Le Tre Letture Flop del 2025

Ci siamo, eccoci! Buon Santo Stefano, buone feste e buon Natale in ritardo ovviamente!

Eccoci alle letture flop dell’anno (come sempre tra poco uscirà anche l’articolo delle letture top), ma oggi concentriamoci su quelle che sono state le tre letture, ahimé, più deludenti del 2025.

Stiamo arrivando alla fine dell’anno e come è tradizione ci aspettano vari articoli, quello dei top appunto, quello degli obbiettivi di lettura del 2026 e recap del 2025, e recensioni a gogò.

Sono soltanto tre quest’anno i flop perché penso che il 2025 sia stato uno degli anni più problematici e traumatici per me, di sempre, e anche le mie letture ne hanno risentito parecchio, dato che non ho minimamente rispettato quello che era l’obbiettivo di lettura e mi ritrovo alla fine con poche letture in mano.

Ma va bene lo stesso, è andata così e ora gettiamo quest’anno nel fuoco dell’inferno con molto piacere e guardiamo al futuro, e ad un 2026 pieno di letture.

Parleremo meglio ovviamente di questo 2025 nell’articolo dedicato al recap dell’anno e agli obbiettivi per il 2026.

Come sempre ci tengo a sottolineare che inserendo determinati libri in questa lista non voglio sottolineare il mio odio nei loro confronti o aprire una petizione per bandirli dal commercio, voglio solo dire che personalmente non ho gradito più di tanto queste letture, per una serie di motivi, non ho nulla contro questi testi e se a voi sono piaciuti vi prego di non offendervi per questi inserimenti.

Come sempre partiremo dall’ultima posizione, la terza, quindi in teoria il “meno-flop” fra i flop per poi arrivare alla prima posizione che incarna il flop totale. Devo anche dire che quest’anno la prima e la seconda posizione sono intercambiabili, nel senso che non ho gradito entrambi nello stesso modo.

L’Erede – Camilla Sten

Anno di Pubblicazione: 2025

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Eleanor convive con la prosopagnosia, l’incapacità di riconoscere i volti delle persone. Un disturbo che causa stress, ansia acuta, e può farti dubitare di ciò che pensi di sapere. Una sera la ragazza si reca a casa della nonna Vivianne per la consueta cena domenicale. Ad accoglierla sull’uscio non trova però la nonna, ma una persona cui non riesce a dare un nome, che scappa via per le scale. Dentro casa, la nonna è distesa sul tappeto accanto a un paio di forbici con le lame spalancate. Nella stanza, odore di ferro e carne. La nonna, quella nonna che l’ha cresciuta come una madre, è stata uccisa. Passano i giorni, e l’orrore di essersi avvicinata così tanto a un assassino – e di non sapere se tornerà – inizia a prendere il sopravvento su Eleanor, ostacolando la sua percezione della realtà. Finché non arriva la telefonata di un avvocato: Vivianne le ha lasciato in eredità una tenuta imponente nascosta tra i boschi svedesi. È la casa in cui suo nonno è morto all’improvviso; un posto remoto, che da oltre cinquant’anni custodisce un passato oscuro. Eleanor, il mite fidanzato Sebastian, la sfrontata zia Veronika e l’avvocato vi si recano in cerca di risposte. Tuttavia, man mano che si avvicinano alla scoperta della verità, inizieranno a desiderare di non aver mai disturbato la quiete di quel luogo. Chi era davvero Vivianne? Quali segreti si è portata nella tomba?

