#sonoindipendente – I Racconti Gotici di Lucia Braccalenti

Buongiorno, buongiorno carə!

Come state? Come sta andando questo gennaio freddo e rigido?

Lo so, lo so, volevo partire a bomba con questo 2026 e invece la bomba mi è scoppiata in mano.

Ho avuto problemi vari con il lavoro, ma ora spero di riuscire a tornare in pista dopo un mese in cui ho messo da parte tutto, letteralmente tutto per risolvere queste questioni lavorative.

Ma, bando alle ciance, oggi recensione e finalmente torniamo a parlare di un testo di un’autrice indipendente. Dico “finalmente” perché è passato un po’ di tempo dall’ultimo aggiornamento di questa rubrica, #sonoindipendente, in cui parliamo di autori indipendenti o pubblicati da case editrici indipendenti che mi contattano per la lettura dei loro testi, cosa che mi rende sempre molto felice.

Ovviamente devo sempre essere molto attirata dal testo che mi viene proposto e in questo caso come potevo non esserlo?

Stiamo parlando di una raccolta di quattro racconti decisamente intriganti soprattutto se amate il genere gotico con accenni fantasy e storici.

Parliamone.

I Racconti Gotici – Lucia Braccalenti

Casa Editrice: Autopubblicato

Genere: gotico, fantasy, storico

Prezzo di Copertina: € 10,00

No ebook

Anno di Pubblicazione: 2025

Link all’acquisto: QUI

Trama

I “Racconti Gotici” è una raccolta di racconti ambientati in varie epoche e accomunati dalla presenza di creature e tematiche sovrannaturali: la protagonista è sempre una donna forte che dovrà mettere alla prova se stessa. I racconti sono quattro: Miserere, La Morte Nera, La Strega di Cracovia e Roanoke.

Recensione

Allora, come dicevo ci troviamo davanti ad una raccolta di racconti legati sicuramente dallo stesso genere e da vibrazioni/sensazioni affini durante la lettura, ovviamente sono differenti e indipendenti fra loro ma leggendo la raccolta si avverte questo posizionamento scelto con precisione.

Stile, Ritmo e Atmosfera

Lo stile è di certo godibile, semplice ma adatto al genere perché in grado di sviluppare in modo convincente le vicende, la prosa è azzeccata. Ho notato qualche piccolo refuso nel testo e qualche ripetizione non necessaria, ma può assolutamente capitare soprattutto se si parla di un testo comunque autopubblicato, ripeto parliamo giusto di qualche refuso sparso.

Il ritmo generale dei racconti funziona bene, in alcuni abbiamo un ritmo più lento e in altri la narrazione tende ad essere più veloce, ma direi che il tutto è equilibrato, parleremo in maniera approfondita dei racconti a breve.

Le atmosfere generali poi sono in linea con il genere che fa da padrone alla raccolta, ovvero il gotico, abbiamo abbazie infestate, paesi disgraziati e distrutti dalla peste nell’Italia del 1300, castelli fatti di echi e misteri, isole con mostri e strani legami…insomma tutta la raccolta è ammantata da quest’aura di gotico, mistero, atmosfere pesanti, che io ho apprezzato moltissimo.

Miserere

Iniziamo a parlare nello specifico dei racconti, “Miserere” è il primo e si concentra sulla storia di questa contessa di nome Isabella, la donna va ospite dall’abate Edmondo nella sua abbazia e lì inizia a vedere e sentire figure spettrali e approfondendo questo mistero che aleggia tra le mura dell’abbazia, arriva a scoprire antichi segreti legati ad Edmondo e al luogo.

Mi è piaciuto molto il colpo di scena finale di questo racconto, c’è un bel plot twist e funziona decisamente bene. Penso che sia un racconto che sulla carta, a livello di trama, evoluzione e base funziona bene e ha dei buoni presupposti, a livello personale e di gradimento non rientra tra i miei favoriti della raccolta. Semplicemente non mi ha lasciato più di tanto.

La Morte Nera

Qui siamo nel 1348 nella Repubblica Marinara di Pisa, siamo al tempo della peste ed effettivamente nel paese dove vive la protagonista del racconto scoppia proprio una terribile epidemia di peste che inizia a portare la devastazione. In questo tempo tragico e complesso la gente del paese inizia a vedere una figura scheletrica in groppa ad un destriero e inizia a girare voce che quella sia proprio la morte…

Allora, ho gradito questo maggiormente rispetto al primo perché sono sempre intrigata anche dalle opere/racconti/romanzi ambientati ai tempi di grandi pandemie (peste nera, vaiolo, influenza spagnola ecc. ecc.), ma non solo, anche perché ho gradito il plot twist legato al vero volto di questa figura mascherata e del suo legame con Fiorenza, la protagonista.

In questo racconto mi è però mancata la costruzione della figura di Fiorenza, la sua villain origin story insomma, il come è arrivata a questa vita grama che conduce fin dall’inizio del racconto e che, giustamente, l’ha resa quasi indistruttibile a livello di resistenza fisica e mentale. Fiorenza è una ragazza distrutta dalla vita, è povera, ha subito violenza (sessuale, fisica e psicologica), viene umiliata, non considerata dai suoi concittadini e tutto perché è orfana e non ha praticamente nessuno, la sua famiglia è stata letteralmente falciata, la madre è morta dandola al mondo e il padre ormai anziano è spirato. Ho trovato questa costruzione debole e mi sono chiesta per tutto il racconto perché? Perché questa povera ragazza subisce violenze inenarrabili? La motivazione viene fornita, lei resta sola senza nulla, ma come dicevo ho trovato il tutto debole e non in grado di motivare al meglio la condizione della protagonista, avrei gradito maggiore costruzione per quanto riguarda questo aspetto.

La Strega di Cracovia

Parliamo del terzo racconto della raccolta, ci troviamo in Polonia nel XV secolo e una giovane nobildonna si prepara a diventare monaca e fa un voto, non desidera farsi vedere da nessuno senza il velo. La donna parte per l’abbazia ma si accorda con lo zio per essere ospitata da questo nel suo castello, che si trova appunto sulla strada per l’abbazia, sarà sua ospite per qualche giorno prima di entrare ufficialmente nella sua vita monacale. Qui però iniziano ad accadere cose strane, la ragazza si trova a dover approfondire ed indagare la morte di una strega, uccisa sul rogo anni prima e da questa i legami strani fra lei e lo zio Stanislaw.

Mi è piaciuto molto questo racconto, forse è il mio preferito della raccolta e leggendolo ho avvertito delle vibrazioni alla Dracula soprattutto per il castello e per il luogo che ci viene presentato. Non è un racconto perfetto per quanto mi riguarda, ma a livello personale è quello che mi è rimasto più impresso e di cui ho gradito la svolta.

C’è solo qualche punto dubbio che ho e riguarda il legame fra la protagonista e lo zio, non voglio rischiare di rivelare interamente il racconto per chi appunto vorrà leggersi la raccolta in santa pace senza i miei spoiler, ma dico solo che il legame fra i due diventa molto profondo e sento la mancanza del passaggio fra l’essere quasi sconosciuti all’avere questo rapporto profondo. Dopotutto Stanislaw non l’ha nemmeno mai vista in viso e nei giorni che passano assieme non ci sono particolari momenti di svolta o profondità che segnano un rapporto o l’evoluzione di un rapporto, quindi questi sentimenti che sbocciano secondo me meritano una maggiore elaborazione e approfondimento. Un altro punto che manca, o che ho sentito di meno rispetto agli altri racconti, è la mancanza dello “Show don’t tell”, qui le emozioni e i pensieri dei personaggi vengono presentanti in modo palese più che con azioni, dialoghi o dettagli vari.

Roanoke

Parliamo dell’ultimo racconto della raccolta, qui siamo in Jamaica nel XVII secolo e seguiamo Joanna, una ragazza inglese figlia di un capitano della Marina. Arrivata a Puerto Lindo la ragazza si rende conto che gli inglesi non sono minimamente benvoluti o apprezzati, ma che anzi trattano i nativi come degli schiavi, situazione di cui lei non era al corrente e che la disgusta. Joanna empatizza subito con i nativi e si schiera dalla loro parte cercando di aiutarli quando possibile. Ma a Puerto Lindo si nasconde una minaccia mortale, un mostro legato ai nativi e al suo amore fra lei e uno dei nativi.

Penso sia il racconto migliore a livello di vera e propria struttura, svolgimento e risoluzione. Inoltre è il racconto più lungo della raccolta. Mi ha ricordato quelle avventure di pirati o vicende in cui ci troviamo su isole affascinanti che si rivelano pericolose. Qui abbiamo anche la presenza di un Wendigo, creatura divenuta oramai famosa anche grazie a varie opere di successo tra cui Supernatural, Until Dawn, Black Mountain Side ecc. ecc. Insomma, ho gradito questo racconto e a mio vedere rappresenta una buona chiusura alla raccolta, funziona bene, magari anche qui si poteva approfondire qualche piccolo aspetto in particolare legato alle dinamiche dei rapporti fra i personaggi e personalmente avrei evitato lo spoiler nella trama scritta sul retro della copertina riguardo al destino del padre di Joanna, ma come dicevo è un buon racconto.

Conclusioni

Mi è piaciuta questa raccolta, in particolare credo che le atmosfere siano tra i punti forti, in ogni racconto mi sono sentita trasportata in quel luogo e in quel tempo, ho respirato l’aria del posto e questo è un punto assai positivo. Come scritto in precedenza ho trovato qualche refuso e qualche ripetizione evitabile, ad esempio la ripetizione nella stessa frase dello stesso verbo sostituibile magari con un verbo differente o una forma differente. Non è un errore, ma durante la lettura suona un poco ripetitivo. Alcuni racconti funzionano meglio di altri, ho apprezzato però le basi di storia e fantasia/folklore su cui poggiano racconti come “Roanoke” dove appunto compare la figura del wendigo oppure accenni storici come quelli presenti ne “La Morte Nera” riguardo alla peste e all’Italia del tempo. Ci sono buonissime basi sicuramente.

Voto:

Bene! Grazie mille a Lucia per questa lettura! E voi? Vi piace il genere gotico? Sì? No? Fatemi sapere!

A presto!

Le Tre Letture Top del 2025

Rieccoci! E dato che oggi è il 31, buon Capodanno e buon ultimo dell’anno!

Dunque, oggi top three letture del 2025, abbiamo parlato qualche giorno fa dei flop ed ora è arrivato il momento di concentrarci sui libri top, quelli che sono, nei testi che ho letto quest’anno, i tre migliori.

Per chiudere in bellezza un anno disastroso, oggi che è l’ultimo, ci concentriamo sulle cose positive, letture top che hanno rallegrato un anno buio, evviva!

Mi ritrovo a fare la stessa premessa, il 2025 è stato un anno povero e gramo anche a livello di letture quindi per quest’anno sono solo tre i libri top, ma come preannunciato il 2026 è alle porte e sì, dovrà essere un anno di ripresa, sì ci riprenderemo tutto quanto.

Bene, iniziamo, ovviamente andiamo dalla terza posizione alla prima, quindi dal “top meno top” al “top al 100%”.

Ci tengo a dire che anche qui la seconda e la terza posizione possono essere intercambiabili, anzi, è stato assai complesso per me scegliere un ordine definitivo, ma non per la prima posizione, quella è certa, la prima posizione è davvero la lettura migliore dell’anno.

One Dark Window – Rachel Gillig

Anno di Pubblicazione: 2024

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La città di Blunder è circondata da una nebbia che rende folle e infetto chiunque vi entri in contatto. Elspeth conosce bene quella magia, perché scorre nelle sue vene in quanto infetta. Ma la deve tenere nascosta, perché la magia è bandita, pena la morte. Nessuno deve sapere che è costretta a convivere con l’Incubo, un mostro, uno spirito antico intrappolato nella sua mente, che le parla e la protegge. Tutto cambia quando incontra un bandito nella foresta, un uomo affascinante e misterioso, ma che è anche a capo degli uomini più pericolosi della città. Elspeth viene così trascinata in un mondo di ombre e inganni, in cui il confine tra la ragazza e il mostro diventa sempre più labile…

Allora, ho scoperto questa dilogia casualmente guardando un video di una ragazza che seguo su Youtube (nonostante sia una dilogia piuttosto famosa), ero in un momento di fermo assoluto a livello di letture, forse verso fine agosto/inizio settembre e avevo la necessità di buttarmi su qualcosa di nuovo o fuori comunque dalla mia comfort zone. Non è che io non legga fantasy o dark fantasy per scelta, anzi sono generi che amo molto e che mi intrigano molto, poi se devo essere sincera io non guardo più di tanto ai generi, se un libro mi attira lo leggo e basta. Solo che generalmente mi spingo su altro, ma seguo anche il mio istinto e il mio desiderio di lettura del momento. Quindi leggere “One Dark Window” è stata un esperienza diversa, ma che ho apprezzato molto e che temo abbia aperto le porte ad un mondo nuovo per me, infatti ho iniziato a spulciare testi simili per quanto mi è piaciuto. Questo è il primo volume, ma ho già recuperato ovviamente il secondo che mi attende buono buono nella immensa pila di libri da leggere. Cosa mi è piaciuto di questo testo? Beh, l’atmosfera funziona benissimo, come anche la struttura vera e propria del testo e anche i personaggi, trovo infatti che Rachel Gillig abbia scritto un libro assolutamente ben orchestrato e ben fatto in generale a livello di esperienza per il lettore e opera completa. Seguiamo la protagonista che lotta per tutto il tempo con questo essere presente nel suo cervello mentre si ritrova all’interno di un gruppo assai interessante che mira ad un obbiettivo e che che ha bisogno di lei appunto, Elspeth, per raggiungerlo. Ci ritroviamo in un regno oscuro, abbiamo la magia che qui è vista come una malattia, un contagio, spuntiamo in questi scenari ammantati dalla nebbia, dal grigiore e dalla minaccia, è un regno duro governato da figure spietate. Come avrete capito da tempo io sono una fanatica delle atmosfere, e qui sono assolutamente ben costruite, castelli su alture, foreste inquietanti, luoghi misteriosi. Insomma, questo libro mi ha stupita, è iniziata come lettura speranzosa fuori dalla mia comfort zone e si chiusa come lettura molto apprezzata. Ne parleremo ovviamente meglio in una recensione approfondita.

Il Capro – Silvia Cassioli

Anno di Pubblicazione: 2022

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“Il capro” è il romanzo definitivo sul Mostro di Firenze: un’opera che scava nell’indicibile per riportare alla luce una scheggia di verità. Lo schema era fisso. Prima il maschio, poi la femmina. Prima la pistola, poi il coltello. Infine la firma: i colpi di una Beretta calibro 22 con la lettera H incisa sui bossoli. Una volta, e un’altra, e un’altra ancora. Otto delitti, sedici morti, diciassette anni di buio e angoscia. Per descrivere quell’orrore incomprensibile ed efferato, circoscritto in un’area della Toscana larga poche decine di chilometri quadrati, tra colline e oliveti, la cronaca conia un epiteto, poi ripreso nei servizi di tutto il mondo, nelle indagini e processi: il Mostro. Un’espressione che sarebbe diventata nel tempo uno dei nomi dell’oscuro. Partendo dalla gioventù di Pietro Pacciani e dei «compagni di merende», Silvia Cassioli insegue lungo gli anni settanta e ottanta il coro dissonante di voci che attraversano e circondano i delitti del Mostro, ripercorre i passi dei protagonisti e dei comprimari, delinea psicologie e fisionomie di vittime e sospettati, inquirenti e semplici osservatori. Il risultato è il ritratto di una provincia feroce e arcaica, lontana da qualsiasi idillio, specchio ribaltato della mistura di sessuofobia e bigottismo, gossip e psicosi collettiva che avvolgeva la nazione. Una narrazione intensa, che ci costringe a confrontarci con le contraddizioni e i fantasmi che abitano le nostre paure, perché, come forse ci siamo resi conto solo troppo tardi, «basta un nulla e di Mostri ne saltano fuori a decine».

