I Due Esorcisti – Ray Russell

Buon mercoledì!

Come precede la settimana e il mese di giugno?

Oggi parliamo di un libro particolare che è stato il primo di un tris di letture diciamo a tema che ho fatto qualche tempo fa, sto parlando de “I Due Esorcisti” di Ray Russell che ho letto prima de “L’Esorcista” di W. P. Blatty e prima di “Rosemary’s Baby” di Ira Levin, di cui parleremo a breve.

Questi due testi hanno molto in comune dalla trama, ma “I due Esorcisti” (1962) ha preceduto il famoso “L’esorcista” di Blatty (1971).

Parliamone!

I Due Esorcisti – Ray Russell

Casa editrice: TEA

Pagine: 206

Genere: horror (possessione demoniaca), thriller

Prezzo di Copertina: € 14,00

Prezzo ebook: € 7,99

P. Pubblicazione (USA): 1962

Link all’acquisto: QUI

Incipit

Forse perché Dio si è ormai trasformato in un barcollante Babbo Natale con gli occhi lucidi e la barba posticcia; forse perché la Chiesa ci alletta con suadenti spot televisivi; forse perché i cartelloni pubblicitari, con foto ritoccate e abili slogan, ci assicurano che la famiglia che prega unita rimane unita; forse perché la religione è diventata una cosa artificiale, tutta luci e niente ombre, una caramella pia, così zuccherosa, così stucchevole e così inevitabilmente soporifera da dar ragione a Karl Marx quando la definiva l’oppio dei popoli; forse perché la religione è stata ormai lentamente, sistematicamente private dell’orrore, del sangue, dello smarrimento, del terrore, dell’idea che esistano e agiscano forze primordiali – tutte cose senza le quali non esistono i grandi amore, la grande arte e la grande fede… Forse per tutte queste ragioni, ma più probabilmente per motivi che ci sfuggono, in un tormentato fine settimana della seconda metà del ventesimo secolo un prete cattolico venne messo alla prova.

Trama

Susan Garth è una ragazza perbene: occhi limpidi, capelli biondi, brava a scuola, tutte le domeniche a messa… Almeno fino al giorno in cui comincia a comportarsi in maniera insolita e alla chiesa non riesce più nemmeno ad avvicinarsi, o alla notte in cui si spoglia di fronte al vecchio parroco e gli affonda le unghie nella gola… Gli anni Sessanta stanno sbocciando, e i preti ormai confidano più spesso nella psichiatria che nella demonologia, ma non il vescovo Crimmings, convinto che dietro quello sguardo apparentemente innocente si nasconda il Principe delle Tenebre, il Diavolo in persona. A Susan non serve un bravo psicologo, bensì un esorcismo in piena regola e, per eseguire il rito, il prelato chiede aiuto al nuovo parroco, padre Sargent, un giovane e disinvolto prete dalla mentalità aperta e la passione per il brandy. Insieme, i due esorcisti, in un crescendo di tensione e violenza, affronteranno l’oscurità che tormenta la ragazza. Ma un’altra sconvolgente verità attende di essere rivelata. Perché se il Male ha un solo nome, può avere molti volti…

Recensione

Come dicevamo, se dovessimo leggere solo la trama senza andare oltre questo libro potrebbe assomigliare alla copia sputata de “L’esorcista”, ma dopo averli letti entrambi posso dire che se all’apparenza sembrano simili in realtà i due testi presentano storie molto diverse, accomunate certo dalla possessione demoniaca con vittima una ragazza giovane, ma diversi.

Questo romanzo è però considerato alla base di titoli come l’ipercitato “Esorcista” e “Rosemary’s Baby” di Ira Levin, un altro libro di cui parleremo a breve. In America questo romanzo è considerato un capostipite della letteratura di genere, ma qui da noi è arrivato solo nel 2018 edito TEA.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Lo stile di Russell è piuttosto semplice e diretto, nei dialoghi, nelle descrizioni, nei pensieri dei personaggi va dritto al punto, è uno stile capace di narrare eventi anormali, come la possessione demoniaca in modo diretto.

Lo stile contribuisce senza dubbio anche alla velocità nel ritmo di lettura, perché è un libro che si tende a terminare in poco tempo e anche il ritmo interno della vicenda rimane sempre costante con picchi di spiccata velocità.

In generale se dovessi descrivere lo stile di Ray Russell lo descriverei come uno stile senza dubbio godibile che permette al lettore di avanzare in modo veloce, ma senza particolari tratti distintivi.

Le atmosfere sono abbastanza cupe, infatti per la maggior parte del tempo ci troviamo in luoghi chiusi, soprattutto in chiesa e l’atmosfera è quella tipica di un ambiente con luci soffuse, angoli oscuri, candele ad illuminare, urla disumane che rimbombano tra le pareti, visitatori sospettosi che bussano alla porta chiedendo spiegazioni su queste urla mostruose ecc. ecc.

Insomma l’atmosfera funziona abbastanza bene, anche se secondo me l’autore avrebbe potuto spingere di più su questa, renderla ancora più oscura e cupa, rendere l’ambiente più degno di nota, insomma insistere sul tono tetro del tutto, ma ovviamente questa è una mia personalissima opinione.

La possessione e il dramma di un parroco

Come dicevamo la storia si concentra su questo parroco di nome Sargent, padre Sargent, appena arrivato in questa cittadina come nuova figura in sostituzione al precedente parroco, che si ritrova con una bella gatta da pelare, ovvero un possibile caso di possessione demoniaca a danno della giovane Susan Garth, una ragazza all’apparenza perfetta, brava a scuola, devota, amata da tutti, che inizia a manifestare comportamenti “strani”.

Abbiamo i classici comportamenti da possessione demoniaca, quindi parlare e leggere in lingue che non si conoscono, avere problemi con la religione e le chiese, avere atteggiamenti molto provocatori anche a livello sessuale, soprattutto considerando che Susan è una ragazza che non ha mai manifestato atteggiamenti di questo tipo, insomma Susan inizia a comportarsi in modo assolutamente bizzarro.

Padre Sargent quindi decide, con l’aiuto di un suo amico che viene a fargli visita, il vescovo Crimmings, di praticare un esorcismo soprattutto su consiglio del vescovo che nota gli evidenti segni di una presenza maligna.

Inizia così l’esorcismo in totale segreto, non viene detto nulla infatti né al padre della ragazza, né ad altre persone della cittadina, gli unici ad esserne a conoscenza sono Sargent, Crimmings e la donna che si occupa di aiutare il parroco.

Nella cittadina inizieranno a diffondersi delle voci con l’avanzamento dei giorni, perché questa ragazza sembra essere sparita e dalla chiesa e dalla canonica si avvertono strani movimenti.

La storia è quindi un crescendo di eventi in cui assistiamo all’esorcismo di questa giovane e ad alcuni segreti che verranno via via rivelati, sul perché di questa possessione, sui misteri riguardanti la famiglia di Susan e sulle intenzioni di padre Sargent.

Infatti il nostro protagonista è un parroco in piena crisi perché non è più sicuro di se stesso e del suo credo, sente di aver perso la fede e sospetta che i motivi del suo trasferimento siano legati ad atti magari poco corretti che ha compiuto in precedenza.

Penso che uno degli aspetti più affascinanti del libro sia il tormento interiore di padre Sargent che si trova ad un bivio della sua vita e proprio in quel momento si ritrova a fare i conti con una grande prova di fede e una prova anche dell’esistenza del male.

Padre Sargent è un uomo giovane e si nota in vari punti del testo la sua inesperienza e il suo senso di spaesamento nei confronti di varie situazioni, prima fra tutte la possessione di Susan, nonostante sia spronato dall’amico infatti padre Sargent tenta fino all’ultimo di delegare il compito a lui e fino all’ultimo rimane dubbioso nei confronti della pratica dell’esorcismo.

Insomma, il protagonista è un uomo in piena crisi che mostra il suo lato più umano, si ritrova in tante situazioni in cui è costretto a credere guardando ciò che ha davanti, e nel corso del libro possiamo ammirare il suo percorso verso un nuovo capitolo della sua vita.

Conclusioni

“I Due Esorcisti” è un libro che appartiene al genere horror è rispetta in pieno le classiche caratteristiche di un libro che ha alla base la possessione demoniaca, penso sia un libro utile da leggere se vi piace questo filone e se volete esplorare le origini di questo, perché come scritto sopra il testo in questione è un pilastro del genere.

Dal punto di vista personale sono felice di aver letto questo libro anche per vedere di persona l’evoluzione del genere e rendermi conto meglio di ciò che ha anticipato libri come “L’esorcista” e “Rosemary’s Baby”, quindi a parte il gradimento l’ho considerata una lettura degna di nota.

A livello invece di gradimento diciamo che è stata una lettura piacevole, ho sentito la mancanza di vari aspetti però, è come se ci fossero le basi per una storia con i fiocchi, l’idea, i personaggi, l’atmosfera, i collegamenti narrativi, ma alla fine manca quel qualcosa che dona alla storia la sua personalità.

E’ un testo sicuramente importante per il suo ruolo, ma manca una fetta di profondità importante, ad esempio parlando dell’atmosfera, questa c’è ed è interessante, ma è solo stata spolverata, come scritto sopra si poteva approfondire di più, insomma rendere la storia più vivida e viva.

Nonostante questo se vi piacciono gli horror con le possessioni demoniache ecco qui un libro da considerare!

Voto:

Bene, e voi? Avete mai letto “I Due Esorcisti”? Sì? Vi è piaciuto? No? Fatemi sapere!

A presto!

LiberTiAmo di Giugno (2022)

Buon mercoledì e buon primo giugno!

Come procede la settimana, ma soprattutto come è iniziato questo giugno?

Oggi oltre che essere il primo del mese, che giorno è? Esatto, è il giorno in cui parliamo del libro del mese di giugno per il gruppo di lettura, gruppo che trovate su Goodreads e in cui ogni mese leggiamo assieme un libro vincitore del sondaggio.

