto che l’atmosfera gioca un ruolo chiave in questo libro secondo me, è una protagonista che alimenta la cupezza generale del testo.

Per quanto riguarda lo stile di Camus, lo definirei uno stile che in poche parole, semplici e necessarie descrive un quadro (sopratutto umano) della situazione, in alcune parti l’autore si lascia andare a vari ragionamenti come dicevo, sui sentimenti umani, sulle varie reazioni dei personaggi ad un epidemia di questa portata, sopratutto all’amore anche, e in particolare l’amore a distanza.

Le coppie costrette alla separazione sono quelle in cui uno dei due è all’interno delle mura e rischia l’infezione, mentre l’altro/a è al di fuori e tenta per quanto possibile, di vivere una vita normale sempre pensando al proprio amato/a.

“Mariti e amanti che avevano la più completa fiducia nella compagna si scoprivano gelosi. Uomini che si credevano superficiali in amore riscoprivano la fedeltà. Figli che avevano vissuto accanto alla madre guardandola a stento ora mettevano tutta la loro inquietudine e il loro rimpianto in una piega del suo viso di cui li tormentava il ricordo.”

E’ uno stile che non definirei crudo o secco, ma di certo profondamente giusto, utilizza termini semplici ma l’analisi di Camus non è mai semplice, scava nelle profondità e una volta arrivato nei meandri di questi ragionamenti usa parole normali per descrivere ciò che ha visto.

Tematiche

Questo è un libro che si può guardare sotto parecchi punti di vista e argomenti, c’è il lato “metafora” quindi il perno sul quale gira tutta la vicenda è l’enorme metafora del male e del nazismo, in alcuni brevi attimi Camus ha puntato su questo, secondo me, perché se alcune vicende e alcune scelte dei personaggi possono sembrare non del tutto coerenti e giustificate il cerchio si chiude comunque ricordando che l’intera vicenda è una metafora.

C’è invece il lato “reale“, quindi togliamo il fattore di prima, la vicenda/libro si regge da sola sulle proprie gambe, è una storia che metafora o non metafora narra comunque di una cittadina in cui arriva la peste e delle varie evoluzioni smosse da questo terribile evento.

Si può leggere quindi sotto diverse chiavi di lettura.

Troviamo un virus che all’inizio viene sottovalutato, ma la situazione peggiora in fretta e il virus passa dagli animali agli umani, chi deve occuparsi delle cure si trova impreparato, non esiste nessuna cura, quindi le persone rimaste ad Orano sono sottoposte ad un clima di profonda amarezza, disperazione e abbandono perché chi dovrebbe aiutarli non fa nulla (perché non sanno come debellare l’epidemia) e li abbandona alla morte.

Prima della lettura quindi, se un lettore dovesse approcciarsi a questo libro non sapendo nulla del messaggio che si nasconde sotto alla trama non rimarrebbe comunque stranito dalla vicenda, il testo ha un senso perfetto in ogni caso.

Per me è stata una lettura legata sopratutto al lato umanistico dei personaggi, l’analisi di Camus dei desideri e bisogni umani è eccezionale.

Il nostro protagonista è il dottor Rieux, attorno al quale ruotano altri personaggi, alcuni molto diversi fra loro, Rieux ha un solo scopo, quello di salvare più persone possibile, non è un eroe convenzionale, anzi, non crede in Dio, non segue un piano in particolare ma sa solo che deve salvare chiunque perché è il suo lavoro.

Il rapporto fra Rieux e un altro personaggio (Tarrou) è un altro pilastro del testo, i ragionamenti dei due, Camus dando voce a questi personaggi esprime anche il proprio pensiero, saltano dal lavoro, alla gioventù, alla fede, agli ideali…

Altra tematica fondamentale sono gli approcci dei vari personaggi alla peste e alla moria, c’è chi si aggrappa alla fede e pensa che tutto sia una punizione divina, chi all’inizio tenta di fuggire, ma alla fine comprende che il suo posto è ad Orano, chi sembra non voler affrontare negli occhi l’epidemia, lavora a contatto con gli appestati ma sembra non voler mai guardare negli occhi chi ha davanti.