“Il Capro” è una lettura piuttosto recente e parla della vicenda del “Mostro di Firenze”, diciamo che Silvia Cassioli in questo libro narra la vicenda dall’inizio alla fine, vi fa ripercorrere gli anni del Mostro, parlando degli omicidi ovviamente ma anche di come sono avanzate le indagini nel mentre e dei vari sospetti/dicerie di paese e non. Vi fa immergere in quegli anni e in quello che era il clima nelle campagne di Firenze, ma soprattutto vi fa comprendere il tipo di contesto sociale in cui ci troviamo che si deve considerare. Ora, questo libro non è etichettato come saggio perché non ha lo stile del saggio, Cassioli si basa e narra fatti reali ma lo stile di scrittura che adotta è molto particolare, ci sono pezzi in dialetto fiorentino, c’è questo black humor di fondo, la vicenda è raccontata con un piglio singolare. Sicuramente alcuni punti della vicenda non sono proprio approfonditi al 100%, ma non è la premessa o l’obbiettivo del libro, nel senso che questo non si prefigge di essere un manuale del Mostro livello avanzato, è un testo che può essere adatto se vi volete approcciare alla storia del Mostro di Firenze e volete avere una buona base di comprensione della vicenda in toto, ma se volete aggiungere un livello ulteriore di conoscenza ci sono anche altre letture da poter aggiungere a questa. Ci sono molti volumi di saggistica dedicati alla vicenda, questo diversamente dagli altri vi da tutte le nozioni base da conoscere e lo fa con uno stile piacevole, sembra quasi che Cassioli vi stia raccontando la vicenda mentre siete seduti al bar. Ovvio, ci sono situazioni in cui lo stile diventa un poco più saggistico soprattutto quando ci ritroviamo in un aula di tribunale, ma in generale Cassioli vi parla di sospetti, sospettati, branchie varie (molte branchie) che ha preso la vicenda, voci e altro in modo da non rendere la vicenda pesante o confusionaria nella lettura. Sicuramente approfondirò la vicenda con altre letture, di cui una già recuperata che mi attende, ma questa è stata una buona base per comprendere almeno il contesto, la sequenza di omicidi, le indagini (ci si concentra molto sulla diversa visione delle cose delle varie figure adibite alle indagini) e i sospetti.

Il Conte di Montecristo – Alexandre Dumas

Anno di Pubblicazione: 1846

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Ha centosettant’anni, ma non perde un colpo. Pubblicato a puntate fra l’agosto 1844 e il gennaio 1846 sul “Journal des Débats”, mentre Dumas lo stava ancora scrivendo (con l’aiuto di un ghost-writer, Auguste Maquet), senza sapere nemmeno lui come l’avrebbe concluso, e intanto metteva in cantiere altri due o tre romanzi, “Il conte di Montecristo” ha lasciato, e lascia tuttora, col fiato sospeso folle di lettori di ogni estrazione sociale e di ogni paese. Nessun romanzo, forse, ha avuto tante edizioni (settantasei solo in Italia, già dal 1846), tanti adattamenti cinematografici (il primo nel 1922) e televisivi; è diventato un musical, un fumetto con Paperino, è stato immortalato sulle figurine Liebig e condensato nelle strisce della Magnesia San Pellegrino; oggi ispira la serie americana “Revenge”. Tutti quindi possono dire di conoscerne almeno a grandi linee la trama e il protagonista, anche chi non lo ha mai letto. Ma non c’è trasposizione, necessariamente lacunosa, data la mole del romanzo, che valga il godimento di aprirlo e rimanere intrappolati senza scampo nel suo inesorabile ingranaggio narrativo, che funziona sempre anche se si sa già come andrà a finire la vicenda. I suoi stessi difetti, le ripetizioni, le digressioni, le zeppe, sono funzionali al piacere della lettura.

Chi poteva essere se non lui? Eh lo so. Questa è stata la mia prima lettura del 2025, ovviamente ci ho messo qualche settimana a terminarlo, l’edizione che vedete sopra è quella in mio possesso che ho letto, ma è fuori catalogo al momento quindi ho inserito nel link quella Einaudi. Che dire sul “Conte di Montecristo”? Beh, è un anno che io continuo a pensare a questo libro nonostante lo abbia terminato a febbraio, non ho mai smesso di pensarci ed è stato difficile leggere altro o apprezzare altro nei primi tempi dopo la lettura, sicuramente è diventato uno dei miei testi preferiti nel mio personale Olimpo dei libri top. Anche di questo ovviamente ne parleremo in una recensione approfondita perché c’è molto da dire, l’ho letto anche nel periodo in cui c’era la conte-di-Montecristo-mania ovvero quando è uscita la serie su Rai1 con Sam Claflin e quel film su Mediaset con Pierre Niney che a mio vedere è un’esperienza pre-morte. Non faccio la puritana del romanzo originale, ma obbiettivamente il film non mi è piaciuto, fotografia assolutamente riuscita, attori ok, scenografia buona, ma farmi sembrare Edmond una specie di eremita disadattato e psicopatico anche no o una specie di gangster ottocentesco che arriva nel suo enorme castello con il mantello nero e i cani minacciosi parcheggiati in salotto. Hanno tagliato eccessivamente una vicenda complessa che meritava più tempo e costruzione. Ho letto una critica riguardo al fatto che se il film non avesse a che fare con il conte di Montecristo non sarebbe male e sono d’accordo. Comunque, serie e film a parte, questo è un romanzone sia a livello di mole che a livello di personaggi, tematiche, eventi, collegamenti, legami… è proprio quel classico libro in cui ti immergi e quando ne esci ti sembra di essere tornato dopo un mese in un altro Paese. C’è di tutto qui dentro, vendetta, amore, dolore, libertà, tempo perduto, tutto. Mi voglio immergere per bene nel discorso nella recensione dedicata, vi basti sapere che questo testo è epico, spettacolare, incredibile e indimenticabile direi.

E voi? Quali sono le vostre letture top dell’anno? Fatemi sapere!

Siamo giunti all’ultimo giorno del 2025 (finalmente), e non posso che farvi i miei sinceri auguri per un meraviglioso primo passo nel 2026.

Noi ci leggiamo prestissimo, giuro, perché dobbiamo ancora parlare degli obbiettivi del 2026 e recap 2025, recensioni, cose del 2025…ne abbiamo di cui parlare!

A presto cari/e!

Le Tre Letture Flop del 2025

Ci siamo, eccoci! Buon Santo Stefano, buone feste e buon Natale in ritardo ovviamente!

Eccoci alle letture flop dell’anno (come sempre tra poco uscirà anche l’articolo delle letture top), ma oggi concentriamoci su quelle che sono state le tre letture, ahimé, più deludenti del 2025.

Stiamo arrivando alla fine dell’anno e come è tradizione ci aspettano vari articoli, quello dei top appunto, quello degli obbiettivi di lettura del 2026 e recap del 2025, e recensioni a gogò.

Sono soltanto tre quest’anno i flop perché penso che il 2025 sia stato uno degli anni più problematici e traumatici per me, di sempre, e anche le mie letture ne hanno risentito parecchio, dato che non ho minimamente rispettato quello che era l’obbiettivo di lettura e mi ritrovo alla fine con poche letture in mano.

Ma va bene lo stesso, è andata così e ora gettiamo quest’anno nel fuoco dell’inferno con molto piacere e guardiamo al futuro, e ad un 2026 pieno di letture.

Parleremo meglio ovviamente di questo 2025 nell’articolo dedicato al recap dell’anno e agli obbiettivi per il 2026.

Come sempre ci tengo a sottolineare che inserendo determinati libri in questa lista non voglio sottolineare il mio odio nei loro confronti o aprire una petizione per bandirli dal commercio, voglio solo dire che personalmente non ho gradito più di tanto queste letture, per una serie di motivi, non ho nulla contro questi testi e se a voi sono piaciuti vi prego di non offendervi per questi inserimenti.

Come sempre partiremo dall’ultima posizione, la terza, quindi in teoria il “meno-flop” fra i flop per poi arrivare alla prima posizione che incarna il flop totale. Devo anche dire che quest’anno la prima e la seconda posizione sono intercambiabili, nel senso che non ho gradito entrambi nello stesso modo.

L’Erede – Camilla Sten

Anno di Pubblicazione: 2025

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Eleanor convive con la prosopagnosia, l’incapacità di riconoscere i volti delle persone. Un disturbo che causa stress, ansia acuta, e può farti dubitare di ciò che pensi di sapere. Una sera la ragazza si reca a casa della nonna Vivianne per la consueta cena domenicale. Ad accoglierla sull’uscio non trova però la nonna, ma una persona cui non riesce a dare un nome, che scappa via per le scale. Dentro casa, la nonna è distesa sul tappeto accanto a un paio di forbici con le lame spalancate. Nella stanza, odore di ferro e carne. La nonna, quella nonna che l’ha cresciuta come una madre, è stata uccisa. Passano i giorni, e l’orrore di essersi avvicinata così tanto a un assassino – e di non sapere se tornerà – inizia a prendere il sopravvento su Eleanor, ostacolando la sua percezione della realtà. Finché non arriva la telefonata di un avvocato: Vivianne le ha lasciato in eredità una tenuta imponente nascosta tra i boschi svedesi. È la casa in cui suo nonno è morto all’improvviso; un posto remoto, che da oltre cinquant’anni custodisce un passato oscuro. Eleanor, il mite fidanzato Sebastian, la sfrontata zia Veronika e l’avvocato vi si recano in cerca di risposte. Tuttavia, man mano che si avvicinano alla scoperta della verità, inizieranno a desiderare di non aver mai disturbato la quiete di quel luogo. Chi era davvero Vivianne? Quali segreti si è portata nella tomba?

Ho deciso di inserire questo testo nella lista dei flop perché la considero una lettura piuttosto sciapa, deludente direi. Nella top del 2024 ho inserito “Il Villaggio Perduto” della Sten e ora nel 2025 inserisco “L’Erede” nei flop, mi rendo conto del plot twist. Rispetto al suo testo precedente qui l’autrice non ha reso al meglio, a mio vedere, le atmosfere e tutto ciò che viene costruito attorno al mistero principale, il testo risulta a tratti diluito, in alcuni frangenti mi sono ritrovata ad avere poco interesse nella storia, i personaggi (a parte qualche rara eccezione) non risultano caratterizzati al meglio. Abbiamo la protagonista buona ma sprovveduta, la zia a prima vista cattiva, la madre della protagonista dura e rigida con un mistero… manca qualcosa nei personaggi. Voglio essere chiara, non è di certo il testo peggiore che io abbia mai letto a livello di caratterizzazione dei personaggi, assolutamente, ma alla fine risultano tutti un po’ delle pedine che vengono smosse in determinate direzioni per arrivare a determinati obbiettivi. Inoltre l’atmosfera non è così accattivante e ben costruita come ne “Il Villaggio Perduto”, che è un libro con vari difetti certamente, ma tra questi non c’è l’atmosfera che è forse il punto forte. Qui la Sten ha perso un poco di mordente, sono presenti comunque forzature o difetti come nel testo precedente, ma qui manca anche il lato forte legato all’atmosfera e alla vicenda che secondo me si perde un poco. Si può inoltre arrivare al nucleo del mistero prima del “reveal” finale, si capisce in che direzione vuole andare l’autrice e mi aspettavo forse qualcosa di più sorprendente o originale. Non è assolutamente il thriller peggiore che io abbia mai letto, è finito qui perché è stata una delle letture più deludenti di un anno povero e deludente, ma è un thriller nella media, senza particolari scintille, sciapo appunto.

Jesus’ Son – Denis Johnson

Anno di Pubblicazione: 1992

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Immaginate un tizio al bancone di un bar che, reso ciarliero dal drink che ha in mano, attacca bottone e prende a raccontare di «quella volta che…» Magari perde il filo, magari fa confusione, magari apre mille parentesi, ma le sue parole caotiche hanno il sapore della verità. Jesus’ Son è cosí: undici racconti che non sono davvero racconti, un romanzo che non è davvero un romanzo, ma la candida confessione inconsapevole di uno che ha, come si suol dire, perso la retta via. Il protagonista delle storie di questo puzzle dai tanti pezzi mancanti è un ragazzo con una dipendenza da alcol e droga che trascorre le giornate bighellonando e arrabattandosi in modo piú o meno legale per rimediare i soldi con cui sballarsi. Di fronte al bisogno, i concetti di giusto e sbagliato, di bene e male, passano in secondo piano. Può rubare, spacciare e tradire, ma conserva una sensibilità che gli fa provare riconoscenza per il gesto di generosità disinteressata di una barista o gli fa cogliere la straziante solitudine di due anziani ricoverati in ospedale. Il mondo in cui si muovono questi personaggi balordi sembrerebbe, ed è, un mondo grigio di rapporti disastrati e problemi destinati a ripresentarsi non appena la coscienza si risveglia. Eppure, oltre la spessa cortina di nebbia si intravede la strada per una vita diversa. La salvezza nell’altro è una chimera, ma è bello illudersi, almeno per un po’, in compagnia di qualcuno che ci faccia sentire meno sbagliati. Rifacendosi in parte alla sua esperienza personale, tra momenti lirici e scene irresistibilmente divertenti, Denis Johnson tratteggia il sottosuolo di un’America senza gloria, brulicante di storie che meritano di essere raccontate. E riesce a farci ridere di cuore delle nostre assurde, indispensabili, fragilità.

No. Io vi devo dire la verità, non ricordo nulla di questo libro per quanto si è cancellato nel mio cervello. Non mi era mai capitato di non ricordare nulla, ma proprio nulla di un libro, perché di solito anche quando un testo non mi piace qualche scena o dettaglio lo ricordo, la trama o i personaggi, mi resta sempre qualcosa. Questa è l’unica volta in cui ho tabula rasa nel cervello, ho in mente solo il titolo e nient’altro, non mi era mai successo. Ricordo ovviamente di non averlo gradito appena finito. So che è un testo piuttosto amato da cui è stato tratto anche un film divenuto famoso nel 2000, ma io non sono andata d’accordo con questo libro. È una raccolta di racconti certamente feroci e privi di fronzoli, certamente confusi e sparsi, direi soprattutto ripetitivi, li ho trovati tutti somiglianti l’uno all’altro in particolare a livello di tematiche. Lo stile non ha particolari vanti a mio vedere, i racconti si mischiano fino a diventare un lungo miscuglio. Bisogna dire anche che i racconti in questione sembrano narrati dalla stessa voce narrante, si presentano come divisi ma in realtà si intuisce che c’è una specie di filo rosso che li lega, ma si perde ad un certo punto questo legame, c’è ma non sembra contare più di tanto. Personalmente non salverei nulla di questa lettura, non mi è rimasto niente, so che molte persone lo hanno gradito, ho letto pareri assai positivi, non saprei dire se in primis io non sono riuscita ad entrare in questo libro per qualche motivo, magari non ero in linea con lo stile o la visione di Johnson, magari semplicemente per me non ha funzionato qualcosa. Non è un problema di certo di tematica perché ho letto, e sono interessata, a testi che si focalizzano sul lato grezzo, duro, aspro della vita. Insomma, infilo qui questa lettura che è di certo una delle più deludenti e vacue di quest’anno, potrei riprovare in futuro con Johnson magari perché il suo “Albero di Fumo” mi ha sempre attratta molto.