Il libro sarà in lettura per tutto il mese e potete unirvi alla lettura in qualunque momento, aggiornando e parlando dei vostri progressi sul gruppo.

Scopriamo il libro di giugno!

Nicolas Eymerich, Inquisitore – Valerio Evangelisti

Casa Editrice: Mondadori

Link all’acquisto: QUI*

Trama

Pubblicato nella collana Urania nel 1994, Nicolas Eymerich, inquisitore segna l’esordio nella narrativa italiana del protagonista di una delle saghe più amate, che ormai da anni ha conquistato un pubblico di lettori ben più ampio (e per certi versi esigente) rispetto a quello dei soli appassionati di fantascienza. Basata sulla vicenda di un inquisitore catalano realmente esistito nel Trecento, la creatura di Evangelisti è un uomo intollerante e spietato, ma anche intelligente, coltissimo, dotato di spirito e coraggio, insieme privo di dubbi e tormentato, impegnato con inesauribile energia in una lotta contro culti pagani, sette demoniache e misteriose forze maligne. Le sue avventure si svolgono nel luogo che gli appartiene, l’Europa medievale popolata di cristiani, ebrei, musulmani ed eretici; ma anche in piani temporali diversi, dal nostro passato prossimo fino al futuro più remoto. Perché il Nemico di Eymerich è un’entità metafisica che ripropone attraverso i secoli un’unica, eterna sfida. Un Nemico che può subire solo sconfitte brevi e temporanee…

Nicolas Eymerich, Inquisitore è il primo libro di una saga con protagonista Eymerich, scritta da Valerio Evangelisti, autore che purtroppo è recentemente venuto a mancare.

Vincitore del Premio Urania, è stato il primo romanzo di Evangelisti, che in precedenza aveva pubblicato prevalentemente saggi storici.

*Piccola nota sull’edizione e la disponibilità:
Quando è partito il sondaggio ho verificato la disponibilità delle varie edizioni ed era presente quella Mondadori in Titan Edition che raccoglie i primi volumi, ma ad oggi ho potuto constatare che quell’edizione non è più disponibile in cartaceo, ma solo in digitale (per ora, non so se tornerà disponibile). Quindi se desiderate recuperare il libro potrete farlo in digitale, in audiolibro, in biblioteca o sbirciando magari su qualche sito dell’usato in cui si trovano molte copie ad ottimi prezzi. Oppure, dato che vari libri della collana Urania stanno venendo ripubblicati dal Corriere della Sera in una collana apposita per i 70 anni di Urania, potete trovare questo primo libro della saga sul sito del Corriere Store (qui).

Il libro sarà in lettura dal 01/06 al 30/06, per tutto il mese di giugno.

Bene, e voi? Avete mai letto questo testo o qualcosa di Evangelisti? Sì? No? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

A presto!

La Figlia del Boia – Oliver Pötzsch

Buon mercoledì!

Come procede la settimana? Ci stiamo lentamente avvicinando alla fine di questo lungo maggio, siete prontə per giugno?

Oggi parliamo de “La Figlia del Boia” di Oliver Pötzsch, un giallo storico ambientato nella Baviera del 1659, il primo di una saga.

Tra l’altro questo libro fa parte di quella famosa lista di 30 libri da leggere quest’anno per me, quindi evviva, a passo di lumaca sto andando avanti con l’obbiettivo!

Desidero parlarvi di questo libro dai tempi della lettura, ovvero qualche mese fa, quindi via, iniziamo!

La Figlia del Boia – Oliver Pötzsch

Casa Editrice: BEAT

Pagine: 431

Genere: storico, giallo storico, mystery, suspense

Prezzo di Copertina: € 9,00

Prezzo ebook: € 6,99

P. Pubblicazione: 2008

Link all’acquisto: QUI

Incipit

Magdalena Kuisl era seduta sulla panca di legno davanti alla casetta bassa e angusta del boia e stringeva forte tra le cosce il pesante mortaio di bronzo. Con colpi regolari frantumava timo, licopodio, e motellina per ottenere una fine polvere verde. L’aroma speziato sprigionato dal miscuglio spandeva nell’aria una nota d’estate imminente.

Trama

Baviera, 1659. Sulla riva di un fiume nei pressi della cittadina di Schongau viene trovato agonizzante il figlio undicenne del barconiere Grimmer. Il tempo di adagiarlo con cura a terra, di esaminargli il profondo taglio che gli squarcia la gola, di scoprire sotto la sua scapola destra uno strano segno impresso con inchiostro viola che il bambino muore. Qualche tempo dopo i bottegai Kratz si imbattono, nel loro piccolo Anton, il figlio adottivo, immerso in un lago di sangue, la gola recisa con un taglio netto. Sotto una scapola del bambino viene trovato il medesimo segno del figlio del barconiere: il cerchio di Venere, il simbolo delle streghe. Peter Grimmer e Anton Kratz si conoscevano. Insieme con la piccola Maria Schreevogl e altri due bambini costituivano uno sparuto gruppo di orfani che era solito frequentare Martha Stechlin, la levatrice di Schongau che vive proprio accanto ai Grimmer. Il destino di Martha Stechlin sembra così segnato. Messa nelle mani del boia di Schongau perché le sia estorta formale confessione, attende di essere spedita al rogo. Jakob Kuisl, il boia di Schongau non crede però alla colpevolezza della levatrice. E con lui non credono che la dolce Martha sia una strega anche sua figlia Magdalena e Simon Fronwieser, il figlio del medico cittadino. I tre indagano per cercare di ribaltare una sentenza che sospettano sia stata scritta solo per convenienza politica e, soprattutto, per nascondere una verità inconfessabile.

Recensione

Come dicevamo, questo volume è il primo di una saga composta ad oggi da sei volumi tradotti in italiano, l’ultimo uscito nel 2019 è “La figlia del Boia e il gioco della morte“, ma dovrebbe ancora uscire “La figlia del Boia e il consiglio dei dodici” e “La figlia del boia e la maledizione della peste“, volumi ancora inediti in Italia.

Questi volumi fanno parte di una saga ambientata nel XVII secolo che ha come protagonisti gli antenati dello stesso Pötzsch; l’autore infatti discende da una famiglia che dall’XI al XIX secolo si è tramandata la professione di boia a Schongau.

La saga segue le vicende della famiglia Kuisl, da Jakob il boia di Schongau e padre di Magdalena, alla moglie Anna Maria e ai due figli gemelli e fratelli di Magdalena, Georg e Barbara.

C’è anche un altro personaggio ricorrente però che fa parte di questa cerchia di personaggi principali, ovvero Simon Fronwieser, amante di Magdalena e figlio del medico cittadino.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Mi rendo conto di avervi buttato addosso una sfilza di nomi iniziando a fare presentazioni campate in aria, ma andiamo con ordine.

Stiamo parlando di un giallo storico in cui certamente il contesto descritto dall’autore è importante, siamo infatti nel 1659 e il motore che spinge questo primo volume della serie è l’accusa di omicidio diretta ad una levatrice.

La figura della levatrice all’epoca era circondata da un alone di sospetto e diffidenza, in più questa levatrice Martha ha avuto rapporti con vari bambini trovati poi morti nei giorni seguenti, quindi viene sbattuta in carcere senza troppe cerimonie.

L’atmosfera di crudo sospetto e astio nei confronti di questa donna si avverte fin dalle prime pagine, ci troviamo in un ambiente pieno di scetticismo e ipocondria nei confronti di tutto quello che può essere recepito in modo negativo, dalle erbe che questa donna tiene in casa, all’intrattenere relazioni con questi bambini, al fatto di essere additata come strega ecc. ecc.

L’autore riesce a descrivere in modo vivido questo sentimento di astio e l’ambiente di una cittadina con vicoli bui, viuzze con case vicine le une alle altre, una città che esclude il proprio boia all’esterno delle mura perché nonostante abbia bisogno di quell’uomo lo considera comunque di “cattivo auspicio”.

Il clima che si respira in questo libro funziona molto bene e come un buon giallo storico porta il lettore ad immergersi in una atmosfera riuscita.

Lo stile di Pötzsch invece mantiene un ritmo in generale costante e a volte lento, l’autore si sofferma sulle descrizioni e sui gesti e pensieri dei personaggi, bisogna ricordarsi che questo è comunque il primo volume di una saga quindi serve anche perché far conoscere per la prima volta i personaggi, soprattutto quelli principali.

Soprattutto verso il finale diventa un poco tedioso più che altro perché, nel mio caso, alcuni elementi della rivelazione finale li avevo già intuiti e mi sembrava di dover continuare a leggere scene di azione o rivelazione di un qualcosa, che potevano, secondo la mia modesta opinione, essere ridotte.

Proprio nel finale, quando dovrebbe essere magari più concitato lo stile, diventa più lento.

“Devo confessare” ribadì Augustin, “perché una diceria è come fumo. Si diffonde, filtra attraverso le fessure delle porte e delle finestre, e alla fine ammorba tutta la città. Vediamo di fare in modo che la faccenda si concluda il più in fretta possibile.”

I personaggi

Penso che i personaggi siano il punto forte di questo libro, specialmente se vi approcciate a questo con l’obbiettivo di leggere buona parte della serie o tutta la serie, perché devo dire che il primo incontro con loro è ottimo.

In questo primo volume vediamo soprattutto padre e figlia, quindi Jakob e Magdalena, uno temuto e rispettato da tutti ma tenuto alla larga, l’altra vista sempre con un occhio di sospetto per essere la figlia del boia, figura malvista ed emarginata.

Qui si getta il seme per un rapporto all’apparenza duro e conflittuale fra i due personaggi, ma in realtà protettivo e amorevole, infatti i due spesso si ritrovano a litigare soprattutto per il possibile futuro matrimonio di Magdalena, ma è chiaro che fra di loro c’è un legame forte.