Avevano ancora, certo, le sembianze della tragedia e della sofferenza, ma non ne sentivano più il morso. E del resto il dottor Rieux, per esempio, riteneva che fosse proprio questa la tragedia, e che l’abitudine alla disperazione è peggiore della disperazione stessa.

Conclusioni

Ho amato questo libro, dal punto di vista emotivo e umano lo ritengo un pugno nello stomaco perché sottopone al lettore uno scenario in cui la natura umana viene esposta fino al nocciolo e in un clima di questo tipo viene spontaneo fermarsi e rassegnarsi, ma è proprio in quel momento che emerge uno dei messaggi principali del libro.

C’è una scena molto forte all’interno del testo, in cui un bambino lotta contro la peste e fino all’ultimo non si conosce il destino di questo, quindi assistiamo a un bimbo che per ore si attorciglia dolorante in un letto.

Questa atrocità colpisce anche i personaggi che usciranno segnati da questo episodio.

E’ di certo una delle scene più forti del testo, assieme a quella riguardante le fosse comuni.

Un altro aspetto che mi ha affascinata è stato il tempo, nel corso di questa epidemia ovviamente il tempo scorre e passiamo attraverso le stagioni, le descrizioni di Camus riguardanti l’afa e la calura che opprimono “i nostri concittadini” come scrive Camus, sembrano rendere l’idea di un cielo quasi rossiccio e un vento caldo che sospinge la peste e la soffia in ogni angolo della città.

Tirando le somme, la descrizioni dei drammi umani dei personaggi affondano le radici nell’animo umano, viene spontaneo immaginarsi in uno scenario distruttivo come questo e da questa immersione ciò che il lettore riesce a pescare è il senso della lotta contro la morte (che è il male, seguendo la metafora), emerge un senso di lotta e speranza molto forte da questo libro.

Voto:

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Fino a più di metà libro ero convinta di voler assegnare cinque stelline piene, ma alla fine ho deciso di assegnarne quattro a “La Peste”, perché?

Ho trovato il finale un pochino troppo precipitoso, dopo più di 300 pagine di clima asfissiante, pieno di morte e peste tutto cambia da una pagina all’altra, letteralmente, quindi togliendo il fattore metafora non mi ha convinta del tutto questo aspetto, ma questo non cambia il mio amore per questo libro.

Ovviamente, cosa lo dico a fare, voglio approfondire il prima possibile Camus come autore.

E voi? Avete letto “La Peste”? Sì? No? Vi è piaciuto? Apprezzate Camus come autore? Fatemi sapere!

A presto!

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La Battaglia della Vita – Charles Dickens

Buon lunedì!

Il fatidico giorno si avvicina sempre più e domani termineremo questa maratona, ma non pensiamo a questo momento triste

Questa sarà con tutta probabilità l’ultima recensione del 2019, alla fine sono riuscita a rispettare il mio obbiettivo iniziale in parte, perché avevo pensato di leggere tutti i quattro racconti di Dickens natalizi rimanenti, ma sono riuscita a leggerne solo tre.

Sono comunque soddisfatta però, perché dati gli impegni di questi giorni, e tutte le questioni, e il fatto di aver iniziato a leggere (e avere avuto questa idea) in ritardo, tre su quattro è comunque un buon risultato.

Ciò significa che parleremo de “Il Patto col Fantasma” nella prossima maratona natalizia del 2020.