Ho deciso di inserire questo testo nella lista dei flop perché la considero una lettura piuttosto sciapa, deludente direi. Nella top del 2024 ho inserito “Il Villaggio Perduto” della Sten e ora nel 2025 inserisco “L’Erede” nei flop, mi rendo conto del plot twist. Rispetto al suo testo precedente qui l’autrice non ha reso al meglio, a mio vedere, le atmosfere e tutto ciò che viene costruito attorno al mistero principale, il testo risulta a tratti diluito, in alcuni frangenti mi sono ritrovata ad avere poco interesse nella storia, i personaggi (a parte qualche rara eccezione) non risultano caratterizzati al meglio. Abbiamo la protagonista buona ma sprovveduta, la zia a prima vista cattiva, la madre della protagonista dura e rigida con un mistero… manca qualcosa nei personaggi. Voglio essere chiara, non è di certo il testo peggiore che io abbia mai letto a livello di caratterizzazione dei personaggi, assolutamente, ma alla fine risultano tutti un po’ delle pedine che vengono smosse in determinate direzioni per arrivare a determinati obbiettivi. Inoltre l’atmosfera non è così accattivante e ben costruita come ne “Il Villaggio Perduto”, che è un libro con vari difetti certamente, ma tra questi non c’è l’atmosfera che è forse il punto forte. Qui la Sten ha perso un poco di mordente, sono presenti comunque forzature o difetti come nel testo precedente, ma qui manca anche il lato forte legato all’atmosfera e alla vicenda che secondo me si perde un poco. Si può inoltre arrivare al nucleo del mistero prima del “reveal” finale, si capisce in che direzione vuole andare l’autrice e mi aspettavo forse qualcosa di più sorprendente o originale. Non è assolutamente il thriller peggiore che io abbia mai letto, è finito qui perché è stata una delle letture più deludenti di un anno povero e deludente, ma è un thriller nella media, senza particolari scintille, sciapo appunto.

Jesus’ Son – Denis Johnson

Anno di Pubblicazione: 1992

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Immaginate un tizio al bancone di un bar che, reso ciarliero dal drink che ha in mano, attacca bottone e prende a raccontare di «quella volta che…» Magari perde il filo, magari fa confusione, magari apre mille parentesi, ma le sue parole caotiche hanno il sapore della verità. Jesus’ Son è cosí: undici racconti che non sono davvero racconti, un romanzo che non è davvero un romanzo, ma la candida confessione inconsapevole di uno che ha, come si suol dire, perso la retta via. Il protagonista delle storie di questo puzzle dai tanti pezzi mancanti è un ragazzo con una dipendenza da alcol e droga che trascorre le giornate bighellonando e arrabattandosi in modo piú o meno legale per rimediare i soldi con cui sballarsi. Di fronte al bisogno, i concetti di giusto e sbagliato, di bene e male, passano in secondo piano. Può rubare, spacciare e tradire, ma conserva una sensibilità che gli fa provare riconoscenza per il gesto di generosità disinteressata di una barista o gli fa cogliere la straziante solitudine di due anziani ricoverati in ospedale. Il mondo in cui si muovono questi personaggi balordi sembrerebbe, ed è, un mondo grigio di rapporti disastrati e problemi destinati a ripresentarsi non appena la coscienza si risveglia. Eppure, oltre la spessa cortina di nebbia si intravede la strada per una vita diversa. La salvezza nell’altro è una chimera, ma è bello illudersi, almeno per un po’, in compagnia di qualcuno che ci faccia sentire meno sbagliati. Rifacendosi in parte alla sua esperienza personale, tra momenti lirici e scene irresistibilmente divertenti, Denis Johnson tratteggia il sottosuolo di un’America senza gloria, brulicante di storie che meritano di essere raccontate. E riesce a farci ridere di cuore delle nostre assurde, indispensabili, fragilità.

No. Io vi devo dire la verità, non ricordo nulla di questo libro per quanto si è cancellato nel mio cervello. Non mi era mai capitato di non ricordare nulla, ma proprio nulla di un libro, perché di solito anche quando un testo non mi piace qualche scena o dettaglio lo ricordo, la trama o i personaggi, mi resta sempre qualcosa. Questa è l’unica volta in cui ho tabula rasa nel cervello, ho in mente solo il titolo e nient’altro, non mi era mai successo. Ricordo ovviamente di non averlo gradito appena finito. So che è un testo piuttosto amato da cui è stato tratto anche un film divenuto famoso nel 2000, ma io non sono andata d’accordo con questo libro. È una raccolta di racconti certamente feroci e privi di fronzoli, certamente confusi e sparsi, direi soprattutto ripetitivi, li ho trovati tutti somiglianti l’uno all’altro in particolare a livello di tematiche. Lo stile non ha particolari vanti a mio vedere, i racconti si mischiano fino a diventare un lungo miscuglio. Bisogna dire anche che i racconti in questione sembrano narrati dalla stessa voce narrante, si presentano come divisi ma in realtà si intuisce che c’è una specie di filo rosso che li lega, ma si perde ad un certo punto questo legame, c’è ma non sembra contare più di tanto. Personalmente non salverei nulla di questa lettura, non mi è rimasto niente, so che molte persone lo hanno gradito, ho letto pareri assai positivi, non saprei dire se in primis io non sono riuscita ad entrare in questo libro per qualche motivo, magari non ero in linea con lo stile o la visione di Johnson, magari semplicemente per me non ha funzionato qualcosa. Non è un problema di certo di tematica perché ho letto, e sono interessata, a testi che si focalizzano sul lato grezzo, duro, aspro della vita. Insomma, infilo qui questa lettura che è di certo una delle più deludenti e vacue di quest’anno, potrei riprovare in futuro con Johnson magari perché il suo “Albero di Fumo” mi ha sempre attratta molto.