Simon invece, figlio del medico della città e interesse amoroso della figlia del boia, prova una estrema fascinazione nei confronti di Jakob, per il suo sapere, la sua ricercata e fine libreria da cui lui prende sempre in prestito libri e perché Jakob mostra a Simon un qualcosa di nuovo, un modo diverso di conoscere il mondo attorno a lui, diverso da quello che gli viene imposto dal padre medico, figura rigida e autoritaria, un uomo decisamente collerico.

Mi è piaciuto parecchio il modo in cui i personaggi interagiscono fra loro e la sensazione che si avverte per quanto riguarda i veri sentimenti che nutrono uno verso l’altro.

Credo che l’autore faccia un ottimo lavoro anche di caratterizzazione, perché vediamo il modo in cui ogni personaggio si comporta in diverse situazioni e questo è rappresentativo del personaggio e serve a delineare un quadro più stabile di quello.

Assieme a questi personaggi principali comunque, troviamo un manipolo di individui che ruotano attorno alla vicenda, sarò diretta, i personaggi non sono pochi, ma l’autore riesce a dare ad ognuno una voce secondo me, forse serve un poco di tempo per imparare chi è chi, come succede sempre in libri con tanti personaggi, però alla fine si riesce bene o male a barcamenarsi.

Inoltre all’inizio del libro c’è una utile mappa e un ancora più utile lista dei personaggi.

Il mistero

Essendo questo un giallo storico mi sembra giusto parlare del mistero alla base di questo libro, da quello che so ogni testo di questa serie sarà caratterizzato in questo modo, quindi ci sarà un mistero e i nostri eroi dovranno indagare e risolvere l’enigma.

Qui, come dicevamo prima, abbiamo una donna che viene accusata di omicidio e Jakob si pone l’obbiettivo di aiutarla, essendo amico di Martha e nutrendo sentimenti di affetto e amicizia nei suoi confronti per aver fatto nascere i suoi figli e anche perché è convinto dell’innocenza di questa.

Così inizia a investigare con l’aiuto di Simon mentre Magdalena tenta di infiltrarsi ma si ritrova sempre bloccata dal padre che non vuole coinvolgerla per proteggerla, alla fine anche lei comunque finisce coinvolta.

I tre sospettano che le accuse smosse verso Martha e la fretta di condannarla siano spinte da interessi politici, non da un vero interesse nella scoperta della verità e ben presto si ritroveranno in un enigma che coinvolge parecchie persone e interessi.

E’ un mistero che funziona quello di questo libro, si menziona anche la stregoneria, ma non ci si focalizza così tanto, però la vicenda riesce a catturare il lettore perché il tempo scorre e c’è questo gioco tra i mitici tre che cercano di venire a capo del mistero e il resto del consiglio che spinge per condannare e bruciare sul rogo Martha.

L’unica pecca come dicevo è la parte finale, o meglio circa le 70/80 pagine finali per me, perché la vicenda inizia a pesare un poco, quando il lettore arriva a certe conclusioni l’autore deve ancora del tutto spiegarle e dipanarle al meglio o mostrare certe rivelazioni a cui il lettore è già arrivato e questo può risultare un poco noioso.

Conclusioni

Nonostante questo però ho gradito molto la lettura e di certo continuerò la saga/serie.

E’ un testo assolutamente godibile se vi piacciono i gialli storici, c’è un tocco (veramente piccolo) di romance per quanto riguarda la storia fra Simon e Magdalena che verrà certamente ripresa nei volumi seguenti, c’è il lato famigliare che spero verrà esplorato anche quello meglio nei prossimi volumi e c’è un personaggio molto affascinante che tante volte viene bistrattato nei romanzi, ovvero il boia.

Insomma c’è tutto e nonostante la parte finale un poco tediosa mi sento di consigliare assolutamente questa lettura per gli amanti dei gialli storici!

Voto:

E voi? Avete mai letto”La Figlia del Boia”? Sì? No? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

A presto!

Survivor – Chuck Palahniuk

Buon lunedì e ben ritrovatә!

Come state? Come procede il mese di maggio?

Oggi nuova recensione e parliamo di un libro scritto da un autore di cui io sognavo di leggere qualcosa da anni, e questo è Chuck Palahniuk.

Il mio primo Palahniuk quindi è stato “Survivor“, ho letto questo libro per primo perché anche se ho in libreria il famosissimo “Fight Club” e “Cavie“, questo mi attirava maggiormente.

E di certo un testo particolare per cui ci sarà molto da dire, iniziamo con la recensione!

Survivor – Chuck Palahniuk

Casa editrice: Mondadori

Pagine: 288

Genere: romanzo, satira, umorismo nero, narrativa psicologica

Prezzo di Copertina: € 13,00

Prezzo ebook: € 6,99

P. Pubblicazione: 1999

Link all’acquisto: QUI

Incipit

“Uno, due, tre. Prova. Uno, due, tre. Prova. Prova. Forse quest’affare funziona. Non lo so. Neanche so se riuscite a sentirmi. Ma se ci riuscite, ascoltate. E se state ascoltando, be’, allora quello che avete trovato è la storia di tutto ciò che è andato storto.”

Trama

Tender Branson, ultimo membro sopravvissuto di una setta, narra la storia della sua vita alla scatola nera di un aereo che sta precipitando al largo dell’Australia. In un crescendo delirante Tender racconta di quando viveva nella comunità della setta ignaro dell’esistenza di un mondo evoluto, e descrive i suoi lavori di maggiordomo, di suggeritore di galateo per “nouveaux riches” in difficoltà, di istigatore telefonico al suicidio. Le sue vicende raggiungono l’apice quando rimane l’unico superstite al suicidio di massa dei membri della setta e grazie alla cinica assistenza di un agente dello spettacolo. Ma le cose si mettono male quando emergono le prove che i suicidi della setta sono in realtà degli omicidi.

Recensione

Palahniuk è un autore americano piuttosto conosciuto e direi piuttosto prolifico, divenuto famoso soprattutto per il successo di “Fight Club” e grazie al film omonimo del 1999 diretto da David Fincher.

Scrive in uno stile in genere piuttosto minimalista e crudo, viene paragonato a tratti a Irvine Welsh.

Stile, Ritmo e Atmosfere

Lo stile dell’autore, come accennato anche sopra, è piuttosto crudo e diretto caratterizzato da frasi in generale brevi e coincise che vanno dritte al punto, ovviamente ci sono delle esclusioni, ad esempio ho notato che quando Palahniuk si sofferma sui pensieri e le opinioni del narratore il suo stile rimane diretto, ma tende a soffermarsi maggiormente su queste, con frasi più lunghe, descrizioni più approfondite e riflessioni più estese.

Il ritmo generale del testo è costante, nonostante lo stile infatti, che a primo acchito potrebbe far pensare ad un ritmo veloce, le vicende narrate hanno un ritmo equilibrato.

Le atmosfere sono direi quasi decadenti, il tema della morte torna con frequenza e tutto sembra ricoperto da un alone di tragedia annunciata.

In effetti sappiamo fin dall’inizio, dato che la storia non viene narrata dall’inizio ma dalla fine, che la vita di Tender sta per finire e noi leggiamo il suo racconto come la vicenda di un uomo che pian piano si è scavato la fossa in un certo senso.

Tra l’altro ho trovato piacevole la caratteristica delle pagine in ordine decrescente, infatti il libro non inizia a pagina 1, ma dall’ultima pagina e non dal capitolo 1, ma dal capitolo 47.

L’argomento “Sette” e il Tender che conosciamo noi

Percorriamo a ritroso la vita di Tender che lui ci racconta mentre è a bordo di un aereo che sta per crollare a picco, parla della sua infanzia e adolescenza in questa setta che è estinta, tutti (o quasi) i membri sono morti per quello che sembrava, fino ad un certo punto, un suicidio di massa.

Tra l’altro non ho trovato nulla a riguardo di questa teoria, ma leggendo il libro mi è venuto spontaneo pensare alla vicenda di Jonestown, forse l’autore si è ispirato anche in parte a questa terribile storia o ha voluto trattare il tema delle sette con un concept che ha preso da varie vicende legate alle sette.

Ma il culto Creedish, quello descritto nel libro, è esistito veramente ed la vicenda è avvenuta nel Nebraska.

La Chiesa Creedish viene fondata nel 1860, durante il Grande Risveglio, da un gruppo scissionista dei Milleriti. Quasi un secolo e mezzo più tardi, il consiglio degli anziani decreta la «chiamata del Signore», quando iniziano le indagini sulla comunità per frode fiscale. I suicidi sono oltre un migliaio e continuano per anni tra gli adepti sparsi in tutti gli Stati Uniti e in Canada.

In ogni caso le similitudini con Jonestown, ma anche con altri drammatici casi di suicidi nelle sette, sono varie, il suicidio/omicidio di massa, la rigidità delle regole presenti nella setta in cui Tender cresce, i misteri legati ad alcuni aspetti di questo suicidio e della vera vita all’interno di questo ambiente.

Palahniuk raffigura un individuo che sembra apatico nei confronti della società che lo circonda e nei confronti del proprio passato, non mostra segni emotivi particolari ripensando alla famiglia morta in questo suicidio, non sembra essere venuto a patti con quello che ha realmente vissuto da bambino, della vita nella setta ci rivela qualcosa, ma a tratti lo percepiamo come un narratore inaffidabile perché non tutto quello che racconta sembra vero ed è tutto velato da una patina di profondo cinismo.

Tender non ha rimorsi nei confronti delle persone che lo chiamano, su questo numero che lui ha scritto in dei bigliettini che ha lasciato in giro per la città, in cerca di aiuto, persone che vogliono tentare alla loro vita e pensano al suicidio, o persone che si ritrovano a vivere un periodo di estrema depressione o crisi.