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La Battaglia della Vita – Charles Dickens

Casa editrice: Newton Compton

Genere: Classici

Pagine: 99

Prezzo di Copertina: € 7,89

Prezzo ebook: € 0,49

Anno di Pubblicazione: 1846

Link all’Acquisto: QUI

Trama 

Pur essendo La battaglia della vita il libro di Natale che ottenne più scarsi consensi di critica (1846), vi sono in esso elementi che lo rendono interessante a una sensibilità contemporanea: e sono proprio le falle messe a nudo dai recensori ottocenteschi (eccessi melodrammatici, assurdità psicologica) ad attrarre il lettore moderno. La scrittura cioè svela la presenza di un conflitto (la battaglia del titolo), ma non riesce ad averne ragione. La “Iove story” del sottotitolo, asessuata e scarsamente credibile, conduce a un lieto fine matrimoniale che il dipanarsi della storia non sembra giustificare: più coerente infatti sarebbe la morte della sorella “sedotta”. Ma la spiegazione e l’interesse del racconto sono altrove, nel difficile rapporto tra arte e vita che diviene il motore segreto del racconto; l’amore mai dimenticato di Dickens per la cognata morta a diciassette anni, che la scrittura può far rivivere e consente (castamente) di possedere.

“Una volta (poco importa quando) e nella forte Inghilterra (poco importa dove) si combattè un’aspra battaglia. Fu combattuta in una lunga giornata d’estate, quando l’erba che ondeggiava era verde. Più di un fiore selvatico, formato dalla mano dell’Onnipotente perché costituisse una coppa profumata per la rugiada, ebbe in quel giorno la sua tazza smaltata piena di sangue fino all’orlo e cadde con un brivido. […] Il fiume si colorò in rosso, il terreno calpestato si trasformo in una poltiglia, ove quel colore dominante nel passato rimaneva, sempre più fioco, nelle pozzanghere inerti formatesi nelle orme lasciate dai piedi degli uomini e dallo zoccolo dei cavalli e luccicava debolmente al sole.”

Recensione

Allora, parliamo del terzo racconto che ho letto in questo periodo natalizio di Dickens, in teoria “La Battaglia della Vita” è il quarto in linea cronologica e viene dopo “Il grillo del Focolare” e prima de “Il Patto col Fantasma“.

E’ più breve rispetto agli altri racconti, ma è stato decisamente il più lungo da leggere, rispetto agli altri mi ha convinta di meno sotto quasi ogni aspetto.

Perché non mi ha convinta?

Lo stile di Dickens qui sembra meno scorrevole, non è una di quelle storie/racconti dell’autore che catturano il lettore fin dalle prime pagine, tutto mi è sembrato più debole, dai personaggi, alla trama in generale, alla successione degli eventi.

Nono sono riuscita ad affezionarmi a nessun personaggio, tranne Clemency che è un personaggio piuttosto particolare, gli altri che sono per i Dickens i veri protagonisti mi sono sembrati poco delineati.

Questo racconto viene definito quasi una “love story” ed è vero, è tutto incentrato su più storie d’amore, ma queste coppie che nel corso de racconto si svilupperanno mi sono sembrate “buttate lì”, ad un certo punto troviamo coppie sposate ovunque e fino a qualche pagina prima non si poteva nemmeno lontanamente immaginare un’affinità fra questi.

Sono comunque persone che si conoscono, ma da qui a sposarsi (nonostante il periodo)…

Accade inoltre un fatto che è il mistero dell’opera, verrà rivelato alla fine e ha un suo senso, ma non va decisamente incontro alla mie aspettative, il mistero riguarda Marion la figlia minore del dottor Jeddler che è promessa in sposa al giovane Alfred, prende una decisione improvvisa prima del ritorno di costui.

Sembra una fuga d’amore perché Marion sembra innamorata di Michael e noi scopriremo solo alla fine la natura dei sentimenti di Marion, il motivo della fuga, e il luogo in cui per anni la giovane è stata.

Non capisco se il problema è la brevità, che in questo caso può essere un problema, o è la successione degli eventi.

Non ho avvertito la solita cura e immersione di Dickens nei confronti dei personaggi, sono lasciati a loro stessi, non c’è un granché di background e a livello caratteriale li ho compresi fino ad un certo punto.