L’Apicoltore – Maxence Fermine

Anno di Pubblicazione: 2000

Link all’Acquisto: QUI

Il giovane Aurélien Rochefer, vive in un paesino del sud della Francia alla fine dell’Ottocento, vuole realizzare il suo sogno, fare l’apicoltore. Gli alveari che costruisce vengono incendiati da un fulmine, mentre una mistriosa femmina nera che gli appare in sogno lo invita a raggiungerlo. Aurélien si imbarca per l’Africa, dove passerà di avventura in avventura, tra re ricchi e avidi, mercanti spietati e una Regina delle Api che gli farà un magico dono. Solo al ritorno a casa, egli troverà la forza di dedicarsi a una ciclopica impresa e saprà scoprire dentro di sé un puro amore per l’unica donna che lo ha sempre aspettato.

Ho finalmente completato la trilogia dei colori di Fermine che mi porto dietro da anni. Resta una trilogia piuttosto “sciolta” nel senso che ogni volume è a sé quindi non è obbligatorio andare per forza in ordine, potete leggere anche solo un volume e basta, io l’ho voluta completare per desiderio di completezza, ma questo ultimo terzo volume mi ha delusa parecchio. È di certo il meno riuscito fra i tre, rispetto a “Neve” e al “Violino Nero” qui manca proprio la base secondo me. Ci tengo anche a dire che non credo di essere la lettrice giusta per Fermine, il suo stile è generalmente godibile, ma i suoi giri pindarici, una narrazione sempre eccessivamente poetica a tutti i costi e questo idealismo a volte spicciolo di base non mi rendono la lettura facile, ma anzi fastidiosa a tratti. Ripeto, ho gradito “Neve” e il “Violino Nero” anche perché ho avvertito meno in questi testi tutte le caratteristiche citate prima. Avevo tentato tempo fa di leggere “Il Palazzo delle Ombre” ma l’ho dovuto abbandonare dopo una cinquantina di pagine, non era fattibile per me. Ma va bene, ehi, la vita di una lettrice/lettore è anche questo no? Affinare i propri gusti e rendersi conto che certi autori non fanno per noi, magari per problemi di stile, modi di affrontare la narrazione, tono adottato nella scrittura ecc. ecc. Comunque dopo questa rivelazione parlando un poco dell’Apicoltore e dei motivi che mi hanno spinta ad inserirlo nei flop direi che qui i problemi sono vari. La narrazione è troppo confusa a mio vedere, seguiamo questo ragazzo appassionato di api che prima diventa apicoltore, poi a causa di un sogno parte per un viaggio, si imbatte in una figura misteriosa, ritrova le api, ma è costretto a tornare indietro perché tutto ciò che ha conosciuto in questo viaggio lontano da casa evapora. Torna quindi a casa e riparte con il progetto api, ma accadono altri eventi che lo obbligano a cambiare direzione. Il testo è tutto così, un susseguirsi di cose che lui fa di cui non si conosce la ragione (e anche se viene fornita è sempre vaporosa/inconsistente), questo ragazzo viene spinto dal vento nella vita e la spiegazione che viene fornita dall’autore per motivare i suoi gesti è sempre legata al sogno o all’istinto. C’è anche una storia d’amore presente in questo volume, anzi due, una che parla di un amore atteso e l’altra di un amore non corrisposto. La prima è gestita malamente dall’autore a mio vedere, il protagonista conosce questa ragazza nel suo paese e lei lo aspetta per anni, ma quando torna lui è innamorato delle figura misteriosa di cui abbiamo parlato prima, il problema è che la storia si risolve a “pizza e fichi” perché l’autore non sapeva palesemente come chiudere il cerchio. Ho trovato questo libro inconsistente, non ha radici solide, è tutto un unico mix di eventi, malamente motivati (se motivati), un turbinio di cose/luoghi/azioni che risultano fiacche. Ecco, questo testo è fiacco, senza particolare mordente, i personaggi non attaccano, come neanche la trama.