Anzi, Tender le sprona al suicidio come fa con il fratello di Fertility Hollis, giovane ragazza chiaroveggente che si mantiene proponendosi come utero in affitto anche se è sterile.

Fertility è sempre un passo avanti a Tender, grazie al suo dono, e nulla le può essere nascosto. La sua presenza circonda il testo di un forte alone di disperata malinconia, tutta la sua persona sembra vivere senza entusiasmo o possibilità, specialmente dopo la perdita del fratello.

Anche lei affoga in un atteggiamento cinico e distaccato, come molti altri personaggi facenti parte di questo libro, forse quello più umano e aperto alle reazioni infervorate è Adam, il fratello di Tender.

Ci sarebbe molto da dire su di lui, Adam è di certo la miccia che infiamma la vicenda ed è un personaggio più importante del previsto anche in funzione di Tender, sembra essere lui infatti a risvegliare qualcosa nel nostro protagonista, che per anni si è limitato a vivere nella libera società ancora secondo le leggi del culto Creedish, regole basate sull’abnegazione, il lavoro umile e il totale asservimento agli altri.

Tender infatti vive per lavorare, si occupa delle pulizie (e non solo) di questa coppia che lo utilizza come se fosse un oggetto o una macchina più che un essere umano e lui lavora per loro pensando di avere qualche piccola soddisfazione quando questi gli chiedono quali posate utilizzare per la cena a base di aragosta.

La decadenza di Tender e le critiche alla società

Tender dopo aver scoperto di essere l’unico sopravvissuto della chiesa Creedish diventa una celebrità e si abbandona ad un mondo dello spettacolo descritto in modo sicuramente poco lusinghiero, fatto di droghe, ipocrisia, tattiche per arrivare sempre in cima a dispetto di ogni altro e abbandono nei confronti di se stessi.

Tender affronta tutto questo con il solito cinismo, si abbandona e lascia andare il suo corpo e la sua identità, diventa uno strumento, si lascia utilizzare come ha fatto per tutta la sua vita in fin dei conti, fa il gioco degli altri anche questa volta.

Alla fine però scopriamo un Tender molto diverso, un Tender che deve arrivare a patti con quello che ha vissuto da bambino e qui esce anche la verità riguardo ai fatti visti e vissuti nella setta, per la prima volta in tutto il romanzo il cinismo lascia il posto alla consapevolezza e al dolore seguito dall’accettazione per ciò che è stato e per ciò che Tender è diventato.

“Surviror” è un libro che smuove forti critiche a vari mondi, quello dello spettacolo, quello dell’industria farmaceutica, quello della sanità e più nello specifico a quello della cura psichiatrica, tutte queste critiche sono rappresentate da situazioni e personaggi che Tender vive e incontra.

Questo è forse l’aspetto che ho preferito, la sagacia di Palahniuk nell’inserire questi esempi di decadenza e abbattimento dell’essere umano come tale per sacrificarlo ad una società che pensa solo al guadagno o ad apparire sempre al meglio, mi ha piacevolmente colpita.

Inoltre l’atteggiamento di Tender, nonostante il cinismo, è da comprendere ripensando alla sua storia, al modo in cui è stato cresciuto e al fatto che non ha mai potuto fare affidamento o avere anche solo qualcuno al suo fianco, come genitore, fratello, amico o altro. Erano presenti queste persone nella sua vita, ma ha sempre avvertito una spaccatura profonda con loro, imposta anche dalle regole vigenti in questo credo che lo hanno accompagnato fino ad un buon punto della sua vita.

Non giustifico il comportamento di Tender, ma il giro che fa Palahniuk delineando un personaggio come lui, dai traumi infantili e adolescenziali, all’allontanamento dalla setta, agli anni di lavoro in solitaria in una situazione di estremo servizio, e infine il successo seguito dall’abbandono per se stesso e alla caduta, tutto delinea un cerchio perfetto per un personaggio che anche per il modo (unico modo) in cui ha sempre e solo conosciuto il mondo finisce per piegarsi alle regole, agli altri, alla società, annulla se stesso sempre e anche quando è sulla cresta dell’onda risulta apatico e distaccato nei confronti della vita.

Conclusioni

Sicuramente leggerò altro dell’autore, ci sono aspetti di questo libro che ho gradito molto, ad esempio le critiche che smuove, il modo in cui è costruito il personaggio di Tender, la sensazione permanente di decadenza e tragedia.

In generale però non sono rimasta del tutto conquistata dallo stile e questo è un libro in cui c’è tanto, di tutto, e a lungo andare questo ha finito per pesarmi un poco.

Ma, tutto sommato ho gradito questa lettura, è stato un libro piacevole da leggere senza essere però un libro per cui strapparsi i capelli dalla bellezza, sono curiosa di approfondire con l’autore, questo è sicuro.

Voto:

E voi? Avete mai letto nulla di Palahniuk? Sì? No? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

A presto!

PoetryTime

Senza nubi né pioggia, nebbia, foschia o vento,

sulla luna si spalancano orizzonti di gioia.

La perfezione della luce arriva intatta alla sabbia,

da distanze impensabili si distingue ogni sasso.

Nel cielo sempre nero della luna

il sole tramonta e sorge,

sorge tramonta la terra.

Terra nuova, terra piena, terra calante.

Quando tra le cose si vede chiaro

si procede leggeri, senza pesi, quasi lievitando.

Qui sì che si vede il mondo lontano,

è così facile prendere le distanze.

Basta trattenere un po’ il respiro

fino a non averne più bisogno

e si apprezza la bellezza dei mari senza onde,

senza pesci, senza vita della luna.

Essere sulla Luna

Annalisa Manstretta

W5 Booktag: Abitudini Letterarie

Buon venerdì e ben ritrovatә!

Come state? Com’è andata questa prima settimana di maggio?

Oggi vorrei buttarmi su questo booktag che ho visto parecchio in giro nelle ultime settimane, ma in particolare l’ho adocchiato la prima volta sul canale di Selvaggia (qui) che seguo sempre con molto piacere e che mi ha fatto venire una voglia pazzesca di portarlo sul blog.

Ma voglio anche citare il video di Jessica (ovvero Pennylane OntheTube, qui) che ha risposto a questo tag e come sempre io adoro vedere i suoi video e ascoltare le sue risposte ai tag e la mia voglia di portarlo qui è aumentata sempre di più.

Inoltre mi piace portare ogni tanto un tag che trovo sia un modo anche utile per conoscerci un po’ di più, perché ovviamente se volete rispondere in un articolo o qui sotto tramite commento alle domande io sono più che felice di leggere le vostre risposte!

Infine diciamocelo, fa bene ogni tanto un articolo più leggero e chiacchiericcio come un tag, rilassa e porta anche riflettere sulle proprie esperienze di lettorә, tra l’altro ormai le uniche volte in cui pubblico un tag sono durante la maratona natalizia (che a causa di forze maggiori l’anno scorso è saltata) quindi che dire… iniziamo!

When? In che momento preferite leggere?

Dunque, direi o alla sera dopo cena/prima di andare a letto o di pomeriggio, ma raramente riesco ad avere un lasso prolungato di tempo al pomeriggio da dedicare alla lettura. Forse fra tutti questi momenti però preferisco il momento del dopo cena, quando si è belli rilassati, ci si prende qualcosa da bere, ci si rilassa sul divano e si prende in mano il libro senza l’ansia di dover fare qualcosa o avere l’urgenza di rispettare orari particolari.

Al mattino di solito non leggo mai, non ho quest’abitudine, c’è anche da dire che solitamente lavoro al mattino, ma anche quando sono a casa o nel weekend non ho comunque l’abitudine di leggere in questo momento della giornata.

Where? Luogo preferito per leggere?

Il divano… che poi non è tutta questa comodità il divano dove io di solito alla sera mi metto a leggere, ma fra divani, letti, poltrone e luoghi affini io scelgo il divano. Che tra l’altro io ho sempre amato il divano, mi è capitato negli anni di addormentarmi tante di quelle volte sul divano che ormai ho perso il conto. Fino a qualche anno fa leggevo anche a letto, ma per me non è più così comodo perché non è così semplice trovare la posizione giusta a letto. Sembra una cavolata, ma non lo è nella pratica. Appoggiata alla testiera del letto mi devo gonfiare di cuscini dietro altrimenti dopo due minuti inizio a muovermi neanche stessi prendendo fuoco, se mi sdraio e tengo il libro sospeso davanti alla faccia dopo un po’ è sicuro che mi casca addosso o mi si addormentano le braccia, quindi quando mi capita di leggere a letto finisco per essere tutta accartocciata in mezzo al letto in posizioni strane.

D’estate o in primavera mi piace leggere all’aperto, o fuori in cortile/giardino, soprattutto di sera quando c’è quell’arietta tiepida molto conciliante per la lettura secondo me.

What? Parla di un aspetto che ami trovare in un libro e un aspetto che detesti.

Direi che dipende dal libro e anche da quello che io mi aspetto da un determinato libro anche se è sempre una esperienza meravigliosa farsi sorprendere da un libro e magari potesse capitare sempre. In generale, se proprio devo evitare di iniziare a fare una suddivisione per generi, direi che l’aspetto che amo trovare in un libro è il potere dell’atmosfera, quindi il riuscire ad entrare in un ambiente costruito dall’autorә che io sento come vivo e vivido, quel tipo di ambiente che anche se negativo (perché magari il libro in questione è un thriller o comunque un testo con un’atmosfera pesante, cupa, negativa in generale) mi trascina dentro e risulta difficile poi staccarsi del tutto da questo. Quindi per me l’atmosfera che un libro crea e il modo in cui mi sento presente all’interno della vicenda è importante e se riesce bene tutto questo, è uno degli aspetti che amo di più.