In più sembrano tutti vittima degli eventi, dopo questa partenza è quasi come se fosse accaduta una tragedia, mentre viene detto dopo che il dottor Jeddler (padre di Marion), conosce la verità e lui e la sorella della ragazza, Grace, hanno ricevuto negli anni lettere.

Non che questo riesca a tranquillizzare una famiglia, però tutti la credono praticamente morta e invece loro conoscono il suo stato di salute, c’è una corrispondenza insomma.

L’interesse poi durante la lettura si ridesta solo quando accade questo fatto della fuga di Marion e alla fine, è come se l’autore stesso volesse avvertire il lettore, forse perché cosciente del calo di interesse.

Dopo aver terminato la lettura sento di non aver assorbito nulla da questo racconto, è come leggere un libro che alla fine evapora nel cervello eliminando ogni tracci della sua esistenza.

E’ il racconto dei Dickens, fra i cinque natalizi, che ha riscosso meno successo rispetto agli altri e ne capisco il motivo.

E’ di certo diverso dagli altri anche per due elementi fondamentali, il fattore paranormale e il Natale, il testo è ambientato a Natale in una piccola parte, ma se l’autore non lo avesse specificato non avrei mai pensato a questo periodo leggendo la storia.

Il fattore paranormale qui manca, non è presente.

Un qualcosa che rende inquietante ed oscuro il racconto è il campo di battaglia, la proprietà dei protagonisti infatti si erge su questo terreno maledetto dove un tempo ci fu una terribile battaglia in cui molte vite umane furono sacrificate.

Comunque il fulcro della vicenda è Marion e suoi due pretendenti,

Cosa mi è piaciuto?

L’unico aspetto che vorrei salvare è proprio l’ambientazione, questo clima pesante dato il campo con un passato tremendo è suggestivo.

Un altro aspetto gradevole per me è stato il personaggio di Clemency, ragazza particolare e sbeffeggiata ripetutamente nel corso del racconto da altri personaggi, ha la reputazione di essere una giovane che non spicca per intelligenza.

Uno dei twist interessanti riguarda lei, ho preferito lei rispetto al personaggio di Marion o Grace.

Conclusioni

E’ di certo il racconto che ho gradito di meno fra i tre che ho letto in questo periodo, non mi è sembrato il solito Dickens, c’è da dire che il 1846 fu un anno impegnativo per l’autore e di ciò ne risente il testo.

Sembra che a volte Dickens abbia preferito perdersi in particolari non rilevanti invece di far entrare il lettore in confidenza con i personaggi, ero disinteressata nei confronti della vicenda, a tratti per delle piccole scintille l’interesse tornava ma spariva subito dopo.

Posso dire che questo è stato il primo scritto di Dickens che non mi ha soddisfatta.

Il racconto a volte non sembra nemmeno avere un motivo per il suo proseguimento, la ragione di questo è appunto la rivelazione finale che comunque non mi sembra degna di sorreggere lo scritto.

Voto:

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Il mio voto vacilla tra la stellina e mezzo e le due stelline, quindi avrei anche assegnato due stelline ma ho optato per questo voto ripensando alla lettura in generale, è stato un testo che non mi ha appassionata alla lettura.

E voi? Avete mai letto questo racconto? VI è piaciuto? Sì? No?

A domani!

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Il Grillo del Focolare – Charles Dickens

Buon giovedì! 

Stiamo per arrivare al termine di questa settimana, e il Natale si avvicina sempre più, il che per me è un problema, da buona ritardataria quale sono.

Non pensiamoci, nascondiamo l’elefante nella stanza, oggi recensione, parliamo del secondo racconto di Charles Dickens che ho voluto leggere da quando mi è venuta l’idea di recensire tutti i 4 racconti rimanenti prima dl 24.

Pazza idea.

Il prossimo che sto già leggendo sarà “La Battaglia della Vita“, ma oggi parliamo de “Il Grillo del Focolare“.