L’Apicoltore – Maxence Fermine

Anno di Pubblicazione: 2000

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Il giovane Aurélien Rochefer, vive in un paesino del sud della Francia alla fine dell’Ottocento, vuole realizzare il suo sogno, fare l’apicoltore. Gli alveari che costruisce vengono incendiati da un fulmine, mentre una mistriosa femmina nera che gli appare in sogno lo invita a raggiungerlo. Aurélien si imbarca per l’Africa, dove passerà di avventura in avventura, tra re ricchi e avidi, mercanti spietati e una Regina delle Api che gli farà un magico dono. Solo al ritorno a casa, egli troverà la forza di dedicarsi a una ciclopica impresa e saprà scoprire dentro di sé un puro amore per l’unica donna che lo ha sempre aspettato.

Ho finalmente completato la trilogia dei colori di Fermine che mi porto dietro da anni. Resta una trilogia piuttosto “sciolta” nel senso che ogni volume è a sé quindi non è obbligatorio andare per forza in ordine, potete leggere anche solo un volume e basta, io l’ho voluta completare per desiderio di completezza, ma questo ultimo terzo volume mi ha delusa parecchio. È di certo il meno riuscito fra i tre, rispetto a “Neve” e al “Violino Nero” qui manca proprio la base secondo me. Ci tengo anche a dire che non credo di essere la lettrice giusta per Fermine, il suo stile è generalmente godibile, ma i suoi giri pindarici, una narrazione sempre eccessivamente poetica a tutti i costi e questo idealismo a volte spicciolo di base non mi rendono la lettura facile, ma anzi fastidiosa a tratti. Ripeto, ho gradito “Neve” e il “Violino Nero” anche perché ho avvertito meno in questi testi tutte le caratteristiche citate prima. Avevo tentato tempo fa di leggere “Il Palazzo delle Ombre” ma l’ho dovuto abbandonare dopo una cinquantina di pagine, non era fattibile per me. Ma va bene, ehi, la vita di una lettrice/lettore è anche questo no? Affinare i propri gusti e rendersi conto che certi autori non fanno per noi, magari per problemi di stile, modi di affrontare la narrazione, tono adottato nella scrittura ecc. ecc. Comunque dopo questa rivelazione parlando un poco dell’Apicoltore e dei motivi che mi hanno spinta ad inserirlo nei flop direi che qui i problemi sono vari. La narrazione è troppo confusa a mio vedere, seguiamo questo ragazzo appassionato di api che prima diventa apicoltore, poi a causa di un sogno parte per un viaggio, si imbatte in una figura misteriosa, ritrova le api, ma è costretto a tornare indietro perché tutto ciò che ha conosciuto in questo viaggio lontano da casa evapora. Torna quindi a casa e riparte con il progetto api, ma accadono altri eventi che lo obbligano a cambiare direzione. Il testo è tutto così, un susseguirsi di cose che lui fa di cui non si conosce la ragione (e anche se viene fornita è sempre vaporosa/inconsistente), questo ragazzo viene spinto dal vento nella vita e la spiegazione che viene fornita dall’autore per motivare i suoi gesti è sempre legata al sogno o all’istinto. C’è anche una storia d’amore presente in questo volume, anzi due, una che parla di un amore atteso e l’altra di un amore non corrisposto. La prima è gestita malamente dall’autore a mio vedere, il protagonista conosce questa ragazza nel suo paese e lei lo aspetta per anni, ma quando torna lui è innamorato delle figura misteriosa di cui abbiamo parlato prima, il problema è che la storia si risolve a “pizza e fichi” perché l’autore non sapeva palesemente come chiudere il cerchio. Ho trovato questo libro inconsistente, non ha radici solide, è tutto un unico mix di eventi, malamente motivati (se motivati), un turbinio di cose/luoghi/azioni che risultano fiacche. Ecco, questo testo è fiacco, senza particolare mordente, i personaggi non attaccano, come neanche la trama.

Bene! E voi? Quali sono state le vostre letture flop del 2025? Mmmm? Fatemi sapere!

Ci leggiamo prestissimo!

Il Cielo è dei Violenti – Flannery O’Connor

Buongiorno!

Come va? Come state? Come state affrontando questa fine di ottobre? E questo 31 del mese halloweenesco?

Oggi si torna con una nuova recensione, parliamo di un testo di cui (come al solito) desidero parlarvi da mesi, ovvero “Il Cielo è dei Violenti” di Flannery O’Connor.

Sono molto intrigata dalla O’Connor e ammetto di provare nei suoi confronti un senso generale di curiosità e ammirazione, questa è stata la mia prima lettura dell’autrice e devo dire che mi sono ritrovata davanti un libro molto diverso dalla aspettative.

Comunque, parliamone!

Il Cielo è dei Violenti – Flannery O’Connor

Casa editrice: Minimum Fax

Genere: narrativa contemporanea

Prezzo di Copertina: € 15,00

Prezzo ebook: € 8,99

Prima Pubblicazione (USA): 1960

Link all’acquisto: QUI

Incipit

Lo zio di Francis Marion Tarwater era morto da appena mezza giornata quando il ragazzo si ubriacò troppo per finire di sca- vargli la fossa, e così toccò a un negro di nome Buford Munson, che era venuto a farsi riempire una brocca, completare l’opera, trascinando il cadavere dal tavolo della colazione dov’era ancora seduto per dargli una degna e cristiana sepoltura, piantando le insegne del Salvatore in testa alla tomba e ricoprendola di una quantità di terra sufficiente a evitare che i cani lo disseppellissero. Buford era arrivato pressappoco a mezzogiorno e quando se ne andò, al tramonto, il ragazzo, Tarwater, non era ancora tornato dalla distilleria.

Trama

Francis Marion Tarwater è stato costretto a crescere fin dall’età di quattro anni con il prozio Mason, un fanatico religioso che vive come un eremita nei boschi, è convinto di essere un profeta e ha sottratto il bambino al nipote Ryber, un maestro elementare che vive seguendo i dettami della ragione e della scienza. Quando Mason muore, Francis, ormai quattordicenne, torna a casa di Ryber, ma con una missione da compiere. Deve battezzare a ogni costo Bishop, il figlio del maestro, che a detta del prozio è nato «deficiente» per grazia divina. Comincia così una guerra senza esclusione di colpi, nella quale Ryber cerca in ogni modo di riportare Francis alla ragione e alla «normalità», mentre nella mente del ragazzo continuano a risuonare gli insegnamenti di Mason, e il richiamo di una fede tanto brutale quanto potente e liberatoria. Riproposto da minimum fax in una nuova traduzione a sessant’anni dalla sua pubblicazione, nel 1960, Il cielo è dei violenti è considerato una pietra miliare della letteratura americana: un esempio della sensibilità gotica e della potenza satirica che convergono nell’opera di Flannery O’Connor.

Recensione

Flannery O’Connor fu la principale esponente del genere gotico sudista, nelle sue opere si avverte l’impatto della sua forte fede cattolica.

Tra le sue opere più famose ci sono “Il Cielo è dei Violenti” appunto e “La Saggezza nel Sangue”, ma anche i suoi racconti e diari.

Trama, ritmo e atmosfera

È difficile parlare di un testo come “Il Cielo è dei Violenti”. Il primo punto che vorrei sottolineare è quello riguardante il fatto che secondo me (e per me, per la mia personale esperienza di lettura) non è stato per la prima parte un testo semplice da leggere. Forse mi ero fatta idee sbagliate sullo stile dell’autrice o forse pensavo mi sarei trovata davanti ad un testo con un piglio diverso, sta di fatto che la prima parte è stata un poco complessa. Non ho trovato lo stile dell’autrice particolarmente scorrevole e non lo dico in modo negativo. Lo stile della O’Connor non scorre a mio vedere in modo fluido ma ci si abitua al suo stile appunto dopo la prima parte, e risulta certamente più digeribile. Non è uno stile negativo o impossibile, solo più arzigogolato rispetto alle aspettative e sicuramente crudo e violento.

Alla fine posso dire di aver apprezzato la voce della O’Connor nonostante la difficoltà iniziale, ha un stile certamente riconoscibile.

Devo dire inoltre che io ho letto il libro in italiano (edizione Minimum Fax) non saprei dire riguardo allo stile originale della O’Connor togliendo la traduzione.

Il ritmo del testo è nella norma, non è un libro con picchi veloci o lenti, segue un buon ritmo, una buona narrazione. Seguiamo il protagonista che si interfaccia a varie situazioni in un crescendo di eventi.

Parlando infine delle atmosfere, abbiamo di certo vari contesti, da quello urbano in cui si ritrova catapultato il protagonista a quello più rurale in cui è cresciuto. Le atmosfere generali sono (come per il ritmo) un crescendo, nel senso che seguiamo Francis nella sua missione di battezzare Bishop, il figlio di Ryber per seguire quelli che sono stati gli insegnamenti di Mason, il prozio morto e fanatico religioso. Francis continua quindi con le sue convinzioni e missioni e lo farà fino a portare il tutto al crescendo finale appunto.

Il testo ha di certo atmosfere che non definirei leggere, si avverte sempre un sottofondo amaro, seguiamo questo ragazzino quattordicenne diviso fra la fede e la ragione, fra la razionalità e quella che è stata la sua vita fino a quel momento con il prozio morto. Si avverte il senso di confusione e perdita di Francis che sembra non saper dove andare nel mondo che lo circonda.

Temi

Il libro affronta varie tematiche, il conflitto fra la religione e la ragione, la violenza, la dannazione, ovviamente la crescita del protagonista in questo momento delicato e la perdita.

Perdita non tanto del prozio morto Mason, ma più degli insegnamenti conficcati a forza in Francis per anni, la perdita nel vedere questo ragazzino seguire dogmi che lo portano a determinati atti o scelte e da cui non riesce a distaccarsi.

Dobbiamo anche dire che la violenza è uno dei temi appunto del romanzo, simbolo di rinascita e salvezza ispirato a uno dei versetti del Vangelo.

Penso anche che questo sia un testo complesso da analizzare o interpretare, ognuno tende a dare la propria lettura anche in base alle proprie esperienze e idee forse sulla religione essendo questo un testo fortemente intriso di religione, non dimenticando appunto che la O’Connor era molto credente.

A parte il discorso religione comunque è un testo da cui si possono estrapolare mille e più interpretazioni non solo sulla religione ovviamente, si è portati a riflettere prima di tutto sul come si vive quando si seguono dogmi e dottrine così fortemente inculcate per anni da altri soprattutto in giovane età.

Il fatto che questo ragazzino, Francis, non riesca in nessuno modo a togliersi dalla testa la voce del prozio morto e i suoi insegnamenti nonostante la fatica compiuta dall’altro prozio Ryber, un insegnante elementare nipote del vecchio Mason è ciò che a mio vedere evoca questo senso di smarrimento e solitudine in Francis.

«Corrompeva ogni cosa che toccava», disse il maestro. «Ha vissuto una vita lunga e inutile ed è stato profondamente ingiusto con te. È un bene che sia morto, finalmente. Avresti potuto avere tutto e non hai avuto niente. Ora si cambia vita. Ora starai con qualcuno che saprà aiutarti e capirti». Aveva gli occhi lucenti di felicità. «Non è troppo tardi per fare di te un uomo!»
Il viso del ragazzo si incupì. La sua espressione diventò impenetrabile fino a trasformarsi in una fortezza eretta a protezione dei suoi pensieri; ma il maestro non notò alcun cambiamento. Guardò attraverso il ragazzo insignificante che aveva di fronte e vide ben chiaro nella sua mente, fin nei dettagli, quello che sarebbe diventato.

Flannery O’Connor per prima non amava molto coloro che criticavano o davano interpretazioni eccessive al testo, ad esempio scrisse questo ad un professore di inglese: “Un eccesso di interpretazione è senz’altro peggio che un difetto, e laddove manca la sensibilità per il racconto, non sarà certo la teoria a rimpiazzarla.”

A coloro che tendevano ad analizzare troppo o sostare eccessivamente sui suoi testi sentendo di non averli capiti diceva che lei sarebbe stata più contenta nel vederli leggere divertendosi e basta, senza farne ogni volta un problema, come scrisse ad una studentessa.

Francis

Francis è un protagonista dolceamaro, è normale dispiacersi per lui, un ragazzino cresciuto in questo modo rigido che non conosce una vita libera da determinati ragionamenti o ossessioni. Conosce Bishop, figlio down del prozio Ryber che sviluppa un attaccamento nei suoi confronti ma che lui in realtà vuole battezzare sempre secondo le credenze di Mason e lo farà alla fine, ma il tutto accadrà in modo tragico e amaro. Francis tornerà poi nel luogo che conosce e a cui ha dato fuoco.

“Il Cielo è dei Violenti” oltre alle battaglie che ritrae, bene e male, religione e scienza, violenza e non violenza è anche un testo sulla profonda solitudine dei personaggi presenti, soprattutto di Francis e Ryber, uomo che prova in tutti i modi a riportare Francis alla realtà ma che fallisce.

È un romanzo cupo, che mostra la disfatta di un uomo e di un ragazzino perso.

Conclusioni

Questo libro ha avuto un impatto su di me con il tempo, nei primi giorni dopo la lettura ho riflettuto parecchio anche perché il testo come dicevamo lascia spazio a molte riflessioni.

Non lo definirei un testo semplice ma forse come ha scritto anche l’autrice la via migliore per approcciarsi è leggerlo e basta senza riempirsi di riflessioni, analisi eccessive o altro, solo gustarsi la lettura.

Voto:

E voi? Avete letto “Il Cielo è dei Violenti”? Sì? No? Fatemi sapere!

A presto!

Il Villaggio Perduto – Camilla Sten

Eccoci qui!

Rieccomi! Come state? Come sono andate le ferie? Vi siete rilassati? Spero di sì!

Dunque, andiamo avanti con la catasta di recensioni che dobbiamo recuperare di libri di cui ancora vi devo parlare, ebbene sì, ho anche qualche in mente qualche idea per nuove e succose rubriche ma prima di tuffarci in queste vorrei almeno affrontare qualche recensione che attende da ormai troppo tempo.

Oggi parliamo de “Il Villaggio Perduto” di Camilla Sten, lettura del 2024 per me, testo di cui forse vi ho già accennato qualcosa qua e là.

Direi di non dilungarci, iniziamo!