Bene! E voi? Quali sono state le vostre letture flop del 2025? Mmmm? Fatemi sapere!

Ci leggiamo prestissimo!

Pillole Letterarie #25

“L’ho suonato solo una volta il violino nero. Tanto tempo fa. È come l’amore. Quando hai amato una volta fai di tutto per dimenticartene. Non c’è niente di peggio che essere stati felici una volta nella vita. Da quel momento in poi tutto il resto ti rende infelice.”

“Johannes sapeva che la sua ultima ora era giunta. Era il momento di arrendersi. Contemplò per un’ultima volta quel mondo atroce dove decine di morti gli danzavano attorno. L’austriaco era a pochi passi da lui, la mano disperatamente allargata su un’arma che non aveva più, il volto sfigurato da un rictus che sembrava farsi beffe della morte. Sulla sua destra, riverso su un masso, un cavaliere sventrato, e poco più in là il suo cavallo, morto e rovesciato su un fianco, con le froge ancora umide per la folle corsa.

“Aspetta che il tuo sogno si avveri, e sarai liberato. Prima o poi succede sempre. Basta aspettare. […] La tua opera, prima di scriverla, dovresti viverla. Io so come rendere interessante la tua vita.[…] Andando a cercare la parte di sogno che ti spetta di diritto. […] Vedi Johannes.. i sogni bisogna infrangerli.”

#libriconsigliati#

#piccolistralciletterari#

Neve – Maxence Fermine

Buon giovedì cari/e!

Oggi torno con una recensione che avrei dovuto pubblicare settimane fa, ma per una cosa e l’altra ho aspettato ma questo credo sia il momento giusto perché qualche giorno fa ho pubblicato un CitaTime su questo libro, e di solito quando pubblico un CitaTime è sempre su un libro che sto leggendo al momento o un libro letto tempo fa di cui a breve uscirà una recensione.

Questo è il secondo caso, forse vi avevo accennato qualcosa riguardo a questo titolo tempo fa ma non ricordo.

Comunque, finalmente parliamo un po’ di Neve di Maxence Fermine.

Iniziamo!

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Neve – Maxence Fermine

Casa Editrice: Bompiani

Genere: Narrativa Contemporanea

Pagine: 107

Prezzo di Copertina: € 11,00

Formato ebook non disponibile

Anno di Pubblicazione: 2001

Link all’Acquisto: QUI*

 

Trama

Giappone, fine Ottocento. Yuko, diciassettenne ribelle, lascia la famiglia per diventare poeta. Ma la sua poesia, dedicata interamente alla neve, è troppo bianca, e per imparare a darle colore Yuko deve seguire gli insegnamenti del vecchio poeta Saseki, ormai divenuto cieco. Saseki, attraverso il racconto della sua passione per Neve, una ragazza bellissima venuta dall’Europa e scomparsa mentre cercava di attraversare un precipizio sospesa su una fune, insegna a Yuko la forza e la potenza dell’amore. E con questo insegnamento Yuko diverrà non solo un grande poeta ma – cosa più importante – un essere umano capace di amore.

Portava con sé come unico bagaglio l’oro della fede nell’amore e nella poesia.

Recensione

Allora, inizio con il dire che di questo autore non avevo mai letto nulla, è un autore francese, e successivamente a “Neve” nel corso degli anni sono usciti altri due romanzi legati a questo, è una trilogia particolare perché i personaggi sono diversi, come l’ambientazione e la storia ma si chiama “la trilogia dei colori” e si può trovare anche in un unico volume che raccoglie i tre romanzi, qui.

Io ho letto solo “Neve” appunto ma leggendo le trame degli altri due volumi mi è sembrato di cogliere un punto in comune, ovvero la rivelazione nella vita dei personaggi di un qualcuno, o un qualcosa che sconvolge l’ordine di questa.

Parlando di “Neve” l’ho trovato un romanzo piacevole ma niente di sconvolgente.

Ho letto ottime recensioni e la lettura mi ha appassionata, è anche piuttosto breve e veloce come testo poi parleremo meglio dell’impostazione, ma dopo averlo terminato non ho avvertito nulla di consistente rimanere nella mia mente o girovagare tra i miei pensieri.

Anzi c’è una cosa che mi è rimasta ma non riguarda il libro in sé piuttosto, dato che ho acquistato questo libro mesi fa su Libraccio in una condizione usata, è una frase scritta a trattopen presumo all’interno.