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Il Grillo del Focolare – Charles Dickens

Casa Editrice: Newton Compton

Genere: Classico

Pagine: 130

Prezzo di Copertina: € 11,90

Prezzo ebook: € 0,49

Anno della Prima Pubblicazione: 1845

Link all’Acquisto: QUI

Trama

John Peerybingle vive felicemente con la moglie Piccina, chiamata affettuosamente così perché molto più giovane di lui, quando il vecchio Tackleton mette in dubbio la fedeltà della sua giovane sposa. Insinuazione che sembra trovare conferma in un’immagine fugace e inaspettata che John ha di Piccina in colloquio intimo con un bel giovane. La storia sembra volgere in tragedia, ma interviene il grillo del focolare, nume tutelare della casa, simbolo della felicità domestica. Un racconto sul perdono, sulla fiducia, sull’amore coniugale e filiale, dove anche gli inganni a fin di bene causano un oscillante e ansioso stato d’animo tanto nei protagonisti quanto nei lettori.

“Se il piccolo falciatore fosse stato armato della più tagliente delle falci, e ogni colpo di questa fosse penetrato nel cuore del procaccia, non avrebbe potuto lacerarlo e ferirlo come Dot aveva fatto. Era un cuore così pieno di amore per lei, così legato e tenuto insieme di innumerevoli fili di dolci ricordi, filati dal lavoro quotidiano delle molte qualità che la rendevano simpatica; un cuore del quale essa aveva fatto per se stessa un così gentile e così intimo tabernacolo, un cuore così onesto e così profondamente sincero, così forte nel bene e così debole nel male, da essere incapace, sulle prime, di albergare né collera né vendetta, da esser capace soltanto di conservare l’immagine infranta del suo idolo.”

Recensione

Questo è in successione il terzo racconto dei cinque di Dickens incentrati sul periodo natalizio.

Questi racconti hanno elementi in comune fra loro, nella recensione precedente (quella riguardante “Le Campane“), avevamo parlato dei vari punti in comune con “Il Canto di Natale“, qui troviamo un fulcro diverso ma alcuni elementi soprannaturali che ritornano, abbiamo le fate ad esempio che assomigliano all’elemento inserito ne “Le Campane”.

Quali sono i temi principali?

Parliamo di amore, tradimento, differenza di età, purezza dei sentimenti e vendetta. Non i soliti argomenti di Dickens quindi, il fulcro del racconto dovrebbe essere il tradimento in una coppia, ma questo elemento emerge solo verso metà racconto, viene fatto intuire un qualcosa prima, ma è tutto molto vago.

Noi seguiamo John il protagonista che è accompagnato ad una donna più giovane di lui, e dato il periodo in cui è ambientata ed è stata scritta la storia, ciò veniva visto come un tradimento quasi certo da parte della figura femminile come se due persone con età differenti non potessero stare assieme felicemente.

Dickens però è un autore piuttosto rivoluzionario e sopratutto dalla mentalità aperta nonostante appunto il periodo, per il messaggio profondo e insito nella storia e per la risoluzione finale.

E’ un racconto con cui ho fatto un tantino di fatica ad entrare in confidenza all’inizio, non avendo nemmeno letto la trama, non sapevo quasi nulla e devo ammettere che non è semplice comprendere il legame fra i personaggi per le prime venti pagine.

Forse avrei solo dovuto leggere la trama, ma ultimamente non lo faccio mai.

Comunque, è un racconto in linea con gli altri nel senso che si risolve sempre al meglio, per tutta la narrazione Dickens turba il lettore e lo riempie di preoccupazioni perché la risoluzione è incerta, per poi alla fine risolvere tutto con un twist.

Dopotutto è un racconto di Natale, dovrà pur riscaldare i cuori?