Il Villaggio Perduto – Camilla Sten

Casa editrice: Fazi

Genere: thriller, suspance, thriller psicologico

Prezzo di Copertina: € 19,50

Prezzo ebook: € 9,99

Prima Pubblicazione (ITA): 2024

Link all’acquisto: QUI

Incipit

“Era un pomeriggio di agosto talmente soffocante che nepриre l’aria che entrava dai finestrini abbassati riusciva a mitigare la calura dentro l’abitacolo. Albin si era tolto il berretto e lasciava penzolare il braccio all’esterno, attento a non sfiorare con la mano la carrozzeria bollente. «Quanto manca?», tornò a chiedere a Gustaf. Gustaf gli rispose con un grugnito. Albin lo interpretò come un invito a consultare la mappa, se ci teneva tanto a saperlo. L’aveva già fatto. Non era mai stato nella cittadina verso cui erano diretti, troppo piccola per ospitare un ospedale e perfino una stazione di polizia. Era poco più grande di un villaggio. Silvertjärn.

Trama

Alice Lindstedt è una giovane regista di documentari costretta a barcamenarsi con la precarietà. C’è una storia, nascosta da qualche parte nelle crepe del passato, che la ossessiona da sempre. Nell’estate del 1959 il piccolo villaggio minerario di Silvertjärn è stato teatro di un evento inspiegabile: i suoi novecento abitanti sono svaniti nel nulla, lasciandosi dietro soltanto una città fantasma, il cadavere di una donna lapidata nella piazza del paese e una neonata di pochi giorni abbandonata sui banchi della scuola. Nonostante le indagini e le perlustrazioni a tappeto della polizia, non si è mai trovata alcuna traccia dei residenti, né alcun indizio sul loro destino. La nonna di Alice viveva nel villaggio, e tutta la sua famiglia è scomparsa insieme a loro. Le domande senza risposta sono troppe, e Alice decide di realizzare un documentario per ricostruire ciò che è realmente accaduto. Insieme a una troupe di amici si reca sul posto per i primi sopralluoghi: ben presto capiranno che non sarà così facile tornare indietro.

Recensione

Camilla Stan è nata in Svezia nel 1992 è la figlia della famosa scrittrice di gialli Viveca Sten. Ha scritto libri per ragazzi esordendo nella narrativa per adulti proprio con “Il Villaggio Perduto” nel 2024. Nel 2025 è uscito anche “L’erede” altro testo di genere thriller.

Stile, Ritmo e Atmosfera

Dunque, lo stile di Camilla Stan è piuttosto godibile, direi assolutamente in linea con il genere a cui appartiene il libro. Riesce a creare questo clima generale di ansia e apprensione che funziona molto bene in un testo thriller che ti deve spingere avanti pagina dopo pagina. Non è ne troppo semplice nella scelta dei termini ne troppo aulico e complesso, c’è un buon mix, scorre bene e come dicevo, funziona.

Anche il ritmo è buono, non sempre lineare nel senso che è uno di quei testi in cui c’è un roller coaster di scene e rivelazioni/movimenti soprattutto nella parte finale in cui si salta un poco in giro su varie rivelazioni e dinamiche/scene. Ho apprezzato questo fattore che contribuisce a mio vedere a rendere il testo sempre attivo e entusiasmante per il lettore. Ovviamente ci sono momenti anche lenti, o meglio, in cui certe rivelazioni e collegamenti arrivano lentamente. È un sali-scendi a livello ritmico.

Le atmosfere secondo me sono il punto forte, l’aspetto più coinvolgente del testo. Anche perché siamo in un villaggio abbandonato, molte scene del libro si svolgono in una chiesa che sembra quasi maledetta e oscura, giriamo nelle abitazioni e nei luoghi lasciati a loro stessi e aleggia sempre questa nebbia di oscurità mista a mistero perché non sappiamo (come i personaggi) cosa è davvero accaduto in questo luogo.

Sappiamo solo che anni prima è stato esplorato questo villaggio in cui è stata trovata solo una donna lapidata nella piazza del paese e una neonata abbandonata, e basta. Nessuna traccia delle altre persone scomparse, nessun segno.

Quindi sono molto forti le vibes misteriose e oscure come dicevamo, anche perché ovviamente andando avanti con la lettura inizieranno ad emergere rivelazioni e punti ambigui della vita in questo villaggio poco prima della sparizione dei suoi abitanti.

Finale e Rivelazione

Ovviamente non parleremo nel dettaglio del finale, vorrei evitare spoiler anche se a volte non riesco a controllarmi e qualcosa mi sfugge. Ma perché dedico una sezione di questa recensione al finale e alla rivelazione? Perché è forse uno dei pochi punti che non mi hanno convinta del tutto, so che è stato criticato il finale e la risoluzione del mistero. Io ho apprezzato comunque la rivelazione, certo forse ci si poteva arrivare e mi rendo conto che non sia un colpo di scena di quelli che ti fanno ripensare alla tua intera esistenza, ma è coerente con la trama e con gli indizi che vengono presentati e per certi versi può stare in piedi, magari scricchiolando un pochino, ma può funzionare.

Ci sono però alcune scene nel finale che hanno fatto storcere il naso ad alcuni lettori di questo testo e anche a me, nonostante mi sia indubbiamente piaciuto e nonostante io senta di poter passare sopra a queste piccole “incongruenze/dinamiche un poco forzate”, sono comunque presenti e hanno a che fare con il fatto che alla fine quando il tutto viene rivelato scopriamo il volto dietro a certi atti e questa persona compie azioni non del tutto coerenti con alcune sue caratteristiche. Non posso dire altro senza fare spoiler, ma alcune scene pensando alle dinamiche sono forse un poco forzate

I personaggi e l’atmosfera

A mio avviso l’utilizzo di un luogo simile con una storia simile come scenario di un libro funziona a meraviglia, non si sbaglia con un luogo abbandonato, avrà sempre quel fascino decadente e tetro che piace, ed è come dicevo uno dei punti forti perché oltre al luogo capiamo presto che in questo villaggio sembra muoversi una (o più) presenza oscura, accadono fatti che hanno del paranormale e infatti fino ad un certo punto del volume si può anche vagliare questa opzione. Quindi sappiamo che i personaggi sono soli, isolati, in un luogo strano e cupo in cui si muove un qualcosa di sconosciuto.

Inoltre alcuni personaggi hanno un rapporto teso, dinamiche interne problematiche e questo accresce il livello di tensione. Abbiamo un gruppo di amici che si reca appunto in questo luogo per girare un documentario, il problema è che piano piano la situazione inizia a peggiorare, per problematiche varie e il gruppo si ritrova appunto isolato.

I personaggio a mio vedere sono ben costruiti, abbiamo chiare le loro dinamiche e sono figure che è facile seguire con interesse, non sono quelle macchiette di cui non ci importa nulla insomma.

Inoltre uno dei luoghi più inquietanti del villaggio è proprio la chiesa, che ha un ruolo molto importante anche nel comprendere il mistero, e dopo mesi di lettura nel mio cervello è rimasta impressa la descrizione del Cristo presente in questa chiesa che viene presentato non come una figura rassicurante o benevola, ma come una figura minacciosa, truce, con questi occhi quasi cattivi e torvi. Tra l’altro la chiesa diventerà proprio il campo base, il rifugio del gruppo che non si sente più sicuro ad un certo punto a dormire all’esterno.

La chiesa è presente anche in copertina ed è un collegamento alla trama base perché scopriremo solo in fase di lettura la sua importanza nel passato e nel presente.

Conclusioni

Questo thriller lo considero un testo assolutamente godibile, con una trama che tiene il lettore sul filo e in generale uno di quei testi che ti costringono a mangiare una pagina dopo l’altra. A parte qualche piccolo punto debole (come quello legato ad alcune scene nel finale) resta un testo perfetto per una lettura che riesce ad unire mistero, atmosfere tetre e rivelazioni oscure.

Lo consiglio assolutamente soprattutto se avete voglia di un libro carico di atmosfera e intrighi.

Voto:

E voi? Avete mai letto qualcosa di Camilla Sten? Sì? No? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

A prestissimo!

Cadavere Squisito – Agustina Bazterrica

Eccoci qui!

Come state? Come sta andando questa vita burrascosa? Spero nel migliore dei modi, nonostante le burrasche!

*esce dal tugurio in cui è stata in questi mesi*

Beh che dire… ehm, è passato un po’ di tempo dall’ultima volta in cui ci siamo letti. Purtroppo la dura verità è che in questi mesi ho avuto a malapena il tempo per ricollegare i miei pensieri in modo logico, mi sono imbarcata per due mesi in un doppio lavoro che mi ha risucchiato tutto il tempo, problemi vari, solite questioni spinose ed eccomi qui. Ora la situazione sembra essere tornata, non dico alla normalità, ma più tranquilla.

Quindi riprendiamo in mano la situazione amici, è il momento di ripartire!

E sappiamo qual’è il modo migliore per farlo, con una bella recensione, ma non una recensione qualsiasi, quella del libro per me top del 2024 (sì dobbiamo ancora parlarne, sì lo so sono in ritardo), ovvero “Cadavere Squisito” di Agustina Bazterrica.

Vi ho fatto attendere anche troppo, via con la recensione!

Cadavere Squisito – Agustina Bazterrica

Casa Editrice: Eris

Genere: distopico

Prezzo di Copertina: € 16,00

Ebook non disponibile

Prima Pubblicazione: (ITA) 2024

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Incipit

Mezzena. Storditore. Linea di macellazione. Lavaggio a spruzzo. Quelle parole gli si affacciano alla mente e lo colpiscono. Lo annientano. Ma non sono soltanto parole. Sono il sangue, l’odore acre, l’automatizzazione, l’assenza di pensiero. Irrompono nella notte, prendendolo alla sprovvista. Si sveglia col corpo bagnato da un velo di sudore perché sa che lo aspetta un altro giorno in cui dovrà macellare umani.

Trama

Marcos lavora nel mercato della carne da sempre, è un’attività di famiglia. Ma ora le cose sono cambiate, in modo radicale e irreversibile. Un virus ha attaccato gli animali, sia domestici che selvatici, per cui sono stati tutti sistematicamente abbattuti e la loro carne non può assolutamente essere consumata. Ora la carne che tratta è diversa, speciale, perché i governi di tutto il mondo hanno dovuto affrontare la situazione e hanno deciso di rendere legale l’allevamento, la produzione, la macellazione e la lavorazione della carne umana. Marcos si è dovuto adattare, cerca di non pensare a cosa fa per vivere, e fa del suo meglio per stare dietro a fornitori, clienti, ordini e consegne, perché deve pagare la casa di riposo in cui vive suo padre. E ora che sua moglie lo ha lasciato deve pensare a tutto da solo.

Recensione

Agustina Bazterrica è un’autrice argentina, ha pubblicato diversi testi e racconti brevi. “Cadavere Squisito” ha ricevuto un ottimo feedback soprattutto negli USA (ma anche in Italia), pubblicato con il titolo “Tender is the Flash” ha riscosso un ottimo successo.

Stile, Ritmo e Atmosfera

Lo stile dell’autrice è scattante, caratterizzato da frasi brevi e d’impatto per la maggior parte, è uno stile decisamente crudo in cui vengono sempre utilizzati termini diretti, violenti. Alcune parole nel mondo distopico in cui ci troviamo sono state sostituite, ma sappiamo qual è il loro vero significato, è evidente. Ritengo complesso gestire uno stile simile senza risultare o troppo freddi o troppo veloci, è uno stile a cui io fatidico ad avvicinarmi di solito proprio per la brevità e per il continuo scatto. L’ autrice a mio vedere è riuscita a gestire la scrittura alla perfezione, questo stile è ottimo per il tipo di testo in questione, per una storia così cattiva e fredda funziona questo ritmo.

L’atmosfera generale del libro è cruda, fredda, asettica, fortemente collegata a quei laboratori dove si macellano essere umani, si avverte sempre quel brivido dietro al collo, quella sensazione di freddo nelle ossa. Si avverte anche questa sensazione generale di ipocrisia, dell’avere a che fare con persone senza umanità, di essere all’interno di un mondo perduto che si è decisamente spinto troppo oltre.

Il ritmo è veloce, direi che questo libro tiene il lettore sempre “vigile”, proprio per le frasi brevi, il tono scattante come dicevamo, le immagini nitide proposte, risulta tutto piuttosto diretto, senza fronzoli.

Leggendo il libro mi sono sentita quasi all’interno di un incubo, si entra in questa spirale da cui si fa fatica ad uscire perché ogni pagina tira l’altra, il testo alimenta questa curiosità di andare avanti, gettarsi in questo mondo malato.

La violenza

Questo testo è violento, punto e basta, non c’è molto altro da dire, pensiamo solo alla trama base, ovvero un mondo in cui gli esseri umani vengono macellati e allevati come gli animali, ci si aspetta ovviamente di ritrovare all’interno del testo concetti/scene violente. Questo è un punto criticato del romanzo, ho letto varie opinioni in cui veniva fortemente attaccato questo aspetto del libro, per molti la violenza è eccessiva, senza senso o inserita con la forza a tutti i costi.

Io non sono personalmente d’accordo, dobbiamo considerare il tipo di mondo in cui ci troviamo e il tipo di narrazione che l’autrice ci presenta. A mio vedere la dose di violenza serve proprio a farci entrare in questo mondo che è appunto privo di umanità, la violenza è la normalità, i personaggi sembrano abituati a questa, quindi anche a noi lettori arriva come un qualcosa di “normale” tanto è comune.

Ci sono scene piuttosto lunghe in cui vediamo umani macellati, ci vengono presentanti tutti i passaggi facenti parte della catena di allevamento e macellazione, si entra nei dettagli delle descrizioni, dei passaggi, e di certo può disgustare questa visione. Oltre ad una violenza sanguinosa e fisica c’è anche poi una violenza psicologica, questi umani che vengono letteralmente allevati come animali nascono e crescono per essere macellati ovviamente, quindi a loro vengono tagliate le corde vocali, vengono privati di qualunque cosa, non c’è il minimo pensiero nei confronti dei loro bisogni, della loro vita. Non sono più esseri umani per la società, sono letteralmente carne da macello.

E all’inizio del testo io ho faticato ad entrare in quest’ottica perché è un qualcosa di talmente aberrante e inumano da stordire quasi il lettore, tra l’altro le scene di violenza, omicidi e sesso vengono presentante in modo quasi maniacale, morboso, è tutto esaltato e si avverte un senso generale di marciume nei confronti del mondo presente in questo testo.

Le critiche smosse

Il testo contiene diverse critiche alla nostra società, di certo una critica al capitalismo piuttosto diretta, ma anche una critica ad una società priva di umanità e una critica legata al mondo degli allevamenti intensivi. Ci possono essere ovviamente anche altre critiche perché è un testo che contiene a mio avviso moltissimi spunti di riflessione, ma io vi ho citato le tre più palesi a mio vedere.

Ciò che mi ha colpito molto di questo libro, come ho accennato varie volte, è il senso generale di assenza di umanità, ma non solo nei confronti degli esseri umani macellati e allevati come bestie, anche tra gli esseri umani “normali”, ovvero quelli che conducono una vita all’apparenza ancora normale, come prima dell’epidemia che ha lanciato poi il mondo verso il cambiamento. Anche tra loro sembra mancare umanità, ad esempio il rapporto tra Marcos e la sorella è una prova evidente di ciò, ma non solo, ci sono vari punti nel testo in cui emerge questa cattiveria, questa crudeltà.

“Perché lo è. Ma è proprio questo il bello, che accettiamo i nostri eccessi, li normalizziamo, abbracciamo la nostra essenza primitiva.”