L’aspetto che detesto di più sono probabilmente le forzature, ma quelle ovvie e parecchio pesanti, quando si vede che l’autorә non sapeva palesemente dove andare a parare, quindi si è inventatә giri pindarici assurdi, personaggi che perdono completamente la loro personalità o ne acquistano una nuova senza motivi particolari solo per interesse dell’autorә, vicende che prendono pieghe visibilmente forzate.

In realtà per entrambi questi punti, sia per quello che amo che per quello che detesto, potrei stare qui e scrivere ancora righe su righe, ma devo nominare solo una cosa. Fatemi dire però che un altro aspetto che detesto riguarda i finali, perché sono una persona un poco perniciosa, per essere gentile, per quanto riguarda i finali.

Più che altro mi irritano anche qui quelli scritti male perché si vede che l’autorә o non sapeva dove andare a parare o semplicemente si è ritrovatә chiusә in un vicolo cieco, accetto ovviamente i finali tragici, dolorosi, tristi ma necessari perché quando sono sensati ci mancherebbe altro, ma non quelli strutturati/scritti male e non intendo a livello puramente stilistico.

Who? Nomina 5 autori che hanno definito i tuoi gusti letterari.

Dunque, ah, anche qui ve lo dico se inizio rischio di non riuscire a frenarmi perché avrei una camionata di cose da dire, ma prima vorrei specificare che io interpreto questo punto come: “cinque autori che in momenti diversi della tua vita ti hanno fatta crescere come lettrice”, quindi quegli autorә che hanno segnato la mia vita da lettrice per un qualche motivo e hanno appunto definito i miei gusti letterari, insomma in momenti diversi della mia esistenza io non sono più stata la stessa dopo aver letto man mano questi autorә.

Paul Auster: sicuramente questo autore mi ha fatta crescere dopo aver letto “Trilogia di New York“. Se non ricordo male l’ho scoperto attorno ai 16/17 anni e io fino ai 14/15 anni sono stata una lettrice molto confusa, non conoscevo quasi per nulla i miei gusti letterari, cercavo di leggere tutto senza leggere davvero nulla e gli autorә stile Paul Auster li vedevo come autorә “seri”, che scrivevano libri molto complessi, questo almeno era il pensiero della me quindicenne. “Trilogia di New York” ha segnato un punto importante per me, perché mi sono discostata dal mio alone di confusione e insicurezze letterarie per gettarmi su qualcosa di più certo e cercare sempre più di affinare i miei gusti. Voglio sicuramente leggere altro di Auster, sono anni che lo dico, ma voglio dedicare a lui un lasso di tempo lungo in cui magari leggere anche più testi suoi e tra una lettura e l’altra quel momento non è ancora arrivato, ma arriverà di certo.

Virginia Woolf: abbiamo parlato varie volte della Woolf, a breve uscirà anche la recensione de “Al Faro” quindi non mi dilungo più di tanto. Come ho scritto anche in passato, io amo follemente la Woolf, ma devo leggere questa autrice in momenti specifici perché se in un determinato tempo non sono in vena di uno stile lento e descrittivo allora potrei finire per odiare un suo testo e voglio evitare che questo accada. Ci sono semplicemente momenti, io credo, nella vita di un lettorә che per quanto un libro possa essere meravigliosamente stupendo non si riesce a finire o apprezzare, perché non si è nel mood o nel momento giusto, ecco io la Woolf la posso leggere quando ho proprio voglia di uno stile tipicamente woolfiano. Detto ciò, credo di aver letto anni fa “Una Stanza tutta per sé” in digitale ai tempi (tra l’altro vorrei rileggerlo questo libro) e mi ha aperto il mondo della Woolf a cui mi sono appassionata anche con “Mrs. Dalloway” (anche quello da rileggere) e ha cambiato di molto la mia prospettiva sull’importanza e la cura delle descrizioni in un testo. Come per Auster vorrei prendermi un periodo per rileggermi tutti i testi che ho letto della Woolf e leggerne di nuovi, insomma continuare con il nostro rapporto, perché desidero leggere tutto quello che ha scritto la Woolf. Per fortuna che non dovevo dilungarmi…

Sylvia Plath: the queen. (Deve ancora arrivare a proposito la seconda parte dell’articolo su Sylvia Plath e vi prometto che arriverà il prima possibile, ma è bello tosto da scrivere e ogni volta preferisco magari optare per una recensione, ma arriverà, arriverà.) Amo immensamente la Plath, che di base è stata una autrice poco prolifica, perché ricordiamo che il suo unico romanzo è “La Campana di Vetro” (ne abbiamo parlato qui), ma è una poetessa anche molto amata e rivoluzionaria con la sua raccolta “Ariel“. Per anni ho avuto paura di approcciarmi a lei, perché si ha questa impressione, secondo me diffusa, che il suo unico romanzo sia un testo quasi troppo complesso e tragico da leggere e in un certo modo lo è, perché si trattano temi come la depressione, l’elettroshock, la malattia psichiatrica, la desolazione della crescita e affini, ma quando ho effettivamente letto questo testo mi sono ritrovata fra le mani qualcosa di molto diverso rispetto alle aspettative. Un qualcosa che mi ha cambiata come lettrice e mi ha fatta avvicinare alla figura della Plath che a oggi è una delle mie autrici preferite di tutti i tempi. “La Campana di Vetro” è sì un testo difficile e io non so se consigliarlo a tutti, perché dagli occhi di una appassionata della Plath urlerei a tutti ai quattro venti di leggero, ma a livello logico non è un testo facilmente affrontabile e approcciabile per tutti, proprio per la delicatezza delle tematiche. Sta di fatto che la Plath è ascesa nell’olimpo dei migliori per me e tra gli autorә più significativi nel mio processo di crescita come lettrice, perché “crescere come lettorә” vuol dire anche “crescere con la propria visione del mondo” e di certo la Plath mi ha mostrato lati che non conoscevo.

Neil Gaiman: ah Neil, caro Neil. Che dire di Gaiman, è stato uno di quegli autori che nel periodo anche pre-16 anni mi ha fatta avvicinare alla lettura in momenti in cui mi ero discostata da questa, mi ha fatta appassionare, ritrovare il fervore e l’amore per i libri e le storie e fatta fondere con queste in modo da non riuscire più a staccarmene. Se devo nominare il mio libro preferito di Gaiman cito di nuovo “Coraline“, ho letto altro di suo, ma questo rimane ad oggi ancora imbattibile.

Dino Buzzati: ricordo di aver provato ad avvicinarmi a Buzzati per la prima volta con “Un Amore“, ma ero piccola e non era il momento giusto. Ho letto qualche anno fa “La Boutique del Mistero” (ne abbiamo parlato qui) e da lì è scoccato il mio amore per l’autore. Dopo quello ho letto una raccolta di articoli e racconti sul Natale, che ho gradito molto e che secondo me è più che altro un modo anche per conoscere meglio la visione dell’autore su questa festività e recentemente (a gennaio) ho letto “Il Deserto dei Tartari“, di cui parleremo a breve. Il primo testo letto però, “La Boutique del Mistero” è stato quello più significativo, mi ha fatto scoprire il mondo di un autore geniale e eclettico, un pilastro del novecento italiano. “La Boutique del Mistero” e Buzzati mi hanno cambiata come lettrice perché mi hanno aperto un mondo fatto di immagini che nascondono sempre altro, frammenti che rimangono impressi nella mente e rimangono con te per anni. Se dovessi descrivere Buzzati pensando all’effetto che ha avuto su di me, direi che con la potenza dei suoi testi ha saputo entrare nella mia testa per lasciare un impatto duraturo, quasi come se fosse un marchio, portandomi a riflettere su tematiche universali e umane, ampliando la mia visione del mondo sempre con un occhio girato verso immagini di una forza disarmante.

Non posso poi non menzionare Italo Calvino e Charles Baudelaire. Il primo che io collego alle mie letture anche più infantili, con “Marcovaldo“, e il “Barone Rampante“, un altro autore che mi ha fatta appassionare alla lettura e mi ha legata a questa. Il secondo invece che con “I Fiori del Male“, una delle mie raccolte poetiche preferite di sempre, mi ha avvicinata alla poesia fin da ragazzina e da lì è stata una continua scoperta nell’universo della poesia al quale sono decisamente legata.

Which? Tre libri che, pur non essendoti piaciuti, hanno contribuito a renderti il lettore che sei.

Villette di C. Bronte: lo avevo letto anni fa e ricordo che non mi era piaciuto più di tanto. Ci tengo a dire che io sono una valida sostenitrice della legge sul “digerire” le letture, ovvero quella legata al fenomeno della rivalutazione di un libro, perché alcuni libri, (alcuni, non tutti e non in ampio numero c’è da dirlo), hanno un effetto diverso nel tempo. Questo fatto non accade spesso, ma personalmente mi è capitato di sentirmi più legata o colpita in positivo da un libro che magari sulle prime non mi era piaciuto. “Villette” è un classico decisamente lento che segue le vicende di una ragazza che lavora come insegnante e non ha particolari aspirazioni nella vita, vive le giornate senza particolari novità, si lega a persone non così valide solo perché se le ritrova vicine e in generale sembra piuttosto apatica. Nel tempo però questo libro mi ha cambiata, perché mi ha insegnato (assieme ad altri testi sicuramente) a saper apprezzare di più la lentezza di un testo e a spingermi maggiormente nell’interpretazione delle azioni dei personaggi, quindi di certo mi ha insegnato lezioni importanti. Mi piacerebbe tra l’altro provare a rileggerlo “Villette” un domani e vedere quanto può cambiare ora la mia visione su questo libro.