Adoro acquistare e leggere libri usati segnati o scritti dentro perchè inizio a fantasticare su chi fosse il proprietario prima, a chi era indirizzata quella frase, qual’era il rapporto fra queste persone…

E’ una frase molto bella, “avrei dovuto farlo 2 anni fa, questo libro appartiene a entrambi, ma penso non servano altre parole”, è firmata ma per privacy nei confronti dell’autore non scriverò ovviamente il nome.

Questo è uno dei motivi per cui conserverò sempre questo libro, a meno che non venga contattata dall’autore della frase in questo caso sappi che sarà un piacere per me rispedirtelo.

Comunque parliamo dello stile in cui è scritto, mi ricorda l’haiku giapponese ma solo per la forma di alcuni capitoletti, a proposito questi sono molto brevi e lo stile di scrittura è pulito, lineare, molto poetico e a tratti romantico.

Ipotizzo l’autore abbia deciso di adottare una forma stile haiku data la professione del protagonista.

Quindi lo stile mi è piaciuto, fa sognare panorami freddi e innevati, sentimenti profondi e momenti decisivi della vita.

Il punto forte del libro credo sia proprio l’ambientazione e il titolo stesso, la neve, che incorona tutto, la neve da il nome ad un altro personaggio molto importante per il protagonista, la neve è la musa di di Yuko, il protagonista.

Non sembra si legge un libro inerente con il titolo di esso ma in questo caso all’interno si trova esattamente la neve, neve bianchissima, candida, che ricopre tutto, attutisce i rumori del mondo e decora tutto.

E i personaggi?

Mi sono piaciuti molto, sia il protagonista che quelli di contorno, sopratutto Soseki, l’anziano mentore del giovane poeta, e la sua storia.

Potrebbe sembrare raccontandola una storia già letta, nulla di originale, eppure l’ambiente in cui si svolge, i sogni del protagonista e la sequenza delle scene sono molto originali, tutto si concentra sull’amore e la poesia.

Non credo ci sia un modo semplice per scrivere dell’amore perché se lo si fa con troppo poco cuore si finisce per sembrare scontati, se lo si fa con troppo si rischia di sbordare dalla posizione di narratore e venire avvertiti come protagonisti più che scrittori.

In questo caso c’è un equilibrio ma a tratti ho avuto l’impressione di leggere qualcosa di già letto, quindi c’è una via di mezzo ma non capisco fino a che punto l’autore ha voluto trasmettere questo amore e descrivere questo sentimento.

La storia è ambientata nell’Ottocento ma ho sentito di essere in questo tempo solo in alcune scene.

La potenza delle immagini però e delle scene è davvero forte sopratutto se la neve vi evoca ricordi particolari magari, più che Yuko infatti a tratti mi sembrava che la protagonista fosse la neve.

Come scrivevo prima il racconto anche di Soseki, nella seconda parte del libro è potente, mi ha fatto riflettere anche, leggendo ciò che gli era accaduto, il suo legame con la poesia come questa possa mutare in seguito a varie esperienze e mai come in questo libro ho ritrovato questa “informazione”.

Lo consiglio anche a chi legge poesia o a chi scrive poesia perché questa professione non è raccontata solo come se fosse un lavoro ma uno stile di vita, un’essenza dell’anima.

Quindi ci sono tanti punti che ho apprezzato, è stata una lettura veloce ma intensa a tratti, non in toto ma ho ripensato a diverse frasi inserite all’interno anche dopo la lettura.

I miei problemi principali sono stati quelli di trovare ogni tanto qualche risoluzione o breve epilogo a scene precise non originalissimo, e a parte qualche frase il libro non mi è rimasto così impresso.

Voto: 

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Tre stelline e mezzo penso sia un voto giusto per me, secondo la mia opinione ovviamente ma sono molto curiosa di conoscere la vostra, avete mai letto questo libro? Sì? Vi è piaciuto? No? Perché?

Fatemi Sapere!

A domani!

Elisa

 

 

 

 

CitaTime

La neve è una poesia. Una poesia che cade dalle nuvole in fiocchi bianchi e leggeri. Questa poesia arriva dalle labbra del cielo, dalla mano di Dio. Ha un nome. Un nome di un candore smagliante. Neve.

Scrivere è avanzare parola dopo parola su un filo di bellezza, il filo di una poesia, di un’opera, di una storia adagiata su carta di seta. Scrivere è avanzare passo dopo passo, pagina dopo pagina, sul cammino del libro.

Maxence Fermine