Gli esseri umani vengono trattati come bestie e sembrano bestie in questo romanzo, ci vengono mostrati nella loro natura egoista e spregevole, si mangiano tra loro, non hanno la minima considerazione per gli altri, pensano solo alla propria soddisfazione.

Marcos, il protagonista è senza dubbio un mistero in parte, perché non si rivela mai del tutto se non alla fine e ci sono forse dei piccoli dettagli che ci fanno capire che in realtà non è chi dice di essere, brevi frangenti in cui emerge la sua personalità. Marcos si riempie la bocca con parole in cui sembra credere, ma i suoi comportamenti non rispecchiano queste parole, ma non dico altro.

È curioso vedere come in un mondo portato allo stremo, un mondo che ci sembra vicino al collasso, le persone ci tengano ancora a mantenere una “facciata”, un livello di ipocrisia assurdo.

Conclusioni

Ho amato questo testo, e metto le mani avanti dicendo che è sicuramente un libro che può non piacere o essere adatto a tutti. Ho amato proprio il lato cattivo di questo mondo, non ricordo quand’è stata l’ultima volta in cui ho letto un libro così duro, freddo, senza speranza, ovviamente dico “amato” perché lo trovo ben fatto, questa rappresentazione funziona ed è agghiacciante. È un libro con innumerevoli spunti di riflessione, personaggi interessanti e verità che pesano come un macigno.

Voto:

E voi? Avete letto “Cadavere Squisito”? Sì, no? Vi è piaciuto?

Ci leggiamo presto, promesso!

Circe – Madeline Miller

Ehi ehi, eccoci qui!

Finalmente è arrivato il momento di parlare di “Circe” di Madeline Miller, era ora! Ma prima di tutto, come state? Come sta andando questo marzo strano?

Abbiamo parlato in parte di “Circe” perché è stato nominato nella top five delle mie letture del 2024, ma abbiamo giusto spolverato la superficie, abbiamo toccato solo l’involucro esterno di questo pacchetto, non ci siamo addentrati in profondità nel contenuto, ma oggi è il giorno giusto per farlo!

“Circe” di Madeline Miller è un libro del 2018 che ha riscosso un enorme successo, si è parlato molto delle opere di questa autrice, in particolare di “Circe” appunto e de “La Canzone di Achille”, per mesi e mesi sono stati una presenza costante sui social e non solo, e devo dire che anche ora vengono citati ogni tanto.

Comunque, bando alle ciance, iniziamo con la recensione!

Circe – Madeline Miller

Casa editrice: Sonzogno/Feltrinelli

Genere: mitologia, fantasy

Prezzo di Copertina: € 18,90 (Ed. Feltrinelli: € 13,30)

Prezzo ebook: € 8,99

Prima pubblicazione: 2018

Link all’acquisto: QUI

Incipit

Nacqui quando ancora non esisteva nome per ciò che ero. Mi chiamarono ninfa, presumendo che sarei stata come mia madre, le zie e le migliaia di cugine. Ultime fra le dee minori, i nostri poteri erano così modesti da garantirci a malapena l’immortalità. Parlavamo ai pesci e coltivavamo fiori, distillavamo la pioggia dalle nubi e il sale dalle onde. Quella parola, ninfa, misurava l’estensione e l’ampiezza del nostro futuro. Nella nostra lingua significa non solo dea, ma sposa. 

Trama

Ci sembra di sapere tutto della storia di Circe, la maga raccontata da Omero, che ama Odisseo e trasforma i suoi compagni in maiali. Eppure esistono un prima e un dopo nella vita di questa figura, che ne fanno uno dei personaggi femminili più fascinosi e complessi della tradizione classica. Circe è figlia di Elios, dio del sole, e della ninfa Perseide, ma è tanto diversa dai genitori e dai fratelli divini: ha un aspetto fosco, un carattere difficile, un temperamento indipendente; è sensibile al dolore del mondo e preferisce la compagnia dei mortali a quella degli dèi. Quando, a causa di queste sue eccentricità, finisce esiliata sull’isola di Eea, non si perde d’animo, studia le virtù delle piante, impara a addomesticare le bestie selvatiche, affina le arti magiche. Ma Circe è soprattutto una donna di passioni: amore, amicizia, rivalità, paura, rabbia e nostalgia accompagnano gli incontri che le riserva il destino – con l’ingegnoso Dedalo, con il mostruoso Minotauro, con la feroce Scilla, con la tragica Medea, con l’astuto Odisseo, naturalmente, e infine con la misteriosa Penelope. Finché – non più solo maga, ma anche amante e madre – dovrà armarsi contro le ostilità dell’Olimpo e scegliere, una volta per tutte, se appartenere al mondo degli dèi, dov’è nata, o a quello dei mortali, che ha imparato ad amare. Poggiando su una solida conoscenza delle fonti e su una profonda comprensione dello spirito greco, Madeline Miller fa rivivere una delle figure più conturbanti del mito e ci regala uno sguardo originale sulle grandi storie dell’antichità.

Recensione

Circe è il secondo libro di Madeline Miller ed è stato pubblicato il 10 aprile 2018 in lingua originale inglese, il libro è stato tradotto in altre sei lingue tra cui l’italiano e ha avuto buoni riscontri da parte della critica, tanto da essere stato finalista per il Women’s Prize for Fiction.

Come dicevamo ha riscontrato un grande successo, soprattutto in America e Inghilterra dove per settimane si è guadagnato i primi posti delle classifiche.

Stile, Ritmo e Atmosfera

Lo stile dell’autrice è assolutamente godibile, ben equilibrato, evocativo, si adatta al meglio alla vicenda e ai fatti narrati, insomma funziona bene e non ho particolari appunti o critiche da smuovere. La scrittura della Miller non risulta mai pesante o frastagliata o troppo arzigogolata, come dicevo è ben equilibrata, ovviamente ci sono momenti più lenti nella narrazione, ma lo stile resta piacevole e anzi in alcune scene l’autrice riesce secondo me, per un connubio di termini, sinuosità della prosa, immagini scelte, a creare istanti decisamente vividi in cui la narrazione sembra sospesa e ci si ritrova in questa bolla ad ammirare la scena descritta.

È di certo un romanzo in cui ci si gode la sequenza, le avventure, ci si imbarca in un viaggio e anche per questo ci sono momenti in cui il ritmo è più concitato e altri in cui è più rilassato e lento, anche se guardando in toto il romanzo direi che il ritmo è piuttosto disteso per la maggior parte delle vicende. La Miller si prende il tempo per la descrizione di alcune scene significative, ma non diventa mai pedante o eccessiva.

L’atmosfera generale è quella di un mondo sospeso, Circe nasce e cresce nell’Olimpo assieme a divinità, ninfe e titani, ma è evidente che quello non è il suo mondo, non riesce ad incastrarsi lì in mezzo a quelle creature che ci appaiono come egoiste ed egocentriche. Viene poi a contatto con gli esseri umani e successivamente esiliata sull’isola di Eea. Circe si muove nel mondo, ma personalmente ho avvertito sempre questo senso di sospensione dato dall’incertezza per il futuro di Circe e dalla sua difficoltà nell’entrare a pieno nel mondo, che sia quello divino o quello umano, che comunque le va più a genio. Leggendo il testo sembra di navigare assieme a Circe in un mondo sconosciuto, incerti nei confronti del futuro, provando questo senso di sospensione prima della tempesta.

Lo stile dell’autrice riesce a delineare davanti agli occhi del lettore le immagini, le atmosfere e le scene tipiche del mondo degli dèi per come ci viene descritto e di quello umano che a tratti tocca il divino.

Il vero potere di Circe

Nell’immaginario collettivo Circe è la maga Circe, ovvero colei che nell’Odissea trasforma in maiali i membri dell’equipaggio di Ulisse.

Circe in realtà ha una storia molto più ampia ed interessante che viene esplorata in questo testo, la seguiamo infatti dalla nascita all’età adulta, anche se stiamo comunque parlando di una figura immortale, che ha però un suo preciso processo di crescita ed è chiara la sua evoluzione attraverso le esperienze che vive e che la forgiano in un modo o nell’altro.

La sua infanzia è burrascosa nell’Olimpo, figlia del Titano Elios (dio del sole) e della ninfa Perseide, è sorella di Perse, Eete e Pasifae. Circe viene derisa dalla madre e dai fratelli per la sua apparente mancanza di un vero dono e per il suo non riuscire ad integrarsi nell’Olimpo, Circe infatti non riuscirà mai ad entrare pienamente nella mentalità degli dèi e delle ninfe che abitano questo luogo. Il padre sembra mal sopportarla, ma è l’unica figura con cui in giovane età Circe sembra avvicinarsi per cercare protezione fino alla nascita di Eete, fratello ripudiato dalla madre Perseide che Circe cresce da sola più come un figlio che come un fratello.

Parleremo meglio della dinamica fra Circe e il padre Elios a breve, prima vorrei concentrarmi sull’evoluzione di Circe e sul come questa venga rappresentata al meglio nel corso del volume.

Circe cresce fra una mancanza e l’altra e una delle prime esperienze che cambiano il suo modo di vedere il mondo è l’incontro con il Titano Prometeo, colui che rubò il fuoco dall’Olimpo per donarlo agli esseri umani e che venne punito da Zeus con un castigo eterno. Questo incontro proibito lascia spazio ad un dialogo fra lei e Prometeo che inizia a seminare il germe della curiosità e della fascinazione di Circe verso gli umani.

La ninfa finirà per innamorarsi di un umano infatti e farà di tutto per trasformarlo in dio, peccato che gli eventi non seguiranno il corso sperato da Circe e questo una volta diventato dio, gli preferirà un’altra ninfa. Circe distrutta dal dolore e dalla rabbia trasformerà la ninfa in mostro, passato alle leggende con il nome di Scilla.

Circe inizia quindi a comprendere di avere dei poteri che avrà modo di coltivare una volta esiliata sull’isola di Eea dopo un duro scontro con il padre che segna la rottura definitiva fra i due.

Qui Circe vive varie avventure, tra cui anche l’incontro con Ulisse da cui nascerà il figlio Telegono.

La Circe che incontriamo all’inizio è molto diversa da quella che ci lasciamo alle spalle una volta terminata la lettura, Circe da ninfa sperduta, rinnegata e smarrita diventa una strega/maga molto potente, madre di un figlio, una donna che ha avuto modo di conoscere gli esseri umani e di preferirli agli dèi. Nonostante il castigo e l’esilio Circe riesce comunque a scoprire almeno una parte di mondo e a costruire legami importanti.

Circe conquista la maturità necessaria per affrontare finalmente il padre e per sistemare gli errori commessi come la trasformazione di Scilla da ninfa bellissima a mostro spietato. Anche il suo atteggiamento nei confronti della vita e del rapporto con gli umani cambia drasticamente nel corso del romanzo.

“Le donne umiliate mi sembrano il passatempo preferito dei poeti. Quasi non possa esistere storia senza che noi strisciamo o piangiamo.”

Insomma l’autrice è riuscita a pieno nel rappresentare l’evoluzione di un personaggio sotto tutti i suoi aspetti, quello caratteriale, quello legato all’evoluzione dei propri poteri e quello legato al suo approccio nei confronti del mondo e di se stessa.

Questi dèi spocchiosi sono ovunque

Ah, parliamo di un tema presente nel romanzo su cui l’autrice sicuramente insiste molto e che io ho personalmente apprezzato. Ovvero la critica al mondo dell’Olimpo e il rapporto fra Circe e la sua famiglia.

Come dicevo dalla lettura emerge un quadro piuttosto negativo del mondo degli dèi, Circe è circondata da esseri egocentrici ed egoisti, a cui importa solo di essere più forti di altri dèi, per loro tutto è volatile, sono creature immortali che hanno già visto tutto quello che c’era da vedere e lo faranno per sempre, quindi sono annoiati, rinchiusi in una prigione di arroganza, una notizia nuova di cui parlare è già vecchia il giorno dopo, sono creature che non danno realmente peso alle tragedie che provocano.

Un tempo pensavo che gli dèi fossero opposti alla morte, ma adesso vedo che sono più morti che altro, perché sono immutabili, e non possono trattenere nulla nelle mani.

E così appare anche il padre di Circe, Elios, una figura che all’inizio sembra supportare Circe rispetto agli altri membri della famiglia, ma egli si rivela ben presto un’essere a cui importa solo di dimostrare agli altri il proprio potere e non sembra né comprensivo, né tollerante nei confronti di una figlia che sbaglia e che non sembra avere doni o poteri.

Il rapporto fra Circe e Elios è uno dei temi più interessanti del romanzo, questa dinamica di odio e amore o meglio dire ammirazione e rifiuto che si ripresenta in varie fasi del testo è fonte di riflessione e crescita per Circe. Elios punisce la figlia in modo doloroso ed umiliante, la lascia sola nel suo castigo (anche se Circe sa che la guarda) e l’abbandona.

Stessa cosa vale per gli altri membri della famiglia, la madre Perseide non la considera nemmeno sua figlia e l’abbandona come il padre, il fratello Perse non ha molto a che fare con Circe, la sorella Pasifae, moglie di Minosse, invece la chiamerà in aiuto al momento del parto del Minotauro, evento in cui Circe farà la conoscenza di Dedalo con cui darà vita ad un rapporto. In questa occasione infatti Circe dal suo esilio si reca a Creta e oltre ad assistere la sorella, che sembra essere stata costretta dalle circostanze alla chiamata, incontra per la prima volta anche la nipote Arianna, colei che si innamorerà di Teseo.

Ho apprezzato particolarmente questa avventura a Creta di Circe, le scene che dipinge Madeline Miller, i dialoghi, l’ambientazione, senza parlare del fatto che il tutto è particolarmente evocativo ed intenso in queste scene. C’è anche una scena in cui Circe di notte si immerge in questo lago sotto ad una montagna, è sporca di sangue e ferita dopo aver aiutato Pasifae a partorire e decide di fare il bagno in questo lago, alla luce della luna, con i suoni della notte, una scena meravigliosa.

Parlando dell’ultimo fratello invece, colui che Circe cresce come un figlio e con cui ha il legame più forte a livello famigliare, diciamo che la vicenda ci mostra un Eete molto diverso da quel fratello che giocava con Circe nell’Olimpo e che la ninfa amava profondamente.

Conclusioni

Circe è un libro che vi consiglio, sia che siate amanti della mitologia greca sia che siate lontani da tutto ciò che ha a che fare con un retelling di un mito greco. Abbiamo l’atmosfera dell’Olimpo, degli dèi, dei mostri, il concetto di divino e di eternità certo, ma abbiamo anche un discorso universale e umano, quello della crescita e della trasformazione, del dolore, dell’essere in grado di risollevarsi e trovare la propria natura, ma anche quello dell’amore.

Circe è personaggio che all’inizio soffre molto ed emerge questo senso di sofferenza e odio per l’ambiente in cui si trova e per il suo sentirsi inadatta, ma con il tempo conquista ciò che è suo e trova la sua forza.

I personaggi che arriviamo a conoscere sono ben caratterizzati e funzionano bene nel quadro generale del romanzo.