I Cieli di S. Newman: questa credo sia una lettura abbastanza recente, forse di due o massimo tre anni fa (io non ho una buona concezione del tempo). Ne abbiamo parlato qui. Non mi era piaciuto come libro perché alcuni intrecci narrativi non hanno un gran senso alla fine e i personaggi li ho trovati tutti abbastanza detestabili, ma c’è un lato positivo e uno negativo per ogni libro e questo ha delle immagini al suo interno che io ancora oggi non riesco a togliermi dalla testa. Questo libro mi ha insegnato che anche se un testo non ti piace, può sempre e comunque lasciarti qualcosa di indimenticabile e che l’atmosfera è assai importante, perché un lettore che si sente parte dell’ambiente e della vicenda vivrà la storia come se fosse anche la sua.

Di Notte Sotto il Ponte di Pietra di Leo Perutz: allora fermi tuttә, in realtà mi era piaciuto questo libro, ma non mi aveva fatta impazzire ai tempi della lettura, avevo dato forse tre stelle e nulla di più. (Ne avevamo parlato qui). Ma ho notato che con l’andare del tempo il mio gradimento nei confronti di questo libro è cresciuto, ne avevo parlato come un libro adatto più che altro a chi legge romanzi storici ed effettivamente è un ottimo romanzo storico, ma per le immagini che propone, per i personaggi al suo interno e la fusioni di vari elementi è un libro con un enorme potenziale. Questo libro mi ha insegnato ad apprezzare i testi infarciti di collegamenti fra i personaggi, legami, plot sotterranei, avete presente quel libro che anche se breve sembra enorme per la quantità di apparenti intrighi sotterranei e citazioni varie? Ecco questo è “Di Notte Sotto il Ponte di Pietra”. Non ero convinta di essere una fan di simili, ma c’è anche da dire che non ne avevo letti parecchi prima di questo, e invece mi sono dovuta ricredere. Ah e ad oggi mi ricredo anche sulla valutazione perché darei di certo quattro stelline e anche questo vorrei rileggerlo.

Per fortuna che dovevo essere breve comunque… è andata così.

Bene! E voi? Quali sono gli autorә che vi hanno segnatә? Ovviamente il tag è aperto a tuttә, quindi se volete rispondere al tag non esitate a farlo e fatemi un fischio magari perché sono curiosa di leggere le vostre risposte!

A presto!

LiberTiAmo di Maggio (2022)

Buona domenica e buon primo maggio!

Oggi che si fa? Avete indovinato, parliamo del libro del mese di maggio per il gruppo di lettura, gruppo che trovate su Goodreads e in cui ogni mese leggiamo assieme un libro vincitore del sondaggio.

Il libro sarà in lettura per tutto aprile e potete unirvi alla lettura in qualunque momento, aggiornando e parlando dei vostri progressi sul gruppo.

Scopriamo il libro di maggio!

Lo Straniero – Albert Camus

Casa Editrice: Bompiani

Link all’acquisto: QUI

Trama

Pubblicato nel 1942, Lo straniero è un classico della letteratura contemporanea: protagonista è Meursault, un modesto impiegato che vive ad Algeri in uno stato di indifferenza, di estraneità a se stesso e al mondo. Un giorno, dopo un litigio, inesplicabilmente Meursault uccide un arabo. Viene arrestato e si consegna, del tutto impassibile, alle inevitabili conseguenze del fatto – il processo e la condanna a morte – senza cercare giustificazioni, difese o menzogne. Meursault è un eroe “assurdo”, e la sua lucida coscienza del reale gli permette di giungere attraverso una logica esasperata alla verità di essere e di sentire.

Un romanzo tradotto in quaranta lingue, da cui Luchino Visconti ha tratto nel 1967 l’omonimo film con Marcello Mastroianni.

Unanimemente considerato dai critici uno dei romanzi capitali della letteratura universale, diede immediata notorietà all’autore.

Le Monde lo posiziona al 1º posto della classifica dei 100 migliori libri scritti nel ventesimo secolo.

Il libro sarà in lettura dal 01/05 al 31/05, per tutto il mese di maggio.

Bene, e voi? Avete mai letto questo testo? Sì? No? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

A presto!

L’ Arte di Legare le Persone – Paolo Milone

Buon venerdì e buon quasi weekend!

Come è andata questa ultima settimana di aprile? Siete pronti/e per l’inizio di maggio?

Oggi, parliamo di un libro che è stato un successo dal punto di vista delle vendite ed è anche stato in generale parecchio apprezzato, un testo che io ho letto dopo “La Prima Verità” (di cui abbiamo parlato qui) e che ne condivide in parte le tematiche.

Sto parlando de “L’arte di Legare le Persone” di Paolo Milone, uno psichiatra che ha lavorato per anni in un Centro di Salute Mentale e poi in un reparto ospedaliero di Psichiatria d’urgenza.

Parliamone!

L’arte di Legare le Persone – Paolo Milone

Casa Editrice: Einaudi

Pagine: 191

Genere: psichiatria, narrativa biografica, narrativa contemporanea

Prezzo di Copertina: € 18,50

Prezzo ebook: € 9,99

P. Pubblicazione: 2021

Link all’acquisto: QUI

Incipit

Giro per la prima volta nel nuovo reparto psichiatrico: hanno dimenticato le stanze per i colloqui. Come se in un reparto chirurgico dimenticassero le sale operatorie. Ho chiesto: dove facciamo i colloqui? Mi hanno guardato stupiti, che domanda: colloqui? in camera del paziente, perdio! Dico io: il chirurgo, in camera, fa le piccole medicazioni, rimuove i punti, sente la pancia, ma per gli interventi serve la camera operatoria. Io, che sono uno psichiatra, al letto del paziente faccio i saluti, i convenevoli, do i buffetti, dico scemenze, sorrido da qui a lì. Sarò pure giovane, ma sono sicuro: per i colloqui, mi serve la stanza per i colloqui, perdio.

Trama

«Avendo fuggito ogni altro lavoro per paura, mi ritrovo a fare il lavoro che fa più paura a tutti». Quante volte parliamo dei medici come di eroi, martiri, vittime… In verità, fuor di retorica, uomini e donne esposti al male. Appassionati e fragili, fallibili, mortali. Paolo Milone ha lavorato per quarant’anni in Psichiatria d’urgenza, e ci racconta esattamente questo. Nudo e pungente, senza farsi sconti. Con una musica tutta sua ci catapulta dentro il Reparto 77, dove il mistero della malattia mentale convive con la quotidianità umanissima di chi, a fine turno, deve togliersi il camice e ricordarsi di comprare il latte. Tra queste pagine così irregolari, a volte persino ridendo, scopriamo lo sgomento e l’impotenza, la curiosità, la passione, l’esasperazione, l’inesausta catena di domande che colleziona chiunque abbia scelto di «guardare l’abisso con gli occhi degli altri». «Si riesce a lavorare in Psichiatria solo se ci si diverte. Io mi sono divertito per anni. Non tutti gli anni: non i primi – troppe illusioni, non gli ultimi – troppi moduli, non quelli di mezzo – troppo mestiere». Ci sono libri che si scrivono per una vita intera. Ogni giorno, ogni sera, quando quello che viviamo straripa. Sono spesso libri molto speciali, in cui la scrittura diventa la forma del mondo. È questo il caso dell’«Arte di legare le persone», che corre con un ritmo tutto suo, lirico e mobile, a scardinare tante nostre certezze. Con il dono rarissimo del ritratto fulminante, Paolo Milone mette in scena il corpo a corpo della Psichiatria d’urgenza, affrontando i nodi più difficili senza mai perdere il dubbio e la meraviglia. Così ci ritroviamo a seguirlo tra i corridoi dell’ospedale, studiando le urla e i silenzi, e poi dentro le case, dentro le vite degli altri, nell’avventura dei Tso tra i vicoli di Genova. Non c’è nulla di teorico o di astratto, in queste pagine. C’è la vita del reparto, la sete di umanità, l’intimità di afferrarsi e di sfuggirsi, la furia dei malati, la furia dei colleghi, il peso delle chiavi nella tasca, la morte sempre in agguato, gli amori inconfessabili, i carrugi del centro storico e i segreti bellissimi del mare. Ci sono infermieri, medici, pazienti, passanti, conoscenti, caduti da una parte e dall’altra di quella linea invisibile che separa i sani dai malati: a ben guardare, solo «un tiro di dadi riuscito bene».

Recensione

Paolo Milone ha lavorato per 40 anni in un reparto di psichiatria di urgenza a Genova e oltre che vedere accenni di vita privata dell’autore in questo testo, mischiati al suo lavoro in un susseguirsi di esperienze, credo che uno degli aspetti più interessanti del libro sia proprio questo, ovvero avere la testimonianza di uno psichiatra con l’esperienza di Milone che racconta alcuni degli eventi vissuti durante tutti gli anni di lavoro.

Un lavoro difficile da comprendere sotto certi aspetti per chi non lo ha mai esercitato o semplicemente per chi tende a ridurre tutto quello che ha a che fare con la malattia psichiatrica in due parole, senza dargli troppo peso o provare nemmeno a comprendere o riflettere davvero sulla malattia psichiatrica.

“Se non hai mai provato il dolore psichiatrico, non dire che non esiste. Ringrazia il Signore e taci.”

Stile, Ritmo e Atmosfere

Il libro non è scritto con la tipica forma del romanzo, ma assomiglia più a un poema in versi:

All’inizio questo è stato uno degli aspetti più intriganti per me, ma durante la lettura ho trovato questa forma, in parte utile perché ti fa proseguire la lettura ad una velocità incredibile perché non riesci a fermarti, ma dall’altra uno dei motivi per cui non sono riuscita ad entrare del tutto nelle vicende narrate.

Infatti ho sempre avvertito un forte distacco fra o le vicende narrate o fra me e i personaggi, non per una carenza di interesse, assolutamente, anzi mi interessa parecchio la tematica, ma direi più che altro per colpa della forma del racconto e dei salti forse fra un personaggio e l’altro.

Infatti nel testo, seguiamo vari individui, con tutta probabilità ispirati dall’esperienza di Milone, che vivono all’interno di questa struttura o tornano spesso per poi uscire di nuovo e pian piano impariamo a conoscerli e a conoscere le loro storie, il loro approccio ai disturbi mentali che li affliggono e anche il loro destino.