E’ un racconto interamente centrato sull’amore, quello sincero, quello che si attende per anni, quello che arriva inaspettato, quello fra persone completamente diverse, l’amore anche per la famiglia, per i propri figli, assistiamo ad un genitore protettivo che fa di tutto per nascondere la durezza del mondo alla figlia cieca.

Quest’uomo è cosciente di essere un bugiardo perché mente alla figlia raccontando scenari idilliaci mentre nella realtà le scene sono ben diverse, ma è un uomo buono che mira solo al colorare un poco l’oscurità che ha assorbito la vita della sua amata figlia.

Come dicevo il protagonista è John, un uomo buono, allegro, che ha sempre una parola positiva e un regalo per chiunque, John ama Dot, sua compagna da anni più giovane appunto di lui, la ama di quell’amore puro e sincero, è la sua spalla, la donna sulla quale può contare, sempre.

Purtroppo John farà una scoperta terribile, che lo distruggerà, ma non tutto è ciò che sembra.

Alcune considerazioni

Devo dire che in questo racconto ho trovato l’inserimento dell’elemento paranormale un poco inutile, è vero che questo elemento interviene in un momento topico in cui John sta per compiere un’atto terribile, ma non mi ha convinta del tutto.

Fra i tre racconti che ho letto fin’ora (compreso “Il Canto di Natale”) è quello che mi ha convinta di meno, non per il tema del racconto che è meraviglioso, ma più per appunto questa poca utilità dell’elemento paranormale e per questa difficoltà nell’immersione del testo all’inizio.

Non mi sento di dire nulla in merito al finale positivo che sembra piombare un po’ dal nulla perché è un racconto, quindi l’autore non ha avuto tutto il tempo e le pagine per narrare il cambiamento nei minimi dettagli e in più come ho scritto prima questi brevi testi di Dickens ambientati a Natale mirano a riportare gioia.

Dickens stesso definì il racconto “calmo e domestico…innocente e carino”, sono d’accordo con questa definizione, non lo definirei uno dei migliori racconti mai letti ma durante la lettura mi ha trasmesso un senso di profondo calore, che si parli di casa, amore, Natale, non cambia il fatto che l’autore riesca a catturare sempre il lettore, che è sempre curioso/a di scoprire la risoluzione della vicenda.

Facendo quale ricerca per scrivere questa recensione mi sono imbattuta in una frase di Stevenson su Dickens e su questi racconti di Natale:

“Hai letto i Libri di Natale di Dickens? Io ne ho letti due, e ho pianto come un bambino, ho fatto uno sforzo impossibile per smettere. Quanto è vero Dio, sono tanto belli – e mi sento così bene dopo averli letti. Voglio uscire a fare del bene a qualcuno […]. Oh, come è bello che un uomo abbia potuto scrivere libri come questi riempendo di compassione il cuore della gente!”

E’ esattamente questa la sensazione che Dickens è in grado di trasmettere, lui trasmette il senso vero e proprio del Natale, leggendo questi racconti si può sentire (in ogni senso) il calore amorevole del Natale, anche se non siete amanti di questa festività o non lo festeggiate da anni, riuscite ad assaporare tutto quello che di accogliente c’è nella parola Natale.

Voto:

Progetto senza titolo (48)

Ne consiglierei comunque sempre la lettura, sopratutto in questi giorni prima di sbarcare in senso vero e proprio nelle festività interessate.

Ora si avanza con “La Battaglia della Vita“!

E voi? Avete mai letto questi racconti? Fatemi sapere!

A domani!

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Un Male Necessario – Abir Mukherjee

Buon lunedì e buon inizio settimana!

Abbiamo appena messo piede nella settimana che precede il Natale, sentite il profumo della festa nell’aria?

Io non tanto, sono sincera, quest’anno il mio spirito natalizio si è scaricato.

Allora, per riprendere la tradizione della scorsa settimana, oggi finiamo di parlare della trilogia di Abir Mukherjee, per ora perché il terzo volume non è ancora uscito, con il secondo testo ovvero “Un Male Necessario“.