Se devo muovere una piccola critica, o comunque sottolineare un aspetto che non mi ha convinta, è la parte centrale del romanzo che in brevi tratti rallenta e perde un poco di vigore rispetto al resto del testo. In più non ho amato molto la parentesi legata all’amore fra Circe e Ulisse, ma anche nel mito originale non sono mai stata entusiasta o particolarmente attratta da questa coppia, qui ho trovato le scene in cui Ulisse resta su Eea con la ninfa un poco pedanti a tratti.

Voto:

E voi? Avete mai letto “Circe”? Sì? Vi è piaciuto? No? Perché? Fatemi sapere!

A presto!

Le Cinque Letture Top del 2024

Buongiorno!

Come state? Come avete passato le precedenti giornate di festa? Anche voi come tutti gli anni vi siete abbuffati/e vostro malgrado nella bolgia delle cene e dei pranzi natalizi?

Comunque, parliamo di cose belle oggi, momenti e letture gradevoli, gioia e letizia, ovvero le cinque letture top del 2024. Abbiamo parlato delle letture semi-flop e ora è il momento dei libri migliori di quest’anno che si avvia alla fine, per fortuna oserei dire, dato che sono stati dodici mesi assai burrascosi in cui comunque, non so assolutamente come, sono riuscita a rispettare il mio obbiettivo di lettura stilato a inizio 2024, ma ne parleremo meglio nell’articolo dedicato agli obbiettivi per il 2025 e al recap del 2024.

Piccola postilla fatta anche nell’articolo precedente, dei libri di cui non abbiamo ancora parlato uscirà nelle prossime settimane/mesi una recensione dedicata, abbiamo tanti libri di cui parlare dato che dobbiamo recuperare varie recensioni.

Bene, iniziamo!

Circe – Madeline Miller

Anno di Pubblicazione: 2018

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Ci sembra di sapere tutto della storia di Circe, la maga raccontata da Omero, che ama Odisseo e trasforma i suoi compagni in maiali. Eppure esistono un prima e un dopo nella vita di questa figura, che ne fanno uno dei personaggi femminili più fascinosi e complessi della tradizione classica. Circe è figlia di Elios, dio del sole, e della ninfa Perseide, ma è tanto diversa dai genitori e dai fratelli divini: ha un aspetto fosco, un carattere difficile, un temperamento indipendente; è perfino sensibile al dolore del mondo e preferisce la compagnia dei mortali a quella degli dèi. Quando, a causa di queste sue eccentricità, finisce esiliata sull’isola di Eea, non si perde d’animo, studia le virtù delle piante, impara a addomesticare le bestie selvatiche, affina le arti magiche. Ma Circe è soprattutto una donna di passioni: amore, amicizia, rivalità, paura, rabbia, nostalgia accompagnano gli incontri che le riserva il destino – con l’ingegnoso Dedalo, con il mostruoso Minotauro, con la feroce Scilla, con la tragica Medea, con l’astuto Odisseo, naturalmente, e infine con la misteriosa Penelope. Finché – non più solo maga, ma anche amante e madre – dovrà armarsi contro le ostilità dell’Olimpo e scegliere, una volta per tutte, se appartenere al mondo degli dèi, dov’è nata, o a quello dei mortali, che ha imparato ad amare.

Questo libro è famosissimo, come la sua autrice di cui io non avevo ancora letto nulla. Stiamo parlando di un retelling di un mito greco, anzi più miti perché comunque si accenna anche a molti altri miti che si intersecano con la storia di Circe o hanno comunque una loro funzione all’interno del testo. Le descrizioni di questo libro mi hanno colpita molto, sono evocative, vivide, intense, perché funzionano bene per il tono generale del libro. Ad esempio ricordo ancora con precisione una scena in cui Circe sporca di sangue si lava in questo lago sotto alla luce della luna, è un momento quasi magico, c’è qualcosa che la Miller riesce a costruire al meglio in tante scene di questo romanzo, un perfetto equilibrio tra vividezza delle descrizioni, ritmo narrativo ed intensità delle scene. Inoltre questo è un vero retelling, non una copia dei miti originali con una virgola fuori posto o un testo che non c’entra niente con il mito in questione, Circe è un testo fedele ai miti originali senza essere un copia-incolla. Madaline Miller ha fatto un ottimo lavoro di scrittura e struttura narrativa, seguiamo Circe attraverso diverse peripezie dall’infanzia nell’Olimpo all’esilio sull’isola di Eea, dal viaggio a Creta per aiutare la sorella Pasifae a far nascere il Minotauro all’incontro con Ulisse fino alla nascita di Telegono e alle vicende successive alla nascita del bambino. Ho adorato la rappresentazione del rapporto padre-figlia fra Circe e Elios, dio del Sole, burrascoso e problematico, sono tanti gli episodi in cui abbiamo modo di assistere a queste dinamiche ed emerge la sofferenza di Circe, ma soprattutto la delusione per un padre che credeva diverso e che invece si dimostra insensibile e indifferente ai figli, una figura egoista come la maggior parte degli dei rappresentati, se non tutti. Interessante anche la rappresentazione e le riflessioni di Circe infatti sull’Olimpo, sulla differenza fra umani e dei. Da questo testo emerge un quadro assai negativo delle divinità, rappresentate come esseri appunto egoisti, vanitosi, concentrati solo sul tornaconto personale, figure a cui importa solo del potere, esseri capricciosi, annoiati da un’esistenza immortale, figure per cui non c’è un valore negli altri, se una ninfa promessa sposa viene trasformata in un mostro, pazienza si passa alla prossima, il giorno successivo è già una notizia vecchia. Insomma, ne parleremo meglio nella recensione dedicata, ma questo testo mi ha stupita, capisco l’amore dei lettori nei suoi confronti.

Hidden Valley Road – Robert Kolker

Anno di Pubblicazione: 2022

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Stati Uniti, metà del secolo scorso. La famiglia Galvin è la personificazione del sogno americano: Don e Mimi mettono al mondo dodici figli – dieci maschi e due femmine – sani e intelligenti, campioni negli sport e nella musica. Ma le cose, con l’adolescenza, cominciano a non andare come dovrebbero. Uno dopo l’altro, sei dei ragazzi iniziano a mostrare comportamenti strani e aggressivi, in una spirale di allarme, violenze e angoscia che si conclude con una diagnosi di schizofrenia. In un’epoca in cui psicanalisti, genetisti e biologi si scontrano per affermare le proprie teorie sull’origine della malattia mentale, i Galvin si trovano protagonisti di una ricerca che a tutt’oggi non ha dato risposte precise, tra manicomi, misure contenitive, psicofarmaci ed elettroshock. Attraverso la loro vicenda, realmente accaduta, Robert Kolker offre un pungente, incredibile viaggio nella realtà della malattia mentale, e uno spaccato dei progressi scientifici che hanno tentato di far luce su uno dei mali più oscuri e universali dell’essere umano.

Abbiamo qui un saggio/biografia che analizza il disfacimento di una famiglia americana all’apparenza perfetta, composta da quattordici membri in totale compresi i genitori, che pian piano inizia a sgretolarsi per varie problematiche legate a sei dei dodici figli, in realtà vedremo anche che questa famiglia ha altri problemi oltre a queste problematiche. Problematiche che all’inizio non vengono comprese, non si sa cosa abbiano di preciso i sei ragazzi, fino a quando non si scopre che soffrono di schizofrenia. Seguiamo quindi la famiglia Galvin attraverso un’epopea di drammi famigliari, cure sbagliate, violenze (fisiche, sessuali, psicologiche), incapacità di gestire la situazione anche per il tempo in cui ci troviamo e per la mancanza di progressi in quegli anni nei confronti di una cura o di un metodo realmente efficace per gestire la schizofrenia. Ovviamente parliamo di una vicenda realmente accaduta e sono tanti i personaggi da seguire, quindi è facile fare confusione, personalmente non mi ha convita del tutto la struttura di questo testo, dato il numero di figure si poteva impostare in un modo più preciso e ordinato, invece qui seguiamo un ordine diciamo temporale, ma saltiamo comunque da una figura all’altra e molti aspetti/eventi vengono ripetuti troppe volte senza aggiungere più di tanto. Ad esempio viene detto per l’ennesima volta che Peter (faccio un esempio) ha picchiato John, o che Michael ha picchiato Jim, ma non viene detto altro, a volte si scende nei dettagli di qualche evento drammatico famigliare, altre invece si menziona un fatto e basta, lo si fa in una frase sola che nel caso di queste risse troviamo molto spesso nel testo. Nel corso dei vari capitoli incentrati ogni volta su un personaggio diverso a rotazione più o meno, ci sono anche capitoli dedicati all’aspetto più scientifico e legati all”evoluzione medica nei confronti dello studio della schizofrenia, capitoli di pura saggistica. Allora, ho deciso di assegnare a questo libro la quarta posizione con una certa insicurezza, perché potrebbe anche essere considerato un quinto posto, come vi dicevo ciò che non mi ha convinta è la struttura e la ripetizione di vari concetti/eventi/ragionamenti che rendono il libro pesante a tratti, nonostante l’interesse per il tema e la scoperta di eventi interessanti non conosciuti. Inoltre i capitoli medici sono molto dettagliati, specialistici oserei dire ed è facile perdersi. Non è un libro che consiglio a tutti, vi deve interessare il tema altrimenti potrebbe risultare una lettura pesante e snervante. Ho deciso comunque di inserirlo nei libri top perché è stato un viaggio leggere questo testo e ho scoperto molti fatti interessanti, è stata una vera esperienza.

L’Acqua del Lago non è Mai Dolce – Giulia Caminito

Anno di Pubblicazione: 2021

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Odore di alghe limacciose e sabbia densa, odore di piume bagnate. È un antico cratere, ora pieno d’acqua: è il lago di Bracciano, dove approda, in fuga dall’indifferenza di Roma, la famiglia di Antonia, donna fiera fino alla testardaggine che da sola si occupa di un marito disabile e di quattro figli. Antonia è onestissima, Antonia non scende a compromessi, Antonia crede nel bene comune eppure vuole insegnare alla sua unica figlia femmina a contare solo sulla propria capacità di tenere alta la testa. E Gaia impara: a non lamentarsi, a salire ogni giorno su un regionale per andare a scuola, a leggere libri, a nascondere il telefonino in una scatola da scarpe, a tuffarsi nel lago anche se le correnti tirano verso il fondo. Sembra che questa ragazzina piena di lentiggini chini il capo: invece quando leva lo sguardo i suoi occhi hanno una luce nerissima. Ogni moto di ragionevolezza precipita dentro di lei come in quelle notti in cui corre a fari spenti nel buio in sella a un motorino. Alla banalità insapore della vita, a un torto subito Gaia reagisce con violenza imprevedibile, con la determinazione di una divinità muta. Sono gli anni duemila, Gaia e i suoi amici crescono in un mondo dal quale le grandi battaglie politiche e civili sono lontane, vicino c’è solo il piccolo cabotaggio degli oggetti posseduti o negati, dei primi sms, le acque immobili di un’esistenza priva di orizzonti.

Non mi dilungherò più di tanto perché abbiamo già parlato nello specifico di questo libro in una recensione approfondita (che vi lascio qui). Riconosco a questo testo anche il merito di avermi aiutata nello sbloccarmi a livello di letture perché nei primi sei mesi del 2024 ero ancora piuttosto bloccata come nel 2023 e dopo questa lettura si è aperta la diga. Come ho scritto nella recensione mi è piaciuto molto questo romanzo, unico neo lo stile in alcuni punti un poco ripetitivo e pesante. È stata una lettura coinvolgente e intensa, con momenti/scene che ricordo in modo molto vivido, in più il mood generale del testo ha qualcosa di affascinante, sembra davvero di essere immersi in un lago in cui si fatica a restare a galla, si prova la sensazione di avere le classiche “orecchie tappate” come quando si è sott’acqua, ci si sente intrappolati in un contesto/destino reale ma feroce e insensibile, crudo nel suo realismo.

Il Miglio Verde – Stephen King

Anno di Pubblicazione: 1996

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Nel penitenziario di Cold Mountain, lungo lo stretto corridoio di celle noto come Il Miglio Verde, i detenuti come lo psicopatico Billy the Kid Wharton o il demoniaco Eduard Delacroix aspettano di morire sulla sedia elettrica, sorvegliati a vista dalle guardie. Ma nessuno riesce a decifrare l’enigmatico sguardo di John Coffey, un nero gigantesco condannato a morte per aver violentato e ucciso due bambine. Coffey è un mostro dalle sembianze umane o un essere in qualche modo diverso da tutti gli altri?

Beh, che dire, io sapevo pochissimo di questo testo prima di iniziare la lettura, non avevo mai visto il film ne approfondito in un qualche modo la trama, anche per mia volontà, volevo l’effetto sorpresa al momento della lettura. È uno dei romanzi più amati e conosciuti di King per un motivo, seguiamo Paul, supervisore all’interno del braccio della morte nel penitenziario di Cold Mountain, che deve gestire l’arrivo di diverse figure come Billy the kid Wharton, un violento psicopatico, Eduard Delacroix, strambo e diabolico e infine John Coffey, un afroamericano alto e possente condannato a morte per un crimine su cui ci sono dei dubbi. È un libro con forti tratti di realismo magico, uno di quei libri che ti portano mano nella mano attraverso una vicenda enorme, che ingloba molte più parentesi e personaggi rispetto a ciò che si può vedere ad un primo sguardo. Abbiamo la rappresentazione della pena di morte, quella mistica legata ai poteri di Coffey, un essere che ci appare come innocente, puro, condannato però ad una pena crudele ed ingiusta, un essere sofferente, martoriato nello spirito. Ci sono anche diversi parallelismi importanti nel testo, simboli ricorrenti, dato che seguiamo Paul dall’età adulta, nella sua esperienza come supervisore appunto, fino al trasferimento in un ospizio abbiamo modo di ricollegare molti punti cruciali della sua vita, che lui ci racconta, molti legati alle sue esperienze a Cold Mountain. È un libro pieno di collegamenti, significati evidenti o meno, simbolismi, tematiche importanti, si prova la sensazione a fine lettura di aver vissuto la stessa vita vissuta dal protagonista assieme a lui, avete presente il sentirsi addosso quei 50/60 anni in più che si sente di aver vissuto, ma in realtà siamo semplicemente entrati così tanto nella narrazione e nella vita del personaggio in questione da sentirci cuciti addosso a lui? Potente, vivo, splendido.

Cadavere Squisito – Agustina Bazterrica

Anno di Pubblicazione (ITA): 2024

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Marcos lavora nel mercato della carne da sempre, è un’attività di famiglia. Ma ora le cose sono cambiate, in modo radicale e irreversibile. Un virus ha attaccato gli animali, sia domestici che selvatici, per cui sono stati tutti sistematicamente abbattuti e la loro carne non può assolutamente essere consumata. Ora la carne che tratta è diversa, speciale, perché i governi di tutto il mondo hanno dovuto affrontare la situazione e hanno deciso di rendere legale l’allevamento, la produzione, la macellazione e la lavorazione della carne umana. Marcos si è dovuto adattare, cerca di non pensare a cosa fa per vivere, e fa del suo meglio per stare dietro a fornitori, clienti, ordini e consegne, perché deve pagare la casa di riposo in cui vive suo padre. E ora che sua moglie lo ha lasciato deve pensare a tutto da solo.