Cercando di spiegarmi il perché di questa barriera che ho avvertito nel corso della lettura, ho riflettuto sul fatto che alcune vicende vengono espresse in un modo che secondo me può far allontanare il lettore, c’è qualcosa in questo veloce cambio di personaggi e questo continuo mollare per poi riprendere un personaggio che non aiuta secondo me nel sentirli vicini.

A parte questo comunque, lo stile di Milone è quasi poetico, non solo nella forma, ma anche nella radice e c’è qualcosa in questo che aumenta il senso di distacco dal mondo di queste figure che si muovono nel “Reparto 77”, sembra tutto quasi asettico e ciò mette in risalto l’isolamento dal mondo di queste persone.

Il fatto che alcune persone tendano a giudicare quelle con problemi psichiatrici incomprensibili e pericolose, rinchiudendole di fatto in una bolla e respingendole dalla società, viene messo in risalto sia da quello che scrive l’autore in alcuni punti del testo, ma più che altro oserei dire dalla sensazione che si avverte per tutto il corso del libro, quella di essere rinchiusi in un luogo in cui molto di ciò che conosciamo ha un senso diverso.

Tirando le somme quindi, l’atmosfera è quella di un luogo bianco, vuoto, asettico, in questo tra l’altro la copertina e lo stile con cui è scritto il libro aiutano, c’è questa sensazione di vuoto costante e mancanza.

40 anni di Esperienza

Mi sono approcciata al testo con un enorme interesse verso la professione dell’autore e una forte curiosità nel leggere l’esperienza di chi in prima persona ha lavorato in questo tipo di ambiente per così tanti anni, credo infatti che questo punto sia uno dei motivi validi per leggere il libro.

“Avendo fuggito ogni altro lavoro per paura,
mi ritrovo a fare il lavoro che fa piú paura a tutti.”

Infatti (ci arriveremo nelle conclusioni finali) nonostante io non abbia apprezzato al 100% questo testo, sono comunque felice di averlo letto e anche se magari non siete affini alla tematica o non avete mai letto nulla che a ha che fare con la malattia psichiatrica, io vi consiglio comunque di provare a leggere questo testo, in primis perché è una testimonianza diretta che merita di essere esplorata da tutti/e.

Ho letto un commento, credo su Goodreads, di una ragazza che ha letto il libro e che ha sottolineato una cosa molto importante, ovvero che “psichiatria d’ospedale è cosa ben diversa dalla psicologia con i lettini comodi” e questo mi ha fatto riflettere a lungo sulla natura di questo testo, su ciò che avevo letto e sulla rude verità di quello che avevo letto.

La dura realtà di quello che accade nel libro non è semplice da leggere, ma è un occhio sulla vita in contesti che dall’esterno spaventano molte persone.

“Il bene e il male che facciamo a un’altra persona si riverbera e si propaga in mille modi
tra i suoi parenti, amici e conoscenti
e, nel tempo, si trasmette a tutti i discendenti.
Sarà qualcosa di infinitesimo, un movimento atomico,
un’ombra, un fremito, ma esiste e si diffonde nell’universo.
Vedi, Giulia, noi contribuiamo a migliorare o peggiorare l’universo,
e, su questo, abbiamo una responsabilità.”

Conclusioni

Mi riesce complicato parlare di questo libro, perché da una parte ci sarebbero fiumi di discorsi da fare per quanto riguarda il tema principale, ma dall’altra parte voglio rimanere focalizzata sull’opera di Milone in sè.

In questo libro leggiamo storie di persone che affrontano da anni problemi psichiatrici di vario genere e leggiamo dell’autore che vive a stretto contatto con queste persone e cerca di svolgere al meglio il suo lavoro in un ambiente così destabilizzante.

Ci ritroviamo quindi fra le mani storie di persone molto diverse, ma accomunate da problemi psichiatrici e Milone le racconta come le ha vissute, dal suo occhio di psichiatra, ma soprattutto dal lato puramente umano.

E’ un libro che a livello di tematiche, esperienza dell’autore e fatti narrati io non posso che lodare e apprezzare, consigliando a tutti la lettura come scritto anche sopra.

Ne riconosco quindi il valore che si preserva nonostante a me non sia rimasto così impresso o non sia piaciuto al punto da mettere cinque stelle, ma questa è solo la mia personalissima opinione anche basata sull’impatto che una lettura ha su di me.

Ho avuto difficoltà ad entrare del tutto nel testo e nonostante la quantità di riflessioni che mi ha provocato, a lungo raggio non mi ha lasciato una impressione del tutto positiva.

La forma è ciò che mi ha destabilizzato di più e non mi ha aiutato nel coinvolgimento, forse avrei gradito leggere le storie dei personaggi in modo non così frammentato con più esplorazione per quanto riguarda la malattia.

Voto:

E voi? Avete mai letto “L’arte di Legare le Persone”? Sì? No? Fatemi sapere!

A presto!

Il Grande Gatsby – Francis Scott Fitzgerald

Buon venerdì e buon quasi inizio weekend!

Come state? Come è andata questa settimana di aprile?

Oggi parliamo di un classico, un libro finito nella mia top dei libri migliori letti nel 2021 (anche se in realtà è stata una rilettura), e di cui non abbiamo ancora parlato per intero, in una recensione approfondita.

Ho detto qualcosa nel corso degli anni su questo libro, ricordo di averne parlato a pezzetti, forse citando anche il film, ma non esiste ancora su blog una vera e propria recensione dedicata ed è giunto il momento di rimediare.

Sto parlando de “Il Grande Gatsby” di F. S. Fitzgerald, grande classico pubblicato per la prima volta nel 1925.

Parliamone!

Il Grande Gatsby – Francis Scott Fitzgerald

Casa editrice: Mondadori

Genere: classico, narrativa letteraria

Pagine: 158

Prezzo di Copertina: € 12,00

Prezzo ebook: € 0,99

P. Pubblicazione: 1936 (ITA)

Link all’acquisto: QUI

Incipit

Quand’ero più giovane e indifeso, mio padre mi ha dato un consiglio che ho fatto mio da allora. “Tutte le volte che ti viene da criticare qualcuno”, mi ha detto, “ricordati che non tutti a questo mondo hanno avuto i vantaggi che hai avuto tu”. Non ha detto nient’altro, ma siamo sempre stati insolitamente comunicativi in modo riservato, e capii che intendeva molto più di questo.

Trama

Gatsby, giovane ambizioso, che ha saputo conquistare con tutti i mezzi prestigio, ricchezza e rispettabilità, vuol far rivivere l’amore fiorito un tempo tra lui e Daisy. Ma non solo non riuscirà a strappare a donna amata al suo facoltoso marito, pur mettendo in campo tutto il peso del suo fascino e del suo potere, ma finirà addirittura col diventarne vittima innocente. Gatsby è un personaggio circondato da un’aura di seduzione e di mistero, il cui arricchimento troppo veloce ricorda le parabole effimere dei giovani banchieri d’affari nella New York del terzo millennio. Le pagine di Fitzgerald, tese tra l’amore e l’odio nei confronti di quella società, ne descrivono i fasti e ne colgono i decadimento morale.

Recensione

Prima di iniziare vorrei dire un qualcosa sull’edizione, io ho riletto questo libro nell’edizione Centauria, quella con la copertina azzurra (che vedete nella copertina dell’articolo), ma ho inserito qui sopra quella Mondadori perché è reperibile a differenza di quella Centauria che ho letto io e in generale mi fido dei classici in edizione Mondadori e so che questa tutto sommato piace ed è affidabile.

Ma questo classico si trova in tante edizioni, c’è quella Feltrinelli, Mattioli (con la copertina originale meravigliosa), Mondadori appunto, Bompiani, Einaudi, BUR, insomma ci sono mille e mila edizioni.

Tra l’altro parlando di edizioni e sgolosando le copertine, avete visto la meraviglia della prima edizione del ’36 italiana con il titolo “Gatsby il Magnifico”?

Con quella bella botta di vintage che esce dalla ogni venatura di carta della copertina? Che bellezza.

Stile, Ritmo, Atmosfere

Allora, ad oggi penso di fare ancora fatica a descrivere in modo preciso lo stile di Fitzgerald, nella mia mente penso ad un qualcosa di vaporoso, lo so è un termine strano per descrivere uno stile di scrittura, specialmente se parliamo di un grande autore come Fitzgerald, ma il suo stile crea immagini a tratti vaporose che mi immergono molto spesso in un clima nostalgico a tinte color pastello.

Penso ad esempio alla famosa scena delle tende, ecco una immagine delicata, soffice, vaporosa che crea un’atmosfera quasi eterea. A tratti lo stile di Fitzgerald diventa più duro e profondo, penso soprattutto ai punti in cui i suoi personaggi si soffermano su alcune riflessioni, sulla vita, sul passato, sul destino ecc.

Anche in quei punti più amari però la penna dell’autore rimane sempre elegante e sinuosa, è uno stile raffinato soprattutto per le immagini che evoca e per le atmosfere che riesce a creare, ma direi anche per la finezza con cui sottopone al lettore argomenti complessi da analizzare.

Il ritmo rimane costante, è un testo comunque che fa emergere le personalità dei personaggi mostrandoceli in diverse situazioni senza allungare troppo la vicenda o perdersi in capitoli chilometrici concentrati su un determinato personaggio per farlo conoscere al meglio, insomma ne “Il Grande Gatsby” Fitzgerald fa un uso ottimo dello “show don’t tell”.

L’atmosfera è quella dell’America degli anni ’20, siamo a New York e a Long Island nell’età del jazz in una storia che raffigura il mito americano in decadenza, infatti “Il Grande Gatsby” è il ritratto della tragicità del mito americano.