Parleremo del terzo e ultimo volume della trilogia, probabilmente l’anno prossimo, dato che uscirà negli ultimi mesi del 2020.

Iniziamo!

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Un Male Necessario – Abir Mukherjee

Casa Editrice: SEM (società editrice milanese)

Genere: Giallo Storico

Pagine: 344

Prezzo di Copertina: € 17,00

Prezzo ebook: compreso con l’edizione cartacea

Anno di Pubblicazione: 2019

Link all’Acquisto: QUI*

Trama

Calcutta, 1920. Nello splendido giardino della Government House si ritrovano venti principi del regno del Raj. Il governo britannico li ha convocati per avviare dei negoziati, necessari a creare una Camera dei Principi che possa accontentare le crescenti richieste di indipendenza. Tra nobili convenuti c’è il figlio del maharaja, il principe Adhir, che recentemente ha ricevuto delle minacce di morte. Per questo motivo ha invitato all’incontro il sergente “Surrender-not” Banerjee, suo amico e compagno di studi, insieme al Capitano Sam Wyndham, poliziotto che abbiamo già conosciuto nel fortunato esordio di Mukherjee, L’uomo di Calcutta. Il giovane maharaja li invita a spostarsi nel Grand Hotel dove alloggia per discutere la delicatissima questione dei biglietti minatori che ha trovato sotto il suo cuscino e nella tasca di un vestito. La Rolls-Royce su cui viaggiano viene fermata da un uomo vestito da prete induista che esplode tre colpi di pistola uccidendo il principe. Il capitano Wyndham lo insegue, ma l’assassino riesce a scappare tra i vicoli, scomparendo in mezzo alla folla di una parata religiosa. Indagando Wyndham e Surrender-not si accorgono di quanto il regno sia teatro di tumulti e sommosse. Il principe Adhir era infatti mal sopportato da alcuni gruppi religiosi e il suo fratello minore, nuovo successore al trono, è solo un playboy buono a nulla. Mentre i due poliziotti uniscono le forze per tentare di risolvere il mistero, rimangono coinvolti in una fitta rete di segreti e minacce all’interno di un mondo pericoloso e senza pietà. Sta a loro trovare il killer, prima che sia lui a scovarli.

Recensione

Parto subito con il dire che ho preferito questo secondo volume rispetto al primo, non che il primo sia il male reincarnato perché come scritto nella precedente recensione mi era piaciuto, ma questo è migliore sotto certi aspetti per me.

Cos’ha in comune con il primo?

Ovviamente incontriamo gli stessi personaggi quindi Surrender-not, Sam, la signorina Green, che non è un personaggio principale è di certo più importante rispetto ad altri individui presentati, ma i protagonisti rimangono i primi due.

Vengono introdotti molti altri personaggi in questo volume allo scopo di alimentare il giallo presente in questo secondo testo, qua infatti seguiamo sempre l’assassinio di una figura di spicco, un principe, il suo omicidio sarà il primo di una lunga catena.

Qui la narrazione si sposta a Sambalpore, un regno sempre in India e siamo nel 1920, quindi un anno dopo “L’Uomo di Calcutta“.

Qui di certo il legame fra i due personaggi si intensifica, li vediamo come un duo più unito, una collaborazione più fluida e anche Surrender-not prende più iniziative, mentre Sam è sempre un uomo che a volte somiglia a un cane arruffato, perché si perde nelle proprie riflessioni, nelle proprie memorie, nel proprio passato complicato, e arriva alle realizzazioni con dei colpi di genio improvvisi.

Forse l’avevo detta anche nella precedente recensione questa cosa, ma Sam a volte arriva a comprendere dei misteri a mò di fulmine a ciel sereno, a me non disturba particolarmente questa cosa, ma ci ho fatto caso.

E’ come se all’improvviso fissando il cielo dicesse: “Ah! Ho capito chi è il killer!”.