Wow, quanto mi è piaciuto questo libro. L’ho letto questa estate, durante le ferie e l’ho divorato, non vedevo l’ora di liberami da qualunque cosa per tornare alla lettura. Anche qui sono stata parecchio indecisa se assegnare il primo o il secondo posto, e lo considero quasi un ex aequo. È un libro particolare di cui parleremo assolutamente in una recensione specifica perché c’è tanto da dire, ma anche questo è un testo che non so se consigliare a tutti perché è davvero crudele, cattivo come libro oserei dire e molto crudo. Siamo in una distopia in cui gli umani vengono macellati e lavorati come gli animali, è un mondo in cui per colpa di un virus che ha attaccato gli animali questi sono stati abbattuti tutti e non è più possibile mangiare carne se non quella umana, per cui sono nati dei veri e propri allevamenti di umani e anche un vero e proprio traffico di umani, esseri privati di tutto anche della parola dato che sono state tagliate loro le corde vocali, umani che non sono più umani. È un testo brutale, inquietante, violento, feroce, e inumano perché in questo mondo non c’è più umanità. Questo è anche uno dei temi principali del romanzo e uno di quelli che io trovo più affascinanti, ovvero la mancanza di umanità, cosa ci rende umani, cosa vuol dire essere umani e cosa accade quando questa umanità viene a mancare. È una una critica anche al capitalismo, ad un sistema malato, ad un mondo disumanizzato e disumanizzante. Il protagonista si presenta come diverso, nel corso della narrazione sembra volersi convincere e convincere il lettore di non essere “come gli altri”, di saper ancora distinguere ciò che ci rende umani da ciò che ci priva di identità, ma in realtà in questa distopia tutto è diventato così malato, tutti sono così anestetizzati al mondo, agli altri a loro stessi, da portarci a pensare che non c’è più speranza. È una rappresentazione crudele, un mondo perso.

E voi? Quali sono state le vostre letture top del 2024?

Ci leggiamo presto per il recap del 2024 e gli obbiettivi di lettura del 2025, massimo nei primi giorni del 2025, quindi in caso non dovessimo leggerci prima dell’anno nuovo, buon Capodanno, buon anno nuovo!

A prestissimo!

Le Cinque Letture Semi-Flop del 2024

Buonasera!

Come state? Come vi sentite in questi giorni pre-natalizi? Vi siete organizzati al meglio o come la sottoscritta (e come ogni anno oserei dire) siete nel pieno caos?

Oggi parliamo dei libri flop o semi-flop in questo caso del 2024, uno dei classici tre articoli che ci tengo sempre a portare nell’ultimo mese dell’anno sul blog. Ovviamente ne uscirà anche uno sui libri top e uno sui progetti di lettura per il 2025/recappone degli obbiettivi del 2024, spero per questi due articoli di riuscire nella pubblicazione entro la fine dell’anno (soprattutto per quello che riguarda i libri top), in caso contrario usciranno di certo nei primi giorni del 2025 o negli ultimi giorni dell’anno.

Allora, ora parliamo dell’articolo di oggi! Perché “semi-flop” e non “flop” come tutti gli anni? Perché quest’anno non ho letto libri al 100% flop, devo essere sincera con voi quando dico che in linea di massima ho letto dei bei libri quest’anno, non tutti testi da amare per la vita, da cinque stelle piene o per cui strapparsi i capelli certo, ma tutto sommato belle letture.

Tra questi ci sono stati testi che mi hanno convinta di meno e che mi sono piaciuti di meno, ma non ho trovato testi da criticare aspramente in toto, o da etichettare come “brutte letture”, semplicemente tra i libri letti alcuni non mi hanno convinta.

Come sempre ci tengo a sottolineare che inserendo determinati libri in questa lista non voglio sottolineare il mio odio nei loro confronti o aprire una petizione per bandirli dal commercio, voglio solo dire che personalmente non ho gradito più di tanto queste letture, per una serie di motivi, non ho nulla contro questi testi e se a voi sono piaciuti vi prego di non offendervi per questi inserimenti.

Ci sono tra l’altro testi piuttosto “caldi” e amati generalmente da molti lettori, anche per questo vi chiedo di non offendervi, ma anzi di dirmi (se vi è piaciuto molto un testo fra quelli presenti) il vostro parere, che sono curiosissima di leggere!

Ah ultima cosa, partiremo dal quinto posto (quindi in teoria il “meno flop” tra i semi-flop) per arrivare al primo che per la mia personalissima opinione è il libro che mi ha convinta meno fra le letture di quest’anno. Dei testi di cui manca la recensione completa sul blog, sappiate che uscirà nei prossimi mesi/settimane, detto ciò iniziamo!

L’ età Fragile – Donatella di Pietrantonio

Anno di Pubblicazione: 2023

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Non esiste un’età senza paura. Siamo fragili sempre, da genitori e da figli, quando bisogna ricostruire e quando non si sa nemmeno dove gettare le fondamenta. Ma c’è un momento preciso, quando ci buttiamo nel mondo, in cui siamo esposti e nudi, e il mondo non ci deve ferire. Per questo Lucia, che una notte di trent’anni fa si è salvata per un caso, adesso scruta con spavento il silenzio di sua figlia. Quella notte al Dente del Lupo c’erano tutti. I pastori dell’Appennino, i proprietari del campeggio, i cacciatori, i carabinieri. Tutti, tranne tre ragazze che non c’erano più. Amanda prende per un soffio uno degli ultimi treni e torna a casa, in quel paese vicino a Pescara da cui era scappata di corsa. A sua madre basta uno sguardo per capire che qualcosa in lei si è spento: i primi tempi a Milano aveva le luci della città negli occhi, ora sembra che desideri soltanto scomparire, si chiude in camera e non parla quasi. Lucia vorrebbe tenerla al riparo da tutto, anche a costo di soffocarla, ma c’è un segreto che non può nasconderle. Sotto il Dente del Lupo, su un terreno che appartiene alla loro famiglia e adesso fa gola agli speculatori edilizi, si vedono ancora i resti di un campeggio dove tanti anni prima è successo un fatto terribile. A volte il tempo decide di tornare indietro: sotto a quella montagna che Lucia ha sempre cercato di dimenticare, tra i pascoli e i boschi della sua età fragile, tutti i fili si tendono. Stretta fra il vecchio padre così radicato nella terra e questa figlia più cocciuta di lui, Lucia capisce che c’è una forza che la attraversa. Forse la nostra unica eredità sono le ferite.

Ho letto questo testo a settembre e lo ritengo un libro altalenante, ci sono momenti interessanti soprattutto all’inizio e momenti calanti, e arrivata alla fine ho avvertito la sensazione di non avere “nulla in mano”, mi è rimasto poco di questa lettura. Il testo sembra unire due storie in cui la protagonista è presente, ma queste non si legano e se la seconda forse viene approfondita maggiormente, la prima che riguarda il presente di Lucia non arriva da nessuna parte. L’ autrice inserisce diverse tematiche, il rapporto madre-figlia, la difficoltà di affacciarsi alla vita accademica in una città nuova, il fallimento, il divorzio, il trauma, l’insicurezza, ma non arriva ad analizzare nessuna di queste nel profondo. L’ho trovato un testo poco approfondito, c’è del potenziale alla base perché il libro ha una buona partenza e lo stile di Donatella di Pietrantonio è godibile, ma si perde troppo, ad un certo punto la vicenda viene quasi sintetizzata, ristretta all’osso, molte parentesi vengono lasciate aperte, il che può non essere un tratto negativo se si riesce comunque ad analizzare una parentesi e ad arrivare al fondo di questa senza per forza chiuderla, ma qui tutto sembra lasciato aperto, sospeso, perso nell’aria.

L’ Animale Morente – Philip Roth

Anno di Pubblicazione: 2001

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Da trent’anni, da quando la rivoluzione sessuale ha bussato alla sua porta, il professor David Kepesh tiene fede al suo giuramento: non avere mai una relazione stabile con una donna. Ma un giorno, nell’aula del suo corso di critica letteraria all’università, entra Consuela Castillo, ventiquattrenne di una bellezza conturbante, una ragazza cubana alta e affascinante che scatena il desiderio e la gelosia del maturo professore.

Questo è stato il mio primo approccio con Roth, non ho fatto calcoli particolari per scegliere il primo testo da affrontare, semplicemente ho scelto questo per curiosità. Il libro ha qualcosa di interessante, di speciale nella narrazione. Il narratore non è certo un personaggio piacevole, ma alcuni passaggi e ragionamenti sono interessanti, il problema è che anche qui questo testo non mi ha lasciato nulla, ricordo pochissimo il che di solito non è mai un buon segno nel mio caso, perché generalmente ho una memoria molto buona anche per le letture. Certi discorsi del narratore diventano ripetitivi, si cade sempre negli stessi temi e a volte si aprono queste considerazioni infinite che vanno sempre a parare nella stessa direzione. È uno di quei libri in cui si deve accettare la natura/personalità del narratore (o comunque sospendere un proprio giudizio) per poter apprezzare la vicenda e vi dirò, anche dopo averlo fatto risulta comunque pesante e ripetitivo in alcuni punti. È un libro in cui i ragionamenti interessanti sono nascosti dietro ad uno strato di sessualizzazione continua, ascoltiamo quest’uomo che non fa altro che ventarsi delle sue esperienze sessuali con le studentesse, di libertà sessuale, di ossessione sessuale, ma questo rientra comunque nella tipologia di personaggio con cui abbiamo a che fare fin dall’inizio, il problema è che a lungo andare diventa stancante questa ripetitività.

L’Ultimo Uomo Bianco – Mohsin Hamid

Anno di Pubblicazione: 2023

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Un mattino, Gregor Samsa, commesso viaggiatore, si sveglia da sogni inquieti e si ritrova trasformato in un immane insetto; anni dopo, Anders, personal trainer in un’anonima palestra di una città indefinita, si sveglia e scopre di essere diventato di un innegabile marrone scuro. L’incredulità presto cede il passo alla furia omicida: Anders si sente vittima di un crimine, «un crimine che gli aveva portato via ogni cosa, che gli aveva portato via se stesso», si scaglia contro la propria immagine allo specchio, si rimette a letto sperando che quell’uomo scuro se ne vada, chiama al lavoro per dire che è malato, molto malato, piú di quanto immaginasse, si aggira per la città e scopre che «le persone che lo conoscevano non lo conoscevano piú», e infine telefona a Oona. Oona, giovane insegnante di yoga, sta provando a prendersi cura di sua madre – e di se stessa – dopo la morte del fratello gemello; fra lei e Anders si è da poco riaccesa un’attrazione nata fra i banchi di scuola, ma quando Oona passa da lui dopo il lavoro, rimane di stucco di fronte all’uomo che le apre la porta, e sulle prime fatica a riconoscerlo. Ciò che Oona e Anders ancora non sanno è che la trasformazione sta prendendo piede ovunque: tutte le persone bianche stanno diventando scure, e la tensione sociale continuerà a crescere, sfociando in risse, sparatorie, suicidi e sommosse, finché «l’ultimo uomo bianco» verrà sepolto e la bianchezza non sarà che un ricordo. Hamid, in un vortice di frasi che, come i personaggi che le abitano, sembrano sorrette da un disperato bisogno di stabilità identitaria, confeziona un romanzo di commovente lucidità sulla perdita del privilegio, un’opera in cui frustrazione e violenza si trasformano nella promessa di futuro: «a volte sembrava che la città fosse una città in lutto, e il Paese un Paese in lutto, e questo si addiceva a Anders, e si addiceva a Oona, dato che collimava con i loro sentimenti, ma altre volte sembrava il contrario, che stesse nascendo qualcosa di nuovo, e abbastanza stranamente anche questo si addiceva loro».

Di Mohsin Hamid ho letto anni fa “Exit West” che mi era piaciuto molto, e ancora oggi ricordo in modo piuttosto vivido alcune immagini e atmosfere di quel testo, ciò non è accaduto con questo libro. Hamid resta un autore valido per me e leggerò sicuramente altro di suo, ma questo libro non mi ha convinta. Anche qui abbiamo degli spunti interessanti, riflessioni iniziali intriganti, abbiamo un uomo bianco che si sveglia un mattino con la pelle scura e man mano questo evento inizia ad accomunare sempre più persone, fino a quando tutti i bianchi arrivano ad avere la pelle scura. Questo testo dovrebbe mettere sotto i riflettori la diversa percezione e il diverso trattamento ricevuto da una persona bianca e da una con la pelle scura, non c’è solo questo tema, ce ne sono molti altri, ma questo è uno dei principali. Il problema è che qualcosa non va nella narrazione, ho trovato tutto piuttosto piatto, manca quella profondità e umanità presente in “Exit West” ad esempio, non ho percepito i personaggi come essere umani, ma come delle pedine mosse dall’autore. Dall’esterno, leggendo la trama, ci si immagina una vicenda molto più avvincente e viva, rispetto a quella che ci si ritrova davanti leggendo il libro. Sembra un libro quasi abbozzato, non tanto per la struttura narrativa, più che altro per il modo in cui l’autore ha dato vita ed espressione alle vicende e ai personaggi, o meglio “poca vita” considerando tutto quello che ho scritto fino a questo punto.

Una Dote di Sangue – S.T. Gibson

Anno di Pubblicazione: 2022

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Gli uomini che hanno ucciso la sua famiglia e bruciato la sua casa l’hanno lasciata a terra agonizzante, vittima di una guerra che nessuno ricorda più. Ma un misterioso straniero riccamente vestito la trova, la salva a un soffio dalla morte e le dona una nuova vita e un nuovo nome: Constanta, colei che è determinata a vivere. È così che la figlia del fabbro di un villaggio della Romania medievale diventa la sposa perfetta per un re immortale. Insieme attraversano i secoli e i paesi, da Vienna alla Spagna, da Pietrogrado a Parigi. Quando però lui coinvolge nella sua rete di passioni e inganni anche una machiavellica gentildonna e un attore squattrinato, Constanta inizia a capire che il suo amato è capace di atti orribili. E dopo essersi alleata con i suoi consorti di sangue – la bellissima Magdalena, il brillante Alexi – inizia a svelare gli oscuri segreti del marito. Constanta si ritrova a scegliere tra libertà e amore. Ma i legami costruiti con il sangue possono essere spezzati solo dalla morte.

So che mi starete odiando, e accadrà anche per la prima posizione di questa classifica. Questo libro ha avuto un successo incredibile, soprattutto in America, ne ho sentito parlare in tutte le salse, è stato nominato per i Goodreads Choice Awards nel 2021, è arrivato in Italia in una bellissima edizione Mondadori, insomma ha conquistato molti lettori, ma a me purtroppo non ha convito nonostante l’enorme curiosità ed entusiasmo iniziali. Dovrebbe essere un retelling di Dracula, o comunque prendere spunti da Dracula, posso capire il perché del successo, ma su di me non ha avuto effetto. Forse mi aspettavo un testo più dark, più pesante nei confronti delle tematiche presenti, come le relazioni tossiche, la manipolazione, la dipendenza emotiva, e anche qui più approfondimento. Inoltre, lo stile di S. Gibson è stato osannato come poetico e affascinante, ma l’ho trovato più che altro un contenitore vuoto o semi-vuoto, ci sono queste pillole poetiche, queste descrizioni che mirano ad essere liriche, ma non sempre funzionano, a volte le ho trovate esagerate o un poco forzate. Mi aspettavo un qualcosa di più profondo e analizzato, anche a livello di dinamiche fra i personaggi, invece nonostante siano vampiri centenari la maturità di questi vampiri assomiglia a quella di un’adolescente alle prese con le prime crisi adolescenziali. Peccato, la delusione è stata grande perché avevo proprio voglia di leggere un retelling scritto bene su Dracula, ma non è stato così. Ne parleremo meglio nella recensione approfondita.