In un clima sfarzoso, mondano, pieno di paillettes, grandi feste, fiumi di alcool, macchine di lusso, ci ritroviamo faccia a faccia con personaggi pieni di sfaccettature, personaggi umani con lati positivi e negativi, anche se in alcuni casi sono più evidenti i lati negativi, ma anche per questi c’è sempre un lato comprensibile, umano appunto.

Le maschere

Sono tanti i temi de “Il Grande Gatsby”, ma forse il primo a cui penso cercando di riassumere nella mia testa il libro è il tema della falsità e delle maschere. Ogni personaggio ha delle motivazioni nascoste, ha un lato privato che custodisce molto gelosamente e noi possiamo immaginarlo questo lato, ma in alcuni casi non lo vedremo mai, con alcuni personaggi.

Penso alla maschera di Daisy, uno dei personaggi più odiati del libro e di una buona fetta di letteratura oserei dire, una donna che alla fine della giornata risulta egoista e interessata solo a preservare la propria posizione, ma dobbiamo anche pensare al tempo in cui ci troviamo.

Daisy è il sogno di Gatsby e porta con sé l’idealizzazione di un sogno più grande di Gatsby stesso, ma è un sogno appartenente al passato, Gatsby ha vissuto per anni in una bolla di vetro con l’obbiettivo di realizzare questo sogno, Daisy con tutto ciò che lei si porta dietro, lo status, lo stile di vita che Gatsby ha sempre sognato essendo un giovane di umili origini.

“Ci dovevano essere stati momenti, perfino in quel pomeriggio, in cui Daisy non era stata all’altezza dei suoi sogni – non per colpa sua, ma per la colossale vitalità della sua illusione. Era andato oltre lei, oltre tutto.”

Gatsby è aggrappato a questa idea e ha fatto di tutto per arrivare alla posizione in cui è quando Nick fa la sua conoscenza, è passato anche per mezzi poco leciti.

Nick è il nostro narratore e cugino di Daisy, ma anche vicino di casa di Gatsby a Long Island e tutte le sere assiste alla sfilata di persone che raggiungono la casa di Gatsby per festeggiare e partecipare a queste enormi scorribande, ma Nick come tutti gli altri si interroga sul passato del ricco uomo, suo vicino di casa, le voci corrono e sulla figura di questo individuo iniziano a comparire delle ombre.

A primo acchito Gatsby potrebbe sembrare il personaggio con la maschera più ingombrante:

“Mi ricordai di come eravamo tutti venuti da Gatsby con il sospetto della sua corruzione. Mentre lui stava in mezzo a noi, nascondendo un sogno incorruttibile.”

Ma durante la lettura scopriamo che ogni personaggio ne porta una assai evidente in realtà, come non citare anche Tom, marito di Daisy, un uomo che non si fa problemi a tradire la moglie e a correre dall’amante, ma allo stesso tempo anche un uomo impaurito all’idea di perdere Daisy come se questa fosse un trofeo.

Tom e Gatsby oltre che essere rivali in amore, sono anche opposti, ma simili per certi aspetti, soprattutto per quelli che riguardano Daisy, ma le loro figure sono in contrasto, uno è un nuovo ricco mentre l’altro è un vecchio ricco e all’epoca questo aspetto aveva un grande peso sulla società e sul modo in cui questa ti considerava.

Se eri un nuovo ricco il tuo livello di credibilità vacillava molto spesso, le persone si chiedevano il perché e il come, da dove arrivavano i soldi che avevi in banca? Come ti eri arricchito? Quando?

Se invece eri un vecchio ricco il tuo livello di credibilità era saldo, le persone conoscevano le tue origini, sapevano di potersi fidare di uno che era sempre stato ricco, aveva studiato nelle migliori scuole, aveva avuto tutte le possibilità di diventare un uomo colto, saggio e lungimirante.

A Gatsby non importa del come, dicevo prima infatti che si è anche macchiato di fatti poco onorevoli, ma lui sognava Daisy e tutto ciò che ella porta con sé e ci crede fino alla fine, la sua immagine perfetta, il suo quadro idilliaco si è sporcato e non sarà mai più ripulito, ma a lui non importa tanto è focalizzato sul suo sogno.

C’è una scena all’interno del libro che è il giusto esempio di questo, della determinazione di Gatsby nel far andare le cose esattamente come vuole lui, penso alla scena dell’albergo, quella in cui in pratica imbocca Daisy e le dice che cosa dire a Tom.

E anche quando il corso degli eventi si sfalda, lui tenta comunque di metterci una toppa, di andare avanti come se il tutto fosse solo un piccolo incidente di percorso, non è importante nel quadro generale, l’importante è l’obbiettivo.

Ad assistere a tutto ciò c’è il nostro narratore, Nick appunto, che è l’unico personaggio che rimane al fianco di Gatsby fino alla fine e grazie a lui trova una nuova realtà, di certo comprende meglio la vita e il marcio che c’è nella società in cui vive, si macchia anche lui assieme al ricordo di Gatsby.

Le tematiche e le immagini

Non posso non parlare ancora un poco delle tematiche, che sono davvero parecchie e so già di non essere riuscita a trattarle tutte, ma pensando a questo testo un altro tema molto importante che emerge per tutto il corso della lettura è il passato.

L’attaccamento al passato, l’importanza del passato, le diverse idee dei personaggi nei confronti del passato (assistiamo ad esempio anche ad un dialogo fra Nick e Jay Gatsby in cui viene fuori la differenza di idee, quando uno dice che non si replica il passato e l’altro smentisce), l’influenza del passato, ma soprattutto il lato dannoso dell’attaccamento al passato che vediamo chiaramente con Jay G.

“Era venuto da cosi lontano e il suo sogno deve esserli sembrato così vicino, da non credere di non poterlo afferrare, ma non sapeva di averlo già alle spalle. Gatsby credeva nella luce verde nel futuro orgastico che anno dopo anno si ritira davanti a noi, ieri c’è sfuggito, ma non importa domani correremo più forte, allungheremo di più le braccia e un bel mattino. Così continuiamo a remare barche contro corrente, risospinti senza posa, nel passato.”

L’idealizzazione di questo e di una persona o di un sogno sono altrettanto nocivi, nel testo infatti un mix di fattori e di idee si uniscono nel personaggio di Gatsby che rappresenta la decadenza e la caduta del sogno e del mito americano.

Il fatto che alla fine Gatsby rimanga completamente solo, a parte per Nick e il padre, ribadisce la vacuità di tutta l’enorme costruzione che aveva edificato attorno a sé e non mi riferisco solo all’enorme villa, ma a tutto ciò che era Gatsby in una società come quella dell’America degli anni ’20.

Tra l’altro il ritorno del padre e il dialogo che ha con Nick ci apre gli occhi riguardo alle origini di Jay, sulla vera idea dell’uomo riguardo alle sue radici e soprattutto dipinge questa immagine di un passato umile che torna in un momento di crollo e solitudine per assistere un uomo che in realtà ha sempre odiato quella fetta del suo passato.

Volevo infine prendermi un attimo per parlare di alcune immagini iconiche di questo libro che vanno incontro anche a quello che ho scritto nella parte dedicata allo stile di Fitzgerald che si mostra un autore con un occhio da esteta.

“Il Grande Gatsby” è un libro che lascia parecchie immagini a cui viene spontaneo tornare quando si ripensa al testo, forse è uno di quei casi in cui si pensa prima ad un immagine iconica e poi al resto.

Penso alla scena delle tende, ma anche a quella della luce verde (una luce come scrive Rollo May che: «è simbolo del mito americano: essa allude a nuove potenzialità, nuove frontiere, la nuova vita che ci attende dietro l’angolo […] Non esiste destino; se esiste, lo abbiamo costruito noi stessi […] La luce verde diventa la nostra più grande illusione… nasconde i nostri problemi con le sue infinite promesse, e intanto distrugge i nostri valori. La luce verde è il mito della Terra Promessa che genera ideali alla Horatio Alger»), all’incontro fra Jay e Daisy, ai famosi occhi del cartellone pubblicitario della zona in cui lavora George Wilson, marito dell’amante di Tom ecc. ecc.

Insomma questo testo è e rimarrà iconico non solo per la miriade di tematiche contenute all’interno, ma anche per le immagini potenti e simboliche.

Conclusioni

Anche se è un libro breve, “Il Grande Gatsby” è enorme e mi sarò di certo dimenticata qualcosa perché c’è sempre qualcosa da dire in più su questo libro che ho adorato alla follia, ed è uno dei miei classici preferiti.

Piccola nota, anche i film a me sono piaciuti molto sia quello del ’74 con Robert Redford, sia quello del 2013 con DiCaprio, che so non essere piaciuto proprio a tutti, ma io lo riguardo sempre con piacere.

Voto:

E voi? Avete mai letto “Il Grande Gatsby”? Sì? No? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

A presto!

CitaTime

“Non è la vita che avresti scelto per lei, lo capisco, un’esistenza di fatica e incertezza. Tuttavia, ciò che per alcuni è un peso per altri significa libertà. Un incantatore di serpenti si guadagna da vivere con ciò che per altri sarebbe la morte. Un marinaio trascorre anni interi per mare, dove altri perirebbero entro una settimana. L’hai cresciuta bene. Fidati di lei.”

“Gli dèi non scontano mai le loro malefatte, Perseo. I mortali sì. Gli dèi, come i ricchi umani, decidono a viva forza per quelli le cui voci non sono abbastanza forti da difendersi. Le donne. I deboli. I rifiutati. E nessuno grida per coloro che ne avrebbero più bisogno. E perché mai? Alzando la voce per qualcun altro, rischi di perdere tu stesso qualcosa. E nessuno vede oltre il proprio riflesso nello specchio.”

“Vuoi che dubiti di chi non ha mai dubitato di me. O di te. Alla fiducia non servono risposte, Perseo. Solo comprensione.”

Hannah Lynn