Rimane comunque un giallo storico quindi siamo nei tempi di Gandhi qui, ritroviamo sempre le tensioni fra l’India e il popolo britannico, ora, qui ci sono meno riferimenti storici rispetto al primo e arrivano le differenze.

Cos’ha di diverso rispetto al primo?

La narrazione l’ho trovata più veloce, non ci troviamo a leggere tutta l’introduzione dei personaggi o del periodo storico, qua l’autore salta subito nel vivo degli eventi, quindi ci sono meno descrizioni storiche.

Nella trama c’è scritto “vivida ambientazione storica”, non condivido a pieno con questa descrizione, sono più certi eventi sporadici e alcuni dettagli a ricordare al lettore sempre il periodo storico e il luogo in cui ci troviamo non tanto le descrizioni dell’autore.

Ho apprezzato di più il caso rispetto al primo capitolo della trilogia, là si parlava di una figura inglese/scozzese che veniva uccisa, qui invece c’è un principe, ma non solo, questo costringe Sam a spostarsi nel regno di provenienza di questo principe quindi Sambalpore dove indagherà sotto copertura.

Entriamo nella tradizione indiana del 1920, quindi in mezzo agli harem, ai re, i discendenti, le guardie, un ambientazione di questo tipo.

Non ci sono come dicevo tante descrizioni, quindi l’autore punta più sull’azione stavolta e si percepisce bene, è una vicenda sempre intricata in cui si finisce sempre per sospettare di tutti.

Stavolta però ci si può arrivare alla figura misteriosa che si nasconde dietro a tutto, io non ci sono arrivata, ma con il senno di poi una volta scoperta sembra evidente, è uno di quei casi in cui vi schiaffeggiate la fronte e dite “ma certo, ovvio!”.

Questo è quel tipo di romanzo che una volta iniziato ti rapisce fino all’ultima pagina, non ho notato grandi momenti di arresto, anzi in due giorni l’ho divorato perché lo stile dell’autore rimane sempre molto scorrevole, semplice e vola via veloce la narrazione.

Serve leggere il primo?

Come scritto l’altra volta io ho letto prima questo e successivamente il primo, con il senno di poi lo rifarei, ma tenete conto del fatto che alcuni dettagli che si ripetono qui partono dal primo quindi vi perdete qualcosa.

Non che sia impossibile seguire la narrazione senza aver letto il primo, ma ritroviamo tanti elementi come la dipendenza di Sam dall’oppio, una visione completa della relazione tra Sam e Annie, e quella tra Sam e Surrender-not, una visione completa dei personaggi in generale e una comprensione generale del periodo storico in cui ci troviamo, e le varie tensioni che qui non sono presenti come nel libro.

C’è sempre un occhio di riguardo per il razzismo tra nativi e inglesi ma non tanto quanto nell’ “Uomo di Calcutta“.

E’ un libro complicato da descrivere senza fare spoiler, perché seguiamo varie piste con Sam, la maggior parte di queste non porterà a nulla, incontriamo varie fazioni, una nuova cultura anche perché la popolazione di Sambalpore ha una cultura tutta sua.

Altro appunto, in questo volume l’autore spinge di più sull’aspetto love-story tra Sam e Annie e sopratutto sulla sofferenza di Sam.

Conclusioni

Ho preferito questo libro per il fattore “azione”, è un giallo storico d’azione anche perché gli eventi sono veloci e lasciano il lettore senza fiato.

Voto:

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E’ una lettura che consiglio sempre se volete qualcosa di leggero, ma comunque ben costruito, non dico leggero nel senso che è un titolo “senza lode e senza infamia”, no, è un libro scritto bene, ben strutturato e con una trama e una narrazione costruita bene, un giallo avvincente, che può essere letto anche in un periodo magari pieno in cui non avete molto tempo da dedicare alle letture, consigliato!

E voi? Avete mai letto “Un Male Necessario”? Fatemi sapere!

A domani!

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