La Paziente Silenziosa – Alex Michaelides

Anno di Pubblicazione: 2019

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Alicia Berenson sembra avere una vita perfetta: è un’artista di successo, ha sposato un noto fotografo di moda e abita in uno dei quartieri più esclusivi di Londra. Poi, una sera, quando suo marito Gabriel torna a casa dal lavoro, Alicia gli spara cinque volte in faccia freddandolo. Da quel momento, detenuta in un ospedale psichiatrico, Alicia si chiude in un mutismo impenetrabile, rifiutandosi di fornire qualsiasi spiegazione. Oltre ai tabloid e ai telegiornali, a interessarsi alla «paziente silenziosa» è anche Theo Faber, psicologo criminale sicuro di poterla aiutare a svelare il mistero di quella notte. E mentre a poco a poco la donna ricomincia a parlare, il disegno che affiora trascina il medico in un gioco subdolo e manipolatorio.

Eh lo so, lo so, mi state odiando, lo capisco. Allora, una parte di motivazione dietro a questo posizionamento è anche legata al mio livello di delusione, e ci tengo a dire subito che ho adorato il plot twist finale, pazzesco. Il colpo di scena finale è uno dei punti migliori del libro, forse l’unico, di certo lo stile dell’autore non aiuta perché è piuttosto semplice oserei dire in alcuni punti elementare, soprattutto quando mette in bocca a certi personaggi frasi o ragionamenti incoerenti con il personaggio in questione. Abbiamo psicologi che ragionano e parlano utilizzando termini non proprio coerenti al 100% con quello che dovrebbe essere il loro livello di conoscenza della materia. Voglio essere chiara, non ho odiato questo libro, semplicemente mi ha delusa e mi ha lasciata con un sonoro “bah”. Se dovessi basarmi solo sul colpo di scena vi direi che mi ha sorpresa e funziona bene, ma il libro in toto (colpo di scena a parte) per alcune parentesi non mi ha convinta. Il ritmo da un certo punto viene velocizzato, è un testo che usa la tecnica dei plot twist buttati addosso al lettore uno dietro all’altro, nei finale c’è una pioggia di colpi di scena e di solito a me, personalmente, questa tecnica non fa impazzire. Alcuni ragionamenti e dinamiche non mi hanno convinta, non posso andare nello specifico a causa spoiler, ma come dicevo questo libro non mi ha convinta del tutto. È il thriller peggiore che abbia mai letto? No. È stato un totale flop? No. È un libro con dei problemi? Sì ed è un testo che mi ha delusa sotto certi aspetti. Anche qui ne parleremo meglio in una recensione approfondita.

E voi? Quali sono state le vostre letture flop del 2024?

Ci leggiamo presto, in caso non dovessimo leggerci prima di Natale, buon feste cari/e!

Ci leggiamo il prima possibile, giurin giurello!

Guida al Trattamento dei Vampiri per Casalinghe – Grady Hendrix

Buonasera!

Come va? Come sta andando questo settembre?

Per molte persone settembre è l’inizio dell’anno, si cambia registro da un giorno all’altro anche a livello di clima oserei dire e se fino a qualche tempo fa eravamo immersi nella nube di distacco da tutto (tipica di agosto) oggi si fatica a farsi una ragione per la fine anche di queste ferie, sì lo so, siamo a oltre metà mese, ma il ricordo brucia.

Comunque, da una parte è quasi rassicurante il ritorno alla routine, certo e stabile, come la morte e le soap opera su Canale 5.

Oggi si torna a bomba con una recensione, parliamo di un testo che mi sono decisa a riprendere in mano dopo averlo messo in pausa circa un anno fa (sempre per colpa del mio periodo di scarse letture). Mi ci sono immersa di nuovo ricominciando da capo per essere certa di non perdermi nulla.

Parliamo subito de “Guida al Trattamento dei Vampiri per Casalinghe” di Grady Hendrix!

Guida al Trattamento dei Vampiri per Casalinghe – Grady Hendrix

Casa editrice: Mondadori

Genere: horror

Prezzo di Copertina: € 21,00 (ed. Strade Blu) € 14,00 (ed. economica)

Prezzo ebook: € 7,99

Prima pubblicazione: 2020

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Incipit

Nel 1988, George H.W. Bush aveva appena vinto le elezioni presidenziali invitando tutti a leggere il labiale mentre Michael Dukakis aveva perso facendosi fotografare a bordo di un carro armato. Il dottor Robinson era il papà d’America, Kate e Ellie erano le mamme d’America, le protagoniste di Cuori senza età erano le nonne d’America, McDonald’s aveva annunciato l’apertura del suo primo ristorante in Unione Sovietica e tutti compravano una copia di Dal Big Bang ai buchi neri di Stephen Hawking, senza però leggerla, Il fantasma dell’opera esordiva a Broadway e Patricia Campbell si preparava a morire.

Trama

Difficile la vita di Patricia Campbell: il marito è troppo impegnato col lavoro, i figli con le loro vicende, l’anziana suocera ha bisogno di cure costanti per cui Patricia è sempre in ritardo nel suo infinito elenco di faccende domestiche. La sua unica oasi felice è un gruppo di lettura, formato da donne unite dal comune amore per il true crime. Nei loro incontri, invece che di matrimoni, maternità e pettegolezzi, si parla della famiglia Manson. Ma un giorno James Harris, bello e misterioso, viene a vivere nello stesso quartiere di Charleston e si unisce al gruppo. James è un uomo sensibile, colto e fa sentire a Patricia cose che non provava da anni. Eppure c’è qualcosa di strano in lui: non ha un conto in banca, non esce durante il giorno e la suocera di Patricia sostiene di averlo conosciuto da ragazza. Quando i bambini di colore cominciano a scomparire senza che la polizia faccia nulla, in Patricia e nelle amiche si fa strada il sospetto che James sia un serial killer, ma nessuno al di fuori del gruppo ci crede. Sono loro ad aver letto troppi libri di true crime o quello che si aggira nelle loro case è un mostro vero?

Recensione

Questo era stato il libro per il mese di maggio (2023) del gruppo di lettura, LiberTiAmo, io lo avevo iniziato e vi dirò mi stava anche piacendo parecchio, ma per il fatto che il 2023 è stato un flop a livello di letture (anche e forse soprattutto per colpa mia diciamolo) e per il fatto che mi sono impuntata di voler leggere tutti i testi citati all’interno di questo libro prima di leggere il libro in questione… eh insomma, l’ho abbandonato. O meglio, messo in pausa con la ferma speranza di riprenderlo un domani.

L’ho ripreso in mano due mesi fa, a luglio, e in pochi giorni l’ho divorato.

Stile, Ritmo e Atmosfera

Lo stile di Hendrix è decisamente scorrevole, direi che si concentra su ogni dettaglio con le tempistiche giuste senza mai eccedere. Capita a volte quando parliamo di un libro corposo (ma anche di un libro breve in certi casi) di avere la sensazione di star leggendo un testo con più pagine del dovuto, il classico pensiero “ci sono 50/100 pagine in più”, ci sono vicende in cui si nota la presenza di una lunghezza non necessaria. Non è questo il caso perché la storia di Patricia prende diverse pieghe e la storia che l’autore ci narra non è breve, ma ha tanti snodi. Questo non vuol dire comunque che una storia di base lineare o semplice non possa essere narrata in un libro di 700 pagine, dipende tutto da come lo si fa ovviamente.

Il ritmo è ben gestito, ci sono momenti della vicenda in cui rallenta e getta il lettore in uno stato di abbattimento perché desidera un movimento, e altri in cui l’autore mette il turbo (soprattutto in scene di tensione) e il battito accelera. C’è una scena in particolare che è una delle più agghiaccianti a mio vedere. Vi dirò, il libro è comunque un horror medio soprattutto se siete lettori che sguazzano da tempo già nel genere e non vi impressionate facilmente o comunque amate l’horror e leggete con frequenza testi di questo tipo. C’è qualche scena se vogliamo più horror o inquietante rispetto al tono generale, ma in linea di massima nulla di sconvolgente.

È il modo però in cui l’autore riesce a costruire la tensione che fa funzionare tante scene, l’occhio ai dettagli, le emozioni dei personaggi.

L’atmosfera generale infatti è variabile, abbiamo queste scene di amicizia e chiacchierate fra amiche, questo mood da gruppo di lettura fra casalinghe e quest’altra atmosfera di sottile inquietudine sempre presente, quando si avverte che qualcosa non va, che certi eventi o comportamenti nascondono altro.

Le tematiche affrontate

In questo libro ritroviamo una sfilza di tematiche che ci vengono presentate, l’amicizia femminile, il lavoro della casalinga e l’essere sottovalutata per questo lavoro, il tema dei mariti/uomini che sembrano non avere molta considerazione nei confronti delle loro mogli, c’è una buona dose di maschilismo in questo testo, l’essere considerata pazza, isterica, ma c’è anche il tema dello sconosciuto, dello straniero rappresentato da questo James, un uomo affascinante che entra quasi di prepotenza nella vita di Patricia e le fa terra bruciata attorno.

James è un personaggio molto interessante, perché ci viene presentato all’inizio come il nipote di una anziana signora recentemente defunta e vicina di Patricia (tra l’altro la nostra protagonista ha un ultimo incontro molto violento e strambo con questa signora), che pian piano inizia a chiedere favori a Patricia che in un primo momento è la prima a farsi avanti, più che altro per cortesia e perché le dispiace per la morte della parente.

Le cose man mano degenerano e Patricia iniziare ad avere dei sospetti su James perché nel frattempo in città (in una zona in particolare della città) stanno scomparendo dei bambini e alcuni sembrano comportarsi in modo strano.

James rappresenta lo “straniero”, l’elemento esterno che irrompe nella vita di una donna normale, una madre, una moglie, una casalinga piena di impegni e commissioni, con il suo gruppo di lettura e le sue chiacchierate fra amiche che a volte virano sulla cronaca nera e il true crime essendo loro appassionate di letture di questo genere.

Infatti c’è un collegamento che si crea con il titolo “Un Estraneo al Mio Fianco” (libro di Ann Rule in cui l’autrice racconta del suo rapporto con il serial killer Ted Bundy) e i primi sospetti che inizia ad avere Patricia su quest’uomo di cui alla fine non sa nulla di vero, la donna riflette, ricollega pezzi di discorsi e risposte dell’uomo per arrivare a capire inoltre che molte informazioni non sembrano vere, James si contraddice, mente.

James rappresenta anche il mostruoso, la minaccia, il nemico con cui sei costretta a convivere, l’elemento di cui non ti puoi fidare, sempre in agguato.

Non spoilero nulla se vi dico direttamente che James è la minaccia principale in questo libro perché si può intuire e anche nella trama che si trova in vari siti o all’interno stesso del libro non viene celata questa informazione.

Tra le tematiche citate sopra e a mio vedere maggiormente presenti c’è quella del sessismo e del maschilismo, ci sono momenti in cui questo libro diventa irritante proprio per scene di questo tipo da me interpretate come una scelta ben precisa dell’autore, che ha voluto mettere sotto i riflettori questo senso di superiorità dei mariti di queste donne nei loro confronti, l’autore tratteggia una realtà in cui questi uomini abusano delle mogli, mentalmente, fisicamente, e non danno loro credito per nulla. In particolare il marito di Patricia ad un certo punto del testo arriva persino a farla ricoverare nel reparto psichiatrico dove lavora lui e davanti ai loro bambini la umilia e ciò crea un profondo senso di odio in Patricia per lui.

Questo accade dopo un evento preciso, ma la parentesi dell’umiliazione e del trauma che questo padre non cerca di curare, ma anzi alimenta nei bambini solo per metterli contro alla madre è disgustoso.

Forse vi dirò che sono più forti e fastidiose determinate scene di sessismo che altre puramente horror.

Il libro si apre con la definizione presa dall’Oxford English Dictionary del 1971 per il termine “casalinga”, definita: “donna o ragazza superficiale, senza valore”.

Per me questa scelta di inserire questa determinata definizione all’inizio del testo è stato presagio di tematiche come il sessismo e il maschilismo, per questo dico che è una scelta dell’autore. Insisto su questo punto perché mi è capitato di leggere alcuni commenti in cui non era chiaro se queste tematiche fossero rappresentate appositamente oppure no.

Un altro tema è il razzismo, tematica rappresentata soprattutto dal personaggio di Miss Mary, donna di colore badante nella prima parte del libro della suocera di Patricia. Questa donna vive in una zona della città popolata soprattutto da afroamericani ed è palese il livello di razzismo e superficialità con cui viene trattata questa signora, le problematiche che affliggono queste persone e questa zona appunto citata che è tra l’altro il luogo dove stanno scomparendo questi bambini.

Patricia cerca di aiutarla e Miss Mary prova a fidarsi di lei, ma è oramai abituata a non essere ascoltata o considerata.

I personaggi principali e il punto finale della vicenda

Vorrei inoltre avvicinarmi alla fine di questa recensione parlando un secondo di più dei personaggi principali, faccio riferimento soprattutto a Patricia e a James.

James, come scritto sopra è il mostro, l’uomo che nasconde chiaramente grossi segreti, è anche però un personaggio sfuggente, molte volte non presente, va fuori città, si nasconde in casa, non si fa vedere.

Trovo però che riesca sempre in un modo o nell’altro a esserci senza essere per forza presente a livello fisico, Patricia fa spesso riferimento a lui, ci pensa, ne parla con altri, è la classica presenza fissa e mantiene bene quell’alone di mistero proprio per il suo essere sfuggente.

L’unico momento in cui cala il personaggio di James a mio vedere è nel finale, c’è una scena in cui si ritrova con le donne di queste club di lettura e assume un comportamento che spezza questa sua figura da villain.

Patricia invece è una donna normale come dicevamo, ligia alla sua famiglia e ai suoi doveri, una donna che non spezza le regole di solito, ma si convince di aver visto e di sapere qualcosa di importante e non può girarsi dell’altra parte, sente il bisogno di agire, vuole anche un po’ di brivido nella sua vita, come confida ad un’amica.

Patricia è comunque una donna con una forza interiore notevole, una determinazione potente, anche in momenti calanti dove sembra tutto negativo, sotto sotto resta fedele ai suoi sospetti.

La fine della vicenda è un poco velocizzata, alcuni personaggi prendono decisioni importanti, ma sembra tutto avanzare con una forte velocità, questo però riguarda proprio le ultime pagine, in generale direi che è un finale che funziona bene per gli eventi narrati.

Conclusioni

A me questo libro è piaciuto parecchio, di certo leggerò altro di Hendrix anche perché l’autore ha sempre uno stile e delle trame per i suoi testi molto accattivanti. Si assapora qui proprio l’America degli anni 80/90, l’atmosfera della vita tipica famigliare americana mista alla sfera horror, con vampiri, crimini, sangue, bambini rapiti…

È stata una lettura coinvolgente che mi dato un bello sprint!

Voto:

E voi? Avete mai letto qualcosa di Hendrix? Sì? No? Vi è piaciuto? Fatemi sapere!

A presto!